Quando il postino smise di salire le scale e cominciò a lasciare i giornali e le buste al pianerottolo, Anna Bianchi si irritò per primi. Poi, con un sospiro, si rassegnò. Da quel giorno il suo risveglio iniziava con la discesa nella buia corsia, le mani premute sui corrimano freschi, e uno sguardo al vecchio sportello verde con la sportella sporgente.
Lo sportello, rimasto comera dagli anni 80, era scrostato di vernice, con il numero 12 storto e una cerniera che gemeva ad ogni apertura. Anna temeva ogni volta che potesse staccarsi del tutto, lasciandola senza modo di ricevere le lettere di Ginevra.
Le lettere arrivavano a intermittenza: una volta alla settimana, unaltra al mese, ma sempre. Un piccolo francobollo, una calligrafia inclinata, un leggero profumo di profumo a basso costo. Anna tornava su, accendeva il bollitore, si sedeva al tavolo e apriva la busta lungo la piega, per non strappare la carta.
Ginevra viveva in unaltra città, a mille chilometri di distanza, nella zona di Firenze. Un tempo avevano condiviso una stanza nel dormitorio della facoltà di medicina, studiando lanatomia a lungo, mangiandosi a vicenda una sola scatola di tonno. Poi Ginevra si sposò, iniziò una famiglia; Anna trovò lavoro in una clinica comunale, un matrimonio tardivo e una figlia. Si separarono fisicamente, ma non emotivamente. Le lettere erano il filo sottile che le univa.
Ginevra scriveva del giardino di campagna, della vicina che di nuovo piantò i pomodori sbagliati, del figlio che non riusciva a lasciarsi alle spalle una moglie sempre scontenta. Parlava della pressione che salta come una capra e delle nuove pillole prescritte dal medico. Tra le righe si percepiva la Ginevra di un tempo: spensierata, testarda, un po pungente.
Anna rispondeva di sera, quando la casa si faceva silenziosa. La figlia viveva indipendente, il nipote arrivava nei weekend. Nei giorni feriali cera solo il ticchettio dellorologio, il brusio dellascensore dietro il muro e la penna che frusciava sulla carta. Raccontava della clinica dove faceva il turno da terapista, dei vicini che litigavano per i posti auto, del nipote, ora informatico, che non spiegava mai nulla.
Amava il rituale: stendere un foglio pulito, livellarlo, immaginare la settimana, decidere cosa condividere con Ginevra e cosa tenere per sé. La lettera era il piccolo bilancio serale. Scriveva con lentezza, leggendo ogni parola come se sentisse la voce di Ginevra che la leggeva.
Una mattina, il nipote, Sergio, entrò con una scatola in mano.
Nonna, disse, tirando fuori dal cartone un nuovo telefono, basta con quel tuo cellulare a pulsanti. È ora di entrare nel ventunesimo secolo.
E io cosa, vivo nel diciannovesimo? replicò Anna, ma prese il dispositivo. Era sottile, pesante, di vetro. Anche solo tenerlo le provocava timore: un passo falso e la borsa di studio di Sergio sarebbe sparita.
È semplice, guarda. Sergio sfiorò lo schermo, che si illuminò di quadratini luminosi. Questo è un messenger. Puoi scrivere, inviare foto, persino parlare.
E la posta? Anna sorrise, ma i suoi occhi tradirono curiosità.
La posta è buona quando ti arriva una cartolina da Capri. Ma qui puoi parlare con Ginevra ogni giorno.
Sergio già conosceva Ginevra; Anna a volte le leggeva ad alta voce qualche frammento delle sue lettere. Il ragazzo rise: «Che amica fantastica hai». Decise allora di aiutare anche Ginevra.
Ginevra però Anna cercò le parole, non usa il telefono. Ha ancora quello a pulsanti. Lha detto.
Ha una nipote?
Sì, Vittoria, studentessa.
Allora, risolviamo. Scrivile una lettera, chiedi a Vittoria di aiutarla, e io sistemo il resto.
Sergio posò il telefono sul tavolo, lo collegò alla corrente, digitò qualche dato. Anna osservava lo schermo illuminarsi, le barre di caricamento scorrere. Si sentiva stupida e allo stesso tempo eccitata.
Quella sera si sedette al tavolo, ma accanto al foglio cera il nuovo telefono, che brillucciava silenzioso mostrando ora e meteo. Prese la busta, scrisse lindirizzo di Ginevra, e, dopo un attimo, aggiunse: «Ginevra, Sergio mi ha regalato questo telefono, dice che così possiamo mandare le lettere anche da qui. Se Vittoria ti può aiutare, fammelo sapere. Sono ormai una gatta anziana».
Sigillò la busta, la posò sul tavolo, e il giorno dopo la depositò non nello sportello verde ma nella grande cassetta postale del condominio, quella con la fessura per le lettere.
