Bagaglio Smarrito
La valigia aveva un peso diverso da quello che avrebbe dovuto.
Giulia lo sentì subito, alla giostra bagagli. I soliti dodici chili, che conosceva come le sue tasche, dun tratto divenuti qualcosa daltro più pesanti, più densi, con un bilanciamento sconosciuto. Eppure, il guscio grigio pareva identico al solito: plastica rigida, quattro ruote, un graffio sullangolo sinistro. Giulia tirò la maniglia e si avviò verso luscita.
Laeroporto di Genova odorava di caffè e di piastrelle bagnate. Oltre le vetrate, la pioggia di marzo cadeva insistente, ben lontana dai sogni di Riviera. Giulia pensò che sì, un convegno sulla riqualifica del verde urbano era una buona scusa per venire da Firenze a Genova. Ma non abbastanza buona da renderla felice.
Aveva trentun anni. Ricercatrice presso lIstituto di Urbanistica, monolocale in affitto da ventotto metri quadri, libri impilati lungo le pareti come mura. La madre, a Parma, telefonava ogni domenica, sempre con la stessa domanda: «Allora? Novità sentimentali?» E ogni volta Giulia rispondeva: «Mamma, ho il lavoro». Come se questo potesse spiegare tutto.
Il taxi arrivò in hotel in venti minuti. Lautista, mentre la osservava dallo specchietto, domandò se fosse in vacanza. «No, per lavoro». Lui annuì, come se fosse lunica risposta possibile.
La camera era piccola, ma pulitissima, con quella promessa di mare nella striscia dorizzonte grigio dal vetro. Sul davanzale troneggiava una finta geranio di plastica, ostinatamente sgargiante. Giulia posò la valigia sul letto, aprì le serrature e sollevò il coperchio.
Si bloccò.
Dentro cerano vestiti da uomo.
Un maglione a maglia larga verde scuro, profumava di erba bagnata, non di colonia. Taglia impossibile per lei: le spalle grandi il doppio. Jeans. Scarpe da ginnastica, ben chiuse nel sacchetto, quarantatré. Caricabatterie mai visto. Bustina di semi scritta in inglese, qualcosa di botanico. E un taccuino, grosso, pelle consumata, tenuto chiuso da un elastico.
Non era la sua valigia. Giulia si sedette allestremità del letto, incapace di staccare lo sguardo dagli oggetti sconosciuti. Uguale fuori: guscio grigio, quattro ruote, graffio sullangolo sinistro. Ma non era la sua. Qualcuno, allaeroporto, aveva preso i suoi libri, il vestito della presentazione, il portatile con le slide, la foto della madre nella cornice. E lei si era portata via quella di un altro.
Cinque minuti rimase impietrita. Poi chiamò laeroporto. La voce del disco la invitava ad attendere in linea. Undici minuti dopo, una ragazza rispose e prese tutti i dettagli: volo, etichetta. «Dovrà attendere, la ricontatteremo». Sicuro, la ricontatteranno.
Giulia posò il cellulare e tornò a fissare la valigia aperta. Il taccuino era in cima, sistemato con cura. La pelle era liscia, scaldata dalle dita.
Sapeva che non doveva. Roba daltri, vite daltri, pensieri daltri. Come spiare dietro a una finestra illuminata la sera, o ascoltare conversazioni di sconosciuti. Non si fa. Giulia si alzò, fece avanti e indietro per langusta stanza, riempì un bicchiere dacqua. Bevve. Tornò col pensiero sempre lì, al taccuino.
La spalla sinistra, come sempre abbassata di due centimetri per il peso della borsa del portatile, si protesse in avanti. Le dita da tastiera, levigate dal touchpad, si posarono sulla pelle del taccuino. Morbida, tiepida, accogliente.
Lo aprì.
***
La grafia era strana. Lettere morbide, inclinate a sinistra, i finali della u e della r allungati. Non una scrittura frettolosa ragionata, piena. Uno che scrive così, certo parla piano.
La prima pagina era senza data.
