A volte la vita va così
Giulietta era stata tanto attesa dai suoi genitori. Ma la gravidanza fu difficile, e la bimba nacque prematura. Rimase per settimane nellincubatrice. Molti dei suoi organi non erano abbastanza sviluppati. Intubazioni. Due interventi chirurgici. Distacco della retina.
La fecero salutare due volte, come fosse un addio. Ma Giulietta sopravvisse.
Presto, però, risultò chiaro che vedeva a malapena e sentiva quasi nulla. Dal punto di vista fisico, piano piano fece progressi: si sedette, riuscì a prendere in mano un giocattolo, poi iniziò a camminare sorreggendosi ai mobili. Ma laspetto mentale quello non cambiava.
Allinizio i genitori si aggrapparono alla speranza, lottarono in due; poi il padre, Marco, lentamente si fece da parte e scomparve dalla scena. Restò solo la madre, Lucia, a combattere.
Trovò una borsa regionale per pazienti speciali e, a tre anni e mezzo, a Giulietta furono applicati degli impianti cocleari per recuperare ludito. Sembrava che ora udisse ma lo sviluppo restava fermo. Centri specializzati, logopedisti, psicologi, mille tentativi. Lucia veniva spesso da me con Giulietta.
Consigliavo: proviamo anche questo, magari questaltro Lucia tentava tutto. Il risultato però era sempre lo stesso. Giulietta se ne stava tranquilla nel box, rigirando tra le mani un oggetto, battendolo sul pavimento, a volte mordendosi le mani. Ogni tanto emetteva un ululato monotono, a volte modulato. Lucia era sicura che la riconoscesse, la chiamasse con uno strano gorgoglio e che adorasse quando le grattava la schiena e le gambe.
Alla fine, uno psichiatra anziano le disse: che diagnosi devo fare, qui? Ormai, sua figlia è come un vegetale che cammina. Prenda una decisione e viva la sua vita. O la lasci in affidamento oppure continui ad accudirla ormai ha imparato, no? Non ha senso sperare in progressi radicali o sacrificarsi completamente accanto al box. Lucia sentì quelle parole. E fu la prima volta che qualcuno le parlò così chiaramente. Così iscrisse Giulietta a un centro specializzato e tornò a lavorare.
Passato un po di tempo, realizzò un vecchio sogno: si comprò una moto. Cominciò ad andare in giro per Milano e in campagna con un gruppo di appassionati quando il motore rombava, i pensieri cupi le scivolavano via.
Il padre di Giulietta pagava regolarmente il mantenimento, che Lucia spendeva tutto per lasciare la bambina alle badanti nel weekend Giulietta in fondo era facile da gestire, ci si abitua anche ai suoi versi. Un giorno uno dei motociclisti, Andrea, le disse: Sai, mi hai preso proprio di testa. Hai qualcosa di tragico e affascinante.
Vieni, che ti faccio vedere una cosa, rispose Lucia.
Andrea pensava che lei lo invitasse a casa, al letto. Invece lei gli mostrò Giulietta. Proprio in quel momento Giulietta si agitava e ululava, come se avesse riconosciuto la madre o percepito lestraneo.
Mamma mia, che cosa?, balbettò Andrea.
Cosa pensavi di trovare?, replicò Lucia.
Col passare del tempo, Lucia e Andrea cominciarono a frequentarsi anche fuori dal giro in moto. Andrea non si avvicinava mai a Giulietta, era stata una regola decisa insieme, e a Lucia stava bene così. Poi, un giorno Andrea propose: Facciamo un figlio, Lucia. Lei rispose con durezza: E se ne viene fuori uno come Giulietta, lo vuoi lo stesso? Andrea tacque quasi un anno, poi riprese coraggio: No, davvero, facciamolo.
Nacque Tommaso. Per fortuna, sano come un pesce. Andrea propose: Ora magari possiamo portare Giulietta in un istituto, visto che abbiamo un figlio normale? Lucia lo fulminò: Se proprio devo lasciare qualcuno, lascio te. Andrea fece subito marcia indietro: Stavo solo chiedendo Tommaso scoprì Giulietta a nove mesi, gattonando.
Fu subito molto curioso. Andrea si spaventava, e si arrabbiava: Tieni il piccolo lontano da lei, può essere pericoloso! Ma Andrea era quasi sempre fuori, Lucia invece lasciava fare. E ogni volta che Tommaso era vicino, Giulietta non urlava. Anzi, Lucia aveva limpressione che ascoltasse e aspettasse Tommaso. Lui le portava i giochi, mostrava come si usavano, le sistemava le dita.
Un giorno Andrea stette male e rimase a casa nel fine settimana. Vide Tommaso che, ancora incerto sulle gambe, camminava per lappartamento borbottando, seguito da Giulietta attaccata come unombra e lei non si muoveva mai dalla sua stanza, prima! Andrea montò su tutte le furie: Tieni quel disgraziato lontano da mio figlio o non lo tolgo locchio di dosso! Lucia lo guardò in silenzio e indicò la porta.
