Basta essere sempre quella che fa tutto per gli altri

Basta essere comoda

E allora siamo daccordo, Carlottina! cinguettava zia Silvana, tamponandosi le labbra con una salvietta di carta. La salvietta veniva dalla torta che Carlotta Bianchi aveva preparato per larrivo dellospite, e portava ben visibile una grossa macchia di crema al mascarpone. Il cinque maggio ci vediamo tutti da te. Io porto le mie salsicce, marinate, come mi ha insegnato la nonna, e tu, se non ti spiace, pensa al piatto principale. Sei la festeggiata, eh! Ci saranno ospiti importanti, i colleghi di Giacomo, gente seria. Bisogna accoglierli come si deve.

Carlotta Bianchi, seduta di fronte a lei, teneva tra le mani una tazza di tè ormai freddo. Fissava zia Silvana e annuiva. Annuiva e, nella testa, invece faceva la lista della spesa: domani cè la consegna della relazione trimestrale, il burro è finito, a Michele suo marito è tornato il mal di schiena, tocca comprare dei cerotti nuovi. Pensava a tutto, tranne che a quello che zia Silvana andava raccontando. Lei invece proseguiva imperterrita, sistemando il foulard lilla sul collo e scrutando fuori dalla finestra con la faccia di chi mentalmente già dispone piatti e bicchieri sulla tavola ovviamente di qualcun altro.

Siamo in venti, minimo continuava lospite. Fai il massimo, Carlottina. Sei bravissima, lo dicono tutti. Ti ricordi quando hai cucinato al matrimonio di Paoletta? Non è rimasta una mollica! Ecco, dobbiamo fare proprio così. Ci penso io, ti aiuto, coordino tutto.

Ridacchiò. La sua risata, corta e secca, somigliava allabbaio di uno Spitz nano.

Carlotta sorrise anche lei. Perché bisogna. Perché zia Silvana è la zia di Giacomo, marito di Paola unica figlia di Carlotta. Perché i drammi familiari sono sempre lultima spiaggia. E perché lei ha sempre fatto così. Sorride e dice di sì.

Va bene disse. Sistemato.

Zia Silvana se ne andò alle otto e mezza, soddisfatta e satolla. Carlotta chiuse la porta dietro di sé, ci si appoggiò per un attimo, in piedi. Nellingresso aleggiava ancora il profumo intenso del suo pesante profumo dolciastro. Dal salotto trapelava la voce sommessa della TV: Michele guardava lennesima trasmissione sulle tecniche di pesca e non aveva mosso un dito per salutare lospite.

È andata? urlò lui senza staccare gli occhi dal teleschermo.

Sì, è andata.

Ma che voleva?

Carlotta entrò in cucina e si mise a lavare le tazze. Lacqua del rubinetto era caldissima, quasi ustionante, ma lei lasciava le mani lì.

Avremo una festa disse. Il cinque maggio. Qui.

Qui da noi? Che festa?

Il mio compleanno. E anche per qualcosa di lavoro di Giacomo.

Dal salotto arrivò un mugugno indistinto, seguito dal silenzio, poi di nuovo la pesca.

Carlotta si asciugò le mani sullo strofinaccio. Era vecchissimo, con il bordo ormai scolorito con dei galletti stampati; laveva comprato almeno quindici anni prima al mercato e non si decideva a buttarlo. Guardando lo strofinaccio, lassalì una strana sensazione: ecco, era proprio come quello. Scolorita, con i galletti, appesa lì a prendere le mani sporche di tutti quelli che passano.

Scacciò il pensiero e aprì il frigo per controllare le scorte.

Tra dieci giorni Carlotta Bianchi avrebbe compiuto cinquantanni. Un giro di boa, un mezzo secolo, di cui almeno trentacinque se li ricordava bene. E in quei trentacinque anni, non riusciva a ricordare neppure un giorno fatto soltanto per sé. Mai per il marito, mai per la figlia, mai per la madre, che non cera più ma per cui ogni settimana si impegnava a cucinare la ribollita, mai per la suocera che vive a due quartieri di distanza e reclama attenzione come una bambina. Solo per sé, mai.

