BEBÈ SULLA BANCHINA: 25 ANNI DOPO, IL PASSATO BUSSA ALLA PORTA

25 ANNI DOPO, IL PASSATO BUSSA ALLA PORTA

Trovai un neonato sui binari della stazione di Chiavari e lo cresci come fosse mio figlio. Venticinque anni dopo il suo passato bussò alla mia porta.

Aspetta che cosè stato?

Mi fermai di colpo, a metà strada per la stazione, quando un flebile suono spezzò il silenzio. Il gelido vento di febbraio sferzava il mio cappotto, mi colpiva in faccia e portava con sé un debole gemito, quasi soffocato dal ruggito della tempesta.

Il rumore proveniva dai binari. Mi voltai verso la vecchia casetta del capostazione, quasi nascosta sotto la neve. Accanto ai binari cera un mucchio scuro.

Mi avvicinai con cautela. Una coperta logora e sporca nascondeva una piccola figura. Una manina rosso pallido spuntava fuori, gelata.

«Mamma mia» sussurrai, il cuore che batteva a mille.

Mi inginocchiai e la sollevai. Un neonato. Una bambina non più di un anno, forse anche meno. Le labbra erano blu; il pianto era debole, quasi senza forze.

La strinse al petto, aprì il cappotto per scaldarla e corse più veloce possibile verso il paese. Verso Francesca Bianchi, lunica infermiera del centro medico.

«Giovanni, che diamine?» Francesca vide il mucchio tra le mie braccia e ansimò.

«Lho trovata sui binari. Era quasi congelata.»

Francesca prese la bimba con delicatezza e la esaminò. «È ipotermica ma è viva. Grazie a Dio.»

«Dobbiamo avvisare la polizia», aggiunse, tirando fuori il telefono.

Io la fermai. «La manderebbero al ricovero per bambini abbandonati. Non ce la farebbe il viaggio.»

Dopo una breve esitazione, Francesca aprì un armadio. «Ho ancora un po di latte in polvere dalla visita di mia nipote. Servirà per ora. Ma, Giovanni cosa intendi fare?»

Guardai il piccolo viso che si era appoggiato al mio maglione, il suo respiro caldo sulla pelle. Aveva smesso di piangere.

«Lo crescerò», dissi a bassa voce. «Non cè altra via.»

Il pettegolezzo cominciò subito.

«È una cinquantenne, nubile, vive da sola e ora raccoglie bambini abbandonati?»

Che si faccia il giro di parole! Il gossip non mi ha mai interessato. Con laiuto di qualche amico del Comune sistemai la burocrazia. Nessuna parentela trovata. Nessuno aveva segnalato un bambino scomparso.

La chiamai Alessia.

Il primo anno fu il più duro. Notte senza sonno, febbri, denti che spuntano. La cullai, la confortai, cantai ninnananne che avevo imparato da piccolo.

«Mamma!» esclamò una mattina, a dieci mesi, allungando le braccia verso di me.

Le lacrime mi rigarono il viso. Dopo anni di solitudine solo io e la mia casetta di campagna ero diventata mamma.

A due anni era un turbine. Insegui la gatta, strappava le tende, voleva sapere di tutto. A tre riconosceva ogni lettera dei suoi libri illustrati. A quattro raccontava intere storie.

«È una bambina prodigiosa», commentò la vicina di casa, Signora Lidia, scuotendo la testa. «Non so come lo faccia.»

«Non è colpa mia», sorrisi. «Lascia che brilli.»

A cinque organizzai lautostop per portarla allasilo di San Pietro, al villaggio vicino. Gli educatori rimasero a bocca aperta.

«Legge meglio di molti setteenni», dissero.

Quando iniziò la scuola elementare, indossava lunghe trecce castane con nastri coordinati. Le intrecciavo ogni mattina alla perfezione. Nessuna riunione genitori senza la mia presenza. I professori la lodavano senza sosta.

«Signora Bianchi», disse una volta la maestra, «Alessia è il tipo di alunna di cui tutti sognano. Andrà lontano.»

Il cuore mi si gonfiò dorgoglio. La mia figlia.

Divenne una giovane donna aggraziata, bella, slanciata, con occhi azzurri carichi di determinazione. Vinse concorsi di ortografia, olimpiadi di matematica e fiere scientifiche regionali. Il suo nome era noto in tutta la zona.

Una sera, al termine del decimo anno di scuola, mi disse: «Mamma, voglio diventare dottoressa.»

Sbalordita, risposi: «È bellissimo, tesoro. Ma come faremo a pagare luniversità? Laffitto? il cibo?»

«Ho una borsa di studio», affermò, gli occhi scintillanti. «Troverò una via. Promesso.»

E trovò.

Quando arrivò la lettera dammissione alla Facoltà di Medicina, piansi per due giorni, tra gioia e paura. Fu la prima volta che mi lasciò.

«Non piangere, mamma», disse al binario, stringendomi la mano. «Verrò a trovarti ogni fine settimana.»

Naturalmente, la vita in città la inghiottì. Le lezioni, i laboratori, gli esami. Allinizio veniva una volta al mese, poi ogni duetre settimane. Ma non mancava mai una telefonata serale.

«Mamma! Ho passato lanatomia a pieni voti!»

«Mamma! Oggi in clinica abbiamo assistito a una nascita!»

Ogni volta sorrisi, ascoltando le sue avventure.

Nel terzo anno, la sua voce tremò di eccitazione.

«Ho conosciuto qualcuno», ammise timida.

Si chiamava Luca, un compagno di corso. Veniva a Natale, alto, educato, con occhi gentili e voce tranquilla. Ringraziava per il cibo e ripuliva il tavolo senza che gli chiedessero.

«Buon colpo», sussurrai mentre lavavo i piatti.

«O forse no?», rispose lei, raggiante. «E comunque, continuo a tirare il 30 e lode.»

Dopo la laurea, intraprese la specializzazione in pediatria, ovviamente.

«Mi hai salvata una volta», disse. «Ora voglio salvare altri bambini.»

Le visite divennero più rare. Capivo, aveva la sua vita. Conservavo ogni foto, ogni piccola storia di paziente.

Un giovedì sera, il telefono squillò.

«Mamma posso venire domani?» la sua voce era bassa, nervosa. «Devo parlarti.»

Il cuore mi balzò. «Certo, tesoro. Va tutto bene?»

Il pomeriggio dopo, arrivò sola. Nessun sorriso, nessuna scintilla negli occhi.

«Che succede?», chiesi, stringendola in un abbraccio.

Si sedette, le mani intrecciate. «Due persone sono venute in ospedale. Un uomo e una donna. Si sono presentati come mio zio e mia zia. Hanno detto che la loro nipote è sparita da venticinque anni.»

Rimasi senza parole. «E?»

«Hanno foto, test del DNA è tutto vero.»

Il silenzio cadde pesante.

«Ti hanno abbandonata», sussurrai. «Ti hanno lasciata nella neve.»

«Dicono che non erano loro. Che i miei genitori sono fuggiti da una violenza, si sono persi alla stazione e hanno cercato per anni.»

Il respiro mi mancò. «E i tuoi genitori?»

«Morti, dieci anni fa, in un incidente dauto.»

Non sapevo cosa dire.

Alessia prese la mia mano. «Vogliono solo la verità. Ti tengo stretta e ti sussurro: Qualunque cosa dica il passato, tu sei e resterai sempre mia figlia.»

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