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La lettera che non è mai arrivata La nonna restava a lungo seduta alla finestra, anche se fuori non c’era quasi nulla da vedere. Nel cortile calava presto il buio, il lampione sotto casa si accendeva e poi si spegneva, quasi fosse pigro. Sul manto nevoso si incrociavano tracce rare di cani e persone; in lontananza la portinaia spazzava la neve e poi tutto tornava silenzioso. Sul davanzale c’erano gli occhiali dalla montatura sottile e un vecchio telefono col vetro incrinato. Ogni tanto vibrava brevemente, quando nel gruppo di famiglia arrivavano foto o messaggi vocali, ma oggi era silenzioso. In casa regnava la quiete. L’orologio al muro segnava i secondi, più rumorosamente di quanto si volesse. Si alzò, andò in cucina, accese la luce. La lampadina gettava un cerchio giallo e smorto sul tavolo, dove c’era una ciotola di ravioli ormai freddi, coperta da un piatto. Li aveva cucinati nel pomeriggio, per sicurezza, nel caso qualcuno passasse. Non era passato nessuno. Si sedette al tavolo, prese un raviolo, ne addentò uno e subito lo rimise giù. L’impasto ormai era gommoso. Si poteva mangiare, ma non dava gioia. Versò il tè dalla vecchia teiera smaltata, ascoltò l’acqua scorrere nel bicchiere e, inaspettatamente, sospirò forte. Fu un sospiro pesante, come se qualcosa le fosse sceso dal petto a sedersi accanto, sullo sgabello. “Che mi lamento a fare”, pensò. “Tutti sono vivi, grazie al cielo. Ho un tetto sopra la testa. Eppure…” Eppure nella mente tornarono brandelli di recenti conversazioni. La voce della figlia, tesa come una corda: – Mamma, non ce la faccio più con lui. È di nuovo successo che… E la voce del genero, leggermente beffarda: – Si lamenta con te, vero? Dille che nella vita non si fa tutto come vuole lei. E il nipote, Sasha, che al telefono buttava lì un “Sì” distratto quando chiedeva come stava. E quei “sì” facevano più male di tutto. Prima passava ore a raccontarle della scuola, degli amici. Ora era cresciuto, certo. Ma lo stesso. Non litigavano mai forte davanti a lei, non sbattevano le porte. Ma le parole si infrangevano contro una barriera invisibile: piccoli pizzichi, cose non dette, vecchi rancori mai riconosciuti. E lei, nel mezzo, tra due sponde – ora dalla figlia, ora dal genero – sempre attenta a non dire la cosa sbagliata. A volte pensava che la colpa fosse sua, che qualcosa avesse sbagliato nell’educarli, nel consigliare, nel restare zitta al momento giusto. Fece un sorso di tè, si scottò, e d’improvviso ricordò quando Sasha era bambino e scrivevano insieme la letterina a Babbo Natale. Lui, con la grafia incerta: “Portami per favore un gioco di costruzioni e fa’ che mamma e papà non litighino”. All’epoca rideva, gli accarezzava la testa e diceva che Babbo Natale avrebbe sentito tutto. Adesso quella memoria le dava quasi vergogna, come se avesse ingannato il bambino. I suoi genitori non avevano mai smesso di discutere. Solo che avevano imparato a farlo più piano. Allontanò il bicchiere, passò la salvietta sul tavolo, benché già pulito. Poi andò in camera, accese la lampada da tavolo. La luce cadeva sulla vecchia scrivania, su cui ormai non scriveva quasi mai a mano. Si scriveva tutto sul telefono: messaggi, faccine, vocali. Eppure la penna stava lì, nel porta-matite, vicino al blocco a quadretti. Restò in piedi a guardarli, poi pensò: e se… L’idea era folle, infantile, ma le riscaldò un po’ il cuore. Scrivere una lettera. Una