Skip to content
Search for:
Блискавка
Батьки
Дiти
Рецепти
Стосунки
Disclaimer
Home
Nothing found
It seems we can’t find what you’re looking for. Perhaps searching can help.
Search for:
You may also like
Маленьку дівчинку доставили до Будинку Малятка. А за бажання допомогти мене звільнили
0
395
Le preoccupazioni del nonno
0
48
Рідна матір буквально вuгнaлa мене з дому, бо я заважала їм з вітчимом
0
2.1k.
Cercava di mettere contro il figlio e la moglie in attesa di un bambino
0
73
Ancora oggi a volte mi sveglio nel cuore della notte e mi domando quando mio padre sia riuscito a po…
0
50
Aspettandola ogni giorno, ha scoperto che non sarebbe mai tornata.
0
58
Resistere ancora un po’ — Mamma, sono per il prossimo semestre di Anna. Maria posò la busta sul tavolo della cucina, coperto da una cerata ormai consunta. Centomila euro. Li aveva contati tre volte – a casa, sull’autobus, davanti al portone. Ogni volta era la cifra giusta, quella necessaria. Elena mise da parte il lavoro a maglia e alzò lo sguardo verso la figlia sopra gli occhiali. — Mariuccia, sei pallida. Vuoi un po’ di tè? — No, mamma. Passavo solo un attimo, devo arrivare in tempo al secondo turno. La cucina profumava di patate bollite e di qualcosa di medicinale – forse la pomata per le articolazioni di mamma o le gocce che Maria comprava ogni mese. Quattromila euro a flacone, durava tre settimane. Più le pastiglie per la pressione, più i controlli trimestrali. — Anna era felicissima quando ha saputo dello stage in banca, — Elena prese la busta con delicatezza, come fosse fatta di vetro soffiato. — Dice che ci sono buone prospettive. Maria restò in silenzio. — Dille che questi sono gli ultimi soldi per l’università. Ultimo semestre. Da cinque anni Maria tirava avanti la baracca. Ogni mese — una busta per la mamma, un bonifico per la sorella. Ogni mese — calcolatrice alla mano e sottrazioni infinite: meno bollette, meno medicine, meno spesa per la mamma, meno università di Anna. Cosa rimaneva? Una stanza in affitto in una casa condivisa, il cappotto che aveva già sei anni e i sogni di una casa tutta sua ormai dimenticati. Un tempo Maria avrebbe voluto andare a Firenze. Così, per il weekend. Visitare gli Uffizi, passeggiare lungo l’Arno. Aveva anche iniziato a mettere da parte qualcosa — poi la mamma ebbe il primo serio malore, e tutti quei risparmi finirono in ospedale. — Dovresti riposare un po’, figlia mia, — Elena le accarezzò la mano. — Non hai una bella cera. — Mi riposo. Presto. Presto – quando Anna troverà un lavoro. Quando la mamma starà meglio. Quando finalmente potrà tirare un sospiro di sollievo e pensare a se stessa. Maria ripeteva “presto” da cinque anni. Anna si laureò in Economia a giugno. Con il massimo dei voti — Maria ci tenne ad essere presente alla cerimonia, chiedendo un permesso a lavoro. Guardava la sorella che saliva sul palco con il vestito nuovo, regalato ovviamente da lei, e pensava: Ecco, ora cambierà tutto. Anna troverà lavoro, comincerà a guadagnare e si potrà finalmente smettere di fare i conti al centesimo. Passarono quattro mesi. — Ma tu non capisci, — Anna stava seduta sul divano, le gambe raccolte con le calze pelose. — Non ho studiato cinque anni per farmi sfruttare per due spiccioli. — Cinquantamila euro non sono pochi. — Forse per te. Maria serrò i denti. Nel suo lavoro principale prendeva quarantaduemila. Col secondo, se andava bene, altri ventimila. Sessantaduemila euro, ma a lei restavano, se andava bene, quindicimila. — Anna, hai ventidue anni. È ora di cominciare a lavorare, ovunque sia. — Lo troverò, ma non voglio finire in una ditta sfigata per quattro soldi. Elena trafficava in cucina, facendo rumore con i piatti – come ogni volta che le figlie litigavano. Si nascondeva, poi quando Maria stava per andarsene, le sussurrava: “Non ti arrabbiare con Anna, è ancora giovane, non capisce”. Non capisce. Ventidue anni – e non capisce. — Non sono eterna, Anna. — Uff, non esagerare! Non ti sto mica chiedendo i soldi! Sto solo cercando un posto giusto. Non chiede. Tecnicamente. Chiede la mamma. “Mariuccia, servono soldi per corsi di inglese, Anna vuole migliorarsi”. “Mariuccia, il cellulare di Anna si è rotto, deve inviare curriculum”. “Mariuccia, Anna vorrebbe un cappotto nuovo, arriva il freddo”. Maria pagava e taceva. Come sempre: lei si faceva carico di tutto, gli altri lo davano per scontato. — Devo andare, — si alzò. — Stasera ho anche il secondo lavoro. — Aspetta, ti metto nel sacchetto qualche pizzetta! – gridò la mamma dalla cucina. Le pizzette erano di scarola. Maria prese il sacchetto e uscì nell’androne umido che odorava di muffa e di gatti. Dieci minuti a piedi fino alla fermata. Un’ora di autobus. Otto ore in piedi. Poi ancora quattro al