Skip to content
Search for:
Блискавка
Батьки
Дiти
Рецепти
Стосунки
Disclaimer
Home
Nothing found
It seems we can’t find what you’re looking for. Perhaps searching can help.
Search for:
You may also like
La nonna si è risvegliata già nella casa di riposo. La nuora ha organizzato tutto con cura, ma ha trascurato un dettaglio…
0
3.8k.
Voleva solo adottare il figlio della sua ex moglie, ma scoprì che era il suo vero figlio…
0
384
Passeggiata tra le nuvole
0
56
Колеги не відставали від Віри із запитаннями, куди вони з чоловіком дівають гроші, якщо навіть одягу нормального собі дозволити не можуть
0
6.4k.
Nel villone aleggiava profumo di Chanel e assenza d’amore. La piccola Lisa conosceva una sola carezza vera: le mani calde della domestica Nunzia. Ma un giorno dal cassetto sparirono dei soldi e quelle mani scomparvero per sempre. Sono passati vent’anni. Ora Lisa è lei a bussare a una porta, con un bambino in braccio e una verità che brucia la gola… *** L’impasto sapeva di casa. Non quella casa con la scalinata in marmo e il lampadario di cristallo, dove Lisa è cresciuta, ma la casa vera—quella inventata seduta sghemba sullo sgabello, in cucina a guardare le mani di Nunzia, rosse d’acqua, che impastano forte. — Perché l’impasto è vivo, zia Nunzia? — chiedeva Lisa a cinque anni. — Perché respira, tesoro. Vedi quant’è felice che presto finisce in forno? Allora Lisa non capiva. Ora sì. Se ne sta sul ciglio di una strada sterrata, stringe il piccolo Michele che non piange più—ha imparato. Guarda la madre con gli occhi scuri e seri, gli occhi del padre. Non pensare a lui. Non ora. — Mamma, ho freddo. — Lo so, amore. Adesso troviamo. Non sa nemmeno se Nunzia sia ancora viva, dopo vent’anni. Le è rimasto in mente solo: “Borgo Pini, provincia di Treviso”. E quell’odore di pane. E il calore di quelle mani—le uniche a coccolarla, senza motivo. Cammina tra le corti buie, si ferma davanti a una casetta, sfinita, con Michele che pesa come un macigno. Due gradini di legno sotto la neve, la porta scrostata. Bussa. Silenzio. Poi passi sfregati, la voce roca che riconosce subito: — Chi va in giro con questo buio? Apre la porta. Nunzia, in cardigan sopra la camicia da notte—il viso una mela cotta piena di rughe ma con quegli stessi occhi azzurri, vivi. — Nunzia… La vecchina si blocca, poi le accarezza la guancia con una mano nodosa: — Santa Madonna… Lisetta? Le ginocchia cedono a Lisa. Tiene stretto suo figlio, non riesce a parlare—scende solo il pianto caldo sulle guance gelate. Nunzia non chiede nulla. Né “da dove”, né “perché”. Le mette il cappotto sulle spalle, prende Michele—che si lascia abbracciare—e sussurra: — Ben tornata a casa, rondinella. Entra, vieni dentro. *** Vent’anni. Bastano per costruire un impero e perderlo. Per dimenticare una lingua. Per seppellire i genitori—anche se i suoi sono vivi, ma ormai estranei. Da bambina, credeva che la villa fosse tutto il mondo: quattro piani di felicità, la biblioteca con il camino, lo studio del papà pieno di fumo e severità, la camera di mamma con le tende di velluto. Giù in cucina, invece, si sentiva giusta. Lì Nunzia le insegnava a fare i ravioli, male e storti com’erano. Aspettavano insieme che lievitasse la pasta: — Zitta, Lisetta, se no s’offende e si sgonfia. Quando sopra iniziavano le liti, Nunzia la prendeva in grembo e le cantava nenie di campagna. — Nunzia, sei tu la mia mamma? — Ma che dici, signorina! — Perché allora voglio più bene a te che a mamma? Nunzia taceva a lungo, poi: — L’amore arriva e basta. Tu la ami la mamma, solo che è diverso. Lisa già allora sapeva che non era vero. Mamma era bella, elegante e sempre assente, in viaggio a Parigi o in telefonate infinite. Quella sera cambiò tutto. *** — Ottantamila euro, — sentì Lisa dietro la porta socchiusa. — Dal cassetto. Sono sicura di averli messi lì. — Forse li hai spesi e ti sei dimenticata? — Luca! Il tono del padre: spento, come tutto in casa, ormai. — Chi ha il codice del cassetto? — Nunzia fa le pulizie—gliel’ho detto io. — Sua mamma è malata di tumore. Cure costose. M’ha chiesto l’anticipo il mese scorso. — Non gliel’ho dato. — Perché? — Perché è la servitù, Luca. Se inizi a regalare soldi a ogni domestica… Lisa chiuse gli occhi. Capiva troppo, troppo piccola per cambiare qualcosa. Il mattino dopo, Nunzia preparò la borsa. Lisa la guardava nascosta, in pigiama, nuda e tremante sul pavimento freddo. Nunzia piegava il suo poco: una vestaglia, le pantofole, l’icona di San Nicola. — Nunzia… La donna si volta, il viso sereno ma gli occhi arrossati. — Lisetta, perché non dormi? — Vai via? — Vado, cara. Da mia mamma che sta male. — E io? Nunzia si inginocchia, così da guardarla negli occhi. Sa di pane, come sempre, anche quando non cuoce nulla. — Crescerai, Lisetta. Diventerai una brava persona. Magari un giorno