Education & Finance
00
Divorzio a causa della vicina di casa: “Spiegami solo, perché tra tutte le donne del mondo hai scelto proprio lei? Da me… a lei, perché?” – La storia di Maria, vent’anni di matrimonio, due figli, sacrifici, e la sorprendente infedeltà di Valerio con la separata del palazzo accanto. Tra il coro di parenti che chiedevano di perdonare, la dignità offesa e una figlia che non si lascia manipolare, Maria trova la forza di dire basta, mentre tutto il quartiere cerca di decidere per lei come dovrebbe vivere la sua vita.
Divorzio per colpa della vicina – Mi spieghi perché, tra tutte le donne del mondo, hai scelto proprio lei?
Education & Finance
00
Cominciare da Zero: Un Viaggio Iniziato da Capo
Silenzio. Era così profondo che Romano allinizio non capì cosa lo avesse svegliato. Né la sveglia, né
Education & Finance
00
Badante per la moglie: La storia di Lidia, tradita dall’amore e dalla speranza di una nuova vita in città — Cosa vuol dire? — Lidia non poteva credere alle sue orecchie. — Dove dovrei andare? Perché? Per quale motivo? — Oh, risparmiami le scenate, vuoi? — sbuffò lui. — Che c’è da non capire? Non hai più nessuno da accudire. E dove vai non mi interessa. — Edy, ma sei serio? Non dovevamo sposarci?.. — Te lo sei inventato tu. Io non l’ho mai promesso. A 32 anni Lidia aveva deciso di cambiare tutto e lasciare il suo paesino natale, stanca delle critiche continue della madre per il divorzio e per la scelta di un marito inaffidabile, e provare a ricominciare a Modena. Che senso aveva restare? La madre non le perdonava la fine del matrimonio, biasimandola per aver “perso” l’uomo sbagliato, un fallito e donnaiolo, sbagliato fin dall’inizio. Eppure, Lidia non aveva sofferto per il divorzio; anzi, aveva sentito una certa liberazione. Ma i litigi con la madre continuavano, anche per i continui problemi economici. Così Lidia scelse di trasferirsi nel capoluogo di provincia, pronta a costruirsi un futuro migliore. Lì la sua amica d’infanzia, Sveva, era da cinque anni sposata con un vedovo: non un Adone, più vecchio di 16 anni, ma con casa e denaro. Lidia pensava di meritare almeno quanto Sveva. — Finalmente hai aperto gli occhi! — la incitò Sveva. — Fai i bagagli, temporaneamente puoi stare da noi, poi una soluzione per lavorare la troviamo. — E tuo marito, il signor Petrucci, non avrà nulla in contrario? — chiese Lidia. — Ma figurati! Fa tutto quello che gli chiedo! Vedrai che ce la faremo! Lidia non restò a lungo ospite: lavorò qualche settimana in modo precario e poi prese in affitto una stanza. Fu allora, pochi mesi dopo, che le capitò un vero colpo di fortuna. — Ma che fa una donna come te a vendere frutta al mercato? — chiese, con tono premuroso, un cliente abituale, Edoardo Borghese. I clienti Lidia ormai li conosceva tutti per nome. — Fa freddo, si soffre, ed è un lavoro poco dignitoso. — Eh, ma da qualche parte i soldi bisogna pur tirarli fuori. — O forse hai qualcos’altro da propormi? Edoardo Borghese non era certo l’uomo dei sogni: vent’anni più vecchio, leggermente calvo, sguardo penetrante. Sempre molto preciso con i pagamenti, ma vestito elegante e con un’auto notevole. Un uomo benestante, anche se con la fede al dito. Quindi, come marito, Lidia non lo aveva mai considerato. — Mi sembri una donna affidabile, onesta, pulita — le disse Edoardo, passando subito al tu. — Hai mai assistito malati? — Ho badato alla vicina: colpita da ictus, figli lontani e senza tempo. E così mi chiesero di occuparmene. — Ottimo! — fece con entusiasmo Edoardo, poi si rabbuiò — Mia moglie, la signora Tamara, ha avuto anche lei un ictus. I medici danno poche speranze. L’ho riportata a casa, ma non ho tempo per seguirla. Puoi aiutarmi? Ti pagherei il giusto. Lidia non ci pensò troppo su. Meglio una casa calda anche a cambiar pannoloni che stare sotto zero dieci ore a servire clienti isterici. Edoardo le offrì anche una camera gratis. — Ci sono tre stanze, guarda, si potrebbe anche giocare a calcio! — raccontò tutta contenta a Sveva. — Nessun figlio, spazio ne abbiamo. La suocera di Tamara era una donna stravagante, ancora in cerca di avventure a 68 anni dopo un recente secondo matrimonio. Nessuno poteva occuparsi della malata. — È grave la signora? — Eh, non le è andata bene proprio… Immobile, comunica appena. Difficile che si riprenda. — E a te questa cosa un po’ non fa piacere? — la scrutò Sveva. — Ma figurati! Ma sai… se Edoardo si trova solo… — Sei fuori? Speri nella morte di una donna solo per un appartamento?! — Nono… ma se capita l’occasione, non la spreco. Facile giudicare, per te, con una vita sistemata! Dopo un litigio, Lidia e Sveva smisero di parlare, e fu solo molti mesi dopo che Lidia raccontò all’amica del nascente amore clandestino con Edoardo. Non potevano stare più l’uno senza l’altro, però lui la moglie non l’avrebbe mai lasciata. Quindi, almeno per ora, restavano amanti. — Quindi vi godete la vita mentre lei sta morendo nella stanza accanto? Ma ti rendi conto…? — sbottò Sveva, ancora una volta non riuscendo ad approvare la scelta dell’amica. — Da te non arriverà mai una parola gentile! — protestò Lidia. Tagliarono i rapporti. E Lidia, bene o male, non si sentiva colpevole (o quasi). Assisteva Tamara con scrupolo e, iniziata la relazione con Edoardo, si occupava di tutto il resto della casa. Un uomo va coccolato anche a tavola e nei dettagli: cucinare, camicie stirate, pavimenti puliti. Lui sembrava soddisfatto, così come lei. Quasi non si rese conto che Edoardo non le pagava più il lavoro da badante. Ma ormai erano quasi marito e moglie! Lui le lasciava i soldi per la spesa e lei gestiva la casa, seppur a fatica con il denaro sempre contato. Una relazione “ufficiale” sembrava a portata di mano. Ma la passione scemava e lui tornava sempre meno volentieri a casa. Lidia pensava fosse solo lo stress della moglie malata, anche se lui la vedeva giusto un minuto al giorno. Quando Tamara morì, Lidia pianse davvero. Aveva speso un anno e mezzo della sua vita per questa donna. Organizzò tutto per il funerale, con poche risorse ma tanto impegno, e ottenne persino il rispetto delle comari del palazzo e della suocera di Edoardo. Ma mai si sarebbe aspettata quello che successe dopo. — Come capirai, non ho più bisogno di te: hai una settimana per andartene — la liquidò Edoardo il decimo giorno dopo la morte della