Sebbene Giulia fosse una nuora e moglie meravigliosa, finì per distruggere non solo il suo matrimonio, ma anche se stessa.
Giulia era cresciuta in un orfanotrofio di Firenze, immersa in un silenzio intriso darancio e tramonti irreali. Si sposò alletà di diciotto anni, senza sapere davvero cosa volesse dire abitare una famiglia. Tra i corridoi profumati di basilico del palazzo del marito, cercava famelica qualsiasi traccia di ciò che dovrebbe essere una sposa perfetta. Lunica sua guida era la suocera, la signora Bianca.
Aveva sentito tante storie sulle suocere nelle notti estive, raccontate come favole amare intorno al tavolo: ma, rimasta senza madre, Giulia voleva credere che la suocera potesse diventare la sua vera mamma, augurandole solo il bene. In realtà, forse non sbagliava del tutto. La signora Bianca non le voleva male, eppure Il modo in cui le insegnava la vita familiare sembrava più una sequenza di detti antichi: Se il marito tradisce, è sempre colpa della moglie.
Ma perché? Giulia sognava spesso che la colpa fosse del traditore. Eppure in quella realtà irreale, la colpa ricadeva sulla donna, dicono, perché aveva smesso di curarsi e dattrarre il marito. La suocera le suggeriva di restare slanciata come una modella anche a ottantanni. Così, tra sogno e veglia, Giulia annotava sul suo diario non ingrassare e si iscriveva a un centro fitness.
La sua figura era già raffinata, ma la paura del giudizio la spinse a non mangiare quasi più. Appena imparata questa lezione, la signora Bianca le ripeté unaltra perla: In una famiglia vera, lavorano entrambe le donne.
Giulia non protestava; in fondo quel lavoro lo desiderava anche lei, pronta ad accettare qualsiasi impiego. Chiese timidamente alla suocera come comportarsi durante la maternità. Risposta? Il congedo di maternità è un tuo problema! Trovati una soluzione!
Non prese appunti su questultima frase, ma alcuni anni dopo, quando arrivò la maternità, Giulia trovò un lavoro part-time come babysitter. Era soddisfatta, ma le lamentele del marito Paolo e della suocera presto cominciarono: guadagnava troppo poco.
Pensava: Non importa, userò quei pochi euro per andare dal parrucchiere. Ma ecco una nuova massima: Quando si sta in maternità, non serve vestirsi bene! Quando torni al lavoro, pensaci pure, ma adesso risparmia!
Così Giulia continuava a consegnare ogni moneta che guadagnava al marito. Gli anni passarono avvolti nel filo sottile delle regole della suocera: Una brava moglie fa tutto da sola!
Fu così che Giulia si ritrovò a spazzare la casa di notte, stanca morta, ma sempre sola. Le capitava spesso di svenire; e dopo aver addormentato lultimo bambino alle nove di sera, si aggirava per la cucina silenziosa, cucinando per il giorno dopo. Nel frattempo, il marito sognava dolcemente la sua decima pennichella, stanco per il lavoro e il peso di portare a casa lo stipendio.
Che Giulia finisse in ospedale era quasi logico. I dolorini passeggeri venivano rapidamente ignorati, finché la malattia divenne troppo grande per essere trascurata. Restò ricoverata per più di due settimane, senza mai ricevere una visita da Paolo o Bianca. Fu fortunata ad avere il cellulare in tasca. Tramite uno squillo a Maria, la sua amica dinfanzia, ricevette tutto il necessario: parole, cibo, conforto.
Quando infine uscì dallospedale, Firenze le sembrava ancora più onirica, luci e ombre mischiate come in un quadro di De Chirico. Tornata a casa, tra lenzuola stese al sole e vecchie regole doro ormai sbiadite, Giulia prese una decisione silenziosa, ma definitiva: mise in ordine i suoi sogni infranti e avviò le pratiche per il divorzio.