Faceva la contabile in una ditta edile. Ventidue anni nello stesso ufficio. I colleghi la rispettavano, i capi la stimavano, ma promozioni manco a pensarci Carlotta faceva già tutto, Carlotta non si lamentava, Carlotta sistemava sempre.

Casa: uguale. Michele aveva cinquantacinque anni e lavorava come tecnico in fabbrica. Non amava il lavoro, ma teneva botta: alla pensione mancava poco, diceva. A casa, però, lui si riposava. Che nella pratica significava: divano, TV, cellulare e ogni tanto il garage. Cucinava Carlotta, puliva Carlotta, pagava le bollette Carlotta (perché sei più brava tu) e la spesa pure. Riceveva ospiti solo lei. Michele, per principio, non partecipava: da anni non se ne discuteva più, era il fruscio di sottofondo, come il rumore dellautostrada lontana.

Paola, la figlia, si era sposata quattro anni prima. Il marito, Giacomo, un bravuomo, gran lavoratore, ma con la famiglia più intricata del sugo alla bolognese. La madre era morta da tempo, il padre viveva al nord, ma la mitica zia Silvana sorella del papà da sola valeva per tutto il parentado. Una donna dominante, rumorosa, abituata a comandare. Di Carlotta non sopportava la mitezza e larrendevolezza. Gente così, per chi è forte, scatena istinto da capobranco.

Paola la mamma la amava, ma Giacomo lo amava di più. Così va il mondo. E quando bisognava scegliere tra il comfort materno e la pace di Giacomo, la figlia sceglieva la pace. Sempre, e senza scene.

Così viveva Carlotta Bianchi. In un appartamento con tre stanze sul nono piano di un palazzone in periferia di Bologna, dove i condomini si distinguono solo dagli alberi sotto casa, perché nessuno osa tagliarli. Senza mai lamentarsi. E a chi, poi? Perché?

Dopo la partenza di zia Silvana, rimase in cucina unora a fare i calcoli per la spesa di venti persone. La lista era chilometrica. Il totale, terrificante: quasi mezzo stipendio in euro. Guardando quei numeri, annotati sul retro di una ricevuta vecchia, sentì una stretta al petto. Niente dolore, solo pesantezza. Era come avere un mattone poggiato sul cuore.

Spense la luce della cucina e andò a dormire.

Nei nove giorni dopo, entrò in modalità corsa a ostacoli pre-festa. Allinizio cercava di convincersi che tutto andava bene, che lo faceva per la famiglia, che la festa sarebbe stata bella, bastava non lasciarsi abbattere. Dopo il terzo giorno, anche quei discorsi si erano spenti.

Si svegliava alle sei, per scongelare qualcosa per la cucina, buttare giù la lista della spesa, sentire il negozio per consegna prodotti freschi. Lavorava fino alle sei di sera, a volte anche dopo la relazione non si scrive da sola e non aspetta certo il suo compleanno. Poi tappa al supermercato. Dalle buste uscivano barattoli, bottiglie, sacchi di pasta e chili di carne. Da portare fino al nono piano, e lascensore funzionava a intermittenza. Arrivava a casa, metteva su una pentola, riordinava. Crollava a letto alluna, alle due. E alle sei di nuovo in piedi.

Michele la vedeva. Fisicamente, almeno. Ma ci passava sopra, come fosse invisibile. Una volta chiese se avesse bisogno di aiuto. Lei rispose: «Faccio io». Lui annuì, sollevato, e tornò tranquillo sul cellulare.

Paola chiamò di mercoledì. «Tutto pronto? Zia Silvana si raccomanda per il forno, e ha detto di ricordare gli antipasti!» Carlotta ci provò: Pao, riusciresti almeno a pensare alle insalate tu? È un po pesante fare tutto io Silenzio di un secondo. Mamma, ma lo sai che lavoriamo tanto. Giacomo anche. Arriviamo presto e aiutiamo a mettere in tavola. E mettere in tavola significava trasportare le pentole già pronte. Carlotta lo sapeva. Non disse nulla.

Due giorni prima della festa stava lavando le finestre ci sarebbe polvere sul davanzale, aveva sentenziato zia Silvana lultima volta e pensava che lultima volta lo aveva fatto per sé stessa otto anni prima, quando la madre era andata ospite. Ma in realtà era comunque per la madre. O prima per la suocera. Mai solo per sé.