moglie. — In che senso? Dove dovrei andare? Perché? — Lidia credeva di aver capito male. — Dai, non fare scenate! Non c’è più nessuno da accudire qui. E dove vai non è affar mio. — Edy! Ma non dovevamo sposarci?.. — Non t’ho mai promesso niente. Il mattino dopo, Lidia provò di nuovo a parlargli, ma lui ripeté pari pari le frasi della sera prima, chiedendole solo di sbrigarsi a lasciare la casa. — La mia futura moglie vuole ristrutturare qui prima del matrimonio — spiegò Edoardo con tono beffardo. — Tua futura moglie? E chi sarebbe? — Non sono affari tuoi. — Come, non sono affari miei? Ok, me ne vado, ma prima mi paghi il lavoro. Sì, proprio così! Non guardarmi così! Avevi promesso 1.500 euro al mese. Me li hai dati solo due volte, quindi mi devi 24.000 euro. — Vedo che sai fare bene i conti! — rise Edoardo. — Abbi pazienza… — E ci devi aggiungere anche per la collaborazione domestica! Chiudiamo a 30.000, così evitiamo tanti dettagli. — E se non pago? — Racconto tutto a tua suocera Tamara. Sai che ci tiene ancora il titolo di proprietà di questa casa… Edoardo cambiò espressione, ma si trattenne. — Ma chi vuoi che ti creda? Che vuoi farmi paura? Sai che c’è? Sparisci subito! — Tre giorni, caro. Se entro allora non vedo il bonifico, ci sarà un bello scandalo. — Lidia raccolse le poche cose e andò in ostello con un po’ di soldi messi da parte. Il quarto giorno tornò a casa di Edoardo. Trovò anche la suocera. Lidia capì al volo che Edoardo non avrebbe mai pagato, e spiattellò tutto a Tamara. — Non ascoltarla, inventa tutto! — si difese Edoardo. — Certo. Ho sentito delle voci al funerale, ma non volevo crederci — lo inchiodò la suocera. — Ora mi è tutto chiaro. Spero lo sia anche per te, caro mio. Ricordati che la casa è ancora intestata a me! Edoardo restò di sasso. — Hai tre giorni per sparire. Anzi, da subito! La suocera si voltò verso Lidia: — E tu che aspetti? Un premio? Fuori! Lidia si dileguò. Così, senza un soldo, le toccava ricominciare dal mercato: almeno lì, un lavoro lo si trova sempre… BADANTE PER LA MOGLIE: la storia di Lidia tra tradimenti, illusioni e la dura realtà della vita italiana
La badante per la moglie In che senso? Lidia non crede alle sue orecchie. Dove dovrei andare?
Education & Finance
016
La chiave numero 13 Mi ha chiamato una mattina, con la voce di chi parla di una sciocchezza: — Passi da me? C’è da sistemare una bici, da solo non mi va di metterci mano. Le parole “passi” e “non mi va” messe insieme mi hanno stupito. Di solito mio padre diceva “bisogna” e “faccio io”. Da adulto, con i capelli già spruzzati di bianco, mi sono trovato a cercare un secondo fine nell’invito, come accadeva un tempo nei nostri dialoghi. Ma non c’era nessuna trappola, solo una richiesta semplice, e per questo mi sono sentito quasi a disagio. Sono arrivato verso mezzogiorno, ho salito il terzo piano, mi sono fermato sul pianerottolo mentre infilavo la chiave nella toppa. La porta si è aperta subito, come se mio padre fosse lì a aspettarmi. — Entra. Toglit i scarpe — ha detto facendo spazio. L’ingresso era esattamente come l’avevo lasciato: tappetino, armadietto, giornali piegati con cura. Mio padre sembrava lo stesso di sempre, solo che le spalle parevano un po’ più strette e, quando si aggiustava la manica, le mani gli tremavano per un istante. — Dov’è la bici? — ho chiesto, per non domandare altro. — Sul balcone. L’ho messa là per non ingombrare. Pensavo di farcela da solo, ma poi… — fece un gesto vago con la mano e partì avanti. Il balcone era chiuso, ma freddo, pieno di scatole e vasetti. La bicicletta era appoggiata al muro, coperta da un vecchio lenzuolo. Mio padre scoprì la bici come se dovesse svelare qualcosa di importante, e passò la mano sulla cornice con attenzione. — È la tua — disse. — Ti ricordi? Era il regalo per il compleanno. Me lo ricordavo. Ricordavo i giri in cortile, le cadute, il papà che silenzioso mi rialzava, spolverava le ginocchia e controllava la catena. Allora quasi non mi lodava, ma guardava le cose come se fossero vive e fossero una sua responsabilità. — La gomma è sgonfia — dissi. — Quello si sistema. Ma la ruota cigola forte e il freno dietro non va. Ieri ho provato e mi si è fermato il cuore — sogghignò, ma il sorriso durò poco. Portammo la bici in camera, dove papà aveva la “sua officina” — niente stanza, solo un angolo: tavolo vicino alla finestra, tappetino, lampada, scatola con gli attrezzi. Il muro ordinato: pinze, cacciaviti, chiavi. Mi venne naturale notare l’ordine come sempre: papà curava ciò che poteva. — Trovi la chiave da tredici? — mi chiese. Apro la scatola. Gli attrezzi sono in fila, ma la tredici non c’è. — Qui c’è la dodici, la quattordici… la tredici manca. Papà alza le sopracciglia. — Manca? Eppure… — si ferma, quasi non osa dire “sempre”. Cerco meglio tra gli attrezzi, apro il cassetto della scrivania. Bulloni, rondelle, nastro isolante, carta vetrata. Sotto i guanti di gomma, eccola. — Eccola qui — dico. Lui la prende, la tiene un attimo in mano, quasi a pesarla. — Allora l’ho messa io lì sotto. La memoria… — sospira. — Vabbe’, dai qua la bici. Appoggiamo la bici su un lato, io metto la straccio sotto il pedale. Papà si accovaccia piano, con cautela, come se le ginocchia potessero tradirlo. Lo noto e faccio finta di nulla. — Prima smontiamo la ruota — dice lui. — Tieni fermo, levo i dadi. Afferra la chiave, forza. Il dado non viene subito, papà si sforza, le labbra strette. Io lo aiuto, il dado cede. — Ce la facevo anche da solo — borbotta. — Sì ma… — Lo so. Tieni fermo che non cada. Si lavora in silenzio, scambiando solo frasi brevi: “tieni”, “non tirare”, “qua”, “attento alla rondella”. Mi accorgo che così mi viene più facile. Quando le parole servono solo al lavoro, non serve indovinare cosa ci sta dietro. La ruota è giù, la mettiamo a terra. Papà prende la pompa, controlla il tubo. È vecchia, impugnatura consumata. — Secondo me la camera regge, è solo secca — dice. Vorrei domandare come fa a saperlo, ma sto zitto. Papà era sempre sicuro, anche nei dubbi. Mentre lui pompa, io controllo il freno. Pattini consumati, cavo arrugginito. — Qui serve cambiare il cavo — dico. — Cavo… — si ferma, si asciuga la mano sui pantaloni. — Dovrei averne uno di ricambio. Rovista in un mobiletto sotto il tavolo, tira fuori una scatola, poi un’altra. Ogni volta trova dentro pezzi con