Rosa Bellini sedeva su una vecchia panchina nel giardino dell’ospedale e piangeva piano. Quel giorno compiva settantanni, ma né il figlio né la figlia erano venuti a trovarla, nessuno le aveva fatto gli auguri. Solo la compagna di stanza, Vittoria Martini, si era ricordata di lei, regalandole una sciarpina lavorata a mano. La signora Clara, uninserviente gentile, le aveva offerto una mela come piccolo omaggio di compleanno. La casa di riposo era dignitosa, ma il personale, salvo poche eccezioni, pareva indifferente.
Era risaputo che in quel luogo ci si ritrovava perché ormai diventati dintralcio ai figli: erano loro, spesso, a insistere perché gli anziani vi fossero sistemati. Anche Rosa era stata portata lì dal figlio, con la scusa di un periodo di riposo e cure, ma in realtà non era più gradita alla nuora.
La casa in cui vivevano era di Rosa, ma il figlio aveva insistito tanto sino a convincerla a firmare la donazione, promettendo che nulla sarebbe cambiato. E invece, subito la famiglia al completo si era trasferita da lei, e con la nuora erano partite le continue discussioni: la cena troppo salata, il bagno con residui dacqua, e mille altri pretesti. Allinizio il figlio prendeva le parti della madre, poi si era stancato e aveva iniziato lui stesso a sbraitare. Rosa si era accorta che tra lui e la nuora cera qualcosa sotto e, quando lei entrava in stanza, subito il silenzio calava.
Una mattina il figlio aveva affrontato il discorso: Mamma, un po di riposo ti farebbe bene, magari qualche settimana in una bella struttura. Rosa laveva guardato negli occhi, con amarezza:
Mi stai mandando in un ospizio, figlio mio?
Lui era arrossito, impacciato:
Ma dai, mamma, è solo un centro benessere, torni presto a casa!
Laveva accompagnata, sbrigato le carte in fretta ed era subito scappato via, promettendo di tornare. Solo una volta si era fatto vivo: aveva portato due mele, due arance, chiesto come stava, nemmeno le aveva lasciato finire di parlare che già era sparito.
Così, Rosa ormai viveva lì da due anni.
Dopo il primo mese, visto che il figlio non veniva, aveva provato a chiamare casa. Avevano risposto degli sconosciuti: lappartamento era stato venduto e di suo figlio nessuna traccia. Rosa aveva pianto un paio di notti, pur sapendo in fondo che non sarebbe più tornata a casa. Quello che la feriva di più era ricordare come, un tempo, avesse scelto il figlio a scapito della figlia, per il suo presunto bene.
Rosa era nata in un paesino della provincia toscana. Si era sposata con Carlo, compagno di scuola, ed erano andati a vivere in una grande casa piena di vita, animali domestici, un orto. Avevano poco, ma non mancava mai il pane sulla tavola. Un giorno, un conoscente del marito venne a trovarli da Firenze: gli raccontò di quanto si vivesse meglio in città, stipendi buoni, casa assicurata dal Comune. Carlo si entusiasmò, la convinse a vendere tutto per cercare fortuna in città.
Arrivarono a Firenze, la casa comunale la ottennero subito, presero alcuni mobili e una Fiat Cinquecento usata. Proprio su quella macchina Carlo fece un incidente. Dopo due giorni di agonia in ospedale, morì. Rosa rimase sola, con due bambini piccoli. Per sopravvivere puliva le scale dei condomini la sera.
Sperava che, crescendo, i figli le sarebbero stati vicini. Invece
Il figlio si cacciò in un brutto guaio, lei dovette chiedere soldi in prestito per salvarlo, passò anni a restituire il debito. Poi la figlia, Lucia, si sposò e ebbe un bambino. Il piccolo, dopo un anno, iniziò a star male spesso, e Lucia dovette lasciare il lavoro per portarlo continuamente tra i medici, i quali per molto tempo non capivano il suo male. Alla fine trovarono la diagnosi in un istituto a Milano, con una lista dattesa infinita.
Durante quei mesi in ospedale, Lucia conobbe un vedovo che aveva vissuto, con sua figlia, una situazione simile. Si piacquero e presto si misero insieme. Dopo circa cinque anni, però, luomo si ammalò gravemente e servivano soldi per unoperazione costosa. Rosa aveva risparmiato qualcosa, pensava di aiutarci il figlio per pagare il suo anticipo per una casa. Quando Lucia glieli chiese, Rosa esitò: pensò che fossero più utili al figlio.
Lucia si sentì tradita. La salutò freddamente, dicendo che per lei non era più una madre, e se un giorno avesse avuto bisogno, non doveva rivolgersi a lei.
E così passarono ventanni senza parlarsi.
Lucia riuscì comunque a curare il marito e, con i figli, si trasferirono in una città sulla costa ligure. Se Rosa avesse potuto, avrebbe cambiato tutto, ma ciò che è passato non torna più.
Rosa si alzò piano dalla panchina, si incamminò verso il portone della casa di riposo. Allimprovviso sentì:
Mamma!
Il cuore mancò un battito. Si voltò, tremante. Era Lucia. Le gambe quasi le cedevano, ma la figlia la raggiunse e la sorresse.
Finalmente ti trovo … Tuo fratello non voleva darmi lindirizzo. Ho dovuto minacciarlo di denunciarlo per la vendita illegale della casa, e improvvisamente si è ammutolito…
Entrarono insieme e si sedettero su una poltrona nellatrio.
Perdonami, mamma, per tutto questo silenzio. Allinizio ero arrabbiata, poi passavano gli anni e la vergogna mi frenava. Ma una settimana fa ti ho sognata: eri sola, camminavi nel bosco e piangevi. Mi sono svegliata con un peso enorme sul cuore. Lho raccontato al mio compagno e lui mi ha detto: Vai, vai e fai pace con tua madre. Sono venuta a cercarti, ma in casa cerano estranei. Ho cercato ancora fino a trovare questo indirizzo. Ora sono qui. Prepara le tue cose, vieni a vivere con noi. Sai che casa abbiamo? Grande, vicino al mare. E mio marito dice sempre: se tua madre sta male, la porti qui da noi.
Rosa si strinse, piangendo di gratitudine, sulla spalla della figlia. Ma questa volta erano lacrime di gioia.
Onora il padre e la madre, perché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo Dio ti dà.






