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Il risveglio di un bambino al dolore della madre: una storia di speranza, fede e solidarietà nella quotidianità italiana
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– Dai, Briciola, andiamo va… – borbottò Valerio, aggiustando il guinzaglio artigianale fatto con una vecchia corda. Si abbottonò il giaccone fin sotto il mento e rabbrividì. Questo febbraio era davvero spietato – neve mista a pioggia e vento gelido che ti entrava fin nelle ossa. Briciola – bastardino dal pelo fulvo ormai sbiadito e con un occhio cieco – era entrato nella sua vita un anno prima. Valerio stava tornando dal turno di notte in fabbrica quando lo trovò vicino ai cassonetti: il cane era stato picchiato, affamato, con l’occhio sinistro velato da una cataratta. Una voce tagliente gli arrivò ai nervi: era Sergio “lo Storto”, il bullo del quartiere, circondato dalla sua banda di ragazzini. – Porti a spasso ‘sto mostro? – rise uno dei ragazzi. – Guardate che brutto è, con quell’occhio! Volò un sasso e colpì Briciola al fianco. Il cane guaì, si strinse alla gamba del padrone. – Vai via, – disse piano Valerio con voce d’acciaio. – Oh, il nonnino si ribella! – Sergio si avvicinò minaccioso. – Qui si esce solo col mio permesso, hai capito? Valerio, ex militare ora stanco meccanico in pensione, non voleva problemi. – Andiamo, Briciola, – voltò i tacchi. – Tanto lo sappiamo che la prossima volta gliela faccio vedere io, al tuo cane, – urlò Sergio dietro di sé. Quella notte Valerio non riuscì a dormire. Il giorno dopo, sotto la neve, il cane lo guardava con quegli occhi fedeli e Valerio cedette: – Va bene, solo per poco, oggi. Cercarono di evitare i soliti posti, ma vicino alla vecchia centrale termica Briciola si fermò di colpo, tirando verso le rovine. Sentirono un lamento: – Aiuto! – una voce di bambino. Dietro un mucchio di mattoni, Valerio trovò Andrea, il figlio della signora del quinto piano: dodici anni, il viso insanguinato, la gamba forse rotta. – Sergio e i suoi volevano soldi da mamma. Io ho detto che parlavo col vigile, allora mi hanno picchiato… – sussurrò il bambino. Valerio lo coprì col giaccone, Briciola lo scaldava con il corpo. Chiamò l’ambulanza col vecchio cellulare. – E se Sergio scopre che vivo? – tremava Andrea. – Tranquillo, – rispose Valerio, – non ti toccherà più nessuno. In ospedale i medici dissero che Valerio aveva salvato il ragazzo. A sera la madre piangeva di gratitudine, ma temeva ancora la banda: – Il vigile dice che una sola testimonianza non basta… – Si aggiusterà tutto, – promise Valerio, incerto. Quella notte prese una decisione. Indossò la vecchia uniforme militare, appuntò le medaglie. – Andiamo, Briciola, oggi si fa sul serio. Si presentarono davanti al gruppo di Sergio: – È finita. Da oggi in questo quartiere comando io. Ogni giorno girerò le vie col mio cane. Chi tocca ancora un bambino farà i conti con me. E Briciola, “il cane eroe dell’Afghanistan”, annusava il pericolo. La banda sparì per giorni. Andrea, guarito, chiese di aiutare nei “giri di ronda”. E così ogni sera in quartiere si vedevano loro tre: un uomo in mimetica con le medaglie, un ragazzino zoppicante e un vecchio cane rosso. – Valerio l’Afghano, – lo chiamavano tutti, – lui sì che difende i deboli! Da allora, Briciola non fu più solo un randagio: diventò il vero guardiano di tutta la zona.
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