vera, su carta. Non per un regalo, ma per chiedere. Non alle persone, che hanno ognuna i propri conti, ma a qualcuno che in teoria non deve niente a nessuno. Sorrise di sé stessa. Una vecchia che impazzisce e scrive a Babbo Natale. Ma la mano già cercava il blocco note. Si sedette, aggiustò con cura gli occhiali, prese la penna. Sulla prima pagina c’erano vecchi appunti, girò il foglio, trovò una pagina bianca. Esitò un po’, poi scrisse: “Caro Babbo Natale”. La mano tremava. Che vergogna, come se qualcuno la sbirciasse alle spalle. Si girò verso la stanza vuota: letto ordinato, armadio chiuso. Nessuno. “Pazienza”, si disse a mezza voce e continuò: “So che tu esisti per i bambini, io sono già anziana. Non ti chiederò pellicce, televisori e altre cose. Ho ciò che mi serve. Voglio solo una cosa: ti prego, porta la pace nella mia famiglia. Fa’ che mia figlia e mio genero non litighino, che mio nipote non stia in silenzio come uno sconosciuto. Che si possa stare a tavola insieme senza paura che qualcuno dica qualcosa di sbagliato. Lo so che la colpa è degli uomini, tu non c’entri, però magari puoi fare qualcosa, almeno un po’. Forse non avrei nemmeno il diritto di chiedertelo, ma ci provo. Se puoi, fa’ che riusciamo a sentirci davvero. Con affetto, nonna Nina.” Rilesse quello che aveva scritto. Le parole le sembravano ingenue, storte come i disegni dei bambini, ma non le cancellò. Si sentì più leggera, come se avesse parlato con qualcuno che ascolta davvero. La carta sussurrava sotto le dita. Piegò il foglio a metà, poi ancora. Restò un po’ a guardare quel biglietto, senza sapere che farne. Gettarlo dalla finestra? Metterlo in una cassetta delle lettere? Che sciocchezza. Andò in corridoio a prendere la borsa. Si ricordò che il giorno dopo doveva andare al supermercato e alla posta, a pagare il condominio. “Beh, lo lascio lì, nella cassetta per le letterine di Babbo Natale”, decise. “Ormai le mettono ovunque.” Così si sentiva meno sciocca. Non era l’unica. Mise la lettera nella taschina della borsa, vicino al documento e alle bollette, e spense la luce. In cucina l’orologio ticchettava. Andò a letto, si rigirò a lungo nel silenzio, poi finalmente si addormentò. La mattina uscì prima del solito, per arrivare in tempo. Per strada era scivoloso, la neve scricchiava sotto le scarpe. Davanti al portone la vicina col cagnolino la salutò e le chiese della salute. Si scambiarono due parole e NINA proseguì stringendo il manico della borsa. All’ufficio postale c’era coda. La fila arrivava allo sportello dei pagamenti. Si mise in fondo, tirò fuori le bollette e la lettera piegata. Ma lì non c’era una cassetta per le lettere di Babbo Natale, solo quelle normali e una vetrina di francobolli. Si bloccò. “Ecco, l’ho pensata da sola questa cosa.” Avrebbe potuto buttarla nella carta, ma non ci riusciva. Ripose tutto, pagò le bollette e uscì. Fuori, vicino alla posta, c’era un chioschetto di giochi e decorazioni. Una scatola di cartone con scritto “Lettere per Babbo Natale”, ma la commessa la stava già togliendo. – Finito tutto, ieri era l’ultimo giorno, – disse alla NINA. – Ormai la raccolta è chiusa. NINA fece cenno di sì, ringraziò – anche se non c’era di che – e tornò a casa. La lettera restò nella borsa: un piccolo nodo caldo, fastidioso da ricordare, impossibile da buttare. A casa si tolse le scarpe in corridoio, appese il cappotto, mise la borsa sullo sgabello per svuotarla dopo. La vibrazione del cellulare la