Due settimane dopo arrivò la risposta. Ginevra scriveva: «Sei indietro, ma io sono ancora più indietro. Vittoria ride, dice che tutto è possibile. Sono venuta a trovarti, mi ha mostrato sul suo telefono come si fa. Allora, cara Anna, sorprendimi. Vittoria ha promesso che, appena arriverò a Firenze, sistemerà il tutto. Ti scriverò messaggi, come i giovani».
Anna rise, percependo lo stesso slancio di Ginevra, quella che una volta imparava a guidare la moto del suo ex marito.
Un mese dopo Sergio tornò, si sedette accanto e iniziò a mostrare pazientemente come cliccare, dove guardare.
Ecco, è la chat. Iniziamo aggiungendo me, facciamo una prova.
Digitò due frasi, il telefono tintinnò, lo schermo sfarfallò. Anna sobbalzò.
Non temere, è solo una notifica. Premi qui.
Premette, apparvero le parole: «Ciao nonna! È una prova». Sotto cera una riga vuota.
Scrivi qui la risposta, disse Sergio. Premi queste lettere.
Le dita di Anna tremavano. Scrisse lentamente: «Ciao. Vedo». Ma al posto di «vedo» uscì «veho». Sergio rise, poi corretto.
Nessun problema. Ecco come si fa.
Quella sera Anna aprì la chat da sola, digitò una frase breve, la inviò. I messaggi vocali la spaventavano, ma Sergio le assicurò che avrebbero servito più tardi.
Allinizio dellautunno Ginevra apparve nel messenger con un messaggio da un numero sconosciuto: «Anna, sono io. Vittoria ha sistemato tutto. Saluti dalla nostra palude».
Anna rimase a fissare quelle parole. Sembrava che Ginevra fosse lì, non a mille chilometri, ma dietro la porta.
Scrisse: «Ginevra! Ti vedo, ti leggo. Come stai?», e inviò, trattenendo il respiro.
La risposta arrivò in un minuto. Inusuale, veloce.
«Vivo. La pressione è capricciosa, ma non ho paura. Tu? Sergio ti sta tormentando con i suoi progressi?»
Anna rise, raccontò di Sergio, della clinica, della vicina che ancora litigava con lamministratore. Le dita si inceppavano, le parole talvolta si intrecciavano, ma Ginevra capiva. Alla fine di ogni frase Ginevra aggiungeva unemoji: un cerchio giallo sorridente.
È unemoji, spiegò Sergio, sbirciando da dietro, tipo un sorriso.
Anna annuì, decise di non usarle. Sembrava una lingua straniera. Ma a volte, quando Ginevra mandava una battuta pungente, la mano cercava comunque quel piccolo volto sorridente.
La corrispondenza divenne vivace. Di mattina Anna controllava il telefono come il vecchio sportello, a pranzo, fra una visita e laltra, lanciava occhiate furtive allo schermo, alla sera scambiavano decine di frasi brevi.
La rapidità era strana: gioiosa e inquietante. Quello che prima prendeva settimane ora si riduceva a poche righe. Anna non se ne accorse, prima di aver già inviato un messaggio.
Un giorno Ginevra scrisse: «Immagina, il vicino del mio giardino mi fa lavvicinare. Un vecchio buffone, ma ancora con gli occhi vivaci. Ieri è venuto con delle mele, mi ha detto di prendere un tè insieme. Io ho risposto: la pressione, non posso agitarmi».
Anna si accigliò, ricordando le lamentele di Ginevra sulla solitudine, sui vedovi che «cercano una badante gratis». Scrisse: «Stai attenta a non fargli prendere il collo. Dopo non si stacca più. Sono tutti così», e inviò senza rileggere.
La risposta fu quasi immediata: «Grazie per pensare a tutti gli uomini over 70. Io mi occuperò da sola».
Anna sentì qualcosa pungere dentro. Voleva scrivere: «Mi preoccupo», ma si trattenne. La schermata mostrava lultimo messaggio di Ginevra, senza emoji.
Quella sera un nuovo messaggio: «Sembri felice che io non riesca a fare nulla. Che ti piaccia scrivermi in vecchiaia e non fare nulla».
Anna sentì il fuoco salire. Posò il telefono, andò in cucina, si versò una tazza di tè. Il pensiero rimbombava nella testa. Tornò al tavolo, aprì la chat, le dita tremavano. Scrisse: «Hai ragione. Ti ho paura. So come amano le persone essere nutrite e poi andarsene. Ne ho visto di simili al lavoro».
Nessuna risposta. Neanche un minuto, né unora. Il telefono rimaneva zitto, tranne per le notifiche di altri contatti.
Di notte Anna si svegliò più volte, accese lo schermo, guardò il vuoto della chat. Al mattino tornò alla clinica, ma i pensieri tornavano al silenzio di Ginevra.
Il telefono vibrò di nuovo: era Sergio. «Nonna, come va? Hai ancora il telefono?»
Anna rispose brevemente: «Tutto bene, al lavoro. Dopo ti chiamo». Nessuna risposta da Ginevra.
