Anna Petrini era seduta su una panchina nel parco dell’ospedale, in lacrime. Oggi compie 80 anni, ma né il figlio né la figlia si sono presentati per farle gli auguri.

Caro diario,

oggi ho compiuto ottanta anni e mi ritrovo seduta su una panchina del giardino del reparto di Bologna, le lacrime scivolano silenziose sul viso. Nessuno è venuto a trovarmi, né il figlio Luca né la figlia Ginevra hanno bussato alla porta per porgermi gli auguri. Solo la compagna di stanza, lEugenia Serafini, mi ha salutata con un sorriso e mi ha lasciato un piccolo pensierino. Anche Marta, la stroista, mi ha offerto una mela rossa in segno di compleanno. La struttura è dignitosa, ma il personale sembra più indifferente di unombra al tramonto.

Tutti sanno che da queste case di riposo i bambini portano gli anziani a finire i loro giorni perché diventano un peso. Luca mi ha detto che mi avrebbe portata a riposare e a curarmi, ma in realtà era solo un modo per liberarsi di me davanti alla nuora, Francesca. Lappartamento era mio, ma Luca ha fatto firmare una donazione con la promessa che avrei vissuto lì come sempre. In realtà, la famiglia si è trasferita nella mia casa, e la convivenza è diventata una guerra silenziosa con Francesca, che non era mai contenta, lasciava il bagno sporco e non rispettava le mie abitudini. Allinizio Luca difendeva, poi si è stancato e ha iniziato a urlare. Ho notato che parlavano sottovoce quando entravo nella stanza, ma subito tacevano.

Una mattina Luca ha iniziato a parlare del mio riposo e di una cura. Guardandolo negli occhi ho chiesto amaramente: «Mi vendi al ricovero, figliolo?». Si è arrossato, ha balbettato e ha risposto col volto colpevole: «Mamma, è solo una clinica. Starai qui un mese e poi tornerai a casa». Mi ha portata, firmato in fretta i documenti e se nè andato di corsa, promettendo un ritorno presto. È tornato una sola volta, con due mele e due arance, ha chiesto come stavo e, senza finire la frase, è sparito di nuovo. Da allora vivrò qui da due anni.

Quando è passato il mese e Luca non è più tornato, ho provato a chiamare il nostro vecchio numero di casa. Ho sentito voci sconosciute: il figlio aveva venduto lappartamento e nessuno sapeva dove fosse. Ho pianto per due notti, sapendo che non avrei più avuto una casa da cui tornare, che il rimorso più grande è stato quello di aver ferito la figlia per il bene di Luca.

Io sono nata in un piccolo borgo di Umbria, ho sposato il mio compagno di scuola, Pietro Bianchi. Abbiamo vissuto in una casa rustica con un piccolo podere: non eravamo ricchi, ma non mancavamo nulla. Un giorno un amico di città è venuto a trovarci e ha raccontato a Pietro le meraviglie della vita urbana, i buoni stipendi e gli appartamenti pronti da abitare. Pietro, incantato, ha deciso di trasferirsi a Milano. Abbiamo venduto tutto, comprato un appartamento, dei mobili moderni e una vecchia Zastava. Fu proprio con quella Zastava che Pietro ebbe un incidente stradale.

Al secondo giorno di ricovero, Pietro è morto. Dopo il funerale, mi sono ritrovata sola con due figli da accudire. Per mettere il pane in tavola dovevo pulire i corridoi dei condomini ogni sera. Speravo che i figli crescessero e mi aiutassero, ma la realtà fu diversa. Luca finì nei guai, dovetti prendere soldi in prestito per non farlo incarcerare e pagai i debiti per due anni. Ginevra, la figlia, si sposò, ebbe un bambino e per un anno tutto sembrò andare bene. Poi Luca si ammalò spesso, mi tolsi dal lavoro per accompagnarlo da mille medici. Finalmente lo individuarono con una malattia rara che si cura solo in un istituto speciale, ma cè una coda infinita.

Mentre Ginevra veniva a trovarlo, il marito labbandonò, lasciandole lappartamento. In ospedale conobbi un vedovo, Roberto, che aveva una figlia affetta della stessa patologia. Ci capimmo subito e cominciammo a vivere insieme. Cinque anni dopo, Roberto si ammalò gravemente e avevo i soldi per una prima rata di un appartamento da dargli. Quando Ginevra mi chiese di usarli per il fratello, mi rifiutai, pensando che il mio figlio avesse più bisogno. Ginevra si offese profondamente, mi disse che non ero più sua madre e che, se avessi avuto difficoltà, non avrebbe dovuto avvicinarsi a me. Da allora, ventanni fa, non ci sentiamo più.

Ginevra, con il figlio guarito, si trasferì al mare con i bambini. Se potessi tornare indietro, avrei fatto le cose diversamente, ma il passato è un libro chiuso.

Stavo lentamente lasciando la panchina del reparto, quando ho sentito una voce: «Mamma!». Il cuore mi ha sobbalzato. Mi sono girata piano piano. Era Ginevra, le gambe un po tremanti, quasi cadeva, ma io lho afferrata. «Ti ho trovato finalmente il fratello non voleva darmi lindirizzo, ma lho minacciato in tribunale perché ha venduto lappartamento illegalmente», mi ha detto, e la sua voce si è calmata.

Ci siamo sedute sul divano del corridoio. «Scusami, mamma, per tutti gli anni di silenzio. Allinizio ero arrabbiata, poi ho rimandato tutto, mi vergognavo. Una settimana fa ti ho sognata, camminavi nei boschi e piangevi. Mi sono alzata, il peso nel cuore era enorme. Ho raccontato tutto al marito, mi ha detto di venire e di perdonarci. Ho cercato lindirizzo del fratello, lho trovato, e sono qui. Vieni con me, andremo insieme nella casa grande sulla spiaggia. Mio marito mi ha ordinato: se la madre sta male, portala da noi».

Mi sono stretta a Ginevra, le lacrime sono scese, ma stavolta erano lacrime di gioia.

«Leggi il nome di tuo padre e di tua madre, così i giorni sulla terra, che Dio ti ha dato, saranno lunghi», ho pensato, mentre il sole di Bologna filtrava tra le tende della casa di riposo.

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Anna Petrini era seduta su una panchina nel parco dell’ospedale, in lacrime. Oggi compie 80 anni, ma né il figlio né la figlia si sono presentati per farle gli auguri.