«Beh, se sei così intelligente — traducilo!» — ghignò il direttore, lanciando il contratto alla donn…

«Vediamo, visto che sei tanto sveglia, traducilo tu!» rise il direttore, lanciando il contratto verso la donna delle pulizie. Una settimana dopo stava già mettendo via i suoi effetti personali.

Ginevra fissava la traccia opaca lasciata da una suola sul linoleum appena pulito. In gola sentiva il solito sapore di candeggina e sapone scadente. Aveva trentadue anni e negli ultimi cinque la sua vita si era misurata in rampe di scale lavate e litri di secchio.

Dormi in piedi, Rossi? La voce del direttore della fabbrica Elettrostal S.p.A., Lorenzo Benedetti, le colpì le orecchie come uno schiaffo. Tra dieci minuti arrivano i tedeschi in sala riunioni. Voglio che sia perfetta, neanche un granello di polvere.

Ginevra si raddrizzò in silenzio. Era abituata a passare inosservata. Nessuno in quelledificio sapeva che sotto il camice blu della manutenzione si nascondeva una donna che un tempo leggeva Goethe in originale e si preparava a una carriera da avvocato internazionale. La vita era crollata allimprovviso: infarto della madre, sedia a rotelle, bollette della riabilitazione che avevano inghiottito il suo appartamento e i suoi sogni. Così il suo tedesco giaceva sepolto da qualche parte in fondo alla memoria, soppiantato dai turni e dalle pulizie.

La sala riunioni era soffocante. Sul tavolo lucidato, che Ginevra aveva appena spolverato, stava una cartellina. Pelle lavorata, costosa. Il frontespizio era fitto di parole in una lingua che non sentiva da anni.

«Vertrag über die Übertragung von Anteilen» le lettere si unirono spontaneamente in significato. Si bloccò a leggere. Non era semplicemente un contratto. Era la condanna a morte della fabbrica. Lorenzo Benedetti stava manovrando per svuotare tutto, lasciando agli investitori solo un involucro vuoto e debiti colossali verso i lavoratori.

Che cè, Rossi, cerca parole note? Benedetti entrò nella sala con passo rilassato, sistemando la cravatta. Lo seguiva il capo ingegnere, Giuseppe Sartori.

Non ebbe tempo di fare un passo indietro. Alzò lo sguardo; nei suoi occhi lampeggiò per un attimo quellorgoglio che sembrava sepolto da tempo.

Cè un errore, dottor Benedetti. Al punto dodici. I tedeschi prendono il controllo alla prima mancata corresponsione. State firmando per essere estromessi nel giro di un mese.

Benedetti si irrigidì. Il suo viso si colorò dun rosso cupo, malsano. Si girò verso lingegnere e sorrise di scherno.

Hai sentito, Sartori? Adesso non abbiamo una donna delle pulizie, ma unesperta di diritto internazionale. Guardala! Macchie sul camice, secchio in mano, ma sempre pronta a fare la saputella!

Si avvicinò molto, impregnando Ginevra di profumo costoso e alito di brandy.

Dai, visto che sei così intelligente traducilo adesso! ghignò, gettandole il contratto accanto.

Forza, genia. Se domani alle otto non cè la relazione completa sul mio tavolo, tradotta in italiano e con le tue correzioni, riconsegni il materiale e vai a chiedere la carità. Tua madre quanto resisterà con pane e acqua?

Giuseppe Sartori abbassò lo sguardo. Ginevra raccolse la cartella in silenzio. Pesava quanto la sua esistenza.

Quella notte Ginevra non dormì. Stava in cucina, illuminata da una lampada fioca. La madre, dalla stanza accanto, lamentava nel sonno. Di fronte a lei, cerano il contratto e il vecchio dizionario universitario.

Lavorava con la furia di una posseduta. Ogni frase, ogni cavillo cadeva uno dopo laltro. Vedeva chiaramente come Benedetti stesse compromettendo non solo sé stesso ma centinaia di persone in produzione. Aveva nascosto crediti morti nei conti.

La mattina dopo non prese la scopa. Indossò lunico vestito decente salvato dal passato: nero, taglio classico, quello per andare ai servizi sociali se mai fosse servito.

Alle otto in punto entrò nellufficio di Benedetti.

Ecco la traduzione, dottor Benedetti. Un consiglio: non firmi. Cè la clausola di responsabilità personale sui beni privati del dirigente.