sorprese. Era un messaggio della figlia: “Mamma, ciao. Passiamo da te nel weekend, ok? Sasha ti ha chiesto della scuola, dice che hai dei vecchi libri.” Sentì dentro una stretta e poi subito una distensione. Allora, vengono. Non è tutto perso. Rispose: “Certo, vi aspetto”. Poi andò in cucina, sistemò la spesa, mise il brodo sul fuoco. La lettera restò nel taschino della borsa, dimenticata sullo sgabello. Sabato sera la scala si riempì di passi e di voci. NINA guardò dallo spioncino: erano i suoi. La figlia con una busta, il genero con una scatola, Sasha collo zaino su una spalla: era cresciuto tanto, magro, con i capelli che uscivano dal berretto. – Ciao, nonna, – disse lui entrando per primo, chinandosi un po’ goffamente per baciarla sulla guancia. – Entrate, entrate, – si affrettò lei. – Ho preparato le pantofole. In corridoio si fece subito stretto e rumoroso. Odorava di strada, di neve, di qualcosa di dolce nella busta della figlia. Il genero borbottava che nell’androne non puliscono mai, Sasha si sfilava le scarpe facendo cadere lo zaino. – Mamma, non restiamo tanto – disse la figlia posando la busta – domani andiamo dai suoi genitori, ti ricordi? – Sì sì, – rispose NINA. – Venite in cucina, ho fatto la minestra. In cucina si sedettero in modo un po’ scomposto: genero vicino alla finestra, figlia accanto, Sasha di fronte a NINA. Si servivano in silenzio, solo i cucchiai ticchettavano nei piatti. Poi la conversazione scivolò su lavoro, traffico, prezzi. Tutto scorreva tranquillo, ma sotto covava la tensione, come una corrente invisibile sotto acqua calma. – Sasha, avevi chiesto dei libri di storia, – ricordò la madre a fine pasto. – Ah sì, – Sasha si riscosse. – Nonna, di storia, della guerra, ne hai? Il prof ha detto che si può portare qualcosa in più. – Certo che ho! – si illuminò NINA. – Ho tutta una serie sulla mensola. Vieni, ti faccio vedere. Andarono insieme in camera. NINA accese la lampada da tavolo, prese i volumi dagli scaffali polverosi. – Guarda: qui c’è l’assedio, qui i partigiani, qui i diari… Cosa ti serve esattamente? – Boh, niente di noioso, – fece lui con una spallucciata. Stava lì, la testa china di lato, e NINA lo vide come il bambino di un tempo che le stava in braccio a farle mille domande. Ora taceva, ma negli occhi c’era interesse. – Prendi questa, – e gli diede un libro dalla copertina scolorita. – Qui c’è scritto bene, l’ho letta da giovane. La prese, sfogliò le pagine. – Grazie, nonna. Parlarono ancora un po’ di scuola, della prof, che secondo Sasha “è ok ma ogni tanto esagera”. NINA ascoltava e faceva domande. Era felice solo di sentirlo parlare. Poi la figlia sbucò in camera: – Sasha, tra mezz’ora si va, preparati. – Ok, – lui infilò il libro nello zaino e si avviò in corridoio. Andandosene fecero di nuovo rumore e confusione. Buste, giacche, sciarpe, un “chiamami”, “non dimenticare”, “poi ti mando la foto”. NINA li accompagnò alla porta, aspettò che l’ascensore si chiudesse, e tornò in casa. Il silenzio tornò a coprirla subito. Andò in cucina per sparecchiare. Sulla sedia stava la borsa, con la lettera. Meccanicamente cercò il biglietto nel taschino. Per un istante pensò di strapparlo, ma lo rimise a fondo e chiuse la cerniera. Non sapeva che, nel corridoio, mentre lei era in camera coi libri, Sasha, togliendo lo zaino, urtò la borsa. Spuntò un angolo di carta. Lo infilò meglio e lesse “Caro Babbo Natale”. Rimase lì, congelato. Non la prese allora. Gli adulti