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06
L’amico venduto. Il racconto del nonno E lui mi ha capito! Non era affatto divertente, ho capito che era stata una sciocchezza. L’ho venduto. Lui pensava fosse un gioco, poi ha capito che l’avevo davvero venduto. Ognuno ha i suoi tempi, in fin dei conti. C’è chi di all inclusive ne vorrebbe di più, e a chi basta un panino al salame e pane nero. Così anche noi abbiamo vissuto giorni diversi, ce ne sono capitate tante. All’epoca ero piccolo. Mio zio, zio Sergio, il fratello di mamma, mi regalò un cucciolo di pastore tedesco e io ero al settimo cielo. Il cucciolo si era affezionato a me, mi capiva al volo, mi guardava fisso negli occhi e aspettava solo che gli dessi un comando. – Terra, – dicevo dopo aver aspettato, e lui si sdraiava, fedele, guardandomi negli occhi, pronto – sembrava – a morire per me. – Attento! – comandavo, e il cucciolo subito si alzava sulle zampe cicciotte e si fermava, inghiottendo la saliva. Attendeva, attendeva una ricompensa, aspettava un boccone buono. Ma io non avevo niente da dargli. Noi stessi in quel periodo facevamo la fame. Erano tempi così. Mio zio, zio Sergio, quello che mi aveva regalato il cucciolo, mi disse un giorno: – Eh, ma non ci fare caso, ragazzo, hai visto quanto ti è fedele e affezionato? Vendilo, poi lo richiami, lui scappa da chi l’ha comprato e torna da te. Tanto nessuno ti vede. E così ti fai anche qualche soldino, ti compri due cose buone, per lui, per te e per la mamma. Fidati di zio, che ne capisco. L’idea mi piacque. Non pensai che fosse brutto farlo. Era stato un adulto a consigliarmelo, era uno scherzo, e intanto mi sarei comprato qualche dolcetto. Sussurrai all’orecchio caldo e peloso di Fedele che l’avrei consegnato a qualcuno, ma poi l’avrei chiamato e doveva scappare da chiunque e venire da me. E lui mi ha capito! Abbaio, come a dire che avrebbe fatto così. Il giorno dopo gli misi il guinzaglio e lo portai alla stazione. Lì si vendeva di tutto: fiori, cetrioli, mele. Appena scese la gente dal treno iniziarono a comprare, a contrattare. Feci qualche passo avanti e tirai su il cane. Ma nessuno si avvicinò. Quasi tutti se n’erano già andati, ma poi arrivò un signore con la faccia severa e mi disse: – Ehi ragazzo, che fai qui? Aspetti qualcuno, o forse vuoi vendere il cagnolino? Bel cucciolo, lo prendo io. – E mi mise dei soldi in mano. Passai il guinzaglio, Fedele girò la testa e starnutì allegro. – Dai, Fedele, vai, amico mio, vai – gli sussurrai – poi ti chiamo, torna da me. E lui andò col signore, io nascosto lo seguii per vedere dove portava il mio amico. La sera portai a casa pane, salame e caramelle. Mamma mi chiese severamente: – Dove li hai presi, li hai rubati? – No mamma, figurati, ho aiutato la gente in stazione con le valigie, mi hanno dato qualcosa. – Bravo, figlio mio, vai a dormire che sono stanca. Mangia qualcosa e poi a letto. Non mi domandò nulla di Fedele, non le importava molto. Zio Sergio venne la mattina dopo. Stavo per andare a scuola, anche se in realtà volevo solo andare da Fedele, chiamarlo. – Allora – rise – hai venduto l’amico? E mi diede una pacca. Scansai la mano, senza rispondere. Non avevo dormito, pane e salame non mi erano andati giù. Non era per niente divertente, ho capito che era stata una sciocchezza. Non a caso mamma non amava zio Sergio. – Ha poco giudizio, non dargli retta – diceva. Presi la cartella e corsi fuori. La casa era a tre isolati, li corsi tutto d’un fiato. Fedele era dietro un alto cancello, legato con una corda spessa. Lo chiamai, ma lui mi guardava triste, con la testa sulle zampe, scodinzolava, provava ad abbaiare ma la voce gli si spezzava. L’avevo venduto. Lui pensava fosse un gioco, poi aveva capito. Dalla porta venne fuori il nuovo padrone e mise in riga Fedele. Lui abbassò la coda e capii che ormai era finita. La sera tornai in stazione a portare le valigie. Pagavano poco, ma racimolai la somma. Ero terrorizzato, ma bussai al cancello. Il signore mi guardò. – Oh, ragazzo, che vuoi? – Signore, ecco, ho cambiato idea, – e gli diedi indietro i soldi. Lui li prese in silenzio e slegò Fedele. – Ecco, portalo via, sta male qui. Non farà mai il cane da guardia, ma attento, forse non ti perdona. Fedele mi guardava abbattuto. Il gioco era diventato una prova per noi. Si avvicinò, mi leccò la mano e infilò il muso contro la mia pancia. Sono passati tanti anni, ma ho capito che mai, nemmeno per scherzo, si deve vendere un amico. Quella sera mamma fu contentissima: – Ieri ero stanca, ma poi ho pensato: dov’è il nostro cane? Mi ero abituata, ormai, è dei nostri, Fedele! E zio Sergio da allora da noi si è fatto vedere raramente, ci eravamo stufati delle sue battute.