etichette scritte a penna. Lo guardo. Non è solo essere ordinati: cerca di dominare il tempo. Finché tutto è scritto e sistemato niente gli scappa. — Non lo trovo — sbuffa, chiudendo la scatola con stizza. — Forse in ripostiglio? — suggerisco. — Lì c’è il caos, — dice serio, come confessasse un peccato. Mi viene da ridere. — Da te? Disordine? Questa è nuova. Lui mi lancia una mezza occhiata burbera, ma negli occhi brilla una specie di gratitudine per la battuta. — Vai a vedere tu. Io intanto pompo. Il ripostiglio è piccolo e pieno di scatoloni. Accendo la luce, sposto borse. Sullo scaffale in alto trovo una matassa di cavo avvolto nella carta di giornale. — Eccolo — grido. — Lo sapevo! — mi risponde. Porto il cavo. Papà lo gira tra le dita, ne controlla le estremità. — Va bene. Serve solo trovare i capicorda. Scava ancora tra le scatole, pesca i cappuccetti metallici. — Smontiamo il freno — dice. Tengo ferma la bici, lui svita. Le dita sono secche, con le screpolature tipiche; le unghie corte. Da bambino, queste mani mi sembravano fortissime e invincibili. Ora in quelle dita c’è un’altra forza: pazienza e misura. — Che mi guardi così? — chiede papà a testa bassa. — Così… Mi chiedo come fai a ricordare tutto. Lui fa una specie di risata. — Ricordo. Ma dove metto le cose, mica sempre. Divertente, vero? Vorrei dire “non fa ridere”, ma capisco che non parla di umorismo. Parla di paura. — Capita anche a me — dico. Lui annuisce, come se la frase lo autorizzasse a non essere perfetto. Smontando il freno, scopriamo che manca una molla. Papà cerca a lungo nello spazio vuoto, poi mi guarda. — Ieri ci ho pasticciato, magari è caduta. Ho guardato per terra, niente. — Riguardiamo — propongo. Ci mettiamo in ginocchio, cerchiamo col palmo sotto il mobile. La trovo io: vicino al battiscopa, sotto una gamba della sedia. — Ecco. Papà la prende, la osserva da vicino. — Meno male. Stavo quasi… — non finisce la frase. Capisco: stava quasi pensando “ormai sono finito”. Ma non lo dice. — Vuoi un tè? — domanda secco, come se il tè potesse coprire la pausa. — Volentieri. In cucina mette il bollitore, tira fuori due tazze. Io mi siedo, lo guardo muoversi tra fornello e mobiletti. I gesti sono consueti, solo più lenti. Versa il tè, mi porge un piattino di biscotti. — Mangia. Sei dimagrito. Vorrei replicare che no, è la giacca, ma taccio. In questa frase c’è tutta la sua capacità di mostrare affetto. — Come va al lavoro? — chiede. — Tutto ok. — E aggiungo, per non lasciare vuoto il sentimento: — Progetto finito, ora se ne parte uno nuovo. — L’importante è che ti paghino puntuale. Sorrido. — Sempre a pensare ai soldi. — A cosa dovrei pensare? — mi guarda fisso. — Ai sentimenti? Sento uno stringersi dentro. Non pensavo avrebbe mai detto quella parola. — Non lo so — rispondo onesto. Lui fa una pausa, poi prende la tazza a due mani. — Sai… — comincia, silenzio, decide se è troppo dire. — A volte penso che vieni qui come per dovere. Ti segni la presenza e vai. Appoggio la tazza. Il tè brucia le dita ma non la lascio. — Pensi che sia facile venire? — lo guardo. — Qui sembra sempre di tornare piccolo. E tu sembri saper fare tutto meglio di me. Papà sorride senza rancore. — In effetti penso di saperne di più. È un’abitudine. — E poi — sospiro — tu non hai mai chiesto come sto. Sul serio. Lui guarda nella tazza, forse cerca lì le risposte. — Avevo paura di chiederlo. Se lo chiedi, poi devi ascoltare. E io… — alza gli occhi — non sempre ci riesco. Sento che qualcosa si scioglie, pur nella semplicità delle cose dette. Non dice “scusa”, non spiega. Semplicemente ammette che non ci riesce. È più vero di qualsiasi frase articolata. — Neanche io ci riesco. Annuisce. — E allora impariamo insieme. Partendo dalla bici — sorride, come sorpreso dalla propria frase. Finito il tè torniamo nella stanza. La bici è dove l’avevamo lasciata, con accanto la ruota e il cavo sul tavolo. Papà si rimette all’opera, deciso. — Facciamo così: tu infila il cavo, io sistemo i pattini. Seguo le istruzioni piano, le mie dita sono meno abili delle sue e mi innervosisco. Papà se ne accorge. — Non avere fretta. Qui ci vuole pazienza, non forza. Lo guardo. — Parli dei freni? — Di tutto — risponde, e si volta come se avesse detto troppo. Sistemiamo i pattini, stringiamo i dadi. Papà prova più volte la leva del freno, verifica. — Meglio. Io gonfio bene la ruota, controllo la camera d’aria. Regge. Rimettiamo la ruota, stringiamo bene i dadi. Papà mi chiede la chiave da tredici, gliela passo. Gli resta in mano come qualcosa di sempre suo. — Fatto — dice. — Vediamo se va. Scendiamo nel cortile. Papà tiene il manubrio, io cammino a fianco. Non c’è nessuno tranne la vicina con una borsa, che ci saluta. — Vai, fai un giro — dice papà. — Io? — E chi sennò. Io non sono più un acrobata. Salgo sulla bici. La sella è bassa, come allora, le ginocchia mi salgono su. Faccio due volte il giro della aiuola, tiro il freno. Funziona. — Va ché è una meraviglia, — dico scendendo. Papà la riprova, la spinge piano. Poi si ferma. — Ok. Allora non abbiamo sprecato tempo. Lo guardo e capisco che non parla solo della bici. Parla di avermi chiamato. — Tieni tu, allora, il set di attrezzi — dice tutto d’un tratto. — Tanto a me bastano quelli che ho. A te possono servire. Vorrei dire di no, ma sento che questo è il suo modo di parlare d’affetto. Non “ti voglio bene”, ma “prendi, che ti può essere utile”. — Ok, tengo tutto. Ma la tredici resta qui. È la tua chiave speciale. Lui ride. — Stavolta la rimetto al suo posto. Torniamo casa. Nell’ingresso prendo la giacca. Papà sta lì, non ha fretta. — Vieni settimana prossima? — chiede come nulla fosse. — Dovrei sistemare la porta della credenza. Dico sempre di aggiustarla, ma le mani… Lo dice senza scuse. Tra le sue parole sento non una lamentela, ma un invito. — Passo. Ma chiamami prima, così non arrivo di corsa. Lui annuisce e, chiudendo la porta, aggiunge piano: — Grazie che sei venuto. Scendo le scale, con in mano chiavi e cacciaviti avvolti nel panno di papà. Sono pesanti, ma non mi pesano. In strada, guardo su al terzo piano. Dietro la tenda un’ombra, come se papà fosse lì a seguirmi con lo sguardo. Non saluto agitando la mano. Vado verso l’auto, sapendo che adesso posso venire non solo “per fare cose”, ma per quella cosa che abbiamo finalmente ammesso fosse la più importante.
