Capita anche da noi…

Succede così

I genitori di Tommasino lo aspettavano con ansia, come se lo avessero sognato per anni tra i portici di Bologna. Ma la gravidanza fu travagliata e il bambino nacque prematuro. Rimase disteso in unincubatrice tra luci verdastre e voci ovattate dinfermieri. Molti organi non si erano ancora accordati al ritmo della vita. Respiratore, due interventi chirurgici, distacco della retina. Due volte permisero ai genitori di salutarlo, come in un addio sospeso nellaria umida dellospedale. Ma Tommasino sopravvisse.

Però si scoprì subito che vedeva quasi niente e sentiva appena un soffio di suoni. Il corpo iniziò piano piano a imparare la sua danza Tommasino si sedette, prese un macchinina tra le mani piene di promesse, poi pian piano si reggeva vicino alla sponda del lettino. Ma nella mente non si muoveva nulla, come in un paese fermo sotto il sole di mezzogiorno.

Allinizio i genitori speravano ancora provavano e riprovavano insieme, ma il padre un giorno svanì come una nuvola, mentre la madre, Cecilia, restò a combattere da sola. Trovò una convenzione in una clinica di Firenze e, a tre anni e mezzo, a Tommasino posero impianti cocleari, per risvegliare ludito. Ora sembrava ascoltare, ma lo sviluppo rimaneva fermo, ostinato come il traffico sulla tangenziale. Prove, consulti con logopediste, neuropsichiatri, psicologi Cecilia lo portò mille volte anche da me.

Io proponevo: proviamo questaltra strada, poi questa Lei provava tutto. Senza effetto. Tommasino silenzioso passava il tempo nel box a far roteare oggetti: li sbatteva contro il pavimento, mordeva le dita e qualcosaltro. A volte ululava fissando il vuoto della finestra, a volte ululava accompagnando le note come se cercasse una melodia. Cecilia giurava che la riconosceva, che la chiamava con un gorgoglio tutto suo, e che adorava quando lei gli grattava la schiena e i piedi.

Alla fine un vecchio psichiatra di Modena le disse: che diagnosi vuole ancora sentirsi dire? È un vegetale ambulante. Faccia pace con questa idea, e scelga: o lo affida a una struttura o continua a curarlo come ora ormai ha imparato, no? Onestamente, non ha senso seppellirsi accanto al suo box. Lunica voce nel coro di specialisti ad avere il coraggio della chiarezza. Così Cecilia mise Tommasino in un asilo speciale e tornò al lavoro.

Un po di tempo dopo comprò una Vespa ne aveva sempre desiderata una, sognando le scalinate di Roma al tramonto. Iniziò a viaggiare per le strade e i viottoli degli Appennini con altri centauri: col frastuono del motore, ogni pensiero e ansia svaniva, come allalba sui Navigli. Il papà pagava gli alimenti in euro, Cecilia spendeva tutto per una babysitter nei weekend Tommasino daltronde era facile da seguire, una volta abituati ai suoi ululati. Poi un altro vespista, Andrea, le disse: sai, mi sa che di te mi sono preso una cotta che neanche da ragazzino, cè in te una cosa tragicamente affascinante.

Seguimi, disse Cecilia.

Andrea sorrise, convinto di essere invitato a casa ed in camera. Cecilia invece gli mostrò Tommasino. Proprio in quel momento il bimbo era vivace e ululava armoniosamente, forse aveva riconosciuto la madre o si era agitato per lo sconosciuto.

Accidenti! sbottò Andrea.

Tu cosa pensavi, invece? rispose Cecilia.

Lentamente cominciarono a viaggiare insieme e poi anche a vivere nella stessa casa. Andrea non si avvicinava mai a Tommasino (accor-dati in anticipo), e Cecilia non ci teneva. Poi Andrea propose: facciamo un figlio nostro. Cecilia fu tagliente: e se nasce come lui, che si fa? Andrea tacque quasi un anno, poi tornò sullargomento: dai, davvero ci credo.

Nacque così Leoncino. Per fortuna, sanissimo, come uscito da un sogno di primavera. Andrea propose: magari ora spostiamo Tommasino in una struttura, visto che il figlio normale cè? Cecilia rispose: piuttosto ti mando via io! Andrea allora parve svanire come una macchia di vino su una tovaglia, balbettando: era solo una domanda Leoncino scoprì il fratello a nove mesi, rotolandosi sul pavimento, occhi pieni di stupore.