Amico venduto. Storia del nonno E lui mi ha capito al volo! Non è stato un bel periodo, sai?
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02
Ho 42 anni e sono sposato con la donna che è stata la mia migliore amica fin dai tempi delle medie, quando avevamo 14 anni: tra banchi di scuola, confidenze, primi amori, vite che hanno preso strade diverse, un matrimonio finito e una svolta inaspettata che ci ha trasformati da semplici amici di una vita in marito e moglie. Una storia italiana di amicizia vera, separazioni dolorose e amore nato quando meno te lo aspetti.
Ho quarantadue anni e sono sposato con la donna che è stata la mia più cara amica da quando avevamo entrambi
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011
Per una sciocchezza del genere non chiederò neanche di assentarmi dal lavoro,” disse mia madre quando l’ho invitata al mio matrimonio.
Per una sciocchezza così non mi prenderò nemmeno un giorno di permesso dal lavoro, mi ha detto la mamma
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052
Mio marito mi ha lasciata per mia sorella: è andato a vivere da lei. E tre anni dopo ha abbandonato anche lei — questa volta per la sua migliore amica.
Mio marito mi ha lasciata per mia sorella. Se nè andato a vivere da lei. E tre anni dopo ha piantato
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019
Ho fatto il test del DNA e me ne sono pentito amaramente: come un dubbio ha distrutto la mia famiglia e mi ha tolto tutto ciò che amavo
Diario personale una riflessione amara Non avevo davvero scelta: quando ho scoperto che la mia ragazza
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Ghiaccio Sotto i Piedi
Giulia si sta vestendo quando suona il cellulare della sua collega: Giulia, oggi avevi promesso di arrivare
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Non andare via, mamma. Una storia familiare italiana Si dice spesso “l’uomo non è una noce, non lo rompi al primo colpo”. Ma Tamara Vasilyevna era convinta che fosse una sciocchezza: lei sì che sapeva giudicare la gente! Mila, la figlia, si era sposata l’anno prima. Tamara Vasilyevna aveva sempre sognato che la figlia trovasse un bravo ragazzo, che arrivassero i nipotini. E lei, nonna Tamara, sarebbe stata il perno di questa grande famiglia, come un tempo. Ruslan sembrava un ragazzo sveglio e per niente povero. E, pareva, anche molto fiero di questo. Ma decisero di andare a vivere da soli: lui aveva già un appartamento e i suoi consigli, evidentemente, non servivano! Ruslan ai suoi occhi influenzava male Mila! Questo rapporto non c’entrava nulla con i piani di Tamara Vasilyevna. E Ruslan cominciò proprio a darle fastidio. — Mamma, non capisci: Ruslan è cresciuto in orfanotrofio. Ha fatto tutto da solo, è forte, buono — si rattristava Mila. Ma Tamara Vasilyevna si irrigidiva, pronta a trovare altri difetti. Ormai Ruslan le sembrava un altro: “Devo aprire gli occhi a Mila, finché sono in tempo!”. Niente laurea, poco comunicativo, senza interessi! I weekend buttato sul divano davanti alla TV: “Stanco, si capisce!”. E Mila pensa di passarci la vita? Non se ne parla nemmeno: poi mi ringrazierà. E quando nasceranno i loro figli? Che razza di padre sarà? Insomma, Tamara Vasilyevna era delusa. Sentendolo, anche Ruslan evitava di frequentarla. Parlavano sempre meno; e a casa loro, Tamara Vasilyevna smise di andare. Il marito, più pacato, rimaneva neutrale. Poi, una sera tardi, Mila telefonò agitata: — Mamma, non te l’ho detto: sono fuori per lavoro due giorni. Ruslan si è ammalato, oggi è tornato prima dal cantiere, non si sente bene. Ora non risponde al telefono. — Mila, perché mi racconti tutto questo?, — sbottò Tamara Vasilyevna, — ormai fate tutto da soli, non vi interessate nemmeno a noi! E io come sto, chissà! E chiami a notte fonda solo perché Ruslan è malato? Ma sei matta? — Mamma… — la voce di Mila tremava, — mi fa male pensare che tu non vuoi capire quanto ci amiamo. Dici che Ruslan non vale niente, ma non è vero! Come puoi pensare che io, tua figlia, abbia scelto un cattivo ragazzo? Tamara Vasilyevna restò in