La chiave da tredici Chiamò la mattina presto, con quel tono come se stesse chiedendo di prendere un
Education & Finance
011
E tu mi proponi di correre per due chilometri con il bambino in braccio per comprare del pane? E comunque, non so neanche più se io e Varia siamo ancora utili a te.
E mi chiedi di correre due chilometri con il neonato per comprare del pane? E poi, non so più se noi
Education & Finance
014
Non abbiamo aperto la porta a nostra figlia — Perché non l’avete fatta entrare? — Veronica trovò il coraggio di fare la domanda che la tormentava da più tempo. — Una volta la facevate sempre entrare… La madre sorrise amaramente. — Perché ho paura per te, Nica. Pensi che non vediamo come ti rintani in un angolo quando tua sorella rientra di notte tutta sbronza? Come nascondi i libri per evitare che te li rovini? Lei ti guarda e si arrabbia. Si arrabbia perché sei normale. Tu hai una vita davanti, la sua invece l’ha buttata via nel vino da tanto… Veronica chiuse la testa tra le spalle, fermandosi sopra il libro aperto — nella stanza accanto stava iniziando l’ennesima lite. Il padre nemmeno si tolse la giacca — era fermo in corridoio con il cellulare in mano, urlando. — Non mi prendere in giro! — gridava nel telefono. — Dove li hai buttati tutti? Sono passate due settimane dallo stipendio! Solo due settimane, Larisa! In cucina sbucò Tatiana. Per un momento ascoltò il monologo del marito, poi chiese: — Ancora? Valerio fece solo un gesto con la mano e mise il vivavoce — dagli altoparlanti si sentivano pianti. La sorella maggiore di Veronica aveva il dono di commuovere anche una pietra. Ma dopo anni di sofferenze i genitori avevano ormai una corazza. — Che vuol dire «ti buttano fuori»? — Valerio prese a camminare avanti e indietro nel corridoio stretto. — Fanno bene. Chi sopporterebbe ancora quest’ennesima sbornia? Ti sei mai guardata allo specchio? Hai trent’anni, e hai la faccia di una cagnetta picchiata. Veronica spiò fuori dalla sua stanza, aprendo la porta di un paio di centimetri. — Papà, ti prego… — d’improvviso le lacrime cessarono. — Mi hanno lasciato i vestiti sulle scale. Non so dove andare. Fuori piove, fa freddo… Posso venire da voi, solo per qualche giorno. Devo solo dormire un po’. La madre fece per afferrare il telefono, ma Valerio la scansò di colpo. — No! — tagliò corto. — Finché sto qua non passi quella porta. Abbiamo preso un accordo, ricordi? L’ultima volta che ci hai portato via la televisione per portarla al Monte dei Pegni eravamo in campagna: da allora questa casa per te è chiusa! — Mamma! Parla tu con lui! — urlò la voce nella cornetta. Tatiana si coprì il volto con le mani. Le spalle tremavano. — Larisa, ma come hai fatto… — sospirò la madre, senza guardare il marito. — Ti abbiamo portato dal medico. Avevi promesso. L’ultima terapia doveva bastare tre anni, dicevano. Non hai resistito nemmeno un mese! — Quelle cure sono inutili! — sibilò Larisa, passando subito da lamentosa ad aggressiva. — Vogliono solo spillare soldi! Sto male, capite? Mi brucia tutto dentro, respiro a fatica! E voi pensate alla TV… Quella gli dispiace! Ve ne compro un’altra! — Con cosa la paghi? — Valerio si fermò e fissò un punto sul muro. — Con che soldi, se hai buttato via tutto? Hai chiesto ancora ai tuoi amici? O hai venduto qualcosa nell’appartamento di quell’altro… come si chiamava? — Non importa! — urlò Larisa. — Papà, non ho un posto dove stare! Volete che dorma sotto un ponte? — Vai in una casa famiglia o dove vuoi tu, — la voce del padre divenne spaventosamente calma. — Qui dentro non metti piede. Cambio la serratura se ti vedo sul pianerottolo. Veronica era seduta a letto abbracciando le ginocchia. Di solito, quando la sorella maggiore mandava in bestia i genitori, la rabbia rimbalzava tutta su di lei. — E tu che fai? Sempre con il telefono? Farai la fine di tua sorella, crescerai senza valore! — le frasi che ascoltava da tre anni. Ma oggi nessuno si ricordava di lei. Nessuno urlava, nessuno la rimproverava. Il padre chiuse la chiamata, si tolse la giacca e i genitori si spostarono in cucina. Veronica uscì cauta nel corridoio. — Valerio, non puoi fare così, — piangeva la madre. — Si perderà. Davvero si perderà. Lo sai com’è, quando è… in quello stato. Non risponde più di se stessa. — E io dovrei rispondere per lei? — il padre posò il bollitore sul fornello con violenza. — Ho cinquantacinque anni, Tania. Voglio tornare a casa e sedermi in poltrona. Non voglio più nascondere il portafoglio sotto il cuscino! Non voglio ascoltare i vicini che l’hanno vista sulle scale con loschi figuri e che si sono beccati le sue maleducazioni! — Resta comunque nostra figlia, — sussurrò la madre. — Era figlia fino a vent’anni. Ora è solo qualcuno che ci svuota. È una alcolista, Tania. Non si guarisce se uno non vuole. E lei non vuole. Le piace questa vita. Si sveglia, cerca bottiglia e si stordisce! Il telefono squillò di nuovo. I genitori tacquero un attimo, poi la voce del padre. — Sì? — Papà… — chiamava ancora Larisa. — Sono alla stazione. Qui c’è la polizia, se resto mi portano via. Per favore… — Ascoltami bene, — l’interruppe il padre. — A casa tua non torni. Punto. — Allora mi ammazzo? — nella voce di Larisa sentì una sfida. — È questo che vuoi? Che ti chiamino dall’obitorio?! Veronica si fermò. Era il colpo finale; Larisa lo giocava ogni volta che finivano gli altri argomenti. Di solito funzionava. La madre cominciava a piangere, il padre si metteva una mano sul cuore e la sorella aveva soldi, casa, cibo, ripuliva. Ma stavolta il padre non cedette alla manipolazione. — Non fare la furba, — rispose. — Ti vuoi troppo bene per quello. Facciamo così. — Cosa? — nella voce di Larisa una speranza. — Ti trovo una stanza. La più economica, in periferia. Pago il primo mese. Ti do un po’ di soldi per mangiare. Basta. Da lì te la cavi da sola. Trovi lavoro, smetti con le sciocchezze — vivi. Se no, tra un mese sei di nuovo fuori e non m’importa più. — Una stanza? Solo una stanza, non un appartamento? Papà, da sola non ce la faccio. Ho paura. E poi… i vicini magari sono strani. E come sto in affitto? Non ho