LAnello sulla Tovaglia
No, disse Andrea, e in quella singola parola cera così tanto che Nina si fermò di colpo nel mezzo della stanza, con lorecchino stretto tra le dita. Tu non vieni.
Lei lo fissò. Lui era davanti allo specchio, nel suo abito nuovo blu notte a sottili righe un abito che forse, ventanni prima, le sarebbe costato diverse settimane di stipendio. La cravatta era annodata alla perfezione, i capelli pettinati col gel, lisci e ordinati. Ma non incrociò il suo sguardo, nemmeno nel riflesso: guardava solo se stesso.
Cosa intendi con non vieni? chiese Nina, la voce sorprendentemente calma.
Proprio questo. Non vieni, punto.
Nina posò lorecchino sulla toilette. La camera era costosa, tutto era costoso lì dentro, e anche un po estraneo: le tende pesanti color rame antico, il letto con la testiera in vero legno, il tappeto soffice che attutiva ogni rumore dei tacchi. LHotel Oriente era il migliore di Torino. Non cera mai stata prima, e solo tre ore prima era felice come una bambina, sfiorava gli asciugamani spessi nel bagno, annusava i flaconcini di bagnoschiuma.
Tre ore prima, tutto era diverso.
Andrea, disse a bassa voce, avevamo concordato. Ho comprato un vestito. Hai detto che questa cena era importante, che il dottor Semenzato voleva conoscere le famiglie dei collaboratori.
Ho cambiato idea.
Perché?
Si voltò finalmente. Le puntò addosso quello sguardo schietto e lei vi lesse qualcosa che le tolse il respiro. Non rabbia. No. Qualcosa di peggio.
Nina, guardati. Solo guardati.
Lei obbedì. Nello specchio stava una donna di cinquantadue anni, in un abito verde bosco al ginocchio. Era un bel vestito, lo aveva scelto a lungo, consigliandosi con la commessa di Via Roma. I capelli li aveva sistemati lei stessa, e stavano bene. Il viso era comune, segnato dalle rughe agli occhi, ma vivo.
Ecco, mi guardo, sussurrò.
Le mani, Nina.
Abbassò lo sguardo. Mani grandi, con i palmi larghi, la pelle screpolata sulle nocche, i calli ai polpastrelli. Le unghie sistemate, dipinte di beige, ma la forma restava semplice: nulla che ricordasse le donne patinate delle foto che Andrea le mostrava dal telefono aziendale.
Cosa hanno le mie mani? domandò. Ma sapeva già.
Lì ci saranno persone importanti. Le mogli dei direttori, dei soci. Noteranno.
Noteranno cosa?
Dai, Nina, non far finta di niente. Sai cosa intendo. Le tue mani sembrano esitò.
Mani di chi lavora? suggerì lei, piano.
Andrea non rispose. Ritornò allo specchio, si ricompose la cravatta già perfetta.
Non voglio domande su dove hai lavorato. È un altro mondo, Nina. Altri discorsi, altri temi. Tu, lì, stoni.
Per ventanni ho lavorato perché TU entrassi in quel mondo, rispose, la voce che tremò appena. Ventanni. Turni su turni mentre studiavi. Ho lavato piatti nei ristoranti, gestito casse nei cantieri, venduto al mercato per pagarti luniversità serale. Queste mani hanno comprato i tuoi libri, il tuo primo abito, il tuo primo cellulare.
Lo so, mormorò lui, ancora voltato. Lo ricordo. Ma ora non conta più.
Nina restò in piedi un attimo, fissandogli la schiena nellabito costoso, cercando traccia di quellAndrea che ricordava: quello che, nel 98, pianse sulla sua spalla perché il padre era in ospedale e non cerano soldi per le medicine, quello che le aveva giurato che tutto avrebbe restituito, che lei era la persona più importante della sua vita.
Non lo trovò.
Vuoi che rimanga qui? chiese.
Voglio che stasera tu non mi distragga. Questa cena è fondamentale. Semenzato decide chi sarà il nuovo direttore regionale. Capisci? È tutta la mia carriera. Ci sono arrivato dopo otto anni.
Ci SIAMO arrivati, lo corresse lei.