computer, se riusciva. E Anna rimaneva in casa, a sfogliare offerte di lavoro aspettando la proposta perfetta: centocinquantamila euro, da casa. La prima vera litigata fu a novembre. — Fai qualcosa, almeno? – Maria sbottò vedendo la sorella sempre sulla stessa posizione del divano. — Hai inviato almeno un curriculum? — Tre. — Tre in un mese? Anna alzò gli occhi al cielo e si rifugiò nel telefono. — Non hai idea di come sia il mercato ora. C’è troppa concorrenza, bisogna scegliere le occasioni migliori. — Le migliori sarebbero? Quelle in cui ti pagano per stare sul divano? Elena sbirciò dalla cucina preoccupata, asciugandosi le mani. — Ragazze, un tè? Ho fatto la crostata… — Mamma, basta, — Maria si massaggiò le tempie. La testa le scoppiava da giorni. — Perché io due lavori e lei nemmeno uno? — Mariuccia, Anna è giovane, troverà la sua strada… — Quando, mamma? Tra un anno? Cinque? Io alla sua età già lavoravo! Anna scattò. — Scusa se non voglio fare la tua fine! Sempre stanca, senza vita, a lavorare e basta! Silenzio. Maria prese la borsa ed uscì. Guardava fuori dal finestrino del bus e pensava: stanca, così mi vedono. Elena chiamò il giorno dopo, pregando di non arrabbiarsi. — Anna non voleva dirti così. Sta solo passando un momento difficile. Resisti ancora un po’, troverà lavoro. Resisti: la parola preferita di mamma. Resisti finché papà non si riprende. Resisti finché Anna cresce. Resisti finché tutto si aggiusta. Maria aveva resistito tutta la vita. Litigi divennero la regola. Ogni visita uguale: Maria cercava di scuotere la sorella, Anna rispondeva male, Elena si metteva in mezzo. Poi la solita chiamata per scusarsi e si ricominciava. — Devi capire, è tua sorella, — diceva mamma. — E lei deve capire che non sono un bancomat. — Mariuccia… A gennaio, chiamò Anna. La voce era carica di entusiasmo. — Maria! Mi sposo! — Cosa!? Con chi? — Si chiama Dario. Stiamo insieme da tre settimane. È fantastico, Maria, davvero! Tre settimane. Maria avrebbe voluto dire che era un’assurdità, che bisognava conoscersi meglio, ma tacque. Magari era la svolta. Sposata, mantenuta dal marito, e finalmente lei libera. La speranza resistette fino alla cena di famiglia. — Ho già tutto organizzato! – Anna brillava. — Ristorante per cento persone, musica dal vivo, abito meraviglioso in boutique a Via Montenapoleone… Maria appoggiò lentamente la forchetta. — E quanto costerebbe? — Beh… — Anna sorrise. — Cinquecentomila. Forse seicentomila. Ma la festa è una volta sola, no? — E chi paga? — Maria, dai… I genitori di Dario hanno il mutuo, mamma è in pensione. Forse dovresti farlo tu – prenderesti un prestito. Maria fissò la sorella. Poi la madre. Elena abbassò lo sguardo. — Parlate sul serio? — È il matrimonio, — la madre assunse quel tono dolce conosciuto. — Una sola volta nella vita. Non si può fare in piccolo… — Dovrei fare un prestito da mezzo milione per pagare il matrimonio di chi non si è mai messo a lavorare? — Sei mia sorella! – Anna batté la mano sul tavolo. — Devi farlo! — Devo? Maria si alzò. Dentro, tutto si fece silenzioso e limpido. — Cinque anni. Ho pagato i tuoi studi. Le medicine di mamma. Il vostro cibo, i vostri cappotti, le bollette. Lavoro su due fronti. Non ho casa mia, né macchina né ferie. Ho ventotto anni e mi sono comprata qualcosa di nuovo l’ultima volta un anno e mezzo fa. — Maria, calmati… — iniziò Elena. — No! Basta! Ho mantenuto voi due per anni e ora osate parlarmi di dovere? Basta. Da oggi, vivo per me. Uscì, giusto il tempo di prendere la giacca. Fuori meno venti, ma Maria non sentiva freddo. Dentro, un nuovo tepore: come se finalmente avesse lasciato cadere quel sacco di pietre che portava da una vita. Il telefono squillava all’infinito. Maria interruppe la chiamata e bloccò entrambi i numeri. …Passarono sei mesi. Maria si trasferì in un piccolo monolocale, che finalmente poteva permettersi. In estate andò a Firenze: quattro giorni, Uffizi, Arno, notti bianche. Comprò un vestito nuovo. E un altro. E delle scarpe. Della famiglia seppe per caso, da un’amica di scuola che lavorava vicino casa di mamma. — Ma è vero che il matrimonio di tua sorella è saltato? Maria restò con la tazzina in mano. — Cosa? — Pare che lui abbia lasciato tutto. Ha saputo che non c’erano soldi, ed è sparito. Maria bevve il caffè. Era amaro, ma stranamente buonissimo. — Non so niente. Non ci sentiamo più. La sera si sedette davanti alla finestra del nuovo appartamento, pensando a quanto non provava nessun rancore. Solo una placida, serena soddisfazione di chi finalmente non si sente più un cavallo da soma…
0
909
I GENITORI IN CIABATTE NON SONO STATI LASCIATI ENTRARE ALLA LAUREA — MA QUANDO LA GENTE HA SCOPERTO CHI ERANO, L’INTERA SALA È RIMASTA IN SILENZIO
0
770