Ancora oggi a volte mi sveglio nel cuore della notte e mi chiedo quando mio padre sia riuscito a por…

Ancora oggi, ogni tanto mi sveglio nel cuore della notte e mi chiedo come abbia fatto mio padre a portarci via tutto senza che ce ne accorgessimo.

Avevo quindici anni quando è successo. Vivevamo in una piccola casetta ben tenuta alle porte di Bologna: i mobili erano semplici ma dignitosi, il frigorifero si riempiva il sabato dopo la spesa, e le bollette di solito venivano pagate quasi puntuali insomma, un miracolo tutto italiano. Ero in seconda superiore, e la mia più grande preoccupazione era capire la matematica e racimolare abbastanza euro per comprarmi quel paio di scarpe da ginnastica che mi facevano sognare.

Tutto ha iniziato a cambiare quando papà ha cominciato a tornare sempre più tardi. Entrava senza nemmeno il Ciao!, lanciava le chiavi sul tavolo e spariva in camera con il telefono incollato allorecchio. Mia madre, la cara Rossella, lo rimproverava con il solito tono da casalinga stanca:
Sei di nuovo in ritardo? Secondo te questa casa si mantiene da sola?
E lui, come se stesse rispondendo a una bolletta:
Lasciami stare, sono stanco.

Io sentivo tutto dalla mia stanza, con le cuffie incollate alle orecchie, fingendo di vivere in un universo parallelo dove papà non fa lo zombie.

Una sera, lho visto fuori in giardino a parlare al telefono. Rideva sottovoce, diceva cose tipo è quasi tutto a posto e tranquillo, ci penso io. Mi ha visto, ha chiuso la conversazione come se avessi scoperto il segreto della Carbonara senza pancetta. Ho avuto una strana sensazione nello stomaco, ma non ho detto niente.

Il giorno che se ne è andato era un venerdì. Tornando da scuola, ho trovato il suo trolley aperto sul letto. Mia madre era sulla soglia della camera da letto, con gli occhi rossi che sembrava avesse pianto con la vaschetta di gelato. Ho chiesto:
Dove va?
Lui neanche si è girato.
Starò via per un po.

Mamma gli ha urlato dietro:
Un po con chi? Insomma, dilla la verità!
E lui ha sbottato:
Me ne vado con unaltra donna. Non ne posso più di questa vita!
Io pian piano ho iniziato a piangere:
E io? E la scuola? E la casa?
E lui, come un impiegato comunale dopo le 13:00:
Ve la cavate.

Ha chiuso il trolley, arraffato i documenti dal comodino, preso il portafoglio pieno di (quelli che scopriremo essere) pochi euro, ed è uscito senza salutare.

Quella sera, mamma ha provato a prelevare con la carta al bancomat, ma è uscita la scritta Operazione negata. Il giorno dopo è andata in banca e le hanno detto che il conto era vuoto. Papà aveva ritirato tutti i soldi che avevano risparmiato. E come se non bastasse, abbiamo scoperto che aveva lasciato due mesi di bollette da pagare e aveva persino acceso un prestito, mettendo mia madre come garante senza dirle nulla, ovviamente.

Ricordo ancora mamma, seduta a tavola con una vecchia calcolatrice Olivetti, il mucchio di bollette accanto, che piangeva e ripeteva:
Non basta per niente non basta proprio

Provavo ad aiutarla a calcolare i debiti, ma capivo a malapena la differenza tra gas e luce.

Dopo una settimana, ci staccarono il Wi-Fi, e poco dopo quasi ci toglievano anche la corrente. Mia madre iniziò a pulire le case dei vicini, io mi improvvisai venditrice di caramelle ai compagni di scuola. Vergogna? Tanta, soprattutto quando dovevo mostrare la borsa piena di cioccolatini tra la ricreazione e la campanella, ma lo facevo: a casa non cera nemmeno il necessario.

Un giorno, ho aperto il frigorifero e dentro cerano solo una caraffa dacqua e mezzo pomodoro. Mi sono seduta in cucina e mi sono lasciata andare alle lacrime. Quella sera abbiamo cenato con riso bianco, da solo. Mia mamma continuava a scusarsi perché non riusciva più a darmi quello che mi aveva sempre dato.

Molto tempo dopo, ho visto su Facebook una foto di mio padre con quella donna: calici di vino rosso, brindisi e sorrisi da copertina. Mi tremavano le mani. Gli ho scritto:
Papà, mi servono soldi per i materiali di scuola.
Mi ha risposto:
Non posso mantenere due famiglie.
Quella è stata la nostra ultima conversazione.

Da allora, silenzio. Non ha mai più chiesto se mi ero diplomata, se stavo bene, se avevo bisogno di qualcosa. Svuotato il conto, sparito lui.

Oggi lavoro, pago tutto da sola e aiuto mia madre come posso. Ma quella ferita non si è mai chiusa. Non solo per i soldi, ma per labbandono, il freddo, il modo in cui ci ha lasciate annaspare mentre lui si rifaceva la vita come se fossimo state un vecchio programma Rai ormai cancellato.

Eppure, ancora molte notti mi sveglio con una domanda incastrata nel petto:
Come si sopravvive quando tuo padre prende tutto e ti lascia imparare da sola a nuotare nel mare della vita, quando ancora sei solo una ragazzina?

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