Luca, dove posso sedermi? chiesi sottovoce. Finalmente si voltò verso di me e nei suoi occhi vidi impazienza. Non lo so, arrangiati. Vedi bene che tutti sono impegnati a parlare. Qualcuno degli invitati rise sotto i baffi. Senti il viso arrossire di vergogna. Dodici anni di matrimonio, dodici anni di sopportazione.
Mi trovavo sulla soglia della sala da pranzo, tra le mani un mazzo di rose bianche che profumavano di festa, e ancora non capivo come fosse possibile. Al tavolo lungo, coperto da tovaglie damascate doro e calici di cristallo, erano seduti tutti i parenti di Luca. Tutti, tranne me. Non cera posto per me.
Livia, che aspetti? Vieni avanti! mi richiamò mio marito, continuando a parlare animatamente con suo cugino.
Sbirciai lungo il tavolo. Non cera davvero un singolo posto libero. Tutte le sedie occupate, nessuno si degnava di spostarsi, nessuno si offriva di farmi spazio. Mia suocera, Signora Maria Teresa, sedeva capotavola nel suo abito scintillante, regale e distaccata come una vera matriarca. Faceva finta di non vedermi.
Luca, dove siedo? ripetei a bassa voce.
Finalmente mi rivolse lo sguardo e nei suoi occhi lessi irritazione.
Non lo so, arrangiati! Vedi che tutti chiacchierano.
Qualcuno rise maligno. Le guance si riscaldarono. Dodici anni di matrimonio, dodici anni di silenziose umiliazioni, dodici anni a tentare di diventare parte della famiglia. E in quelloccasione la festa dei settantanni di mia suocera non cera posto per me.
Magari Livia può accomodarsi in cucina? suggerì con sarcasmo la cognata Federica, e nel tono coglievo uno scherno sottile. Lì cè uno sgabello libero.
In cucina. Come una domestica. Come qualcuno di secondaria importanza.
Mi voltai senza dire una parola e mi avviai verso luscita, stringendo il bouquet di rose così forte che le spine si conficcarono nella pelle attraverso la carta. Alle mie spalle le risate continuavano, qualcuno raccontava una barzelletta. Nessuno mi fermò, nessuno mi chiamò.
Nel corridoio del ristorante gettai le rose in un cestino e presi il telefono. Le mani tremavano quando chiamai il taxi.
Dove andiamo? domandò il tassista, vedendomi salire.
Non lo so, confessai. Guida, ovunque.
Attraversammo la città notturna, i negozi illuminati, i passanti sparsi, le coppiette sotto i lampioni. Sentivo che non volevo tornare a casa. Non volevo rientrare nel nostro appartamento dove mi attendevano piatti sporchi, calzini sparsi per terra, e la mia solita parte di casalinga, invisibile e ovvia.
Mi lasci davanti alla stazione, dissi al conducente.
Sicura? È tardi, i treni non partono ormai.
La prego, fermi.
Scesi e mi diressi verso latrio della stazione. In tasca avevo una carta prepagata il conto condiviso con Luca. Cerano i nostri risparmi, messi da parte per comprare una macchina nuova. Centomila euro.
Alla biglietteria restava una ragazza assonnata.
Che treni ci sono per domattina? chiesi. Qualunque destinazione.
Milano, Roma, Firenze, Venezia…
Roma, decisi senza pensarci. Un biglietto.
Passai la notte al bar della stazione, sorseggiando caffè e pensando a tutto. A come dodici anni prima mi fossi innamorata di un ragazzo dagli occhi castani, a come avevo sognato una famiglia felice. A come, col tempo, mi fossi trasformata in unombra silenziosa che cucina, pulisce, tace. A quanto fosse passato da quando avevo dimenticato i miei sogni.
I sogni, però, non mi mancavano. Alluniversità studiavo design dinterni, sognavo il mio studio, progetti originali, un lavoro stimolante. Ma dopo il matrimonio Luca disse:
Perché dovresti lavorare? Guadagno abbastanza. Meglio che ti prenda cura della casa.
E così ho fatto. Per dodici anni.
La mattina seguente salii sul treno per Roma. Luca mi mandò alcuni messaggi:
Dove sei? Torna a casa. Livia, dovè finita? Mamma dice che ieri ti sei offesa. Dai, smettila di fare la bambina!
Non risposi. Guardavo dal finestrino i campi e i boschi scorrere rapidi e, per la prima volta dopo tanti anni, mi sentivo viva.
A Roma affittai una stanza modesta in un appartamento condiviso vicino a Piazza Navona. La proprietaria, donna daltri tempi di nome Vittoria Marchesi, non mi rivolse domande indiscrete.
Si ferma a lungo? chiese solo.
Non lo so, risposi sinceramente. Forse per sempre.
La prima settimana vagabondai per la città. Ammiravo palazzi, visitavo musei, mi fermavo nei caffè a leggere libri. Da anni non leggevo altro che ricette e consigli di pulizia. Scoprii che erano usciti romanzi stupendi in tutto quel tempo!