Il piede scivolò dallo sgabello, per poco non cadde. Si aggrappò al telaio, il cuore le rimbombò. Sedette sul pavimento, la schiena contro la parete, rimasero a ronzarle testa, gambe e schiena.

Pensò: Se adesso cado e mi rompo qualcosa, la prima cosa che penseranno tutti sarà: e la festa, chi la fa?

Questa scena le fece quasi ridere, fu una risata stonata, con mezzo colpo di tosse.

Poi si rialzò, riprese lo straccio e finì la finestra.

La notte tra il quattro e il cinque maggio dormì tre ore. Il resto: cuocere, friggere, affettare, comporre. Arrosto alla bolognese, due insalate, pesce in carpione che a lei non piaceva (specialità richiesta da zia Silvana), focaccine con la scarola perché il cugino di Michele, Antonio, senza focacce non è festa. La torta laveva cotta il giorno prima: pan di Spagna alle ciliegie, solo quello per sé.

Alle sette doccia, vestito blu nuovo comprato due anni prima e mai messo, da usare in occasioni speciali. Si guardò allo specchio: occhiaie da panda, labbra screpolate, mani tutte screpolate. Però il vestito era bello.

Ehilà, ti sei tirata su, le disse Michele sfilando nel corridoio. Brava.

Questo fu tutto. Niente sei bella, niente auguri, niente come stai. Solo un brava e via.

I primi ospiti suonarono alle dodici. Zia Silvana arrivò prima, verso le undici e mezza, con la sua borsa stracolma: salsicce marinate, vaso di cetriolini, scatola di cioccolatini. Tutto rigorosamente sul tavolo, per dare il mio contributo. Poi perlustrazione della casa, occhiata alla cucina, approvazione con un cenno.

Brava, Carlottina, disse, identica a Michele. Ti sei data da fare.

Poi prese il telefono e iniziò a chiamare chissà chi.

A pranzo sedettero in ventitré. Contati. Carlotta li aveva presenti tutti, tra tavolo da pranzo e tavolo della figlia, coperti da una tovaglia che aveva stirato fino a mezzanotte.

Li guardava e pensava: Di questi conosco veramente, bene, sei. Gli altri sono colleghi di Giacomo e amici di zia Silvana. Gente di passaggio nella mia casa, seduta sulle sedie chieste in prestito alla vicina, signora Rosina del terzo piano, perché le nostre non bastavano.

Il brindisi iniziò col cugino Antonio, discorso infinito di misteriosa nostalgia. Poi toccò a Giacomo, generico e stringato: Auguri a Carlotta, la nostra forza. Cin-cin e via. Poi Giacomo fece una lunga sviolinata sulla carriera dellamico, Stefano, anche lui lì a tavola, senza che Carlotta capisse bene chi fosse costui.

Quindi toccò a zia Silvana. Discorso preparato, lo si capiva subito. Parlo di Stefano, la sua determinazione, i suoi successi un vero orgoglio. Da ultima, una nota su Carlotta: E non dimentichiamo la padrona di casa, che se non altro ci sfama con cose buonissime. Risata collettiva, altro giro.

Carlotta sorrideva. Capotavola, come si addice a una festeggiata, sorrideva, sollevava il bicchiere, pronuncia i grazie. Ma dentro qualcosa si muoveva. Piano. Come lacqua che, poco alla volta, poi prende il bollore.

Carlà, sale non ce nè più! urlò qualcuno dal fondo.

Si alzò e portò il sale.

Qui manca pane, fu la richiesta di Antonio.

Portò il pane.

Signora Carlotta, mancano delle forchette, si intromise una donna che non aveva mai visto in vita sua.

Forchette. Poi qualcun altro cambiò idea sulla fettina di prosciutto, poi altre richieste di piatti puliti, e zia Silvana richiese lacqua minerale che Paola doveva portare e si era scordata.

Carlotta zompava avanti e indietro; tra un piatto e laltro, riusciva a sedersi solo due minuti. Il suo piatto era intonso, ma il tempo di mangiare non cera proprio.