Nina. Si voltò infine, col tono affettato degli affari, quello monotono che usava al telefono con i sottoposti. Non ricominciamo col noi. Ti chiedo solo di restare qui. Ordina cena in camera, guardati la TV. Torno presto.
Mi stai nascondendo.
Ti chiedo solo di capire.
Ti vergogni di me.
Non rispose. Ma il silenzio fu già una risposta.
Nina si avvicinò alla finestra. Oltre il vetro, la città si stendeva sotto le luci, la prima neve sottile posata sui cornicioni. Era bella così. Lei aveva sempre amato la prima neve. Da piccola, con lamica Tamara, correvano in cortile a catturare fiocchi sul palmo e guardavano come si scioglievano. Tamara diceva che le neve piangeva perché non voleva morire. Nina allora rideva.
Va bene, disse, infine.
Andrea tirò un respiro di sollievo. Lei sentì il suo sollievo come una stretta sotto le costole, un piccolo nodo durissimo.
Lo sapevo che avresti capito. Dopo questa cena cambierà tutto, te lo prometto. Andremo in vacanza dove vuoi, comprerò
Vai, Andrea, lo interruppe.
Prese la giacca, controllò il telefono, il portafoglio. Si fermò sulla soglia.
Non aprire a nessuno. La camera è pagata fino a domani, tutto incluso.
Vai.
La porta si chiuse. Nina udì il clic della serratura elettronica. Rimase un attimo disorientata, poi girò la maniglia: la porta non si aprì.
Provò ancora. E ancora.
Laveva chiusa da fuori. Aveva chiesto in portineria di bloccare la serratura? O era un meccanismo di sicurezza speciale? Non importava: il risultato era uno. Era lì, nella camera cara dellHotel Oriente, con labito elegante, e la porta non si apriva.
Rimase qualche istante immobile. Poi si sedette sullorlo del letto.
Non pianse. Avrebbe voluto piangere, sembrava la reazione più naturale, ma le lacrime non arrivavano. Solo un vuoto strano, quel nodo sotto il petto e un silenzio assoluto nella mente, come dopo una lunga tempesta.
Non seppe quanto restò così. Poi si alzò, accese la TV. Un uomo in completo parlava, ma le sue parole non arrivavano. Spense.
Si avvicinò al minibar, osservò le piccole bottiglie dacqua e succo. Prese una bottiglia dacqua e ne bevve un bicchiere. Ghiacciata, le schiarì un po la gola.
Andò di nuovo alla porta e bussò. Non forte. Nessuno rispose. Ovviamente: il corridoio era vuoto, tutti erano alle proprie cene, nessuno si interessava a una donna sola in un abito verde dietro una porta chiusa.
Pensò di chiamare la reception dal telefono interno. Chiedere di aprire. Ma cosa avrebbe detto? Mio marito mi ha chiusa dentro? Visualizzò il volto della giovane receptionist, il suo imbarazzo gentile, forse una telefonata al direttore, domande. Poi Andrea avrebbe saputo. E allora?
Nina sorrise amaramente. Ecco qual era il punto: pensava ancora al dopo, a cosa avrebbe detto Andrea. Dopo più di ventanni, ancora pensare prima alla sua reazione che alla propria.
Prese il telefono e compose il numero di Andrea. Lui non rispose. Richiamò dopo un minuto: Sono alla cena, tutto bene, dormi. E chiuse.
Appoggiò il telefono sul comodino e fissò le proprie mani, posándole sulle ginocchia, palme verso lalto. Mani larghe, calde, un po ruvide. Sulla destra una piccola cicatrice, fatta tagliando pane per i tramezzini che portavano con sé quando Andrea dovette dare il test dingresso alluniversità. Si erano divertiti allora, lei aveva fasciato il dito con un fazzoletto, avevano comunque preso il treno e lui aveva superato lesame. E avevano riso insieme, sul binario.
Sulla sinistra un callo al dito indice, comparso negli ultimi anni: si era aggiunta un secondo lavoro, a confezionare merci in magazzino per comprare il suo primo abito da colloquio.
