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Un regalo arrivato tardi L’autobus sobbalzò e la signora Anna si aggrappò con entrambe le mani alla barra, sentendo il ruvido della plastica che cedeva un poco sotto le dita. La borsa della spesa sbatté sulle ginocchia, le mele rotolarono sorde all’interno. Era in piedi vicino all’uscita, contando le fermate che la separavano ancora da casa. Nel suo orecchio sibila lieve una cuffietta: la nipote le aveva chiesto di lasciarla accesa. “Non si sa mai, nonna, se ti chiamo…”. Il telefono pesava come un sasso nella tasca esterna della borsa. Ma Anna controllò comunque se la zip fosse ben chiusa. Già sentiva il profumo familiare dell’ingresso, immaginava la busta poggiata sullo sgabello, le scarpe scambiate, il cappotto appeso con cura, la sciarpa piegata sulla mensola. Poi la spesa sistemata, la pentola sul fuoco a sobbollire. La sera suo figlio sarebbe passato per prendere i contenitori: aveva il turno di notte, niente tempo per cucinare. Il bus frenò, le porte si aprirono. Anna scese con cautela, reggendosi al corrimano. Nel cortile, i ragazzini rincorrevano un pallone: una bambina nel suo monopattino quasi la urtava, ma cambiò rotta all’ultimo momento. Dagli androni usciva un odore di pappa per gatti e fumo di sigaretta. In ingresso, poggiò la busta, sfilò le scarpe e le spinse verso il muro con il solito gesto. Appese il cappotto al gancio, sistemò la sciarpa sullo scaffale. In cucina ordinò le verdure, il pollo nel frigo, il pane nella madia. Riempì la pentola d’acqua, mentre già pensava ai prossimi passi. Quando il telefono vibrò, si asciugò le mani e lo avvicinò. — Sì, Alessandro. — La voce era morbida, vicina al microfono come per sentire meglio il figlio. — Ciao, mamma, tutto bene? — il tono del figlio era nervoso, qualcuno dietro di lui borbottava qualcosa. — Sì, sto preparando il brodo… Vieni? — Passo più tardi. Senti, mamma… è che ancora alla materna fanno la colletta per rifare le aule. Non è che potresti… Beh, come l’altra volta. Anna già allungava la mano verso il cassetto coi documenti, dove custodiva il suo quaderno delle spese. — Quanto serve? — Se puoi, tremila. Lo so, ci mettiamo tutti, ma tu capisci com’è… sono tempi difficili. — Capisco. Va bene, te li do. — Grazie mamma, sei un tesoro. Più tardi passo. E il tuo brodo, quello che mi piace! A fine chiamata l’acqua già bolliva; Anna ci buttò il pollo, un po’ di sale, l’alloro. Si sedette a tavola col quaderno delle spese. Alla voce “pensione”, una cifra ordinata a penna: sotto, bollette, medicine, “nipoti”, “imprevisti”. Aggiunge “materna” e la cifra. I numeri si restringono. Non resta quanto vorrebbe, ma non è la fine del mondo. “Pazienza – pensa – ce la faremo comunque”. Chiude il quaderno. Sul frigo c’è un magnete con un piccolo calendario: sotto, la pubblicità del centro culturale del quartiere. “Stagione di concerti: classica, jazz, teatro. Ridotto per pensionati.” Era una calamita regalata dalla vicina Tamara, il giorno del suo compleanno. Anna ha già notato più volte quella scritta, restando in attesa del bollitore. Oggi la parola “abbonamenti” le resta appiccicata agli occhi. Ricorda i tempi in cui, ancora ragazza, andava con l’amica alla Filarmonica. I biglietti costavano poco, ma bisognava fare la coda fuori al freddo; loro ridacchiavano, con brividi e vestiti buoni. Adesso pensa al teatro: da anni non ne vede più uno. I nipoti la portano agli spettacoli scolastici, ma è un’altra cosa. Lì c’è confusione, rumore. Qui… non sa nemmeno che concerti fanno, chi ci va. Stacca la calamita, la gira. Il sito non le dice niente, ma il numero di telefono sì. Rimette la calamita, il pensiero la insegue: “Sciocchezze, meglio tenere da parte per la nipotina, le va cambiata la giacca, costa tutto.” Dice così, ma non riapre il quaderno. Prende invece la busta dei risparmi “per i giorni neri”: contanti messi insieme nei mesi, pochi ma sufficienti forse anche per riparare la lavatrice o per qualche analisi. Conta i soldi. In testa risuona la pubblicità. Più tardi arriva il figlio, prende il brodo, la somma. E la mette in guardia: “Segna quanto ti resta, mi raccomando.” Anche la nuora, chiamando per organizzare il prossimo sabato coi bambini (“Noi dobbiamo andare all’Iper, c’è l’offerta sugli elettrodomestici”), le promette di portare tè: “Grazie, signora Anna, davvero”. La casa torna silenziosa dopo. Anna si chiede, ripensando alla domanda del figlio: “Ti compri mai qualcosa per te?” La mattina, libera da appuntamenti, riapre la questione teatro. Prende il coraggio, compone il numero della biglietteria. — Centro Culturale, buongiorno. — Salve, chiedevo per gli abbonamenti… Fanno prezzi buoni per pensionati, ma sempre una bella cifra per quattro concerti. Anna fa i conti: “Un po’ si può, ma resterà poco da parte.” — Pensaci — dice la signora della biglietteria — ma vanno via in fretta. Anna prende il tè, si siede con il quaderno e scrive: “Abbonamento, quattro concerti”, la cifra. Divide per mese. “Non è poi così male.” Rinuncerà a qualche dolce, al parrucchiere, ai vizi piccoli. Riemergono i nipoti, i loro desideri, e l’ansia di spese per la famiglia. Il suo desiderio, in confronto, sembra quasi fuori luogo: come chiedere permesso, ecco. Passa il giorno, si confida con Tamara, la vicina, che la sprona: “E basta con i sacrifici! I soldi sono i tuoi. Te li sei meritati.” Persino le sdrammatizza sulle scale del centro culturale: “Siediti, ascolta, e goditela!” Alla fine Anna si fa coraggio. Richiama la biglietteria: “Vorrei un abbonamento per le serate di romanza.” Prende nota dell’indirizzo. Prepara i documenti, le medicine, la borsa. La mattina dell’acquisto, il cuore batte forte. Ma alla cassa, stringendo l’abbonamento fra le mani, sente un piacere sottile, una timida gioia nascosta. Nei giorni seguenti non dice niente a nessuno. Quando arriva la data, trova il coraggio di rispondere al figlio: “Sì, ci vado. È una cosa mia. I soldi sono miei.” A teatro si sente un po’ spaesata fra sconosciuti, ma ascoltando la musica scivola in una calma dolce: fa qualcosa per sé, finalmente. Al ritorno il figlio la sgrida dolcemente, ma Anna sorride. E la volta successiva riesce a dire di no: può aiutare solo a metà, l’altra le serve. Nel tempo libero comincia a guardare un corso d’inglese in biblioteca. “Prima i concerti,” si dice, “poi vedremo.” Sul frigo, un biglietto: “Prossimo concerto – 15.” E, più sotto: “Non dimenticare di uscire per tempo.” La vita non cambia, ma qualcosa dentro sì: tra una spesa, un brodo e le corse per i nipoti, c’è anche il suo piccolo, ostinato diritto di desiderare. Un regalo arrivato tardi. Eppure, mai troppo tardi.
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