Una volta tentò pure di fare un brindisi. Si alzò, bicchiere in mano. Paola la seguì, ma proprio in quel momento zia Silvana si mise a raccontare qualcosa su Stefano, forte e sopra tutte le voci, e tutti si girarono verso di lei. Anche Paola abbassò il bicchiere. Carlotta la seguì. Il suo brindisi non partì mai.

Gli ospiti mangiavano. Il pesce è da urlo, Le focacce sono una favola, Larrosto? Segnati che lo vogliamo per Natale. A Carlotta faceva piacere. Ma anche male. Perché lodavano la cucina, non lei. Perché lì era un grembiule e un puoi portare, aggiungi, non una donna festeggiata. Più simile a una cameriera di matrimonio.

Passavano le ore. Fuori il sole di maggio, sereno e stra-indifferente. La compagnia si era scaldato chiacchiere sopra le righe. Stefano parlava della nuova promozione; zia Silvana inseriva i suoi eh, certo, e ridacchiava con quel fare canino. Michele, in fondo al tavolo, discuteva con Antonio: pesca, macchine o forse entrambi.

Carlotta entrò in cucina a prelevare la quarta porzione di arrosto. Guanti da forno, teglia. Le mani che tremavano dalla stanchezza. Tre ore di sonno si facevano sentire. Tutto le girava un po. Mentre metteva larrosto sul vassoio, sentì la voce autoritaria di zia Silvana:

Carlotta! Arrivi? E prendi la panna acida, che qui è finita!

Niente Carlottina. Niente per favore. Solo prendi e porta. Come si fa con i camerieri.

Carlotta si fermò. Mestolo sospeso sopra al vassoio. Il silenzio irreale della cucina, il vento muoveva appena una foglia dellalbero fuori. Sulla stufa solo il bollitore spento.

Qualcosa si spostò, dentro.

Non fu dolore. Solo come un interruttore che scatta.

Posò il mestolo. Appese i guanti. Presi il vassoio con larrosto, la ciotola di panna acida, ed entrò in soggiorno.

Pose il tutto sul tavolo.

Si drizzò.

Scusate disse. Tono basso, ma nitido. Alcuni degli invitati vicini si girarono. Un attimo, per favore.

Zia Silvana continuava a intrattenere Stefano. Paola la fissava con sorpresa. Michele, niente.

Un attimo ripeté Carlotta, un po più forte.

Questa volta anche zia Silvana si girò. Occhi infastiditi, come chi interrompe un programma TV.

Succede qualcosa? chiese lei, irritata.

Carlotta guardò il tavolo. Ospiti mali noti, il marito finalmente con gli occhi su di lei, la figlia con il bicchiere sollevato a metà, a disagio, e infine zia Silvana col foulard lilla e la faccia di chi mangia e comanda.

Voglio dire due parole esordì lei. Oggi è il mio compleanno. Faccio cinquantanni.

E auguri! urlò qualcuno dal fondo. Bicchieri pronti.

Aspettate li fermò Carlotta. Solo un secondo.

Silenzio. Sentiva il battito del cuore, calmo, quasi come se avesse finalmente deciso qualcosa che il corpo già sapeva.

Gli ultimi dieci giorni li ho passati a preparare una festa che, onestamente, sembra più vostra che mia. Ho dormito tre ore a notte, comprato tutto, cucinato, pulito, chiesto le sedie in giro, tirato a lucido tavoli e finestre. Mi sono alzata da questa tavola otto volte mentre mangiavate. E adesso, pocanzi, mi avete chiesto la panna acida con il tono di chi si rivolge a una domestica.

Silenzio, denso. Quello in cui tutti capiscono cosa sta succedendo e nessuno osa fiatare.

Carlà, ti senti male? domandò Michele, imbarazzato. Ma non preoccupato.

Mamma, mormorò Paola.

Zia Silvana raccolse il fiato pronta a replicare, ma Carlotta la fissò dritta negli occhi e lei, stranamente, rimase muta.

Vi chiedo una cortesia, riprese Carlotta, la voce stranamente ferma. Prendete quello che avete portato, e continuate la festa altrove. Cè un bel bar pasticceria qui sotto, lAngolo Dolce, vi offro io il prosieguo della giornata. Ma qui, in casa mia, basta così.