«Tbilisi. Stamattina ho fatto la salita alla collina del Mtatsminda a piedi. La città, vista dallalto, sembra un giardino lasciato crescere libero. Gli alberi spuntano tra i palazzi, i cespugli si arrampicano sui balconi. Ho disegnato un platano davanti alla funicolare. Il tronco: una mappa mai vista, macchie chiare, isole scure. Sono rimasto lì tre ore, finché non sono gelato.»
Giulia girò pagina.
«Istanbul. Ho disegnato il baobab botanico. Non è vero baobab, però un bonsai. Ma le radici sembrano voler saltar fuori dal vaso. Un albero serio in scala ridicola. Magari sono io, così.»
Le scappò un sorriso. Il primo di tutta la giornata.
Girò altre pagine, una dopo laltra.
Seguivano Marrakesh, Porto, Kaliningrad, Irkutsk. Ogni città un pensiero, sempre rivolto agli alberi. Questuomo viaggiava, disegnava e ragionava sugli alberi a voce alta sulla carta. Nemmeno una riga su hotel, ristoranti, monumenti. Solo piante. Rami, chiome, radici. Fra le righe schizzi rapidi, precisi, vitali. Un rametto a tre foglie, una radice che stringe una pietra.
«Marrakesh. Al mercato un arancio cresce in mezzo ai banchetti. I venditori hanno appeso sacchetti e cartellini ai rami. Ma lalbero è lì, avrà due secoli. Ha visto tutto. Ho provato a disegnarlo. Le mani tremavano dal caldo.»
«Porto. Le glicini sulla Ribeira scendono tanto che sfiorano le teste. I portoghesi le evitano, i turisti fanno foto. Io pensavo: questo albero non rispetta confini. Cresce dove vuole. Vorrei essere così.»
Passarono quaranta minuti mentre Giulia leggeva. Fuori era sceso il buio. La pioggia schiaffeggiava i vetri, insistente.
Ancora una pagina.
«Kaliningrad. Entrato in un parco abbandonato alla periferia. Tigli con tre adulti di circonferenza, le radici hanno rotto lasfalto. Un tempo qui cerano persone. Ora, solo alberi. E io. Ho disegnato un tiglio. Dritto come una guardia, ogni foglia immobile. Pensavo: così appare la lealtà. Resti dove sei e aspetti che qualcuno torni.»
In ogni appunto lautore parlava agli alberi come si parla agli amici. Senza filtri, senza distacco. Gli alberi, i suoi veri interlocutori. Giulia si accorse che voleva sapere il perché.
Poi, la nota che la costrinse a chiudere il taccuino e fissare il muro per minuti.
«Irkutsk. Due anni dopo il divorzio. Con Elena ho vissuto quattordici anni dalluniversità allultimo giorno. Mi ha detto: Ti piacciono gli alberi più delle persone. Forse aveva ragione. Non sono mai stato capace di amare le persone in modo che lo sentissero. Non credo più che potrò trovare non un albero una persona. Qualcuno che comprenda perché disegno radici.»
Giulia richiuse il taccuino, lasciandolo sul comodino. Si avvicinò alla finestra.
La pioggia non accennava a diminuire. Il mare oltre i vetri era nero, spento, senza un faro acceso. In basso, lo sbattere di una porta e le risate di una coppia voci giovani, allegre, lontane.
Trentun anni. Monolocale. Pile di libri. «Allora? Novità sentimentali?» Lultima storia chiusa da un anno e mezzo, e nessuna voglia di cercare ancora. Un giorno era tornata dal lavoro, seduta in cucina, e aveva capito che ormai la solitudine era normale. Non brutta famigliare. E la normalità, se non ci si pensa, finisce per somigliare alla felicità.
Tornò alla valigia e iniziò a rimettere tutto al loro posto. Poi si ricordò.
La lettera.
Quella che aveva iniziato a scrivere in aereo, solo per noia. Volo in ritardo di due ore; aveva estratto carta e penna solo per ingannare il tempo. Non un diario, né uno sfogo. Sciocchezza robe che una persona adulta non dovrebbe più scrivere. «Caro sconosciuto, sogno di incontrare» Non aveva finito; infilata in una tasca della valigia prima dellatterraggio, dimenticata.
