Caro diario,
Oggi è il mio settantesimo compleanno. Non avrei mai pensato di trascorrerlo così, seduta sulla panchina del giardino della casa di riposo qui a Firenze, con le lacrime che continuano a scendere sulle guance. Né mio figlio né mia figlia sono venuti, nessuno ha chiamato, nessun messaggio di auguri. Solo la mia compagna di stanza, Eugenia, si è ricordata del giorno: mi ha regalato un piccolo scialle di lana e abbiamo chiacchierato un po. Anche Laura, linserviente, è passata e mi ha offerto una mela per festeggiare. Il personale è gentile, ma distante. In fondo, lo sappiamo tutti: qui ci portano i figli quando diventiamo un peso per le loro vite.
Anche mio figlio mi ha portato qui. Diceva che era per farmi riposare un po e curarmi meglio, ma in realtà ormai davo fastidio a sua moglie. Lappartamento era mio, ma poi mi convinse a intestarglielo: “Mamma, vivrai sempre con noi, niente cambierà”, mi aveva detto mentre mi passava quei fogli da firmare. Mi sono fidata. Sono stati poco i giorni sereni: tutta la sua famiglia si è trasferita subito da me e con mia nuora è iniziato un continuo brontolio. Qualsiasi cosa facessi non andava mai bene: pulivo poco, cucinavo male, lasciavo i capelli nella doccia Mio figlio allinizio mi difendeva, poi si è arreso, e ha iniziato anche lui a sgridarmi.
Ho capito che tramavano qualcosa quando li trovavo a parlare sottovoce e poi, appena entravo, si azzittivano. Una mattina, infine, mi disse che avrei dovuto andare a riposarmi un po in un bel posto fuori città. Lho guardato negli occhi e, con il cuore in gola, ho domandato:
Mi vuoi portare in una casa di riposo, Matteo?
Lui mi ha evitato lo sguardo, muovendosi nervosamente:
Ma no, mamma! È solo un residence, starai lì per un mese e poi torni a casa.
Mi ha accompagnata qui, ha compilato i moduli e se nè andato di fretta, giurandomi che sarebbe tornato presto. Dopo pochi giorni si è fatto vedere: ha portato due mele e due arance, ha rivolto due domande distratte e senza neppure ascoltare la risposta è subito scappato via.
Ed è così che eccomi qui, ormai da quasi due anni.
Dopo un mese, vedendo che non veniva, ho provato a telefonare a casa. Mi ha risposto una voce sconosciuta: la casa era stata venduta. Matteo e la sua famiglia si erano trasferiti chissà dove. Ho pianto per due notti, ma a che serve piangere ancora? Dentro di me sapevo che non sarei più tornata a casa. E a ferirmi di più era il ricordo di come, per aiutare mio figlio, avevo fatto soffrire mia figlia.
Io sono nata in un piccolo paese tra le colline del Chianti. Lì ho sposato il mio compagno dinfanzia, Pietro. Avevamo una bella casa piena di vita, un pezzo di terra, qualche gallina. Non cera molto, ma di fame non ne abbiamo mai patita. Poi il cugino di Pietro, venuto in visita da Milano, gli raccontò che in città la vita era più facile: buoni stipendi, casa assegnata subito. Pietro si convinse, vendemmo tutto e ci trasferimmo. In effetti, ci diedero un appartamento e una vecchia Fiat 127. Proprio con quella macchina Pietro ebbe lincidente. Dopo due giorni in ospedale non si risvegliò più, e rimasi sola con due bambini piccoli. Per mantenerli ho fatto le pulizie nei condomini fino a sera, sperando che almeno da grandi potessero aiutarmi.
Le cose però non andarono come speravo. Matteo si mise in un brutto giro, dovetti prendere in prestito dei soldi per salvarlo dai guai e ci vollero due anni per ripagare i debiti. Poi la mia Daria, mia figlia, si sposò e nacque un nipotino. Allinizio sembrava andasse tutto bene, ma poi il bambino cominciò ad ammalarsi spesso. Daria dovette lasciare il lavoro e passare ospedali su ospedali. I medici, per mesi, non riuscivano a trovare una diagnosi. Alla fine scoprirono che era una malattia rara, curabile solo in una clinica di Roma dove però la lista dattesa era chilometrica.
In una di quelle volte in ospedale, Daria conobbe un vedovo la cui bambina aveva la stessa malattia. Si innamorarono e iniziarono a vivere insieme. Dopo alcuni anni, anche lui si ammalò e servivano soldi per operarlo. Io avevo dei risparmi, volevo darli a Matteo per lanticipo di una nuova casa. Quando Daria me li chiese, non me la sentii di aiutare “uno sconosciuto”: pensavo che a mio figlio sarebbero serviti di più. Rifiutai. Daria ci rimase malissimo. Disse solo che non voleva più saperne di me e che, nel momento del bisogno, non dovevo contare su di lei. Da allora, sono passati ventanni senza sentirci.
Daria riuscì a far guarire suo marito e si trasferirono tutti insieme con i figli verso la Liguria, vicino al mare. Sai, diario, se potessi tornare indietro prenderei altre decisioni. Ma la vita non dà indietro il passato, ti resta solo da vivere con ciò che hai.
Oggi, tornando verso la casa di riposo con il cuore pesante, ho sentito una voce alle mie spalle:
Mamma!
Il cuore mi è balzato in gola. Mi sono voltata lentamente. Era lei. Daria. Le gambe mi hanno ceduto, ma lei è corsa a sorreggermi, mentre le lacrime mi riempivano gli occhi.
Finalmente ti ho trovata… Matteo non voleva darmi lindirizzo, ma lho minacciato di denunciarlo per quella vendita illegale della casa e allora si è zittito.
Ci siamo sedute sul divano nellatrio. Daria aveva lo sguardo serio ma affettuoso.
Perdonami, mamma, per tutti questi anni di silenzio. Allinizio ero arrabbiata, poi il tempo passava e mi vergognavo sempre di più. Una settimana fa ti ho sognata: mi pareva che tu vagassi per i boschi piangendo.
Mi sono svegliata con una tristezza inspiegabile. Ne ho parlato a mio marito e lui mi ha detto: “Vai, tua madre ti aspetta”. Sono andata a cercarti, ma allindirizzo vecchio cerano persone nuove. Ho cercato il contatto di Matteo, lho trovato, e ora sono qui. Preparati, torni a casa con me. Sai che casa abbiamo? Una villa grande sulla costa. E mio marito mi ha detto: “Se tua madre sta male, deve venire a vivere con noi”.
Io, stretta a mia figlia, ho ricominciato a piangere. Ma stavolta erano lacrime di felicità.
Onora tuo padre e tua madre, così la tua vita sarà lunga e felice sulla terra che il Signore, tuo Dio, ti ha donato.