Tre secondi di gelo. Poi unesplosione di chiacchiere scomposte.

Antonio disse qualcosa di poco gentile basso basso. Un paio di colleghi di Giacomo si misero il cappotto. Zia Silvana si alzò, schiena dritta, fulminò la padrona di casa con lo sguardo del tipo te la farò pagare, ma nulla aggiunse. Prese la borsa e pure il vaso di cetriolini, umiliazione minuscola che quasi divertì Carlotta.

Paola si avvicinò.

Mamma, ma che fai, sussurrò. Adesso zia Silvana non ti parlerà più…

Paola, la interruppe Carlotta piano, ti voglio bene, ma ora vai anche tu per favore.

La figlia la fissò come una sconosciuta. E Carlotta pensò: ok, perché quella donna in piedi davanti al suo tavolo a dire vai, per favore era davvero diversa dalla madre che Paola credeva di conoscere.

Michele uscì per ultimo. Si fermò sulla soglia.

Ma sei impazzita? domandò, quasi incuriosito.

No, rispose. Forse mi sono ritrovata.

Non replicò e uscì.

Carlotta chiuse la porta, girò la chiave. Rimase nellingresso, in silenzio.

Un silenzio vero. Non quello di sera tardi o dellalba, quando ancora tutti dormono. Era un pomeriggio qualunque di maggio, con i passeri che litigavano fra i platani fuori e il portone che sbatteva in fondo al cortile. Ma in casa cera solo lei, e sembrava un primo respiro dopo anni in apnea.

Andò in sala. Il tavolo ancora apparecchiato, vassoi di arrosto, insalate a metà, pane spezzettato, bicchieri ovunque. Il suo piatto ancora pieno. Non aveva toccato cibo.

Prese il piatto. Non lo riscaldò. Si servì una fetta di torta pure. Prese la tazza, fece il tè stavolta bollente.

Sedette.

Fuori il platano ondeggiava sotto la brezza di maggio. Foglie appena nate, piccole, lucide. Carlotta mangiava. Larrosto era buono. Era davvero brava a cucinare, lunico punto in cui zia Silvana aveva ragione.

Poi mise in bocca la torta.

Il pan di Spagna era soffice, la ciliegia leggermente aspra, la crema morbida. Masticava piano. Niente fretta. Nessuno a gridare Carlotta, porta, nessuno a guardarla come trasparente. Solo lei e la torta fatta per sé.

La prima volta dopo quanti anni?

Non pianse. Pensava che sarebbe successo in TV queste scene finiscono sempre col pianoforte malinconico e le lacrime. Ma niente. Solo una pace strana, concreta, come la terra solida sotto i piedi quando ci si è abituati a stare su una passerella di cartone.

Per due ore non guardò il telefono. Poi decise di farlo.

Messaggi: Paola tre volte Mamma chiama, Non capisco, che hai fatto?, Stai bene?. Michele una volta: Brutto gesto. Zia Silvana, silenzio assoluto. Sconosciuti che chiedono spiegazioni, qualcuno per le sedie. Rosina dal terzo piano: Carlò, le sedie quando le riporti?.

A Rosina rispose: Domani te le porto. Scusa per il casino.

A Paola: Sto bene. Parliamo domani.

A Michele niente.

Riordinò. Senza fretta né rabbia. Mise tutto nei contenitori, in frigo. Piatti in ammollo. Spazzatura fuori. Tovaglia ripiegata. Restituì le sedie a Rosina, che la guardò in accappatoio con aria furba e non fece domande. Donna intelligente.

Fatta la doccia calda, lunga. Schiuma, relax. Guardava la macchia di umidità sul soffitto tre anni che dovevano imbiancare, sempre rimandato. Pensò: Rinviare la vita a lungo è un po come rinviare limbianchino: alla fine trovi solo uno strato di muffa.

Michele tornò alle dieci. Sentì le chiavi, le scarpe. Lui si fermò sulla porta, lei era a letto con un libro.

Ti rendi conto? disse lui.

Sì.

E quindi?

E quindi basta. Lo so.

Zia Silvana Giacomo scoppia il finimondo, lo sai?