E lui quel lavoro lo aveva ottenuto. Alla sera avevano festeggiato a casa: patate in padella, lei che cantava in cucina, lui che la abbracciava e diceva: senza di te non ce lavrei mai fatta.
Undici anni fa.
Fuori era calata la notte. Smetteva di nevicare, il cielo si schiariva, apparivano stelle. Nina si alzò, appoggiò la fronte al vetro freddo della finestra. Era un sollievo, come togliere peso dalle spalle.
Un lieve bussare alla porta.
Cè qualcuno? voce di donna, gentile. Sono la cameriera, vuole che cambi le lenzuola?
Nina avrebbe potuto rispondere di no, che stava bene. Ma invece disse:
La porta non si apre. È chiusa dallesterno.
Silenzio di là. Poi:
Come dallesterno?
Con la chiave. Non riesco ad aprire da dentro.
Altro silenzio. Poi il suono di una carta magnetica nella serratura, uno scatto. E la porta si aprì.
Sul pianerottolo stava una donna giovane, divisa grigia con collo bianco da albergo, poco più che trentenne. Capelli scuri raccolti indietro. Un viso semplice, sincero. Guardava Nina con una curiosità rispettosa e, forse, un po di complicità. Complicità, non compassione.
Tutto a posto? chiese la cameriera.
Sì, grazie. Sono a posto.
Mi chiamo Olga.
Io, Nina.
Rimasero qualche secondo immobili, Olga non entrò ma non se ne andava nemmeno, con la sua carrellina della biancheria.
È da molto che è chiusa qui? domandò infine.
Non lo so. Due ore forse.
Vuole uscire?
Sì, rispose Nina, e solo dicendolo a voce alta si accorse di quanto lo desiderasse. Voglio.
La accompagno. Cè un giardino dinverno allultimo piano, il settimo. Dopo cena non ci va quasi nessuno. È bello, tranquillo. Glielo faccio vedere.
Nina prese la borsetta, indossò uno scialle leggero. Nel corridoio il primo respiro aria vera, non stantia fu straordinario.
Capita spesso? chiese a Olga in ascensore.
Cosa?
Aiutare chi viene chiuso a chiave.
Olga ci pensò un po.
Succede di tutto, rispose.
Sul settimo piano Olga aprì una porta anonima, rivelando uno spazio inatteso per un hotel: un grande salone con il tetto di vetro. Un vero giardino: palme alte nei vasi, limoni coi frutti piccoli e gialli, piante larghe dai nomi ignoti, qualche sedia di vimini, tavolini. Piastrelle chiare al suolo. Sopra, attraverso il tetto, una notte di stelle che parevano vicinissime.
Stia qui, disse Olga. Respiri. Nessuno verrà a disturbarla.
Non deve restare con me, suggerì Nina.
Lo so. Ma se ha bisogno, sono qui fino alle dieci. Poi basta chiamare in reception, dica che è nel giardino dinverno.
Nina annuì. Olga fece per uscire, chiudendo piano la porta. Nina si sedette sulla poltrona più vicina, allungò le gambe, si abbandonò allindietro.
Si stava davvero bene. Odore di terra e limone nellaria, tiepido. Silenzio vero, quello che la città non offre mai.
Chiuse gli occhi.
Le tornò in mente il sogno di una piccola panetteria. Era la sua fantasia segreta, tanto vecchia da sembrare irreale: quindici anni prima ne aveva parlato ad Andrea. Un locale piccolo, dove fare pane, focacce, torte. Sapeva cuocere, sua madre le aveva insegnato, e alla madre la nonna. Andrea allora aveva riso, di buonumore: Certo, aprila, sei bravissima! Sapeva le sue erano solo parole gentili, niente di più.
Poi la vita, i lavori, i traslochi. In quindici anni si erano trasferiti tre volte, ogni volta per la sua carriera. Nina trovava un nuovo posto, nuove conoscenze, sistemava la casa. Era una brava moglie. Si impegnava.
Riaperse gli occhi, osservò un limone vicino, piccolo, intensamente giallo. Lo sfiorò con un dito. Duro, lucido.
Anche lei si nasconde qui?