silenzio. — Ti prego, mamma, hai le chiavi: vai a vedere come sta. Ho paura, ti prego mamma! — Va bene, solo per te… — e andò a svegliare il marito. Alla porta nessuno apriva, Tamara Vasilyevna usò la sua chiave. Dentro tutto buio, forse non c’era nessuno? — Magari non è nemmeno a casa? — proposa il marito, ma Tamara Vasilyevna lo gelò con lo sguardo. L’agitazione di sua figlia era ormai anche la sua. Entrò in salotto, si bloccò: Ruslan era disteso sul divano in una strana posizione. Aveva la febbre! Il medico lo rianimò: — Non si preoccupi, ha avuto una complicanza. Avrà lavorato troppo? — domandò a Tamara Vasilyevna. — Già, lavora tanto, — annuì lei. — Controllate la febbre, chiamate se peggiora. Ruslan dormiva. Tamara Vasilyevna si sedette in poltrona accanto a lui, sentendosi strana – proprio lei, accanto al genero tanto criticato. Era pallido, sudato. All’improvviso, nel dormiveglia, sussurrò: — Mamma, non andare via… — e le prese la mano. Tamara Vasilyevna rimase lì, senza osare liberarsi. E così vegliò tutta la notte accanto a lui. All’alba Mila telefonò: — Mamma, arrivo presto, non serve che tu resti. Credo si sistemerà tutto. — Stai tranquilla, è già passata. Ti aspettiamo a casa, qui va tutto bene, — rispose Tamara Vasilyevna, sorridendo. ***** Quando nacque il primo nipotino, Tamara Vasilyevna subito si offrì di aiutare. Ruslan le baciò la mano, commosso: — Hai visto, Mila? Dicevi che la mamma non ci avrebbe mai aiutati! Tamara Vasilyevna, orgogliosa, portava in braccio il piccolo Timofey, camminando per casa e parlandogli: — Timkuccio, che fortuna la tua: hai i genitori più belli e una nonna e un nonno fantastici! Sei proprio fortunato! Avevano ragione: “l’uomo non è una noce, non si capisce tutto subito”. Solo l’amore aiuta a chiarire ogni cosa.
Non andare via, mamma. Una storia di famiglia Cè un detto popolare che dice: Per conoscere davvero una
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0252
— Non ho capito, hai cambiato le serrature? — cominciò a protestare lui, infervorato. — Non sono riuscito per mezz’ora…
Non ho capito, hai cambiato le serrature? iniziò a protestare Massimo, rosso di rabbia. Per mezzora non
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Mio marito mi ha lasciata per mia sorella: è andato a vivere da lei. E tre anni dopo ha abbandonato anche lei — questa volta per la sua migliore amica.
Mio marito mi ha lasciata per mia sorella. Se nè andato a vivere da lei. E tre anni dopo ha piantato
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053
Ho 46 anni e, se qualcuno guardasse la mia vita da fuori, direbbe che va tutto bene. Mi sono sposata giovane, a 24 anni, con un uomo serio e lavoratore. Ho avuto due figli uno dopo l’altro, a 26 e 28 anni. Ho interrotto l’università perché non coincideva con gli orari, i bambini erano piccoli e “c’era tempo più avanti”. Mai grandi litigi o drammi. Tutto andava come “si deve”. Per anni la mia routine è stata sempre la stessa: mi alzavo prima di tutti, preparavo la colazione, lasciavo la casa in ordine e andavo al lavoro. Tornavo in tempo per occuparmi delle faccende, cucinare, lavare, sistemare. I weekend erano riunioni di famiglia, compleanni, impegni. C’ero sempre, prendevo sempre le responsabilità. Se mancava qualcosa, lo sistemavo io. Se qualcuno aveva bisogno, ero lì. Non mi sono mai chiesta se desiderassi altro. Mio marito non è mai stato una cattiva persona. Cenavamo, guardavamo la TV, andavamo a letto. Non era particolarmente affettuoso, ma nemmeno freddo. Non chiedeva molto, ma non si lamentava. Le nostre conversazioni ruotavano sempre su bollette, figli, doveri. Un martedì qualunque mi sono seduta sul divano, in silenzio, e ho realizzato che non avevo niente da fare. Non perché fosse tutto perfetto, ma perché in quel momento nessuno aveva bisogno di me. Ho guardato intorno e ho capito che per anni avevo tenuto insieme questa casa, ma non sapevo più che farmene di me stessa dentro queste mura. Quel giorno ho aperto un cassetto pieno di vecchi documenti: diplomi, corsi mai terminati, idee annotate su