nemmeno le lenzuola, quello schifoso ha lasciato tutto da lui! — Le lenzuola te le prepara la mamma in una borsa. Le lasciamo dal portiere. Passi e le prendi. Non salire nemmeno in casa, ti avviso. — Siete crudeli! — esplose Larisa. — Mandate vostra figlia ai margini! In una bettola! Voi state in un trilocale e io come un topo in cantina? La madre cedette all’esasperazione e afferrò il telefono. — Larisa, basta! — gridò con tale forza che Veronica sobbalzò. — Tuo padre ha ragione! È la tua ultima occasione. O la stanza o la strada. Scegli adesso, che domani nemmeno la stanza avrai! Silenzio nell’altra estremità della linea. — Va bene, — mugugnò infine Larisa. — Mandatemi l’indirizzo. E un po’ di soldi… mandatemi subito qualcosa sulla carta. Ho fame. — Niente soldi, — chiuse Valerio. — Ti compro il cibo e lo lascio nella borsa. So per che “cibo” li spenderesti, i soldi. Chiuse la chiamata. Veronica capì che era il momento. Entrò cautamente in cucina, fingendo di voler solo bere. Si aspettava di ricevere addosso tutta la rabbia accumulata. Che il padre le dicesse che la sua maglietta era da sciattona. Che la madre l’accusasse di menefreghismo — con tutti quei problemi, e lei passeggia per casa tranquilla. Ma i genitori nemmeno si voltarono. — Veronika, — la madre la chiamò piano. — Sì, mamma? — Nello scaffale, in alto, ci sono vecchie lenzuola e federe. Prendile per favore. E mettile nella borsa blu della dispensa. — Va bene, mamma. Veronica andò ad eseguire. Trovò la borsa, ci tolse della roba vecchia. Non riusciva a immaginare come Larisa potesse vivere da sola. Non sapeva neanche farsi la pasta. E quel vizio terribile… Veronica sapeva che la sorella non avrebbe resistito nemmeno due giorni senza la bottiglia. Tornò nella stanza dei genitori, salì su uno sgabello e tirò giù la biancheria. — Non dimenticare gli asciugamani! — urlò il padre dalla cucina. — Li ho già messi, — rispose Veronica. Vide il padre attraversare il corridoio, infilarsi le scarpe ed uscire senza dire altro. Andò probabilmente a cercare quella “bettola”. Veronica si spostò in cucina. La madre era ancora là. — Mamma, vuoi una pastiglia? — chiese piano avvicinandosi. La madre la guardò negli occhi. — Sai, Nica… — iniziò con una voce strana, spenta. — Quando era piccola, pensavo: crescerà e mi aiuterà. Parleremo di tutto, saremo unite. Adesso invece penso… basta che si ricordi l’indirizzo di quella stanza. Basta che ci arrivi… — Ci arriverà, — Veronica si sedette a fianco. — In qualche modo se la cava sempre. — Stavolta non se la cava, — la madre scosse il capo. — Ha gli occhi diversi. Vuoti. Come se lì dentro non ci fosse più niente. Solo un guscio che deve continuamente alimentarsi di quella schifezza. Io lo vedo che hai paura di lei… Veronica tacque. Aveva sempre pensato che i genitori non notassero la sua paura, troppo occupati a “salvare” la figlia perduta. — Pensavo che di me non vi importasse, — confessò sottovoce. La madre le accarezzò i capelli. — Non è vero. È che non ce la facciamo più. Sai in aereo? Prima la maschera su di te, poi sul bambino. Abbiamo provato a salvarla per dieci anni. Dieci anni, Nica! Tra codifiche, santoni e cliniche costosissime. Alla fine… stavamo soffocando noi stessi. Un campanello squillò all’ingresso. Veronica trasalì. — È lei? — chiese spaventata. — No, papà ha le chiavi. Sarà il corriere della spesa, l’ha ordinata lui. Veronica andò ad aprire. Il corriere lasciò due buste pesanti. Le portò in cucina. Dentro: pasta, scatolame, olio, tè, zucchero. Nulla di superfluo. — Non mangerà questa roba, — osservò Veronica, mettendo da parte la confezione di grano saraceno. — Vuole tutto pronto. — Se vorrà vivere, cucinerà, — rispose la madre, e nella voce tornò la vecchia fermezza. — Basta viziarla, se no la portiamo al cimitero con la nostra compassione. Un’ora dopo tornò il padre. Sembrava reduce da tre turni. — Ho trovato, — annunciò solo. — Ho le chiavi. La padrona è una vecchia maestra molto severa. Ha detto subito: sento uno strano odore o rumore, la caccio senza spiegazioni. Le ho risposto: “Faccia pure”. — Valerio… — sospirò la madre. — Che “Valerio”? Basta prendere in giro la gente. Meglio che lo sappia. Prese la borsa con la biancheria, i pacchi con la spesa e uscì. — Porto tutto dalla portinaia. La chiamo, le dico dov’è. Veronica, chiudi bene la porta. E se chiamano sul fisso, non rispondere. Il padre uscì, la madre si chiuse in cucina e si mise a piangere. Al cuore di Veronica sembrava mancare un battito. Ma come si fa? Non vive neanche, sopravvive da una sbornia all’altra, e non lascia vivere nemmeno i genitori… *** Le speranze dei genitori andarono in fumo — una settimana dopo la padrona chiamò Valerio: la coinquilina era stata cacciata dai carabinieri. Larisa aveva portato nella stanza tre uomini per fare festa tutta la notte. E di nuovo i genitori non poterono abbandonare la figlia — Larisa fu ricoverata in un centro di riabilitazione. Una struttura protetta, sorvegliata. Lì hanno promesso di curare la “figlia perduta” in un anno. Chissà, forse il miracolo succederà davvero…
Non fecero entrare la figlia in casa Ma perché non l’avete fatta entrare? domandò Veronica, trovando
Education & Finance
067