La voce maschile la sorprese. Nellangolo più lontano del giardino, in una poltrona sotto il tetto di vetro, sedeva un uomo anziano. Non lo aveva notato subito: discreto, un po in ombra fra le piante. Avrà avuto settantanni, corpulento ma non grasso, in abito elegante col panciotto slacciato; capelli bianchi allindietro, volto stanco ma occhi intelligenti.
Mi scusi, mormorò Nina, non lavevo vista.
Nessun problema. Cè posto.
Sorrise appena. E lei pure.
È fuggita dalla cena? Cè il banchetto grande di sotto, domandò lui.
No, rispose lei. Non mi hanno invitata.
La osservò con attenzione, non invadente, solo presente.
Io sì, sono fuggito. Levento è mio, tra laltro. Ma sono fuggito.
Perché?
Stanco. Non dellevento, ma delle chiacchiere. Tutti chiedono, tutti sorridono, dicono le cose giuste. Ho imparato a leggere queste cose, dopo tanti anni. Ora ne sono sfinito.
Nina annuì. Capiva.
E lei? Perché è qui?
È stata Olga, la cameriera, a suggerirmelo.
Brava ragazza. È il terzo anno che vengo qui ogni sera. Due settimane di riunioni, trattative, ora il banchetto. Mia figlia mi ha obbligato a non annullare tutto, si offenderebbero.
Sua figlia?
Tiene tutto in ordine. Le riesce bene. Sorrise più caldo. Mi chiamo Semenzato.
Nina sollevò il capo. Guardò il viso.
Il dottor Semenzato? chiese, pur avendo già capito.
Proprio lui. E lei
Nina. Nina Bianchi.
Rimasero in silenzio. Fuori le nuvole coprivano le stelle. Si faceva quieto e leggermente soporifero tra il profumo delle piante.
Quindi, alla cena mormorò Nina, interrompendosi.
Sono sotto, i miei collaboratori e la dirigenza. Dovrei comunicare una nomina. Ma non ho deciso del tutto. Forse per questo sono venuto qui su, a prendermi aria.
Nina lo fissava, stranita. Suo marito, giù, si giocava tutto per fare buona impressione proprio su quelluomo, che ora ammetteva di non avere ancora deciso. La vita, a volte, ti sorprendeva così.
Non si sente bene? domandò.
Sembrava diverso, negli ultimi secondi: più pallido, quasi rimpicciolito nella poltrona. Il viso divenne grigio, la mano si chiuse sul bracciolo.
Ora passa, disse a bassa voce.
Cosa passa?
Mi capita. La pressione, credo.
Da quando?
Oggi è la prima volta. Di sotto faceva caldo. Sono salito per prendere aria ma qualcosa
Tacque. Nina già era in piedi, vicino a lui. Guardò il viso, la bocca, la mano, che teneva ancora stretta il bracciolo.
Dove sente dolore? chiese diretta.
Il petto. E il braccio.
Il sinistro?
Sì.
Nina non ci pensò. Fece ciò che sapeva fare. Cercò il battito al polso: veloce, irregolare. Il sudore sulla fronte, le labbra sbiancate.
Ha medicine? Nitroglicerina, aspirina?
Nel panciotto, indicò. Taschino interno.
Lei trovò il piccolo astuccio di pelle, lo aprì: blister di nitroglicerina, una bustina di aspirina.
Una sotto la lingua, ordinò, nitroglicerina.
So cosa fare, le rispose lui, con un filo di gratitudine per il fatto che non si agitasse.
Lei gliela mise sotto la lingua, poi restò lì a tenergli la mano. Solo questo. Tiene la mano, si fa così. Così aveva fatto col padre, quando stava male. Così con la signora Maria, la vicina, nei suoi ultimi giorni. Bisogna tenere le mani.
Va meglio? dopo qualche minuto.
Un po. Aprì gli occhi. Serve
Chiamo subito.
Prese il telefono: chiamò reception, parlò chiaro e deciso: Cè un uomo anziano che sta male, qui in giardino dinverno, chiamate un medico e unambulanza.
Aspettando, non lasciò la mano. Parlò di niente: del limone, della prima neve, che i giardini dinverno nacquero per sere come questa.
Lui ascoltava, respirando più calmo.
È medico? chiese.
No. La vita insegna.