Sì, Michele. Sono stanca. Parliamone domani, ok?

Lui rimase un po, poi andò. Si sdraiò sul divano in salotto, come quando litigano. Lei lo sentì e non lo chiamò.

Spense labat-jour. Si immerse nel buio.

Dormì dieci ore. Prima volta dopo mesi.

Il mattino del sei maggio fu uguale agli altri: il sole filtrava tra le tende, i passeri facevano casino, il profumo del caffè la raggiungeva dalla macchina programmata la sera prima. Si alzò, si fece un panino. Michele dormiva ancora, russando a ritmo.

Aprì il portatile.

Cercava semplicemente il meteo settimanale. Si trova davanti la scheda lasciata aperta un mese prima: sito di viaggi. Tour Borghi dItalia, otto giorni, luoghi mai visti: Lucca, San Gimignano, Urbino, Spoleto. Piccolo gruppo, tour in pullman, colazioni comprese. Guardò le foto: campanili, vicoli medievali, colline di maggio sotto il sole. Mai stata in quei posti. Sempre voluto. Michele non ama questi viaggi: che ci vai a fare, meglio al mare a Cesenatico. Vacanze sempre nella stessa pensioncina da ventanni, giochi di carte e secchiello.

Chiamò lagenzia alle nove in punto.

Buongiorno, state ancora proponendo il tour Borghi dItalia, quello da otto giorni? dice la signorina

Sì, risponde Carlotta. Ci sono posti disponibili per la prossima partenza?

Cè un posto per il quattordici maggio. Uno.

Perfetto. Uno va benissimo.

Pagò col bancomat al telefono. Restò col ricevitore in mano a guardare fuori. Nella testa: calma. Niente entusiasmo, né paura. Solo la sensazione netta di aver scelto finalmente qualcosa.

Paola la chiamò subito dopo. Voce cauta, come chi cerca punti stabili sul ghiaccio.

Ciao mamma. Tutto bene?

Bene, sì.

Dobbiamo parlarne. Zia Silvana è furiosa, Giacomo non te lo so descrivere. È stato un colpo.

Lo so.

Puoi chiamare zia Silvana e scusarti? Così magari le passa

No, Paola, disse Carlotta.

Pausa.

Cosa no?

Non chiederò scusa per aver chiesto alla gente di andare via da casa mia nel giorno del mio compleanno.

Ma mamma

Paola, ascolta. Carlotta prese la tazzina di caffè, la tenne tra le mani la ceramica era calda. Vorrei che mi ascoltassi, solo per qualche minuto.

Silenzio.

Ieri ho compiuto cinquantanni. E ho passato il mio giorno da cameriera su una tavolata di sconosciuti. Tre ore di sonno, nessuno che mi chiedesse come stavo, interrotta di continuo. La cosa che mi ha fatto peggio è capire che sono stata io a permetterlo. Io ho allineato tutti e tutto, io ho preparato, io ho lasciato che diventasse normale dare per scontato che io ci sia sempre. Nessuno mi ha mai chiesto come stai? perché evidentemente ho cresciuto tutti così.

Fuori passava un autobus; un piccione si posò sul davanzale, la fissò e volò via.

Mamma, sussurrò Paola, umana come non lo era mai stata.

Lo so, non ve lo aspettavate. Nemmeno io.

Farai sempre così ora?

Carlotta accennò un sorriso.

Non so se sempre. Ma intanto mi sono regalata un viaggio.

Che viaggio?

Tour nei borghi. Otto giorni. Parto il quattordici.

Pausa lunga.

Da sola?

Da sola.

Mamma. Da laggiù, in un soffio.

Paola, è il primo giro che organizzo per me, la mia prima volta a cinquantanni. Da qualche parte si deve pur cominciare.

La figlia non sapeva cosa dire. Poi: Va bene. Fammi sapere che arrivi. Riattaccò.

Michele scoprì della vacanza a pranzo. Carlotta preparava il minestrone. Lo comunicò senza giri: Ho prenotato un viaggio, parto il quattordici, otto giorni, nei borghi.

Lui la fissò. A lungo. Poi:

E non potevi chiedermelo?

No.

Cosa vuol dire?

Michele, interpreti come vuoi.