Il casale della discordia – la figlia si riprende ciò che le spettava — Ksyusha, devi capire che siamo in una situazione disperata — commentò sconsolato Valentino Borghi, strofinandosi il naso. — Marina mi fa una testa così da due mesi… Le è piaciuto un programma di studi per Dennis a Cipro. Sì, per nostro figlio. Dice che deve dargli una possibilità, che deve migliorare l’inglese. Ma dove li troviamo i soldi? Lo sai, ora come ora non lavoro. Ksyusha sollevò lo sguardo verso il padre. — E così hai pensato che vendere la casa in campagna sia la soluzione migliore? — domandò a bassa voce. — E cosa dovrei fare, scusa? — lui si animò, piegandosi in avanti. — Il casale è lì, abbandonato. Marina non ci mette piede, si annoia, si lamenta delle zanzare… Non sa nemmeno che non è più intestato a me! Pensa che lo venderemo e poi finalmente vivremo meglio. Ksyusha, sei una ragazza intelligente. Facciamo così: ora tu la vendi ufficialmente. Ti riprendi tutti i soldi che mi avevi dato dieci anni fa, ogni centesimo! Il resto, quello che si è aggiunto con il mercato immobiliare, lo dai a me. Dai, siamo in famiglia. A te non cambia niente, giusto? Ti riprendi il tuo, e aiuti anche papà. Il padre era venuto senza essere invitato. Negli ultimi anni si erano visti pochissimo — aveva già una seconda famiglia, altri pensieri, e la figlia maggiore sembrava non trovare posto nel nuovo disegno. Ma Ksyusha sospettava che non fosse lì solo per chiacchiere. Immaginava volesse soldi, di nuovo… Ma la proposta era davvero bizzarra. — Papà, ricordi cosa è successo dieci anni fa? — lo interruppe. — Quando mi hai implorata di darti quei soldi per l’operazione e la riabilitazione? Ti ricordi? Valentino Borghi fece una smorfia. — Ma che bisogno c’è di rivangare il passato? Ormai sono guarito, grazie a Dio! — Passato? — ridacchiò amaramente Ksyusha, scuotendo la testa. — Quei soldi li avevo messi da parte per anni, risparmiando su tutto, per l’anticipo di un appartamento. Lavoravo nei weekend, niente vacanze, niente svaghi. E poi sei ricomparso tu. Senza lavoro, senza risparmi, ma con una nuova moglie, Marina, e un figlio Dennis. Mi hai preso tutto quello che avevo! — Ero disperato, Ksyusha! Che dovevo fare, lasciarmi morire per strada? — Ti avevo proposto di aiutarti — continuò imperterrita — ma ti dissi chiaramente che avevo paura di restare senza un tetto, se ti fosse successo qualcosa. Hai una nuova erede, dopotutto: Marina. Non mi avrebbe mai lasciata avvicinare a quella casa in campagna. Abbiamo discusso per giorni, ti ricordi? Non volevi firmare nemmeno una ricevuta. «Come puoi non fidarti di tuo padre?» Ma io volevo solo una garanzia. — E l’hai avuta! — la interruppe stizzito. — Abbiamo fatto l’atto, la casa è tua. Te l’ho venduta di fatto per due soldi, quei soldi che mi servivano per le cure. Ma avevamo un accordo: la uso e, quando posso, te la ricompro. — Sono passati dieci anni, papà. Dieci anni! In tutto questo tempo hai mai accennato di ricomprarmela? Hai mai restituito qualcosa? Mai. Hai continuato ad abitarla ogni estate, coltivare i tuoi pomodori a spese mie, bruciare la legna per cui pagavo io. Tasse e manutenzione — sempre a mio carico. Vivevi come il padrone, mentre io mi spaccavo per pagare il mutuo. Valentino Borghi si asciugò la fronte con il fazzoletto. — Non lavoravo, Ksyusha… lo sai, dopo la chemio ci ho messo una vita a riprendermi. Ormai non mi prende più nessuno. Marina neanche… è troppo sensibile, il lavoro d’ufficio la uccide. Viviamo con i suoi lavoretti su internet, e basta appena. — Sensibile? — Ksyusha si alzò e iniziò a passeggiare per la cucina. — E io invece dovrei essere di ferro? Posso fare due lavori per coprire il mutuo e mantenerti la “villeggiatura”, eh? E ora Marina decide che devi vendere la casa per mandare il figlio a Cipro? La MIA casa, papà! LA MIA! — Formalmente sì, ma tu sai che era solo una soluzione temporanea! Sono tuo padre! Ti ho dato la vita! Vuoi davvero attaccarti a quei metri quadri, mentre tuo fratello ha bisogno di una chance? — Fratello? — Ksyusha si fermò di colpo. — Gli ho parlato una volta sola in tutta la vita. Non si è mai ricordato nemmeno del mio compleanno. E Marina… chissà se mai si è preoccupata di me, o di come fossi riuscita a sopravvivere tutti questi anni. Lei crede ancora che tu sia un tycoon soltanto fuori corsa. Dieci anni che le racconti frottole, papà. Valentino Borghi abbassò lo sguardo. — Era per il bene di tutti… non volevo darle altre preoccupazioni. Lei si sarebbe agitata sapendo che la casa non era più mia. — “A un estraneo”? — ribatté amara. — Ksyusha, non prendertela sulle parole! — urlò lui. — Qual è il problema? Oggi la casa vale cinque volte tanto! È il mercato! Tu ti riprendi i tuoi 150mila euro, quelli dell’operazione, e agli altri 350mila ci penso io. Devo sistemare Dennis, rifare i denti a Marina, cambiare macchina che cade a pezzi. Quei soldi a te non cambiano niente, hai già la casa a Milano. Dai, aiutaci! Ksyusha lo fissava senza riconoscerlo più. — No — disse secca. — Come sarebbe a dire “no”? — rimase di stucco. — Non venderò la casa in campagna. E non ti darò un centesimo. Quella casa è mia, di diritto e di fatto. Hai vissuto lì gratis dieci anni, ti sei rimesso in salute, hai goduto della natura — considera quelli il mio assegno di mantenimento. Fine. — Ma sei seria? — il volto di Valentino diventò paonazzo. — Vuoi togliere a tuo padre l’ultima cosa che gli resta? Se non fosse per me, quella casa non esisterebbe! L’ha costruita mio padre! — Già, tuo padre. E si rivolterebbe nella tomba se sapesse che vuoi svendere il nido di famiglia per iscrivere a un corso a Cipro un ragazzo di diciannove anni che non ha mai lavorato. — Ksyusha, ripensaci! — si alzò di scatto. — Mi devi ancora troppo! Io ti ho cresciuto! Se non accetti, racconto a tutti quanto sei tirchia. Lo dirò a Marina, verrà qui e farà un macello! Andremo per vie legali! Farò annullare la vendita! Era uno stato di bisogno: ai tempi non sapevo quel che facevo e tu hai approfittato! Ksyusha sorrise amaramente. — Prova, papà. Ho le ricevute di tutto: ospedale, bonifici. E un atto notarile firmato quando eri già in piena remissione. Chissà come la prenderà Marina, quando scoprirà che la casa è mia ormai da prima che Dennis iniziasse le elementari. Non le avevi detto fosse la tua eredità? — Kseniya… — cambiò tono improvvisamente, quasi supplichevole. — Figlia mia, dai… Marina adesso è in un periodo difficile… Se lo scopre mi butta fuori. Lei è molto più giovane di me — sta con me solo per sicurezza economica. Se non ho più la casa, se non ho soldi, non mi vorrà più. Vuoi davvero vedere tuo padre in mezzo a una strada? — E prima, ci hai mai pensato? — la rabbia cominciava a montare dentro Ksyusha. — Dieci anni senza lavorare; lasciando che Marina si indebitasse; promettendole montagne d’oro col mio denaro? — Quindi non mi aiuti? — fece un passo indietro. — E questa sarebbe una figlia riconoscente… — Vai a casa, papà. Dille la verità. È l’unico modo per