erano vicini, tutto era fretta. Ma quella scritta si stampò nella memoria come una scintilla. La sera, a casa, gli tornò in mente chiudendo la porta della sua stanza. Pensare che la nonna, una donna grande, scrivesse a Babbo Natale, all’inizio lo fece sorridere, poi gli parve strano, poi improvvisamente triste. Nei giorni successivi andarono dai parenti: insalate, discorsi degli adulti, cellulare. Ma in sottofondo c’era la carta bianca. Dopo qualche giorno, tornando da scuola, scrisse alla nonna: “Nonna, passo da te? Mi serve ancora qualcosa di storia”. Lei rispose quasi subito: “Certo, passa”. Si presentò con lo zaino, le cuffie. Nell’androne odorava di cavolo bollito e detersivo. La porta si aprì subito, come se lei fosse già lì. – Entra, Sasha, spogliati. Ho fatto i pancake, – disse, ritirandosi in cucina. Si tolse il giubbotto, mise lo zaino sulla stessa sedia della borsa. La borsa era semichiusa, spuntava ancora l’angolino. Sentì il batticuore. Mentre la nonna era in cucina a sistemare i pancake, si chinò come per aggiustarsi una scarpa, prese il foglio. Il cuore gli batteva forte. Sapeva di far qualcosa di poco onesto, ma non riuscì a fermarsi. Infilò la lettera nella tasca del felpone, si mise in cucina. – Oh, pancake! – cercò di parlare tranquillo. – Mitici. Mangiarono, parlarono di scuola, del freddo, delle vacanze. Lei ogni tanto chiedeva se aveva freddo, se le scarpe erano da cambiare. Lui svicolava, scherzava. Poi andarono in camera. Fece finta di consultare il libro preso l’altra volta, e ripartì senza troppo indugiare. Solo a casa, in camera sua, lesse la lettera. Si sedette col foglio in grembo. Era un po’ sgualcito, gli angoli, piegati. La scrittura ordinata. Cominciò a leggere. All’inizio si sentiva colpevole, come se origliasse una conversazione privata. Poi fu peggio, quando arrivò a “fa’ che il nipote non stia in silenzio come uno sconosciuto”. Si fermò, rilesse. Un nodo alla gola. Ricordò come negli ultimi tempi rispondeva a monosillabi, tagliava corto. Non per mancanza di affetto. Era solo stanco, senza voglia. E lei lo viveva come… Finì la lettera. Sulle frasi sulla pace, sulla tavola comune, su “fa’ che riusciamo a sentirci”. All’improvviso provò una tenerezza enorme per la nonna: avrebbe voluto andare subito da lei, abbracciarla, dire che andrà tutto bene. Poi si vergognò di quei pensieri così enfatici. Si sdraiò sul letto, il foglio lì accanto. E adesso? Glielo restituiva? Lo diceva a mamma, papà? Avrebbero risposto “che sciocchezze, perché l’ha scritto”. O si sarebbero arrabbiati, o ancora peggio… Decise di non dire nulla a nessuno. Però non riuscì a toglierselo dalla mente. Il giorno dopo, a scuola, raccontò al migliore amico di aver trovato una lettera della nonna a Babbo Natale. L’amico rise: – Mitica! Mio nonno crede solo nella pensione. – Non fa ridere, – lo zittì Sasha, stupito anch’egli della propria voce seria. L’altro cambiò argomento. Sasha restò col suo strano segreto. La sera compose il numero della nonna, poi mise giù. Aprì il gruppo di famiglia: foto di insalate, battuta su un ingorgo, invito a un’apericena. Tutte cose leggere, innocue. Di lettere, nessuna traccia. D’impulso scrisse: “Mamma, perché non facciamo Capodanno dalla nonna Nina?” Ma subito cancellò. Immaginava già la risposta: “Sei matto? Abbiamo già detto ai nonni di papà”. E la discussione, la pesantezza. Riaprì la lettera e la rilesse. Gli cadde l’occhio sulla frase del tavolo unico. Gli venne