Ottima maestra.
Spesso sì.
Arrivarono presto. Poi la figlia del dottor Semenzato: una donna decisa, quarantacinquenne, tailleur blu, lo stesso sguardo del padre, più duro. Vide il padre, Nina, e restò ferma qualche secondo.
Papà.
Tutto bene, Caterina. È grazie a questa signora se sto meglio.
Caterina guardò Nina con quello sguardo di chi sa di dovere qualcosa.
Grazie, disse solo.
Non cè di che.
Dopo venti minuti arrivò lambulanza. Il medico visitò lì sul posto. Avvisaglia, serve ospedale per sicurezza, ma niente urgenza se andate subito. Semenzato acconsentì, ma non smetteva di guardare Nina.
Vorrei che mi accompagnasse, le disse.
Dove?
Di sotto, alla cena. Prima che parta.
Dottor Semenzato
Serve solo cinque minuti. Caterina?
La figlia guardò lorologio, poi il padre e lei.
Cinque minuti, approvò.
Scendono insieme: Nina non capisce il senso, ma le gambe si muovono da sole. Luomo si sforza di stare dritto, la figlia lo sostiene.
La sala banchetti dellHotel Oriente è elegante, lunga tavolata, tovaglie bianche, candele, persone distinte. Appena entrano, i discorsi tacciono. Tutti fissano Semenzato, pallido, con medico dietro.
Nina vede Andrea verso il centro tavolo, vicino a un uomo con gli occhiali. Notava lei, il suo viso cambia: stupore, confusione, infine quando la vede accanto a Semenzato una paura confusa, che cresce in lui.
Semenzato si ferma. Tutti lo osservano. Anche ora, così stanco, è un uomo di ruolo.
Scusate linterruzione. Devo lasciarvi per motivi di salute. La voce chiara, la sala in silenzio.
Qualcuno si alza.
Ma prima, continua, voglio dire una cosa. Questa signora, Nina Bianchi, mi ha aiutato. Mi ha tenuto la mano, mi ha dato il farmaco, ha chiamato i soccorsi. Senza agitarsi.
Tutti zitti.
Non so chi sia, dice Semenzato, e lei non sapeva chi fossi. Eppure mi ha aiutato.
Nina sente decine di sguardi. Avverte quello di Andrea, pesante, e lo trova: dentro non cè nulla di bello.
Qualcuno mi sa dire chi è questa signora? domanda Semenzato.
Silenzio. Poi, luomo con gli occhiali, accanto ad Andrea:
Penso sia la moglie di Corini.
Semenzato si gira verso Andrea.
Corini?
Andrea si alza, legnoso.
Sì, dottor Semenzato. Mia moglie, Nina Bianchi.
Perché non era con noi a cena?
Andrea apre la bocca, la richiude. Ancora.
Non stava poco bene.
Io stavo poco bene, ripete Semenzato, calmo. Lei era in salute, eccome. Perché non era alla cena?
Nina sa che tutti aspettano. Potrebbe dire una bugia, tacere. Basterebbe una frase, e tutto si spegnerebbe in silenzio.
Guarda le proprie mani.
Mio marito mi ha chiusa nella stanza. Non voleva portarmi qui. Pensava che non fossi adatta a questa gente.
Silenzio. Finissimo, tanto che si sente quasi la neve fuori.
Andrea la cerca con laria di chi non trova più terra sotto i piedi. Non era più un suo problema.
Nina si sfila lanello nuziale.
Senza alcun dramma, lo deposita davanti al suo posto, accanto al bicchiere, sulla tovaglia bianca.
Prendo la mia roba e vado da Tamara. I documenti me li spedirai quando vuoi.
Rivolge un cenno a Semenzato.
Guarisca. Si affidi ai medici, sono saggi.
Caterina le stringe la mano, forte, un attimo. Nina ricambia con un cenno.
Poi esce. Attraversa la sala, in abito verde, borsetta sulla spalla, senza anello.
Nel corridoio incontra Olga.
La cameriera è lì con il carrello, chiaramente ha sentito qualcosa da dietro la porta. Vede Nina, ma non finge nulla.
Come va? chiede Olga.
