Avevo otto anni quando mia madre lasciò la nostra casa: uscì all’angolo, prese un taxi e non tornò p…

Avevo otto anni quando mia madre se ne andò da casa. Uscì, camminò fino allangolo di Via Garibaldi, chiamò un taxi e non tornò mai più. Mio fratello allepoca aveva appena cinque anni.

Da quel momento tutto cambiò nel nostro appartamento di Firenze. Mio padre iniziò a fare cose che non aveva mai fatto: si svegliava allalba per prepararci la colazione, imparò a lavare i vestiti, a stirare le nostre divise scolastiche, a pettinarci i capelli, anche se le sue mani, grosse e impacciate, non erano fatte per le trecce. Lo vedevo misurare male il riso, bruciare la pasta, dimenticarsi di dividere i bianchi dai colorati quando faceva la lavatrice. Eppure, non ci fece mai mancare nulla. Tornava dal lavoro stanco morto, si sedeva al tavolo della cucina e controllava i nostri compiti, firmava i quaderni, preparava la merenda per il giorno dopo.

Mia madre non tornò mai a trovarci. Papà non portò mai unaltra donna in casa, non ci presentò mai nessuno come sua compagna. Sapevamo che usciva, che a volte tornava tardi, ma il suo cuore e la sua vita privata rimasero sempre fuori da queste mura di casa. Eravamo solo io e mio fratello. Non lho mai sentito dire di essersi innamorato di nuovo. La sua routine era lavoro, ritorno, cucina, faccende, dormire, e ricominciare da capo.

Nel fine settimana ci portava ai Giardini di Boboli, sulle rive dellArno, in giro per il centro; anche solo a guardare le vetrine sotto i portici. Aveva imparato a fare le trecce, a cucire i nostri bottoni, a mettere insieme il pranzo con poco. Per le recite scolastiche, inventava costumi con cartone e vecchie stoffe. Mai un lamento, mai una parola stanca. Mai che dicesse: Questo non è il mio compito.

Un anno fa papà è salito al Cielo. È stato improvviso, non ci ha lasciato tempo per dirgli un lungo addio. Sistemando le sue cose, ho trovato vecchi quaderni in cui annotava le spese di casa in euro, le date importanti, promemoria come paga la mensa, compra le scarpe, porta la bambina dal medico. Non cerano lettere damore, né fotografie con altre donne, nessuna traccia di una vita romantica. Solo i segni di un uomo che ha vissuto solo per i suoi figli.

Da quando non cè più, una domanda non mi lascia mai: era felice? Mia madre è andata a cercare la sua felicità. Mio padre è rimasto, e sembrava abbia rinunciato alla sua. Non ha mai ricostruito una famiglia. Non ha più avuto una casa con una compagna. Non è mai stato la priorità di nessuno, se non la nostra.

Oggi so di aver avuto un padre straordinario. Ma capisco oggi che era anche un uomo rimasto solo, pur di non lasciare soli noi. E questo pesa, perché adesso che lui non cè, non so se abbia mai ricevuto lamore che davvero meritava.

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