Luca telefonava ogni giorno:
Basta, Livia! Torna a casa!
Mamma si scuserà. Che altro vuoi?
Sei impazzita? Sei adulta, ti comporti come una ragazzina!
Ascoltavo quelle parole, stupita: era mai stato normale, per me, sentire quei toni? Davvero mi ero abituata a essere trattata come una disobbediente?
Alla seconda settimana andai al centro per limpiego. Scoprii che a Roma servivano designer dinterni, eccome. Ma la mia laurea era troppo vecchia, il settore si era evoluto.
Dovrebbe frequentare un corso di aggiornamento, suggerì la consulente. Impari i nuovi software, le tendenze moderne. Ma ha una buona base, ce la farà.
Mi iscrissi. Ogni mattina andavo in aula, imparavo a usare programmi 3D e materiali innovativi. Il cervello, arrugginito da anni di routine, faticava a riabituarsi. Ma piano piano rinacque.
Ha talento, mi disse linsegnante vedendo il mio primo progetto. Si vede che ha gusto. Ma come mai questa lunga pausa?
Vita, risposi.
Dopo un mese, Luca smise di cercarmi. Invece chiamò sua madre.
Ma cosa hai combinato, sciocca? urlò al telefono. Hai rovinato la famiglia, lasciato mio figlio! Per cosa? Perché non cera posto a tavola? Ma non ci abbiamo pensato!
Signora Maria Teresa, non è per il posto, risposi calma. È per dodici anni di umiliazioni.
Ma quali umiliazioni? Mio figlio ti ha sempre coccolata!
Suo figlio le ha permesso di trattarmi da serva. Lui era pure peggio.
Sciagurata! gridò, riattaccando.
Due mesi dopo, ottenni il diploma di specializzazione e iniziai a cercare lavoro. I primi colloqui non andarono bene: ero impacciata, mi inceppavo, non ricordavo come presentarmi. Ma al quinto tentativo, fui assunta in uno studio piccolo come assistente designer.
Lo stipendio non è alto, mi avvisò il titolare, Matteo, uomo sui quarantanni dagli occhi gentili. Ma abbiamo una squadra affiatata, progetti interessanti. Se dimostri il tuo valore, sali di livello.
Avrei accettato qualsiasi cifra. Limportante era lavorare, creare, sentirmi importante per ciò che ero, non per ciò che servivo.
Il primo lavoro fu semplice: la progettazione di un monolocale per una coppia giovane. Ci misi il cuore, studiando ogni dettaglio, facendo decine di schizzi. I clienti furono entusiasti.
Ha capito esattamente come viviamo! disse la ragazza. Ha superato ogni nostra aspettativa!
Matteo mi lodò:
Ottimo lavoro, Livia. Si vede che ci tieni.
Ci tenevo davvero. Per la prima volta dopo anni, mi svegliavo con la gioia di un giorno nuovo.
Dopo sei mesi, mi fu aumentato lo stipendio e affidato progetti più complessi. Dopo un anno, diventai la designer principale. I colleghi mi stimavano, i clienti mi consigliavano agli amici.
Livia, sei sposata? mi chiese una sera Matteo mentre finivamo tardi in studio, presi dal nuovo progetto.
Formalmente sì, risposi. Ma vivo sola da ormai un anno.
Capisco. Pensi di chiedere il divorzio?
Sì, presto presenterò i documenti.
Annui e non fece altre domande. Apprezzavo che non si intromettesse, che non giudicasse.
Linverno romano fu rigido, ma io non avevo freddo. Anzi, era come se mi sciogliessi dopo anni di gelo. Mi iscrissi a corsi dinglese, provai yoga, andai a teatro, da sola e mi piacque.
Sa, Livia, mi disse un giorno Vittoria Marchesi, la padrona di casa, è cambiata tanto. Era grigia, timida. Ora invece è una donna bella, sicura.
Mi guardai allo specchio e capii che aveva ragione. Ero diversa. Sciolsi i capelli che portavo sempre tirati, iniziai a truccarmi, a vestire con colori vivaci. Ma soprattutto: lo sguardo era cambiato. Avevo vita negli occhi.
Dopo un anno e mezzo ricevetti una telefonata da una sconosciuta:
Lei è Livia? Mi ha consigliato la signora Anna Rossi, la cui casa ha progettato. Vorrei affidarle il totale restyling di una villa. Possiamo incontrarci?
Il progetto era importante. La cliente mi lasciò piena libertà creativa e un budget generoso. Lavorai su quella casa per quattro mesi e il risultato fu pubblicato su una nota rivista di design.
Sei pronta per lavorare da sola, mi disse Matteo mostrandomi la rivista. Hai già il tuo nome in città, la gente chiede proprio te. Forse è ora di aprire uno studio tuo.
