Aspetta ancora un po’, Mamma!

12 aprile La casa è un vero teatro di urla. Lorenzo, il nostro ragazzo di dieci anni, è in piedi nel salotto, le mani strette a pugno, mentre grida: Papà! Dove sei? Papà, vieni subito! La sua voce mi trafigge come una scheggia, il suono risuona nella mia testa. Io, Marco Rossi, torno dal lavoro solo tra unora, ma lui non vuole aspettare.

Gina, la moglie, cerca di calmarlo: Papà è ancora al lavoro, arriverà tra poco, tesoro, rilassati. Ma Lorenzo è un turbine di rabbia. Non voglio parlare con te! Sei cattiva! Voglio solo papà! sbotta, colpendo il pavimento con il piede. Vedo le lacrime che gli gonfiano la gola e mi sento impotente. Per anni ho lavorato da casa, passando ogni minuto con loro: gite allo zoo, musei di Firenze, passeggiate al Lungomare, letture della buonanotte. Ho sacrificato le ore in ufficio perché volevo essere presente. Eppure adesso il suo sguardo è rivolto altrove.

Unaltra ondata di parole taglienti scoppia: Non ti voglio più! Sono stanco di te! Gina si copre la bocca con la mano, trattenendo le lacrime, ma il dolore le appare sul viso. Marco, per favore, smettila di urlare. Papà torna presto, prova a dire, ma la voce le trema.

Il telefono squilla bruscamente, interrompendo la scena. Lorenzo afferra il dispositivo dalle mani di Gina e grida al ricevitore: Papà! Papà! senza nemmeno guardare lo schermo. È la mia voce, più calda del solito, a rispondere: Ciao, figliolo! Come va?
Papà, mi manchi tantissimo! Quando torni? Lorenzo, con gli occhi che si illuminano, sussurra: Mamma è stanca di me, aspetta il papà. Io, con un sorriso forzato, gli dico: Sono in ritardo al lavoro, ancora un paio dore. Tieni duro, piccolino. Le parole tieni duro rimangono impresse nella mente di Gina, come se fossero un peso da sopportare.

Luca, il nostro figlio, si mette a sorridere e a saltellare di gioia. Gina si ritira nella camera, chiude la porta con delicatezza e crolla sul letto, le lacrime scivolano senza freno. Si chiede perché né io né il figlio la apprezzino. Si sente un ostacolo da tollerare. Sente il peso di unaspettativa non corrisposta.

Verso le venti, il mio turno di rientrare. Lavoro in una grande società di Milano, lultimo evento aziendale mi ha trattenuto fino a tarda notte. Quando arrivo, la casa è silenziosa. Un odore di caffè freddo aleggia nella cucina, e Lorenzo è già a letto. Gina, con gli occhi gonfi, mi accoglie nel corridoio, le mani incrociate sul petto. Sapevi che Lorenzo ti aspetta ogni giorno? Come puoi tardare così? ribatte con una voce carica di rabbia trattenuta.

Tutto è per il lavoro, rispondo, appoggiando la giacca sul gancio. Non è una scusa, ma devo mantenere la famiglia. Gina alza la voce: Il tuo lavoro è più importante del nostro bambino? Non ti curi dei suoi bisogni emotivi? La discussione sale di tono, ma cerco di non svegliare Lorenzo.

La notte cade. Dopo mezzanotte, apro la porta dingresso e trovi Gina nella hall, i suoi occhi fissi su di me. Marco, ti prego, non farlo più. Lorenzo ha bisogno di te. Le parole mi colpiscono, ma rimango impassibile. Vado a letto, ci vediamo domani. Lei si allontana, la tensione resta nellaria.

Il mattino seguente, al tavolo della colazione, Lorenzo racconta a me della lezione di matematica difficile che ha risolto da solo. Mamma ti ha aiutato? chiedo, scherzando. No, lho fatto da solo, risponde. Provo a intervenire: Mostrami il problema, Lorenzo, sono curioso. Lui continua a parlare solo con me, come se io fossi lunico a contare.

Le settimane si susseguono nello stesso ciclo: urla, richieste di papà, ignoranza verso Gina, io che torno tardi dal lavoro e lei che si sente invisibile. Un giorno, Lorenzo sbatte i giocattoli a terra, rifiutando di ascoltare la madre. Sentii la sua voce spezzarsi: Non ti ascolterò più, voglio solo papà. In quel momento, qualcosa in me si spezzò.

Decisi allora di parlare con Gina: Voglio il divorzio. Lei mi guardò sconvolta. E dove andrai? Non hai una casa, i tuoi genitori vivono a Napoli. Io risposi: Sì, ma la casa è tua. In tribunale chiederò che Lorenzo rimanga con me. Il suo volto divenne pallido.

Il giudice, dopo aver ascoltato Lorenzo, ha deciso: Il bambino desidera vivere con il padre, il padre ha un reddito più elevato e una casa stabile, quindi la custodia è affidata al padre. Le parole mi trafissero il cuore. Gina, con gli occhi pieni di lacrime, ha accettato di pagare gli alimenti e di venirci a trovare di tanto in tanto.

Dopo il divorzio, ho affittato un piccolo monolocale di venti metri quadrati in zona Navigli. È il mio spazio, il mio rifugio. La prima sera ho pianto, ma ho anche sentito una forza nuova. Lorenzo mi visita una volta ogni due settimane; a volte mi accusa: È colpa tua se la nostra famiglia è rotta! Eppure, ogni volta, gli rispondo con calma, cercando di ricostruire un legame.

Il tempo passa. Dopo cinque anni, Lorenzo è cresciuto, più maturo. Un giorno mi dice: Mamma, ho sbagliato. Capisco che ti ho ferita. Lo abbraccio, sentendo la familiarità di un gesto daltri tempi. Va bene, gli dico, spero che i tuoi figli non ti facciano lo stesso.

Ho ricostruito la mia vita: un lavoro che mi soddisfa, un appartamento accogliente, amici come Irene che mi chiamano spesso. Valentina Bianchi, la madre di Gina, mi critica ancora: Come hai potuto lasciare tuo figlio a Marco? Io rispondo: Lorenzo ha scelto con chi stare, e io rispetto la sua decisione.

Guardando indietro, capisco che la vita mi ha insegnato una lezione importante: non basta essere presente fisicamente; bisogna esserlo emotivamente, ascoltare, condividere il peso dei piccoli momenti. La vera forza non sta nel sopportare le urla o nel custodire i rimpianti, ma nel riconoscere il valore di sé stessi e nel non permettere che gli altri definiscano la nostra dignità. Questo è il mio appunto di oggi, un promemoria per non dimenticare mai di essere più di una figura di sostegno: devo essere un padre, un uomo, un essere umano presente con il cuore.

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