Il terzo giorno Anna non ne poté più e compose il numero di Ginevra. Lunga suoneria, nessuno rispondeva. Riattaccò, provò di nuovo. Stesso silenzio.
«Forse è in campagna, senza segnale», cercò di consolarsi, ma lansia cresceva.
Quella sera, quasi pronta a scrivere una lunga lettera di scuse, comparve una notifica. Un nuovo messaggio vocale.
Anna esitò, premé il triangolo. Un fruscio, poi la voce di Vittoria, la nipote di Ginevra.
Buongiorno, sono Vittoria. La nonna è in ospedale, ha avuto un infarto. Ora è in terapia intensiva, ma sta meglio. Ho trovato il suo numero sul telefono. Ha chiesto di dirti che non è arrabbiata. Scriverà appena potrà. Scusa per il messaggio registrato, sono tra i reparti e non posso parlare molto.
La voce si spezzò, la registrazione si interruppe.
Anna rimase immobile finché la voce di Vittoria non cessò. Poi andò in armadio, trovò una vecchia cartella di lettere, ne estrasse una pulita, si sedette al tavolo e scrisse: «Cara Ginevra»
Scrisse a lungo, raccontando la paura quando smise di rispondere, la stupidità della lite, che nessun uomo valesse tanto da spezzare unamicizia di decenni, che fosse felice di bere tè con chiunque, purché fosse al sicuro. Non parlò dei propri timori, solo di quanto volesse che Ginevra fosse bene.
Il foglio divenne spesso. Lo chiuse, lo indirizzò, scese e lo lasciò nella fessura della cassetta postale del condominio.
Il giorno dopo mandò un messaggio a Vittoria, timorosa di disturbare: «Ciao Vittoria, ho inviato la lettera. Come sta la nonna?»
La risposta arrivò dopo qualche ora: «Sta meglio. Lhanno spostata in una stanza. È un po irritata per il cibo, ma è un segno positivo. Ho letto il tuo messaggio, ha pianto e poi ha sorriso. Ha detto che sei testarda ma buona. Scriverà appena potrà».
Anna sorrise tra le lacrime. Testarda, ma buona. Quasi un complimento.
I giorni trascorrevano. Andava al lavoro, la sera guardava le notizie, a volte chiamava la figlia. Il telefono rimaneva accanto, come una piccola finestra verso lamica. A volte discutevano di sottaceti, a volte di politica. Un giorno Ginevra inviò una foto del suo vicino: un uomo anziano con il cappello di lana, una busta di mele in mano.
Ecco leroe del nostro romanzo, commentò.
Anna osservò la foto. Luomo sembrava stanco ma gentile. Scrisse: «Speriamo non sia avaro».
Ginevra rispose: «Ah, chi lo dice? Era un tempo noi due a dividere una lattina di tonno e a contare chi prendeva più pezzi».
Anna rise, ricordando quella notte nel dormitorio, a mangiare tonno e a parlare del futuro a settanta anni. Ora erano settanta. Ogni una nella sua casa, con telefono e buste. Il mondo era cambiato, ma il filo rimaneva.
Una sera, con la lampada sotto il mobile accesa, il telefono vibrò. Ginevra scrisse: «Anna, se non ci sarò più, non leggere il mio telefono per curiosità, ok? Solo pressioni e mele. Ma sul serio Grazie per esserci sempre. Anche quando mi fai arrabbiare».
Anna rimase a fissare quelle parole. Scrisse lentamente: «Non leggerò. E ti chiedo, se non sarò più, non rileggere le mie vecchie lettere per cercare colpe. Ricorda solo che ti ho voluta bene. E irritarti è il mio lavoro».
Inviò, e sentì il cuore alleggerirsi. Una risposta arrivò dopo dieci minuti: «Daccordo».
Anna posò il telefono, si avvicinò alla finestra. Fuori, i lampioni illuminavano il cortile, pochi passanti correvano a casa. In fondo, la cassetta postale era ormai al buio. Sapeva che domani sarebbe tornata a depositare una busta, e la sera avrebbe guardato lo schermo, aspettando un «dove sei?» o un lungo messaggio vocale.
Il mondo era più complesso. Non si poteva più nascondere dietro la lentezza della posta, né dietro la distanza. Le parole volavano veloci e talvolta ferivano. Ma il sostegno arrivava altrettanto rapido. Bastava scrivere: «Oggi sono triste», e in un minuto compariva: «Piangi contro il governo, è sempre utile».
Sorrise, ricordando quella conversazione, e tornò al tavolo. Sul tovagliolo cera un foglio bianco, accanto al telefono. Prese la penna, poi il cellulare, e scrisse a Ginevra: «Ti mando una lettera. Non curiosareCon un sorriso dolce e gli occhi lucidi, Anna chiuse la busta, posò il telefono sul tavolo e, mentre il tramonto colorava la finestra, sussurrò al vento che lamicizia, come un filo di seta, resisteva al tempo e alle distanze.