Fu subito affascinato. Andrea si preoccupava e protestava: tieni il piccolo lontano, potrebbe essere pericoloso, non si sa mai! Ma Andrea era sempre al lavoro o in moto, mentre Cecilia lasciava che i bambini stessero insieme. Quando Leoncino gattonava accanto al fratello, Tommasino stranamente non ululava. Sembrava ascoltare, perfino attendere. Leoncino portava giochi, mostrava come si usano, sapeva unire le dita di Tommasino e piegarle per farlo divertire.

Un giorno Andrea, raffreddato, rimase a casa nel fine settimana. Vide Leoncino che camminava insicuro per casa, farfugliando richiami, seguito passo dopo passo da Tommasino che fino ad allora non si era mai spostato dal suo angolo. Andrea fece una scenata: vuoi segregare mio figlio dal tuo deficiente o tenerli sempre sotto controllo! Cecilia, senza una parola, gli indicò la porta.

Andrea si spaventò. Si riappacificarono. Cecilia mi venne a trovare:

Lui è un pezzo di legno, eppure lo amo, mi disse. Spaventoso, vero?

È naturale, risposi. Amare un figlio oltre tutto

Ma parlavo di Andrea, precisò Cecilia. Tommasino per Leoncino è pericoloso, che ne pensa lei?

Risposi che tra i due, il leader era Leoncino, ma la sorveglianza era necessaria. Così fecero.

A un anno e mezzo Leoncino insegnò a Tommasino ad impilare le torri di cubi. Lui già parlava a frasi, cantava filastrocche e mimava giochi come il gallo sulla merla. Ma è un piccolo genio questo Leoncino? domandò Cecilia. Andrea vuole sapere, va fiero che il figlio degli amici a questetà dice appena mamma e papà.

Credo sia merito di Tommasino, suggerii. Non a tutti capitano questi ruoli da locomotore dello sviluppo.

Ecco! esultò Cecilia. Glielo dico proprio a quel palo con gli occhi.

Una vera famiglia surreale pensai un vegetale ambulante, un palo con gli occhi, una donna su due ruote e un genio in miniatura. Imparato il vasino, Leoncino impiegò sei mesi per insegnare anche al fratello. Poi Cecilia affidò a Leoncino il compito di insegnare a Tommasino a mangiare, bere dalla tazza, vestirsi da solo.

A tre anni e mezzo, Leoncino affrontò la madre:

Mamma, ma cosa ha Tommasino?

Non vede, amore.

Vede, invece! Solo male. Questa cosa sì, quella no. E la luce incide. Meglio la lampadina in bagno, vicino allo specchio lì vede molto.

Loculista a Parma rimase interdetto quando si trovò davanti un bambino di tre anni che spiegava la condizione visiva del fratello, ma ascoltò tutto, prescrisse nuove visite e delle lenti speciali.

A scuola materna, Leoncino non si ambientò mai. Dovrebbe andare direttamente alle elementari! Un piccolo professore, sempre che sa tutto sbottò la maestra seccata. Sconsigliai fortemente la scuola anticipata: meglio che Leoncino frequentasse laboratori e aiutasse Tommasino. Andrea, sorprendentemente, fu daccordo: stai a casa con loro, che devi fare allasilo? E poi, hai visto che il grande non ulula più da quasi un anno?

Sei mesi dopo, Tommasino disse: mamma, papà, Leoncino, acqua, gattino. I due fratelli cominciarono la scuola insieme. Leoncino era preoccupato: come farà senza di me? Ma ci saranno buoni insegnanti? Lo capiranno? Anche adesso, in quinta elementare, fa i compiti prima con Tommasino, poi i suoi.

Tommasino parla a frasi semplici. Legge, usa il computer. Ama cucinare e riordinare (sotto la direzione di Leoncino o della madre), gli piace starsene seduto in cortile sulla panchina ad osservare, ascoltare, annusare. Conosce tutti i vicini e li saluta sempre. Gli piace modellare la pasta e montare e smontare costruzioni.

Ma soprattutto, quello che preferisce è quando vanno tutti insieme a fare un giro di moto sulle stradine di campagna lui con la mamma, Leoncino con il papà e tutti gridano qualcosa contro il vento, finché la notte si spoglia delle sue ombre e resta solo il profumo del gelsomino e della benzina.

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