un’idea: non Capodanno, solo una cena, senza un vero motivo. Andò dalla mamma che lavorava al computer. – Mamma, – si fermò sulla porta. – Ma se andassimo… cioè… tutti insieme a cena dalla nonna? Una vera cena, non solo un salto. Ti aiuto a cucinare, se vuoi. Lei rise. – Tu? In cucina? Questa la voglio proprio vedere. Ma non abbiamo tempo, papà tarda, io ho la relazione,… – Si può fare nel weekend, – insistette. – Di sabato, tanto saremmo comunque a casa. Lei sospirò. – Sasha, tuo padre bestemmierebbe, vuole riposare. E poi… – Mamma, – la interruppe, sentendo montare una forza nuova, – a lei dispiace stare sempre sola. Me l’hai detto anche tu. Almeno una volta. Così, per stare insieme. Lei lo fissò meglio, quasi non lo riconoscesse. – Va bene, – disse infine. – Ne parlo con lui. Ma niente promesse. Sasha annuì. Quella sera sentì i genitori parlare: – Dice che vuole andare dalla nonna. Da solo l’ha chiesto! – E che facciamo lì, a parlare di salute e bollette? – Ma è da sola, – rispose piano la mamma, – e a Sasha sembra importare. Ci fu una pausa. Poi il padre sospirò: – D’accordo. Sabato si va. Sasha si sentì come uno che ha vinto una piccola battaglia. Ma ne restava un’altra: la nonna. Il giorno dopo le telefonò: – Nonna, veniamo sabato, a cena. Pensavo di arrivare prima, per aiutarti a cucinare. Un silenzio breve. – Ma certo che puoi venire! Cosa vuoi fare? – Non so. Aiuto col tagliare il salame. O le patate. – Il salame ancora no, – rise lei, – ma puoi imparare. Sabato arrivò con le borse della spesa prese con la mamma. – Mamma mia – commentò la nonna, vedendo tutta quella roba – dobbiamo sfamare un esercito? – Meglio abbondare, – tagliò corto lui. Sbucciarono le patate, lavarono le verdure. NINA gli correggeva la presa del coltello. – Così ti tagli… – Ma dai, – brontolava lui, ma ascoltava. Sul fornello sfrigolava la carne, la radio si sentiva in sottofondo. Fuori cominciava già a far buio. – Nonna, – domandò lui mentre tagliava i cetrioli – ma tu credi… che Babbo Natale esista? Lei trasalì appena, la cucchiaiata sbatté contro la padella. Per un attimo la radio sembrò smorzarsi. – E questa da dove salta fuori? – domandò calma, di spalle. Lui fece spallucce. – Così, ne parlavano a scuola. Lei girò la carne, spense il fornello, lo guardò con un misto di sospetto e tenerezza. – Da bambina sì, poi non so. Forse esiste, ma non è come in tv. Perché? – Così, niente. Sarebbe bello se ci fosse davvero. Rimasero un po’ in silenzio. Lei tornò ai fornelli, lui ai cetrioli. Ma qualcosa era cambiato sottotraccia. Avevano parlato del vero tema senza nominarlo. Di sera arrivarono i genitori. Il padre aveva l’aria stanca, ma meno scontrosa del solito. La madre portava una torta fatta la mattina. – Caspita! – esclamò il padre vedendo la tavola – qui si mangia per un reggimento. – È tutto merito di vostro figlio – rise NINA – che mi ha aiutato. – Davvero? – sogghignò il padre. – Bravo. – Tanto non è venuto giù niente, – borbottò Sasha. Si sedettero. All’inizio erano impacciati, come titubanti sulle parole. Poi il cibo fece la sua parte. I racconti venivano fuori spontanei: storie buffe dell’infanzia della mamma, le avventure del padre al lavoro. NINA rideva, coprendosi a volte la bocca. Sasha li guardava e pensava alla lettera: come se dietro ogni frase scorresse una conversazione parallela, quella di cui la nonna aveva scritto. Quella del capirsi. A un certo punto la madre, servendo il tè, disse: – Mamma, scusa