— Apri lo zaino adesso! Nelle stanze si vede chiar tutto, non puoi più nasconderti! Tira fuori tutto!

Apri lo zaino, subito! Le telecamere vedono tutto, non ti sfugge! Tira fuori tutto!

Le parole tagliano laria. Nel capannone della fabbrica di scarpe di Milano, le macchine si fermano bruscamente. La supervisore, signora Ricci, sta con le braccia incrociate, lo sguardo gelido fissato su Marta, una donna esile con occhi grandi e stanchi. Intorno cè lodore di pelle conciata, di adesivo e di inverno.

Marta stringe lo zaino al petto come a un bambino, poi scuote la testa.

Per favore

Le telecamere vedono tutto, dice la signora Ricci, senza alzare la voce. Tira fuori tutto.

Le dita di Marta tremano mentre apre la cerniera. Esce un panino incartato, un paio di calzini spessi, il libretto degli scontrini e, infine, un paio di piccole scarponcine: pelle camosciata, fodera in pelliccia, due stelle dargento ai lati. Una bellezza invernale.

Per chi? chiede la supervisore, più piano.

Marta ingoia a denti stretti.

Per Ginevra, la mia bambina. Indossa scarpe rotte. Le gelano i piedini.

Perché non hai chiesto un anticipo?

Perché non ho più nessuno a cui dare garanzia. Nessuno da chiamare. Sono sola. Il padre è partito.

Nel reparto qualcuno tossisce. Una collega fa un passo avanti, poi si ferma. La signora Ricci prende le scarponcine in mano, le accarezza sulle cuciture, tira la cerniera. Sono perfette prodotto suo, lavoro loro. Solo allora nota: sul tallone Marta ha scritto con la penna il numero 29 la misura di Ginevra.

Ti licenzio per furto, lo sai, vero?

Marta annuisce, senza piangere. La vergogna non fa rumore.

Per favore concedetemi solo un giorno. Domani è la vigilia di San Nicola.

Non negozio taglia la supervisore. Vai a casa. Io ti telefono.

Marta esce barcollando, come se la porta lavesse spinta fuori. Il capannone riprende la sua frenesia.

Di sera, nel suo ufficio, la signora Ricci rivede le registrazioni. Vede tutto: come Marta ha fissato per minuti le scarponcine, le ha sollevate verso la luce per vedere la pelliccia; come le ha accostate al tallone per un attimo; come le ha infilate nello zaino, tremante, come se mettesse dentro un barlume di speranza.

Sul tavolo, accanto al tè dimenticato, cè un taccuino con appunti: bonus di Natale, buoni da 20 euro, premi. Solo numeri. Niente sul freddo delle scarpe di un bambino.

Prende il telefono, cerca lindirizzo di Marta tra i fascicoli dei dipendenti e lo annota su un foglio. Poi si alza. Entra in magazzino, sceglie un nuovo paio di scarponcine stessa misura, stessa pelliccia chiede alle ragazze dellimballaggio di legare un fiocco rosso e parte.

La neve comincia a cadere leggera. Lappartamento di Marta, nel quartiere antico, ha le scale buie e fredde. La signora Ricci sale al terzo piano, con la scatola in braccio. Bussa.

Le apre una bambina con due trecce disordinate. Ginevra. Indossa un pigiama sottile e calzini spaiati.

La mamma non è è al negozio a prendere il pane.

Allora entro un minuto, se mi lasciate, sorride la supervisore.

Nel corridoio fa caldo per il forno, ma laria puzza di povertà cruda e di preoccupazione. Sul tavolo cè un vecchio disegno di una scarpa piena di arance colorate a pastello forse un segno per Babbo Natale.

Come ti chiami?

Ginevra. E Lei?

Io sono unamica del lavoro della mamma.

La signora Ricci posa la scatola sul tavolo.

Ginevra, sai chi viene stasera?

Babbo Natale. Ma credo abbia sbagliato indirizzo lanno scorso. È passato da noi e non ha trovato nulla al davanzale. Forse va dalla vicina Lei ha una finestra più grande.

Babbo Natale non sbaglia dice la responsabile, con un nodo alla gola. A volte si perde tra le preoccupazioni della gente. Ma quando trova un cuore coraggioso, non lo dimentica più.

Apre la scatola. Le scarponcine illuminano la stanza come una lampada calda. Ginevra porta la mano alla bocca.

Per me?

Per te. Per tenere i piedi al caldo e la testa alta.

La bambina accarezza la pelliccia e, senza esitazione, la abbraccia. È quellabbraccio che i bambini danno quando riconoscono la bontà.

La porta si riapre: è Marta, le guance rosse per il freddo. Quando vede la supervisore, si ferma.

Signora mi dispiace. Domani porto le scarpe

Non portare più niente dice lentamente la signora Ricci. Queste sono per Ginevra.

Me ne vado, lo so

Non vai da nessuna parte. Domani torni in ufficio. Facciamo un piano. Un anticipo fisso per linverno, orario più corto così puoi portare tua figlia a scuola, e una lista di chi chiamare se ti serve ancora. In fabbrica preparo una scatola di solidarietà La Buona Suola.

Per chiunque cammini su inverni difficili.

Marta scuote la testa, senza sapere come sostenere con i piedi parole così pesanti. Vuole dire grazie, ma gli occhi le si riempiono.

Perché?

Perché non voglio gestire una fabbrica di scarpe. Voglio tenere la gente in piedi, non solo fare stivali. E oggi ho imparato questa lezione dalla tua bambina.

Ginevra passa le dita sulla pelliccia delle nuove scarponcine.

Giù per le scale si sente un vicino sbattere una porta, il vento sibila intorno alle scarpe, la neve fa il suo passo più intenso. In cucina, la zuppa comincia a profumare di casa.

La signora Ricci esce nella notte con il cuore leggero.

Il giorno dopo, nel reparto, i dipendenti trovano una grande scatola con unetichetta scritta a mano: La Buona Suola per i nostri inverni.

Dentro ci sono calzini spessi, guanti, buoni pasto donati, scarponcine. Le ragazze si guardano e sorridono.

In quel magazzino, col profumo di pelle e di colla, qualcosa è cambiato dentro, come una nuova fodera. E, per la prima volta dopo tanto tempo, linverno sembra solo una stagione, non una condanna.

A volte, tra furto e grido daiuto cè solo la suola di un bambino. Quando scegli di ascoltare prima di giudicare, non salvi solo un lavoro, ma salvi il cammino di qualcuno nel mondo.

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