Lui si spaventò. Fecero pace. Lucia venne da me: Andrea sarà anche un pezzo di legno, ma lo amo. È terribile? È naturale, le dissi, amare il proprio figlio, qualunque cosa Ma stavo parlando di Andrea, non di Giulietta, mi corresse Lucia. Secondo te Giulietta è pericolosa per Tommaso? Dissi che, da quanto vedevo, Tommaso era il leader tra i due, ma bisognava comunque sorvegliare. Così fecero.
A un anno e mezzo Tommaso insegnò a Giulietta ad impilare le torri dei mattoncini. Lui già parlava a frasi, cantava filastrocche e mimava la gallinella che fa la polenta. Ma è un prodigio nostro figlio? mi domandò Lucia. Andrea vuole saperlo. Va in giro tutto gonfio dorgoglio, quando gli amici ancora hanno i figli che dicono a malapena mamma e papa.
Credo sia merito di Giulietta, spiegai. Non tutti i bambini a quelletà hanno la responsabilità di aiutare uno sviluppo così rallentato. Ecco!, si rallegrò Lucia. Glielo dirò in faccia: guarda che donnone di legno!
Che famiglia, pensai: un vegetale che cammina, un pezzo di legno con gli occhi, una donna in moto e un piccolo genio. Quando si abituò ad usare il vasino, Tommaso ci mise circa sei mesi a insegnare anche a Giulietta. E dopo aver imparato da solo a bere dal bicchiere, a vestirsi e spogliarsi, Lucia diede a Tommaso il compito di insegnarlo anche a Giulietta.
A tre anni e mezzo Tommaso finalmente chiese: Ma cosa ha Giulietta, mamma? Innanzitutto non ci vede, spiegò Lucia. Invece sì, ribatté Tommaso. Vede male, ma vede. Così, sì, ma così no. E dipende dalla luce. La migliore è la lampadina grande in bagno, lì vede di più.
Loculista si stupì non poco quando vide che per spiegare la vista di Giulietta avevano portato un bambino di tre anni, ma ascoltò tutto con attenzione, prescrisse altre visite e, alla fine, diede indicazioni per una terapia e degli occhiali particolari.
Al nido, Tommaso non si adattava per niente. Che ci sta a fare qui? Questo dovrebbe andare a scuola!, si scocciava la maestra. È troppo avanti, non si può lavorare con lui!
Io però sconsigliai di anticipare la scuola. Meglio i laboratori, e proseguire con Giulietta. Con mia sorpresa, Andrea fu daccordo: Tanto vale, ogni tanto ci stai tu con loro, che ci va a fare in un asilo del genere? Hai notato che Giulietta non urla quasi più da un anno?
Sei mesi dopo, Giulietta disse: Mamma, papà, Tommy, acqua, miao-miao. Andarono a scuola lo stesso anno. Tommaso era teso: Come farà senza di me? Gli insegnanti lì sono bravi? Lo capiranno davvero? Anche ora, al quinto anno, fa i compiti con Giulietta prima di pensare ai suoi.
Giulietta ora parla con frasi semplici. Sa leggere e usare il computer. Adora cucinare e aiutare a riordinare (con mamma o Tommy che le guidano), le piace sedersi sulla panchina in cortile ad ascoltare e annusare. Conosce tutti i vicini e saluta sempre per prima. Ama giocare con la plastilina, costruire e smontare tutto.
Ma ciò che ama di più è quando tutta la famiglia monta in moto sulle strade fuori Milano lei abbracciata fortissimo a Lucia, e Tommy con Andrea, e tutti insieme urlano contro vento, come se ogni tristezza sparisse nella corsa verso il tramontoUn pomeriggio dautunno, nel giardino sotto casa, Lucia si trovò a osservare i figli. Giulietta era seduta sulla sua panchina con uno sbuffo di plastilina tra le mani, sorridendo inconsapevole verso il vento, mentre Tommaso sistemava con pazienza un piccolo vassoio di biscotti accanto a lei. Andrea, seduto un po in disparte, li seguiva in silenzio: anche lui, a suo modo, aveva imparato ad accogliere il rumore, limprevisto, le pause.
Il sole calava tra i rami ancora verdi e biondi. Lucia sorseggiava un caffè ormai tiepido e, per la prima volta dopo anni, sentì che la fatica aveva lasciato spazio a unaltra cosauna quieta gratitudine.
Giulietta cominciò a cantilenare una nenia, e la voce si intrecciò a quella di Tommaso che, ridendo, le faceva il verso. I vicini passavano dal cancello, e Giulietta, come sempre, sollevò la mano e gridò: Ciao!. Una vecchietta con il cane si chinò e rispose: Ciao Giulietta, ciao Tommy!. Leco delle voci raggiunse Lucia, che si accorse di essere fortunata, pur con tutte le strade dolorose percorse.
In quellattimo, comprese che la famiglia non era quella delle pubblicità perfette: era la stranezza delle loro mattine a incastro, la forza delle abitudini create un giorno alla volta, la misteriosa alleanza tra chi si sente fragile e chi si scopre necessario.
Quando il sole sfiorò il tetto rosso di fronte, Giulietta si voltò, guardò la madre e, con semplicità, disse: Bella giornata, mamma?. Lucia annuì, sentendo qualcosa sciogliersi dentro di lei. Sì, amore. La più bella.