Stai bene? Devo chiamare il dottore?

Assaggiò il minestrone, aggiunse un pizzico di sale.

Sto benissimo. Pronto tra venti minuti.

Lui uscì, silenzioso; mise la TV. La vita che proseguiva.

I giorni dopo furono movimentati. Michele alternava mugugni a battutine: Ti sei rincitrullita, prima non eri così, sta bruciando la minestra, gente normale non fa queste cose. Lei ascoltava. Non replicava, non si giustificava. Nuova abitudine: difendersi non le interessava più.

Paola chiamò dopo altri tre giorni. Ora zia Silvana aveva giurato che non metterà più piede in questa casa. Carlotta rispose vabbè. Paola si aspettava altro, restò lì sospesa.

Non ti dispiace?

No.

Però fa parte della famiglia

Paola, zia Silvana è parente di Giacomo, non mia famiglia. Per me famiglia siete tu, Michele e adesso sinceramente anche io. Voglio pensare a noi tre. Non a lei.

Uhm, fece Paola. Poi chiese dettagli sul viaggio: itinerario, alberghi. Un piccolo passo. Carlotta lo avvertì e raccontò.

Il tredici maggio, la vigilia della partenza, si mise a fare la valigia. Piccola, leggera, da portarsi dietro senza soffrire. Sistemava le sue cose, tutta concentrata solo su se stessa. Il vestito blu, stavolta, lo mise anche lì. Che vada a vedere almeno qualche piazza.

Michele entrò e guardò la valigia. Si sedette.

Quindi parti davvero? non era una domanda.

Sì, otto giorni.

Si grattò la fronte, sospirò.

Hai lasciato qualcosa in frigo? Io sono negato

Michele rispose con dolcezza sei un uomo adulto. Nel frigo ci sono scorte per tre giorni, pronte o da scaldare. Poi puoi cucinarti o ordinare una pizza. Te la cavi.

Lui guardava, e Carlotta vedeva che avrebbe voluto risponderle male, ma qualcosa lo tratteneva. Forse lei incuteva una vaga prudenza adesso, anche se non sapeva davvero cosa trasmetteva di nuovo. Ma qualcosa era cambiato.

Va bene cedette lui. Vai.

Un semplice vai. Niente buona vacanza, niente attenta. Ma nemmeno sei matta. Un progresso.

Chiuse la valigia.

La sera, telefonata di Ginevra, amica dalle superiori, ora dallaltra parte della città.

Mi hanno detto che hai cacciato tutti dal compleanno.

Ho chiesto di andarsene.

Carlà. Hai fatto bene.

Pausa.

Davvero?

Guarda che ti conosco da trentanni. Hai passato la vita a sistemare tutto in silenzio. Finalmente ti sei rotta. Era ora.

Gin, lasciamo stare i discorsi da libro Cuore.

Ok, niente prediche. Ma dove parti?

Borghi italiani. Da sola.

Da sola! Ginevra esitò. Lho sempre sognato.

E allora vacci.

Il mio non mi lascia

Gin, non mi lascia è una cosa che si dice quando a otto anni la mamma ti tiene in casa a rifare i compiti. A cinquantanni non ci sono cancelli, basta aprire la porta.

Un attimo di risate, poi serietà.

Sei cambiata.

Forse. O sono stanca di essere comoda.

Si stancano tutte. Ma sei la prima a fare qualcosa.

Magari non sono la prima. Ma di queste cose nessuno parla. Ci vergogniamo.

E tu ti vergogni?

Carlotta guardava la finestra: il quartiere in penombra, ogni finestra una storia. Da una una signora lavava piatti, da unaltra un TV acceso, nellaltra gente che ciabatta avanti e indietro.

No disse. Non mi vergogno.

Il 14 maggio Carlotta si alzò allalba. Michele dormiva. Prese il caffè, fece due tramezzini per il viaggio, controllò i documenti. Si vestì e prese la valigia. Il vestito blu, questa volta, se lo mise subito, perché in fondo a cinquantanni si può.

Stette ferma nellingresso, guardò casa: tre stanze, nono piano, vista sugli alberi. Macchia dumidità ancora lì. Strofinaccio coi galletti. Tutto familiare, tutto caro, tutto lì. Ma usciva diversa da quella che era entrata tanti anni fa. E questo era vero.