E ora quello scritto era nella sua vera valigia. Quella che, chissà dove, aveva raccolto uno sconosciuto. Un uomo, autore del diario degli alberi.
Giulia si sedette sul letto. Le guance bruciavano.
***
La mattina dopo richiamò laeroporto.
Bagagli smarriti, qui è Simona, rispose una voce stanca, mentre in sottofondo qualcuno sgranocchiava grissini.
Ieri ho già lasciato una segnalazione. Volo Firenze Roma Genova, codice bagaglio
Un attimo. Il rumore smise. Sì, la sua pratica è stata presa in carico. Le faremo sapere.
Quando?
In ordine di arrivo. Di solito tra tre e dieci giorni lavorativi.
Dieci?
Lavorativi. Ma magari anche prima. Resti reperibile.
Giulia agganciò e fissò la valigia aliena. Aveva bisogno di abiti. Il convegno cominciava dopodomani. Il suo unico vestito decente, il pc, le scarpe tutto nelle mani di chissà chi.
Scese in città. Il centro commerciale era a quindici minuti a piedi. Comprò pantaloni, camicetta, intimo, caricabatterie. Alla cassa, la commessa domandò:
Persa la valigia?
Scambiata.
Qui a Genova succede sempre. Le valigie sono tutte uguali, soprattutto quelle grigie.
Giulia annuì. Non era la sola, e la cosa la rassicurò, almeno un po.
In farmacia prese spazzolino e dentifricio, poi entrò in una caffetteria e sorseggiò un cappuccino in piedi. I tavolini erano tutti occupati da coppie. Tornando in hotel telefonò la madre.
Sei arrivata? Che tempo fa?
Piove.
Ti sei portata lombrello?
Mamma, ho perso la valigia.
Oddio. Rubata?
Scambiata in aeroporto. Hanno preso la mia, lasciato questa.
La madre tacque. Poi:
Quindi adesso qualcuno va in giro con le tue cose. Chissà cosa pensa dei tuoi libri.
Mamma.
Che cè? Sii onesta, porti sempre dietro mezza biblioteca.
Giulia evitò di spiegare del diario sugli alberi, o della calligrafia inclinata. Si limitò a: «Andrà tutto bene, mamma», poi chiuse.
E tornò in camera, riaprendo la valigia.
Non per il taccuino, ma per cercare un indizio un nome, un recapito, qualunque cosa. Controllò ogni tasca. In quella interna, trovò un biglietto da visita.
«Tommaso Rocchi. Progettazione paesaggistica. Consulenze, progettazione, manutenzione.»
E un numero di telefono.
Giulia lo cercò su WhatsApp. Scrisse:
«Buongiorno. Credo che a Genova abbiamo scambiato per errore le valigie. Io ho la sua: grigia, col graffio. Dentro il taccuino e il suo biglietto da visita. Lho trovato.»
La risposta arrivò nove minuti dopo.
«Salve. Ho appena aperto la sua valigia. Di certo non è mia. Libri, taccuino, vestito da donna. Mi scuso del disguido. Anchio sono a Genova. Possiamo incontrarci per lo scambio?»
Giulia rilesse. Libri, taccuino, vestito. Sapeva cosa cera nella sua valigia.
«Certo, va bene. Dove preferisce?»
«Caffè Lanterna, sul Lungomare. Domani alle dieci? Porto la sua valigia.»
«Perfetto. Arriverò.»
Posò il cellulare. Lo riprese. Rilesse: «Libri, taccuino, vestito». Lui aveva guardato tra le sue cose. Forse aveva letto gli appunti delle sue ricerche. Forse aveva visto la foto della madre in cornice. Forse aveva trovato la lettera.
Giulia chiuse gli occhi, immaginando quell’uomo, seduto in una stanza dalbergo o su una terrazza, con in mano il suo foglio, scritto di fretta e mai concluso.
Riaprì gli occhi. Prese il taccuino e rilesse la pagina di Irkutsk.
«Non credo più che potrò trovare.»