verrai a trovarmi, a Borgo Pini. Te lo ricordi? — Borgo Pini. — Brava. Un bacio sulla fronte. Porta chiusa. Rumore di chiave. E quell’odore scomparso per sempre. *** La casa era minuscola. Una stanza, la stufa in un angolo, il tavolo coperto da una cerata, due letti dietro una tenda a fiori. Sul muro l’icona annerita di San Nicola. Nunzia si affaccenda—mette a bollire il tè, tira fuori la confettura dalla cantina, sistema Michele a dormire. — Siediti, Lisetta. Riposati. Ma Lisa non riesce. Sta in piedi, figlia di chi possedeva una villa da quattro piani—persa tra quelle pareti povere—ed è la prima volta che sente pace. — Nunzia, perdonami. — Per cosa, cara? — Per non averti difeso, per aver taciuto vent’anni, per… Il piccolo già dorme, Nunzia siede di fronte con il tè in mano e ascolta in silenzio. Lisa racconta. La casa diventata straniera, i genitori divorziati dopo due anni, il padre caduto in rovina, la madre risposata in Germania, il padre morto solo e lei rimasta sola. — Poi ho conosciuto Lorenzo, — abbassa lo sguardo. — Te lo ricordi, veniva a casa nostra? Nunzia annuisce. — Sì, il ragazzino magrolino. — Pensavo “ecco, la famiglia vera”. E invece… era un giocatore. Gioco d’azzardo. Quando l’ho scoperto era troppo tardi. Debiti, minacce, Michele… Silenzio. Il fuoco scoppietta, la lampada davanti all’icona tremola sul muro. — Quando ho chiesto il divorzio, Lorenzo… voleva confessarmi una cosa, credeva bastasse a fermarmi, farmi perdonare. — Cosa? Lisa la guarda: — È stato lui a rubare. I soldi, vent’anni fa. Sapeva il codice. E hanno accusato te. Nunzia resta impassibile, stretta alla tazza. — Perdonami. L’ho saputo solo una settimana fa. Non lo sapevo… — Schhh. Nunzia si alza, con fatica si inginocchia davanti a Lisa per guardarla negli occhi. — Tesoro, tu che colpa hai? — Tua madre è morta di tumore, ti servivano quei soldi… — Mamma mia è mancata l’anno dopo. Almeno quell’anno l’ho passato con lei. — Ma ti hanno cacciata come una ladra! — Non vedi che a volte la menzogna ti porta dove devi davvero essere? Se non mi cacciavano, non avrei salutato la mamma per l’ultima volta. Lisa piange, sommersa da tutto insieme. — Eri arrabbiata? — Certo. Ma poi passa. Porta rancore ed è solo veleno. Nunzia stringe le mani di Lisa fra le sue, nodose, dure. — Sei tornata. Con tuo figlio. Da me, vecchia, in una casa che cade a pezzi. E questo vale più di cento cassette forti, Lisetta. Lisa piange forte come una bambina, col viso vicino alla spalla sottile di Nunzia. *** Al mattino, Lisa si sveglia per un odore. Pane. Michele dorme ancora accanto a lei. Dietro la tenda Nunzia armeggia. — Nunzia? — Sveglia? Su, i panzerotti si raffreddano! Lisa si alza stordita. Sul tavolo, coperti di giornale, stanno i panzerotti, dorati, storti, come da bambina. Profumano di casa. — Pensavo… dovresti cercare lavoro, Lisetta. La biblioteca in paese cerca aiuto. Pagano poco ma qui si spende niente. Michele lo affidiamo all’asilo, c’è Veronica, una brava donna… Lo dice con naturalezza, come fosse normale accogliere una quasi sconosciuta. — Nunzia… io per te non sono nessuno. Perché mi accogli così? Nunzia la guarda con lo sguardo limpido e buono di sempre. — Ti ricordi perché il pane è vivo? — Perché respira. — Ecco. Anche l’amore è così. Respira. Non lo cacci via. Resta dov’è, vent’anni, trent’anni… Le porge un panzerotto caldo, ripieno di mele. — Mangia, signorina. Sei diventata un figurino. Lisa prende il primo morso. E finalmente, dopo tanto tempo, sorride. Fuori l’alba illumina la neve e tutto sembra semplice e giusto come quei panzerotti, come le mani di Nunzia, come un amore che non se ne va. Michele si affaccia dalla tenda, annusa: — Mamma, che profumo! — È la nonna Nunzia che li ha fatti. — No-nna? — ripete incuriosito. Guarda Nunzia, che ride con le rughe luminose sul volto: — Sì, nonna. Vieni a mangiare con noi. E lui si siede, ride per la prima volta dopo mesi mentre Nunzia gli mostra come fare gli omini di pane. Lisa li guarda—suo figlio e quella donna che per lei è stata madre—e capisce: ecco, questa è casa. Non le pareti, non i lampadari, non il marmo. Solo mani calde. L’odore del pane. Un amore discreto e quotidiano, che non si compra né si vende. Un amore che resta. Strana la memoria del cuore: dimentichi volti, anniversari, dolori, ma il profumo dei panzerotti della mamma lo porti dentro tutta la vita. Forse perché l’amore non vive nella testa, ma più giù, dove non arrivano né tempo né rancore. E a volte devi perdere tutto—status, denaro, orgoglio—per ricordare la strada di casa. Verso quelle mani che ti aspettano.
0
294
Incontro con un Angelo.
0
50
Una Famiglia del Cuore
0
176
Ігорчику, мені так добре було з тобою. Коли ми знову зустрінемося? Набреши щось своїй сірій миші й приїдь завтра до мене, добре? Твоя Катя. Цьом!
0
1.5k.