quaderni, progetti accantonati “per dopo”. Ho sfogliato foto di quando ero ragazza, prima di diventare moglie e madre, prima di essere quella che aggiusta tutto. Non ho provato nostalgia. È stato peggio: ho sentito che avevo raggiunto tutto senza mai chiedermi se era ciò che volevo davvero. Ho iniziato a notare cose che prima mi sembravano normali: nessuno mi chiede mai come sto; anche se torno a casa stanca, devo essere io a risolvere; se mio marito dice che non vuole andare a una cena di famiglia, è normale, se lo dico io, ci si aspetta comunque che vada. La mia opinione esiste, ma non conta. Nessuna urla, nessun litigio: semplicemente, non c’è spazio per me. Una sera, a cena, ho detto che vorrei riprendere l’università o tentare qualcosa di nuovo. Mio marito mi ha guardata stupito e ha detto: “Ma perché, adesso?” Non lo ha detto con cattiveria, ma con lo stupore di chi non capisce perché cambiare quello che ha sempre funzionato. I figli sono rimasti in silenzio. Nessuno litigava. Nessuno mi ha vietato nulla. Eppure ho capito che il mio ruolo era così chiaro che uscirne sarebbe stato imbarazzante. Sono ancora sposata. Non me ne sono andata, non ho fatto la valigia, non ho preso decisioni drastiche. Ma non mi racconto più bugie. Ora so che per più di vent’anni ho vissuto per tenere insieme una struttura in cui ero utile, ma mai la protagonista. Come si fa a ritrovarsi dopo una cosa così?
Ho quarantasei anni, e se qualcuno guardasse la mia vita da fuori, direbbe che è tutto a posto.
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0131
Ho 41 anni e la casa in cui vivo era dei miei nonni. Dopo di loro è rimasta a mia madre e, quando anche lei se n’è andata, è diventata mia. È sempre stata un’oasi di pace, ordine e tranquillità. Lavoro tutto il giorno e torno a casa da sola. Non avrei mai immaginato che tutto questo si potesse sconvolgere per una decisione presa “per aiutare”. Due anni fa, una cugina lontana mi ha chiamato in lacrime: si stava separando, aveva un figlio piccolo e non sapeva dove andare. Mi ha chiesto di ospitarla “per qualche mese”, finché non si fosse sistemata. Ho accettato, perché era famiglia e credevo che non avrebbe cambiato molto la mia vita. All’inizio tutto era normale: occupava una stanza, contribuiva leggermente alle spese, usciva presto per lavorare e il figlio stava da una vicina. Nessun problema. Dopo tre mesi ha lasciato il lavoro, dicendo che cercava di meglio. Ha iniziato a restare in casa tutto il giorno, il bambino non andava più dalla vicina, rimaneva lì. La casa ha cominciato a cambiare: giochi ovunque, confusione, visite inattese. Tornavo stanca e trovavo estranei in salotto. Quando le ho chiesto di avvisarmi, mi ha risposto che esageravo e che “ormai questa casa era anche sua”. Col tempo ha smesso di contribuire alle spese. Prima diceva di non potere, poi che avrebbe recuperato. Ho iniziato a pagare tutto io: bollette, spesa, riparazioni. Un giorno sono tornata e aveva spostato i mobili “per renderla più accogliente” senza chiedere. Quando mi sono lamentata, si è offesa dicendo che ero fredda e non capivo cosa significa vivere come una famiglia. La situazione è peggiorata quando ha ricominciato a frequentare l’ex compagno, quello da cui diceva di essere fuggita: veniva la sera, si fermava a dormire, usava il bagno, mangiava lì. Un giorno l’ho trovato che usciva dalla mia stanza “per prendere una giacca” senza permesso. Allora le ho detto che così non poteva continuare, che ci volevano dei limiti. Lei ha iniziato a piangere e urlare, ricordandomi che ero stata io ad accoglierla quando non aveva nulla. Sei mesi fa ho provato a darle una scadenza. Mi ha detto che non può, non ha soldi, il bambino va a scuola vicino, come potevo cacciarla? Mi sento in trappola. La mia casa non è più mia: entro piano per non svegliare il bambino, mangio in camera per evitare discussioni, passo più tempo fuori che dentro. Vivo ancora qui, ma non è più casa mia. Lei si comporta come se fosse sua, io pago tutto, e quando chiedo un po’ di ordine mi chiamano egoista. Ho bisogno di un consiglio.