E lei, nella sua lettera, aveva scritto: «Caro sconosciuto, sogno di incontrare» E ora quel foglio era nelle mani di un uomo che disegna radici e cerca qualcuno che comprenda.
Coincidenze. Ridicole, improbabili, grigie come valigie identiche confuse in aeroporto.
O forse no.
Giulia si sedette al tavolo, aprendo il taccuino, e cercò lultima voce dopo Irkutsk. Seguivano ancora pagine.
«Bologna. È primavera. Il balcone così fitto di piante che i vicini si lamentano. Centoquattordici li ho contati. Elena avrebbe detto che sono matto. Ma Elena non cè più. Nessuno si lamenta, a parte il ficus. Ma il ficus tace. Amico perfetto.»
E lultima nota:
«Sto volando a Genova. Orto Botanico. Voglio vedere il liriodendro, dicono abbia più di un secolo. Vacanza. La prima in due anni non per lavoro. Mi sento strano. Come se servisse una scusa.»
Giulia chiuse il taccuino. Lo rimise in valigia. Tirò la zip.
Lui era venuto a Genova per vedere un albero. Lei per un convegno di verde urbano. Lui disegnava piante in giro per il mondo. Lei scriveva di riportarle a casa, nelle città. E da qualche parte tra queste ragioni, due valigie uguali si erano scambiate.
Si sdraiò, ma il sonno tardava. Pensa a quella assurdità che è la vita: lavori, viaggi per convegni, infili le tue cose e chiudi la valigia. Poi una svista piccola, imbarazzante e la vita di uno sconosciuto ti si apre davanti meglio che dopo un anno di conoscenza.
***
Il caffè Lanterna si affacciava sul Lungomare, tra palme e una panchina. Pareti di vetro, tavolini di legno, profumo di pane fresco e cannella. Una cameriera col grembiule marinaretto sistemava le tazze.
Giulia arrivò venti minuti prima, non per ansia: non riusciva a stare nella stanza. Scelse un tavolo vicino alla vetrata, mise la valigia accanto e ordinò un tè. Le mani tremavano lievemente nello sfogliare il menu. Sciocchezze. Un semplice scambio di bagagli. Basta.
Ma dentro di lei non era solo basta. Cera un taccuino di vita letta e quella vita la sentiva più vicina di molti dei suoi conoscenti.
Lo riconobbe subito.
Lui entrò puntuale alle dieci, valigia grigia al seguito. Alto, la giacca verde scuro uguale al maglione trovato prima. Sulle guance e sul naso, una striscia di abbronzatura più scura: segno di chi porta spesso occhiali da sole. Si guardò intorno, vide la sua valigia, si avvicinò.
Giulia? La voce non forte, pausa netta prima del nome, come se lo stesse scegliendo tra molti.
Sì. Tommaso?
Annuì, sedendosi davanti a lei. Sistemò la valigia vicino alla sua. Due gemelle grigie, una accanto allaltra.
Strano, disse. Ho anche controllato il tagliando.
Anchio.
Forse hanno scambiato proprio le etichette. O eravamo entrambi distratti.
O le valigie si sono messe daccordo.
Lui sorrise, poco, solo ad un angolo della bocca. Giulia pensò che sorrideva come scriveva: trattenuto, ma caldo.
Devo scusarmi, disse Tommaso.
Per cosa?
Ho aperto la sua valigia. Ho pensato fosse la mia. Poi ho visto i libri e lho capito.
Ho fatto lo stesso con la sua.
Silenzio. Lui faceva girare il cucchiaino tra le dita, mani grandi, con tracce di terra sotto le unghie corte: non sporco, ma abitudine.
Ho letto il suo taccuino, ammise piano. Gli appunti per gli articoli. Sul verde urbano, sulla cura dei cortili. Era interessante. Non avrei dovuto, ma
Io ho letto il suo diario, confessò Giulia.
Lui alzò il capo.
Tutto?
Tutto.
Tacevano. Fuori le onde sbattevano sulla banchina, un ragazzino buttava pezzi di focaccia ai gabbiani.