Dal fondo arrivò Michele, in canottiera, con i capelli spettinati.

Vai via subito? chiese.

Sì, il taxi aspetta.

Annuii. Poi, impacciato:

Auguri, Carlotta. Non te lavevo detto laltro giorno.

Lo fissò. Cinquantacinque anni, viso stanco e capelli ormai grigi. Ventisette anni a dividerci la vita. Adesso, chi lo sa, che succederà fra noi due? E con Paola? La vita non è una fiction: in otto giorni non si risolve tutto.

Grazie, Michele rispose solo.

Aprì la porta e uscì.

Il taxi era già in cortile. Caricò la valigia, sedette dietro. Lautista, un ragazzotto, le chiese: Stazione?

Sì, alla stazione.

Bologna che si sveglia: strade tranquille, poche auto, mattina chiara e frizzantina. Gli alberi carichi di foglie giovani, di un verde così acceso da sembrare irreale, e Carlotta guardava fuori dal finestrino e pensava che certe cose le aveva smesse di notare da parecchio: le fronde, il cielo celeste, il sole che spunta dal sagrato di una chiesa.

Stazione piena di gente, odore di brioche e caffè dalla rosticceria, altoparlanti che gracchiano, gente con valigie e bambini e zii ansiosi. Andò al binario, quello giusto.

Il treno era puntuale.

Trovò la sua cuccetta, posto vicino al finestrino, sotto, meglio così. Compagni di scompartimento: una coppia anziana, subito gentili, la signora porge il thermos di tè. Carlotta ringrazia: Dopo, con calma.

Il treno si mosse.

Bologna scorse via: casermoni, siepi, garage, ancora case. Poi campagna, boschi, il cielo si allargava. Lei guardava fuori, finalmente senza pensare a menu, spese, richieste, programmi di nessuno.

Il telefono era in tasca. Non vibrava. O forse sì, ma lei non lo guardava.

Pensava che a Urbino non era mai stata. Da piccola sognava Gubbio e Lucca: un giorno forse. E che San Gimignano glielo avevano mostrato solo nei libri di scuola. A volerli vedere, ci ha messo ventanni.

Unaltra viaggiatrice le chiese: Lunga strada?

Carlotta sorrise.

Giro dei borghi rispose.

Bel programma. Da sola?

Da sola.

Coraggiosa disse laltra, ammirata.

Non direi. Era solo ora.

Il treno correva, le colline cambiano colore, il cielo si allunga. Lei si appoggiò indietro, chiuse gli occhi. Non per dormire. Solo per esserci.

Il telefono tremò in tasca. Messaggio. Paola: Mamma, tutto bene? Sei sul treno?

Sono sul treno. Tutto bene. Non preoccuparti.

Altra notifica, numero sconosciuto: Ciao, sono Caterina, accompagnatrice del tour. Aspetto a Lucca con il cartello. Buon viaggio!

Grazie. Sto arrivando.

Rimise via il telefono. Ancora alla finestra.

Il treno corre. Fuori distese di prati, cielo grande, riquadri di viti. Alle spalle Bologna, la casa, il nono piano, il galletto sbiadito dello strofinaccio, la tovaglia stirata di notte. Davanti giorni nuovi, strade antiche, gente mai vista, otto giorni solo per sé.

Non sapeva cosa laspettava. Forse niente con Michele, forse passi avanti con Paola, forse zia Silvana sparita per sempre. Non lo sapeva, e questa incertezza non la faceva più paura. Un tempo ogni nube era minaccia, ora era solo possibilità.

Era la vita.

Che va avanti. Sconosciuta e finalmente sua.

Il treno accelera. Campi, vigneti, nuvole, case dai tetti rossi. Carlotta Bianchi guarda il finestrino e pensa che, la prossima volta che qualcuno le urlerà porta la panna acida, probabilmente sorriderà. Con cortesia. E dirà no.

Tre lettere.

Un mondo intero.

Ieri lha pronunciato davvero per la prima volta.

Si può sempre ricominciare.

Non è mai troppo tardi.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × one =

Basta essere sempre quella che fa tutto per gli altri