salvare almeno un po’ la faccia. — Goditi quella casa… — sputò via passando. — Sappi solo che non hai più un padre. Dimentica il mio numero! Ksyusha rise amaramente: tanto, suo padre l’aveva persa anni prima, quando l’aveva lasciata a sette anni. *** La chiamata arrivò il sabato mattina. Numero sconosciuto. — Pronto? — È Ksenia? — riconobbe subito la matrigna. — Sai chi ti credi di essere, eh, ragazzina? Pensi che non abbiamo capito come hai imbrogliato il povero Valerio? Ha confessato tutto! Gli hai fatto firmare i documenti appena uscito dall’anestesia! — Marina, buongiorno. Se vuole parlare, lo faccia senza urlare. — Buongiorno un corno! Abbiamo già preparato la denuncia! Il mio avvocato dice che la vendita salterà in un attimo. Hai approfittato della malattia di tuo padre per fargli comprare la casa per due soldi! Ti ridurremo sul lastrico! — Marina, ora ascolti bene. Capisco che Valentino le abbia raccontato la sua versione. Io ho tutte le prove che i soldi sono finiti per le sue cure. E anche tutti gli sms di ringraziamento per dieci anni, dove scrive: “Grazie, figlia mia, che ti prendi cura del casale e mi lasci stare lì”. Come pensate che reagirà il giudice? Dall’altra parte silenzio: Marina non se l’aspettava. — Sei proprio una… — sibilò. — Non ti basta il tuo appartamento? Devi togliere anche l’ultima speranza a tuo fratello? Dennis deve studiare! — Dennis deve andare a lavorare, come facevo io alla sua età. E lei, Marina, dovrebbe sapere la verità. Quelle “azioni” esistevano, secondo suo marito? — Quali azioni? — la voce iniziava a tremare. — Quelle che non sono mai esistite. Prendeva da me i soldi che le diceva venissero dai suoi investimenti. Dia un’occhiata ai bonifici. Suo marito ha mentito! Mendicava da me, usando la malattia come scusa. E io mi indebitavo per salvargli la vita, mentre lui non faceva altro che prendere. Marina riattaccò. La sera stessa, Ksyusha ricevette un sms dal padre. Solo tre parole: “Hai rovinato tutto”. *** Non rispose. Dopo qualche giorno, dai vicini del casale, scoprì che Marina aveva fatto una scenata clamorosa. Urlava e buttava fuori gli abiti del marito dalle finestre della casa, finché non arrivò la polizia. Si venne a sapere che Marina, fiduciosa nella vendita, si era già indebitata pesantemente con un finanziamento per il “futuro” del figlio. Valentino Borghi dovette andarsene. Marina chiese il divorzio, dopo aver appreso bugie e inganni. Il figlio Dennis, abituato a una vita facile, non mostrò alcuna compassione: si trasferì presto dalla fidanzata dichiarando che “il vecchio se l’era cercata”. Dove sia finito suo padre, Ksyusha non lo sa. E non intende scoprirlo.
La villetta della discordia la figlia si riprende quello che è suo Giulia, devi capire, è una situazione
Education & Finance
016
Una settimana dopo di noi, i nostri vicini sono tornati con l’ultimo traghetto dalla loro villa. E sono tornati senza il loro gatto: un enorme bandito grigio privo di un orecchio destro.
Una settimana dopo, gli amici del vicino tornarono sulla piccola barca dal loro rifugio di campagna sul
Education & Finance
074
Ho 58 anni e non so più cosa fare con la mia vicina: vive proprio di fronte a noi e sembra abbia come unico scopo osservare ogni nostro movimento, dalla consegna della spesa a quando portiamo fuori il cane o gettiamo la spazzatura, commentando tutto con gli altri vicini – persino la mia famiglia e mia figlia adolescente sono finiti sotto la sua lente, e ormai non so più come convivere con una persona così invadente senza perdere la calma o la mia tranquillità; avete consigli su come gestire un vicino che non rispetta i confini e si intromette costantemente nella vita altrui?
Ho cinquantotto anni e ormai non so più come comportarmi con la mia vicina di casa. Abita proprio di
Education & Finance
025
La Scelta Giusta: Un Viaggio di Coraggio e Determinazione
12 ottobre 2024 La sera è scesa fresca, lottobre ha già avvolto le strade di Firenze in una leggera foschia.
Education & Finance
016
Il nipote non conta: una nonna italiana tra favoritismi, figli del cuore e famiglie dimenticate
Il nipote non serve Mia madre pensa che Irina sia più fragile riuscì finalmente a dire mio marito.
Education & Finance
0243
Fai un sacco di soldi, vero? La sorella di mia moglie ha chiesto un prestito e poi è andata in vacanza al mare
Guadagni un sacco di soldi, vero? La sorella di mia moglie ha preso in prestito dei soldi ed è andata al mare.
Education & Finance
013
Le Due Facce della Solitudine
30anni. Letà che in televisione descrivono come il periodo doro e nei quaderni personali come crisi di
Education & Finance
093
Tornata a casa prima del previsto: una sorpresa per mio marito, una gravidanza al sesto mese, e un’accoglienza tutt’altro che indimenticabile – tra borse pesanti, richieste assurde e un litigio che mi ha fatta tornare dai miei genitori
Tornata a casa prima Sei già alla fermata? la voce di Marco tremolava di sorpresa. Adesso? Ma perché
Education & Finance
0101
Mia madre mi ha cacciata di casa per preferire il mio patrigno: la mia infanzia felice con papà, le difficoltà con il nuovo compagno di mamma e come la mia vita è cambiata grazie all’aiuto di mia zia
Proprio mia madre mi ha cacciato di casa perché mio patrigno le era più caro! Ho vissuto con mio padre
Education & Finance
052
L’infermiera baciò segretamente un affascinante CEO in coma da tre anni, convinta che non si sarebbero mai più svegliati — ma con sua grande sorpresa, lui la strinse a sé subito dopo il bacio…
Ricordo ancora quella notte, quando lospedale di Milano era avvolto da un silenzio di tomba, interrotto
Education & Finance
047
Non voglio vivere con la famiglia di mia figlia! Ecco perché ho scelto di vivere da solo, anche dopo che la mia famiglia ha avuto bisogno di ospitalità dopo un’alluvione che ha reso il loro appartamento inabitabile: dalle diverse abitudini quotidiane alle scelte sull’ordine in casa, dal rispetto della privacy ai contrasti sugli orari e sulle priorità in cucina, fino al desiderio di aiutare i miei cari senza rinunciare alla mia indipendenza e ai miei spazi personali.