Allora sa di Tbilisi, disse Tommaso.
E di Istanbul. E del baobab bonsai.
Di Kaliningrad.
Del tiglio, simbolo di lealtà.
Lui calò lo sguardo.
E di Irkutsk.
Giulia annuì. Bastava così. Si erano già capiti.
Ora sa di me cose che non racconto mai a nessuno, concluse Tommaso.
E lei, di me?
Esitò, poi trasse fuori dalla tasca un foglio piegato. Giulia lo riconobbe: carta a righe con un angolo piegato. Proprio quella.
Lho trovato nella sua valigia, spiegò lui. Lho letto. Non avrei dovuto. Ma lho fatto.
Le guance di Giulia si accesero.
Sciocchezze, mormorò. Era solo una cosa scritta sullaereo, per passare il tempo.
Caro sconosciuto iniziò Tommaso, senza guardare la carta, memorizzato. sogno di incontrare una persona con cui si possa stare in silenzio. Non perché non ci sia niente da dire, ma perché si capisce anche senza parole. Sono stanca di spiegare chi sono. Stanca di dover trovare sempre le parole giuste. Vorrei che qualcuno guardasse la mia libreria e capisse tutto. Vorrei che qualcuno
Basta, sussurrò Giulia.
Si interrompe lì, osservò lui. Vorrei che qualcuno e finisce. Non ha continuato.
Non sapevo cosa dire oltre.
Io sì, rispose Tommaso. Avrei scritto lo stesso. Solo che invece dei libri avrei messo gli alberi.
Giulia lo fissò. La striscia dabbronzatura, le mani segnate dalla terra, uno sguardo sereno.
Sa della mia mamma a Parma, disse lei.
La foto nella cornice. Una bella donna. Vi somigliate.
Sa del mio lavoro.
Gli appunti sulle aree verdi. Sono paesaggista. Allinizio mi interessava il contenuto poi anche altro.
Sa che sono sola.
Lo so che sei venuta qui con un solo vestito, ben cinque libri per quattro giorni e la foto di tua madre in valigia e non sul telefono perché vuoi ricordarla reale. Che scrivi a mano, anche se lavori col pc. E che hai scritto una lettera a uno sconosciuto che non esiste.
Giulia taceva.
E io, continuò Tommaso, disegno alberi nei taccuini, sono divorziato da due anni, ho una selva di piante sul balcone perché non sono mai stato bravo a far restare le persone. Tutto qui. Lo sa già.
Sì.
Quindi abbiamo letto la vita dellaltro attraverso gli oggetti. E ora ci incontriamo già conoscendoci, come se avessimo saltato i primi appuntamenti e fossimo già al terzo.
Giulia rise. Secca, sorpresa di se stessa. Tommaso fece lo stesso ora più deciso.
So molto più di te di quanto avrei voluto, disse lui. E tu altrettanto. È uningiustizia. O forse la forma più sincera di conoscenza mai avuta.
Perché non si può scegliere cosa mostrare?
Già. La valigia è limpronta vera di una vita. Non la si prepara per colpire. Si porta solo ciò che serve. Si vede chi sei davvero.
Giulia fissò le due valigie, uguali, ai loro piedi.
Vuoi fare una passeggiata? propose Tommaso. LOrto Botanico è lì dietro. Sono venuto per vedere il liriodendro.
Lo so lultima nota nel diario.
Si alzò. Finì il caffè. In piedi.
Lasciamo le valigie qui? Lei indicò le sedie.
Che si raccontino un po tra loro.
Uscirono. La pioggia aveva lasciato la passeggiata lucida e pulita. Le palme diritte, immobili. E Giulia pensò al tiglio del diario, alla fedeltà e allattesa.
Raccontami qualcosa che non cè nel taccuino, chiese.
Ho paura dei piccioni, rispose Tommaso, serio.
Dei piccioni?
Da piccolo uno mi si è posato in testa entrando dalla finestra. Da allora li evito sempre.
Giulia ridacchiò. Lui la imitò.
E tu? domandò. Qualcosa che non cè nella valigia.