Bene, sorride Nina. Per poi aggiungere, sorpresa da se stessa: Sai, davvero bene.
Olga la osserva. Poi:
Aspetti qui un secondo.
Torna dopo poco, con un bicchiere di carta fumante.
In cucina cè sempre un po di tè caldo. Prenda.
Nina afferra il bicchiere. Il tè dolce, bollente. Rimane nel corridoio dellalbergo di lusso, a bere da quel bicchiere, e si sente improvvisamente leggera. Come se il peso di anni si fosse appena sciolto.
Che lavoro facevi prima? chiede a Olga.
Un po di tutto, risponde. Cassiera, barista, ora qui. Va bene, la gente cambia sempre.
Ti piaceva il bar?
Sì. Almeno era un lavoro con il cibo, non con le lenzuola.
Nina sorride.
Sai fare dolci? le chiede.
Olga la guarda, sorpresa.
Un po. Mia nonna mi ha insegnato. Pane, torte salate.
Bene, dice Nina, finendo il tè. Poi va a prendere le sue cose.
In camera si prepara in fretta. Una valigia sola. Indossa il cappotto, afferra la borsa. Getta uno sguardo allultimo alla camera: le tende pesanti, il letto con la testata in legno, la toilette su cui sta ancora lorecchino che non ha messo.
Lo prende, infila nella borsa.
Chiama Tamara dallascensore.
Risponde al secondo squillo.
Vieni, ho preparato i ravioli.
Come lo sai?
Ninuzza, ti conosco da quarantanni. Chiami così solo quando devi venire. Arriva.
Nina esce dallHotel Oriente nel freddo della sera torinese. Fuori la neve pulita, luci gialle, atmosfera familiare. Prende un taxi, il tassista non parla, meglio così.
Mentre attraversa la città, Nina non pensa più solamente al forno: lo vede. Vede il locale, il pane fresco, le brioches, il banco vecchio in legno, la luce del mattino, i clienti assonnati che cercano calore e un pezzo di pane.
Lo vede nitido: non un sogno, ma qualcosa che esiste già, solo che devessere ancora vissuto.
***
Otto mesi dopo.
Il forno Il Posto Caldo apre a settembre, in una viuzza tranquilla, non centrale ma neanche periferica. Tamara aveva trovato il locale: ex negozio di fiori, buona la vetrina, lo spazio interno. Il restauro lo organizzano loro: scelgono le piastrelle, il colore dei muri, la vetrina, le mensole in legno (su cui Tamara allinizio aveva dei dubbi, troppo complicate da pulire poi aveva ceduto).
Le ricette, Nina le trae dalla memoria e da un quaderno consunto che la madre aveva cominciato negli anni Sessanta. Pagine ingiallite, calligrafia familiare che ancora, a volte, le stringe il cuore: pane di segale, torte salate, brioches, damigiane di miele per il panforte da cuocere in tre giorni.
Olga arriva un mese dopo quella notte. La chiama lei stessa, trovando il biglietto che Nina le aveva lasciato.
Ho sentito che state aprendo un forno. Non scherzavi col pane, vero?
No, per niente.
Allora credo potrei Se cercate personale
Eccome, risponde Nina.
Olga si rivela ottima lavoratrice e brava fornaia. Racconta che la nonna le ha insegnato: le mani sentono il punto giusto dellimpasto, una conoscenza che passa solo così, da mano a mano.
Con Caterina, la figlia di Semenzato, Nina si rivede a tre mesi da quella notte. È Caterina a cercare lei.
Volevo dirvi grazie, dice. Dire bene, non in fretta.
Non ho fatto niente di che.
Avete tenuto la sua mano, replica Caterina. Mi ha raccontato tutto. Gli è servito sentirsi meno solo.
Si trovano per un caffè; poi un altro. Caterina, che si occupa di amministrazione, è concreta ma buona sotto la scorza ruvida di chi lavora duro.
Il dottor Semenzato esce dallospedale dopo due settimane. I medici dicono che il pronto intervento è stato decisivo: ancora qualche minuto e sarebbe finita peggio. Chiama lui stesso Nina.
Come va con il forno?
Apriamo fra poco.
Quando aprite ditemelo. Io e Caterina veniamo a prendere il primo pane.