Mi spaventava, ma mi ispirava. Così presi i risparmi accumulati in due anni, affittai un piccolo ufficio in centro, registrai la Partita IVA. Studio di Interior Design Livia Ferraro la targhetta sembrava semplice, ma per me era il sogno realizzato.
I primi mesi furono duri. Pochi clienti, pochi soldi. Ma non mollai. Lavoravo sedici ore al giorno, imparavo marketing, aprii il sito, curai le pagine social.
Piano piano, le cose migliorarono. Il passaparola portava sempre nuovi clienti. Dopo un anno assunsi un assistente, più avanti una seconda designer.
Una mattina trovai una mail di Luca. Il cuore mi sobbalzò: non sentivo nulla di lui da anni.
Livia, ho letto dellapertura del tuo studio. Non riesco a credere ai tuoi successi. Vorrei vederti, parlare. Ho capito molte cose. Perdonami.
Lessi e rilessi. Tre anni prima sarei accorsa da lui. Ora sentivo una lieve nostalgia, ma nessun rimpianto.
Risposi: Luca, grazie per la tua lettera. Sono felice della mia nuova vita. Spero che anche tu trovi la tua felicità.
Quello stesso giorno, presentai i documenti per il divorzio. In estate, al terzo anniversario della mia fuga, lo studio ricevette la commissione per il design di un attico in un complesso di lusso. Il cliente era Matteo, il mio ex capo.
Complimenti per il successo, mi disse stringendomi la mano. Ho sempre creduto in te.
Grazie. Senza il tuo appoggio non ce lavrei mai fatta.
Non dire sciocchezze. Hai fatto tutto da sola. Ora, permettimi di invitarti a cena dobbiamo parlare del progetto.
Durante la cena parlammo del lavoro, ma piano piano la conversazione si spostò sulle nostre vite.
Livia, volevo chiederti da tempo mi guardò con attenzione. Hai qualcuno?
No, risposi. E non sono sicura di essere pronta. Sono abituata a fidarmi poco.
Capisco. Possiamo solo vederci, senza impegni. Due persone adulte, che stanno bene insieme.
Ci pensai e annuii. Matteo era gentile, intelligente, rispettoso. Con lui mi sentivo al sicuro.
La nostra relazione crebbe lentamente. Andavamo a teatro, passeggiavamo, parlavamo di tutto. Matteo non forzava mai, non chiedeva promesse, non controllava la mia vita.
Sai, gli dissi una sera, con te mi sento per la prima volta alla pari. Non una serva, non una decorazione, non un fardello. Semplicemente uguale.
E perché no? Sei una donna straordinaria. Forte, talentuosa, autonoma.
Dopo quattro anni, il mio studio era tra i più conosciuti di Roma. Avevo una squadra di otto persone, un ufficio nel centro storico, una casa con vista sul Tevere.
E soprattutto avevo una vita tutta mia. Quella che avevo scelto io.
Una sera, in poltrona davanti alla finestra, sorseggiando tè, mi tornò alla mente quel giorno danni fa. La sala da pranzo, le tovaglie dorate, le rose bianche gettate via. Lumiliazione, il dolore, la disperazione.
E pensai: grazie, Signora Maria Teresa. Grazie per non avermi trovato posto al tuo tavolo. Se non fosse stato per quellepisodio, sarei rimasta tutta la vita in cucina, accontentandomi delle briciole.
Ora invece ho il mio tavolo. E sono io a capeggiarlo.
Il telefono squillò, interrompendo i pensieri.
Livia? Sono Matteo. Sono sotto casa tua. Posso salire? Devo parlarti di una cosa importante.
Certo, vieni.
Aprii la porta e lo vidi con un mazzo di rose bianche. Proprio come allora.
È un caso? chiesi.
No, sorrise. Ricordo quel racconto. Volevo che le rose bianche dora in poi ti ricordassero qualcosa di bello.
Mi porse i fiori e tirò fuori una scatolina.
Livia, non voglio affrettare. Ma desidero che tu sappia che sono pronto a condividere la tua vita. Così comè. Il tuo lavoro, i tuoi sogni, la tua libertà. Non cambiarti, ma accompagnarti.
Aprii la scatolina. Cera un semplice anello, elegante, proprio come lo avrei scelto io.
Pensaci, disse. Non cè fretta.
Guardai lui, i fiori, lanello. E ripensai al lungo viaggio da casalinga insicura a donna realizzata.
Matteo, mormorai, sei sicuro di voler sposare una donna così testarda? Non tacerò mai più se qualcosa non va. Non sarò mai una moglie sottomessa. E non permetterò mai di essere trattata da seconda scelta.
Per questo ti amo, sorrise. Forte, indipendente, consapevole.
Infilai lanello al dito. Era perfetto.
Allora sì, risposi. Ma il matrimonio lo programmiamo insieme. E al nostro tavolo ci sarà posto per tutti.
Ci abbracciammo, proprio mentre dal Tevere arrivava un vento che muoveva le tende, portando luce e freschezza. Come augurio di una vita nuova, che stava appena iniziando.