Parlo ai libri ad alta voce. Quando uno scrive sciocchezze, lo contraddico.
E chi vince?
Di solito lautore, ma non mollo.
Camminarono sul lungomare, e Giulia pensava a quanto fosse strano camminare vicino a uno che conosceva per i suoi appunti, le sue radici disegnate, ma che vedeva in carne ed ossa per la prima volta. Come leggere un romanzo e incontrare improvvisamente lo scrittore.
Hai scritto che non pensi di trovare nessuno, ricordò lei. In quella nota su Irkutsk.
Ricordo.
Hai trovato la mia valigia.
E tu la mia.
Tacquero. Non era silenzio duro, era quello descritto nella lettera mai finita. Silenzio che dice tutto.
LOrto Botanico era dietro la curva Giulia ne scorse il cancello in ferro battuto, le chiome che sormontavano le case.
Il liriodendro è quello, indicò Tommaso. Vedi? Il tronco come una colonna. Ha centoventi anni. Ha visto tre guerre e due repubbliche.
E ancora resiste.
E ancora fiorisce. Ogni maggio.
Estrasse un taccuino di tasca (non quello della valigia, uno piccolo), matita. Cominciò a disegnare.
Giulia osservava la sua mano. Linee rapide, sicure. Tronco, rami, contorno della foglia. La linea abbronzata sul naso, gli occhi socchiusi di fronte alla luce.
Posso domandare una cosa?
Sì.
Quando hai letto la mia lettera, cosa hai pensato?
Senza distogliere lo sguardo dal foglio:
Ho pensato che volevo sapere come finiva.
Ho detto che non sapevo cosaltro scrivere.
Forse adesso lo sai.
Giulia non rispose. Non si voltò nemmeno. Il sole filtrava tra le foglie, punteggiando il viso di lentiggini luminose.
Rimasero nel giardino per tre ore. Camminavano, si fermavano davanti a ogni tronco grande. Tommaso raccontava non come guida, ma come chi presenta vecchi amici. Faceva schizzi, Giulia parlava del suo lavoro: cortili che possono tornare a essere verdi, ostacoli burocratici, il vecchietto cocciuto che aveva piantato ventitré meli e litigato con lamministratore.
Ventitré meli? Lui sotto le ciglia.
Tutte col nome di donna. Più care di tutti i condomini messi insieme.
Capisco. Tommaso sorrise. Il mio ficus si chiama Andrea. Cinque anni, unico sopravvissuto al trasloco dopo il divorzio.
Andrea?
Lo guarda e lo capisci: è un Andrea. Serio, un po storto, ma resistente.
Giulia rise. Dopo un anno a Firenze, non ricordava una conversazione tanto semplice, senza sforzi, senza la sensazione di dover piacere a tutti i costi. Due persone a sedere che parlano di alberi con nomi propri.
Sul finale, su una panchina sotto il liriodendro. Mezzo metro li separava. Nessuno si avvicinava.
Domani hai il convegno, disse Tommaso.
Alle dodici ho lintervento.
Su cosa?
Il verde delle piazze e il benessere degli abitanti. Argomento noioso.
Per alcuni. Io invece ascolterei volentieri.
Ti va di venire?
A un convegno scientifico?
Proprio a un convegno noioso sugli alberi.
Nella vita non faccio altro.
Sorrisero insieme. In quel momento fu come in una pagina del diario: autentico, vero, senza voler impressionare.
Sulla via del ritorno, Tommaso parlò di Bologna il balcone trasformato in serra, la vicina che viene ad annaffiare le piante e resta a prendere il tè. Del dopo il divorzio: due mesi senza uscire di casa, poi un volo low-cost per Tbilisi, solo per caso.
E hai ricominciato a disegnare?
Ho sempre disegnato, ma lì ho iniziato a scrivere. Prima solo linee. Poi ci sono volute le parole.
Giulia annuiva. Pure lei lo sapeva: certe volte non bastano più i tratti, ci vogliono lettere.
Tornarono al caffè. Le valigie erano ancora lì, come le avevano lasciate. Finalmente ognuno la propria.