Vi aspetto.
E mantengono la parola. Il giorno dellinaugurazione, Semenzato arriva con Caterina. Indossa solo un cappotto, laspetto migliore di quella notte: più roseo, riposato, lo sguardo vivo. Caterina gli regge il braccio, e ne ricava piacere.
Nina li accoglie.
Il pane è appena sfornato, annuncia.
Ottimo, dice lui, il pane caldo è sempre il migliore.
Si siedono accanto alla vetrina. Olga serve pane di segale, brioches, tè. Semenzato assaggia in silenzio, con quella faccia da uomo che gusta qualcosa che davvero gli serve.
Siete felice? chiede infine.
Nina riflette davvero, non per cortesia ma cercando in sé.
Sì, credo di sì.
Credo non basta.
Allora: sì. Senza credo.
Lui annuisce.
Quel giorno il locale è pieno. Nina non se laspettava: la fila arriva in strada. Vicini, conoscenze di Tamara, gente attirata dalla novità. In tre ore finiscono quasi tutto. Devono rifare velocemente impasto e pane.
Olga corre tra forno e banco, con le braccia infarinate ma il sorriso fiero. Tamara alla cassa, chiacchiera con ognuno come al suo solito. Nina impasta.
Al grande tavolo, le mani lavorano da sole, larghe, screpolate. Mani da lavoratrice.
Buone mani, pensò. Mani da pane.
Chissà se Andrea sa del forno. Probabilmente sì: a Torino le voci corrono. Della posizione, nulla da fare. Semenzato aveva preso la decisione giorni prima: Andrea non sarebbe stato nominato, lo avrebbe spiegato poi Caterina, e lepisodio in sala non aveva cambiato niente. Era solo venuto a galla quello che era già scritto.
Nina ci pensava di rado. Non per dolore: per inutilità. Quella vita era chiusa, questa iniziata da capo. Una vita in cui si pensa al pane, allimpasto, alle mani di Olga abili e giovani, ai lazzi di Tamara, a Semenzato che torna ogni due settimane per pane di segale e una brioche, a Caterina che si ferma a chiacchierare a chiusura.
Limpasto era pronto. Nina lo tagliò, lo sistemò in stampi, lo mise nel forno.
Fuori nevicava. La prima neve dellanno: fiocchi grandi, lenti, che coprivano marciapiedi e davanzali.
Si asciugò le mani nel grembiule e andò verso la vetrina.
E là, fuori, dallaltra parte della strada, vide Andrea.
Era fermo sotto una luce gialla, cappotto lungo, senza berretto. Guardava la vetrina di Il Posto Caldo, la luce, la fila di fine pomeriggio.
Lui non la vede, o finge. Lei lo osserva qualche istante. E si accorge che non prova rabbia, né tristezza. Solo una calma strana, addolcita, quella sensazione che si ha davanti a una vecchia foto di qualcuno che non cè più.
Lui resta un minuto. Poi si alza il colletto e sparisce lungo la via, senza voltarsi.
Nina lo segue con lo sguardo. Quando non cè più, torna al forno.
Il pane quasi pronto. Lodore si sparge, riscalda il petto come sempre, da quando è bambina. La mamma cuoceva la domenica, e quellaroma voleva dire: casa, tutto va bene.
Nina Bianchi! la chiama Olga dal banco. Ultime tre pagnotte di oggi?
Ultime, sì. Domattina si riparte.
Domani comincio alle otto.
Io alle sette.
Olga sorride, torna ai clienti.
Tamara si avvicina.
Lhai visto? chiede, sottovoce.
Sì.
E allora?
Nina ci pensa.
Niente. Solo una persona che passa.
Tamara la guarda, poi le stringe la mano. Così. Senza parlare.
Nina la ricambia.
Fuori la neve cade. Nel forno cresce il pane. Olga ride con i clienti. Dentro Il Posto Caldo cè tepore, odore di pane e cannella delle brioches, e il profumo esce in strada, fermando a volte i passanti, che si rianimano un po.
Nina gira la prima pagnotta, bussa sotto: il suono è pieno, perfetto.
Il pane è venuto bene.