Benedetti non guardò nemmeno i fogli. Espirò svogliato il fumo di una sigaretta costosa.

Vai a pulire i pavimenti, consulente. Ti tengo solo perché domani non ci sarebbe nessuno a lavare le scale. Puoi andare.

Il giorno dopo arrivò la delegazione. In testa cera il signor Schneider volto di pietra. I negoziati erano a porte chiuse, ma Ginevra, mentre puliva i battiscopa del corridoio, sentiva la voce di Benedetti farsi sempre più acuta e tesa.

A un certo punto la porta si spalancò di colpo. Schneider uscì con in mano quei fogli che Ginevra aveva preparato di notte.

Wer hat das geschrieben? domandò, scrutando i presenti. Chi ha scritto questo?

Linterprete aziendale, un giovane pallido, balbettò. Benedetti sbucò subito dopo, sudato e nervoso.

Sciocchezze, signor Schneider! Una donna delle pulizie che si diverte Ora stesso la licenzio!

Schneider lo bloccò con un gesto. Si avvicinò a Ginevra, che stringeva uno straccio.

Lei? chiese, con forte accento italiano sul tedesco.

Sì, rispose Ginevra in un tedesco impeccabile. Anzi, se fossi in voi mi occuperei dellaudit nei crediti al punto quattro. I numeri lì non tornano.

Benedetti sobbalzò, il volto contratto. Minacciò quasi uno schiaffo, ma Schneider gli afferrò il braccio.

Basta, disse freddo. Avevamo il sospetto che ci stessero ingannando. Questa analisi tecnica conferma i nostri timori peggiori. Dottor Benedetti, i nostri legali stanno già preparando la causa. Non perde solo laccordo. Perde tutto.

Guardò a lungo le mani di Ginevra, rese secche dalla fatica.

Ci serve qualcuno che conosca lazienda dallinterno e comprenda le nostre leggi. Stiamo nominando unamministrazione temporanea. Vuole lavorare con noi? Ci serve un audit legale pulito.

Ginevra guardò Benedetti. Lui stava aggrappato allo stipite della porta, sembrava potersi accasciare in qualsiasi momento. Il potere nei suoi occhi era svanito. Rimaneva solo la paura.

Accetto, disse piano Ginevra.

Passò una settimana. Nellufficio del direttore regnava il silenzio. Ginevra sedeva alla scrivania dove, solo una settimana prima, Benedetti le aveva buttato i documenti. Indossava un completo nuovo, acquistato con lanticipo ricevuto.

Qualcuno bussò piano. Era Giuseppe Sartori, il capo ingegnere.

Ginevra Signora Rossi, balbettò. Cè Benedetti che è venuto a prendere le sue cose. Le guardie non lo fanno entrare senza il suo permesso.

Ginevra uscì nel corridoio. Lorenzo Benedetti era fermo davanti allascensore con una scatola di cartone. Dentro qualche statuetta, un diploma incorniciato e una bottiglia di brandy iniziata. Sembrava invecchiato di dieci anni. Barba grigia, la giacca costosa che pendeva addosso.

La guardò, ma non con rabbia: con una muta rassegnazione.

Quindi lhai tradotto alla fine, mormorò. Sei contenta?

Io volevo solo che la fabbrica andasse avanti, dottor Benedetti, rispose Ginevra. Che la gente ricevesse lo stipendio, non che lei prendesse bonus sfruttando il loro lavoro.

Fece un cenno alle guardie. Si aprirono. Benedetti entrò in ascensore; le porte si chiusero lentamente, separandolo per sempre dal mondo dove era stato padrone.

Ginevra rientrò nel suo ufficio. Andò alla finestra e guardò giù, sul piazzale. Vicino allingresso, la nuova addetta alle pulizie una ragazza giovane in camice blu maneggiava la scopa sulle piastrelle di marmo con incertezza.

Ginevra sentì sciogliersi dentro di sé quella morsa che la teneva prigioniera da anni. Le gambe le si fecero molli, dovette sedersi. Non era una vittoria; era solo un ritorno a sé stessa.

Prese il telefono, compose il numero di casa.

Mamma? Sono io. Sì, va tutto bene. Domani verrà il dottore, quello vero, dal centro. Non preoccuparti. Ce la facciamo. Non serve più risparmiare sulle medicine.

Abbassò il telefono e guardò la pila di documenti. Il lavoro da fare era tanto. Ma ora era il lavoro per cui valeva la pena vivere.

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