***
Quella sera, in hotel, Giulia era davanti al tè ormai freddo. La sua valigia era finalmente lì, vera, con i libri, il vestito, il pc, la foto della madre. Tutto al posto giusto. Tranne un solo foglio.
Sul tavolo, invece, cera un disegno.
Tommaso glielo aveva dato andando via. Pagina staccata con cura, nel mezzo un albero. Non liriodendro, non baobab. Una pianta mai vista, chioma larga e radici che partivano come raggi.
Che specie è? chiese Giulia.
Un albero per una città senza verde, disse lui. Lho inventato. Ancora non esiste, ma tu che ti occupi di urbanistica, potresti piantarlo.
E se ne era andato. Non si era voltato. Ma Giulia aveva notato come per un attimo, raggiunta langolo della strada, avesse rallentato, come per cambiare idea e tornare indietro.
Era rimasta col disegno in mano, pensierosa. Forse, la persona con cui si può stare in silenzio è quella con cui il silenzio vale più di mille parole. E quella persona aveva appena svoltato langolo. Col suo scritto piegato in tasca.
Prese il cellulare.
«Grazie per lalbero. Lo pianterò.»
Risposta dopo un minuto.
«Lo spero. E se disegno un progetto per il verde di un cortile, tu lo valuti da esperta?»
«Sì.»
«Allora mi serve il tuo indirizzo a Firenze. Spedisco ancora tutto su carta, vecchia scuola.»
Giulia sorrise. Digitò lindirizzo. Inviò.
Poi aggiunse: «Attenzione, la buca è piccola. Per le tavole grandi bisognerà consegnarle di persona.»
Risposta immediata:
«Affare fatto.»
Chiuse il cellulare. Da dietro il muro la voce di un telegiornale. Una serata come tante. Ma qualcosa era cambiato Giulia capì solo poi: stava sorridendo, senza motivo. O meglio, il motivo cera. Ma tanto bislacco da non poterlo spiegare a sua madre. Ho scambiato la valigia e ho trovato una persona. Suona come linizio di un film di serie B.
Apre la valigia, ne cava fuori carta e penna. Dal solito scomparto dove era rimasta quella lettera abbandonata, ormai mai sua. Che ora era di Tommaso. Non laveva restituita. E lei non laveva chiesta.
Si siede al tavolo. Prende un foglio nuovo. Scrive:
«Caro sconosciuto, sogno di incontrare una persona con cui stare in silenzio. Non perché non si abbia nulla da dire, ma perché basta uno sguardo per capirsi. Sono stanca di dovermi spiegare, di scegliere sempre le frasi. Vorrei che qualcuno guardasse la mia libreria e capisse. Vorrei che qualcuno»
Si ferma. Osserva il disegno dellalbero appeso al muro della stanza.
E aggiunge:
«Tommaso.»
Piega il foglio con cura e lo mette nella valigia. Nella stessa tasca.
Il cerchio è chiuso.
Fuori il mare di marzo rumoreggiava. Genova profumava di terra bagnata e di una primavera appena promessa. La pioggia era cessata, una striscia rosa si allungava tra le nuvole verso il mare.
Giulia spense la luce. Domani avrebbe parlato davanti alla platea, vestita con quel vestito che aveva viaggiato nella valigia di uno sconosciuto, dei benefici delle aree verdi. E tra il pubblico magari ci sarebbe stato un uomo che disegna alberi per città che di alberi non ne hanno.
Dopodomani una passeggiata. Tommaso aveva promesso di portarla a vedere il viale dei cipressi dallaltro lato della città. «I cipressi qui crescono così vicini che le chiome si intrecciano e diventa un corridoio verde. Ti piacerà, da urbanista. E non solo.»
Poi Firenze, poi Bologna. Vite diverse in città diverse. Ma ora tra loro cera un disegno spedito per posta e un indirizzo in chat. E una lettera, finalmente finita.
La valigia, grigia e con il solito graffio, era sempre lì. Ma tutto attorno era già diverso.
Il bagaglio, anche quello del cuore, era stato ritrovato.