Non voglio vivere con la famiglia di mia figlia! Vi spiego il perché. Mia figlia e la sua famiglia si
Education & Finance
093
Non disfare la valigia, Musetta: oggi te ne vai di casa – ecco perché ci stiamo separando!
«Non disfare la valigia: oggi te ne vai di casa.» Cos’è successo? domandò con tono perentorio Martina.
Education & Finance
028
Anche le brave ragazze vengono lasciate: La storia di Anna, una donna di trentacinque anni dalla bellezza malinconica, che tra sogni di famiglia perfetta, delusioni coniugali e una carriera costruita con fatica, cerca di capire cosa desiderano davvero gli uomini moderni nell’Italia di oggi
Dallo specchio le faceva locchiolino Anna, una trentacinquenne bellissima, ma con lo sguardo malinconico
Education & Finance
07
Chi, se non io?
Caro diario, oggi ho riflettuto su chi, se non io, può tenere in riga un quartiere intero. Nel cortile
Education & Finance
0274
Io e mio marito abbiamo lasciato l’appartamento a nostro figlio e ci siamo trasferiti in campagna, ma lui si è sistemato dalla suocera e ha affittato il nostro appartamento
Io e mia moglie abbiamo lasciato lappartamento di nostro figlio e ci siamo trasferiti in campagna.
Education & Finance
061
La tanto attesa nipotina Natalia Michelini non smetteva di chiamare al telefono suo figlio, partito per l’ennesima missione in mare. Ma il segnale continuava a non esserci. — Ah, che guaio hai combinato stavolta, figliolo! — sospirò agitata, componendo ancora una volta quel numero ormai a memoria. Chissà quando riprenderà la linea: solo dopo essere arrivato al porto più vicino, e non sarà tanto presto. E proprio in questo momento, poi! Natalia Michelini non chiudeva occhio da due notti — tutto per colpa, ancora una volta, di suo figlio! *** Questa storia, in realtà, era iniziata diversi anni prima, quando Michele neanche pensava ancora di navigare in alto mare…
La tanto attesa nipotina Caro diario, Non riuscivo a prendere sonno da due notti. Continuavo a chiamare
Education & Finance
022
Perché calpestare il mio amore?
25 ottobre 2025 Questa sera è avvolta da un silenzio quasi irreale. Le strade di Napoli sono deserte
Education & Finance
025
Il secondo giorno, la vicina si è appesa di nuovo alla nostra recinzione. Mia moglie le si è avvicinata e le ha detto che oggi abbiamo molto da fare, quindi non potremo chiacchierare come ieri. “E domani?”, ha chiesto Barbara curiosa. “Anche domani sarà così. In generale, meglio se non venite più da noi”. Il mio desiderio di vivere in città non ha portato a nulla di buono. Mia moglie ha una casa in campagna. Quando mia suocera e mio suocero erano ancora vivi, andavamo spesso a trovarli. Mi piaceva quando la sera apparecchiavano sotto il pergolato. Si chiacchierava fino a tardi, finché scendeva la sera. Succedeva sempre così ogni volta che andavamo a trovarli. E d’inverno, mia suocera accendeva la stufa. Sul tavolo c’erano dolci freschi. In tutta la casa si sentiva un profumo stupendo. I migliori negozi di abbigliamento A me e a mia moglie piaceva andare a sciare e a farci qualche corsa in slittino. Poi però i miei suoceri sono venuti a mancare. Non abbiamo venduto la casa. Pensavamo di andarci spesso come prima. Ma, in realtà, non è più successo. Avevamo sempre qualche impegno. Col tempo abbiamo smesso semplicemente di pensare alla casa di famiglia. La vita è andata avanti. Gli anni sono volati. Nostro figlio ha trovato una ragazza e si è sposato. Nostra nuora, Vittoria, diceva sempre che sarebbe bello vivere in campagna, almeno d’estate. Così ci siamo ricordati della casa. Io e mia moglie ci siamo andati per primi. Era passato tanto tempo dall’ultima visita. Tutto era come prima, tranne che la casa era trascurata. Abbiamo deciso di sistemare un po’. Anna ha pulito dentro e io il cortile. Pensavo che dopo tanti anni senza nessuno si sarebbe rovinata. Invece no. È bastata un po’ di pulizia perché tutto cambiasse aspetto. Il giorno dopo sono arrivati anche i ragazzi. Anche loro si sono messi a riordinare. In poco tempo la casa è diventata accogliente. Le donne hanno preparato la cena e io e mio figlio abbiamo deciso di aggiustare il tavolo e le panche vecchie sotto il pero. Proprio allora mi sono accorto che una donna ci osservava da dietro la siepe. Ci ha detto che aveva comprato da poco la casa di fianco. Era venuta a conoscerci. Da buoni italiani, l’abbiamo invitata a cena. Si chiamava Barbara. Ci ha raccontato che abita lì da sola. Che ha comprato la casa per sua figlia, che ha tre bambini, ma lei, Barbara, è sola, senza marito — hanno divorziato. Continuava a parlare, ma io ormai non l’ascoltavo più. Poi ho sentito qualcosa muoversi lungo la mia gamba. Ho guardato sotto il tavolo: era il piede della vicina. Ho subito tolto il mio, ma lei continuava a cercare di accarezzarmelo. Non mi era mai capitata una cosa simile. Mi sono sforzato di alzarmi senza farmi notare e di evitare la situazione. Non volevo che mia moglie si accorgesse di nulla. Ma la vicina continuava a chiacchierare come nulla fosse. I ragazzi già stavano diventando rumorosi. Non vedevo l’ora che se ne andasse. Mentre sparecchiavamo, mia moglie ha notato che Barbara non era proprio una persona seria. E non potevo che darle ragione. Ma non le ho raccontato cosa era successo sotto il tavolo. Mi vergognavo. E credo che non fosse la prima volta che questa donna si comportava così con un uomo. Il giorno dopo era di nuovo lì, appesa al nostro recinto. Mia moglie le ha detto che oggi avevamo troppo da fare e non potevamo stare insieme come ieri. – E domani? – ha chiesto Barbara curiosa. – Anche domani sarà così. Meglio che non passi più da noi. Che gesto coraggioso. La vicina ha continuato a borbottare, ma non ho ascoltato. Tanto non mi interessava. Penso che mia moglie abbia fatto la cosa giusta. Siamo persone sincere e aperte. E se non ci piace qualcuno, lo capiamo subito: meglio evitare qualsiasi rapporto.
3 giugno Non avrei mai pensato che il desiderio di vivere in città mi avrebbe portato solo dispiaceri.
Education & Finance
022
Fiori di Camomilla per il Nonno
12 ottobre 2025 Oggi, di nuovo, mi ritrovo a scrivere sul quaderno che tengo accanto al vecchio tavolino