se veniamo così poco. Io… siamo sempre di corsa. Non la scusava, lo sentiva come una confessione. NINA abbassò lo sguardo, passò un dito sul piattino: – Capisco, – disse sottovoce. – Avete la vostra vita. Non mi offendo. Sasha sentiva che invece un po’ le dispiaceva. Ma nelle sue parole non c’era rimprovero, solo delicatezza. – Però – intervenne lui – ogni tanto si può pure venire. Non solo a Natale. I grandi si girarono verso di lui. Arrossì, ma aggiunse: – Come oggi. Non è andata male. Il padre annuì senza ironia. – È vero. È stato bello. La madre sorrise. – Cercheremo di farlo più spesso, – e nel tono c’era apertura, più che una promessa. Poi il discorso andò verso altro: studi, università, ripetitori. NINA ascoltava, ogni tanto diceva la sua. Non capiva tutte quelle novità, ma provava a seguire. Quando si prepararono per andare, fu di nuovo confusione in corridoio: giacche, guanti, “chiamami”, “ti mando la foto”. Il padre aiutò NINA a mettere via la pentola, la madre sparecchiava. – Mamma, la prossima volta ancora qui. Così, solo una cena, ok? – disse la figlia. – Sì, – annuì la nonna. – Felicissima. Sasha rimase un attimo sulla soglia dello studio. Si avvicinò al tavolo con il blocco, la penna. La lettera non c’era più (era nella sua tasca). Aveva deciso di non restituirla; c’era troppo dentro, non si poteva dimenticare così. – Nonna, – le sussurrò, quando i genitori erano usciti, – se mai vuoi che facciamo le cose diversamente… diccelo. Non serve scrivere a nessuno. Basta a noi. Lei lo fissò sorpresa, poi si ammorbidì. – Va bene, Sasha. Se serve, ve lo dico. Lui annuì e uscì. La porta si chiuse, l’ascensore partì. NINA restò sola. Andò in cucina, si sedette. Sul tavolo piatti, tazze, le briciole della torta. C’era ancora profumo di carne e tè. Raccattò con la mano le briciole sulla tovaglia. Provava una sensazione strana. Non felicità vera, ma qualcosa di tranquillo, come quando apri la finestra e entra aria fresca. I problemi non erano scomparsi; sapeva che la figlia e il genero avrebbero continuato a discutere, che Sasha aveva le sue cose. Ma quella sera, a quel tavolo, si erano un po’ avvicinati. Si domandò della sua lettera. Forse era ancora nella borsa. O persa. Forse qualcuno l’aveva trovata. Scoprì di non preoccuparsene più. Si affacciò alla finestra. Nel cortile, sotto al lampione, giocavano bambini. Un ragazzino con il berretto rosso rideva forte, la voce arrivava fino al terzo piano. NINA si poggiò alla finestra e sorrise. Non a labbra aperte, appena accennato. Come a rispondere a un segnale lontano, ma familiare. Nel taschino della giacca di Sasha, nell’ingresso di casa sua, la lettera era ancora lì, piegata. Ogni tanto lui la riprendeva, leggeva qualche frase e la rimetteva via. Non come una preghiera a un personaggio magico, ma come promemoria di ciò che davvero vuole chi ti fa la minestra e aspetta una tua telefonata. Non ne parlò con nessuno. Ma quando la madre disse di essere stanca per andare dalla nonna, disse semplicemente: – Io vado comunque. E andò. Non per una festa, non per una ricorrenza. Solo perché sì. Non era un miracolo. Solo un piccolo passo verso quella pace che qualcuno aveva chiesto una volta, su un foglio a quadretti. Quando NINA gli aprì la porta, rimase sorpresa ma non domandò nulla. Disse soltanto: – Entra, Sasha. Ho appena messo su il tè. Bastava così, perché la casa tornasse appena un po’ più calda.
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