Ho 41 anni e la casa in cui vivo era dei miei nonni. Quando loro non cerano più, mia mamma è rimasta
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0169
Che scandalo! — si è infuriata la suocera. — Quindi, questa… tua moglie ti ha messo contro tua madre? Beh, ora ho capito tutto.
Ricordo ancora quel pomeriggio, quando la suocera, Valentina Bianchi, scoppiò in una furia che non avevo
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07
Non era sola. Una storia semplice della nonna Valentina, del gatto Filippo e del cane Gavriele in una fredda mattina d’inverno italiana
Non era sola. Una storia semplice Era una tarda mattina dinverno, quando il sole stentava ancora a farsi vedere.
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0135
Perché sei così presto? – chiese smarrito il marito.
Perché sei così presto? balbettò Andrea, visibilmente smarrito. Marina girò la chiave nella serratura
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025
Sarò sempre con te, mamma. Una storia in cui puoi credere La nonna Valeria non vedeva l’ora che arrivasse sera. La sua vicina, Natalia, una donna sola sulla cinquantina, le aveva raccontato una cosa tale da farle girare la testa. E per confermare le sue parole l’aveva pure invitata a casa per la sera, dicendo che le avrebbe mostrato una certa cosa. Tutto era iniziato da una semplice chiacchierata. Natalia, quella mattina, stava andando al supermercato e si era fermata dalla nonna Valeria: – Vuoi che ti prenda qualcosa, nonna Vale? Sto andando al negozio qui vicino, voglio preparare una torta e comprare anche qualche altra cosetta. – Guarda che sei proprio una brava donna, Natalia, gentile e premurosa. Ti ricordo ancora ragazzina. Peccato che la vita non ti abbia dato la famiglia che meritavi, sempre sola, sempre sola. Però vedo che non ti abbandoni alla tristezza, non ti lamenti. Non come qualcun altro. – E che dovrei lamentarmi, nonna Vale? L’uomo che amo ce l’ho, solo che non possiamo vivere insieme per adesso. E sai perché? Te lo racconto. Non lo direi a nessuno, ma a te sì. E poi c’è anche un’altra cosa che voglio confidarti. Perché ti conosco e, anche se dovessi spifferare qualcosa, tanto nessuno ci crederebbe – rise Natalia – Allora, che ti porto dal negozio? Poi torno, mi fai un tè e ti racconto tutto sulla mia vita. Penso che sarai felice per me, e magari non mi compiangerai più. In realtà la nonna Valeria non aveva bisogno di nulla, ma chiese a Natalia di prenderle un po’ di pane e qualche caramella per il tè. Ormai la curiosità la stava divorando: che storia poteva essere mai quella che la vicina voleva confessarle? Natalia portò il pane e le caramelle come promesso, la nonna Valeria mise su un tè profumato e si sedette ad ascoltare. – Nonna Vale, te lo ricordi quello che mi accadde vent’anni fa. Ero quasi trentenne. Avevo un compagno, stavamo per sposarci. Non lo amavo, ma era un brav’uomo. E poi, come si fa a vivere senza una famiglia, senza figli. Feci domanda per il matrimonio, si trasferì da me. Rimasi incinta. All’ottavo mese nacque una bambina. Visse due giorni e morì. Credevo di impazzire dal dolore. Mi lasciai con mio marito: non ci legava più nulla. Passarono due mesi. Pian piano ricominciai a vivere, smisi di piangere. E poi, all’improvviso… Natalia fissò la nonna Valeria, in attesa: – Non so neanche come raccontartelo. In camera avevo tutto pronto per la bambina. Dicono che sia una cattiva abitudine preparare tutto in anticipo. Ma non ci credevo, comprai tutto, apparecchiai la culla, preparai i giocattoli. E una notte mi svegliai… sentendo piangere una bambina. Pensai che fosse la stanchezza, lo stress. Ma no, ancora quel pianto. Mi avvicino alla culla e… lì c’era una bimba! La presi in braccio – quasi soffocavo dalla felicità. Lei mi guardò, chiuse gli occhietti e… si riaddormentò. E da allora, ogni notte, la mia figlia viene da me. Le comprai perfino il latte artificiale e un biberon. Ma quasi non mangiava. Piangeva, la prendevo in braccio – mi sorrideva, chiudeva gli occhi e dormiva. – Ma è possibile?, – la nonna Valeria ascoltava affascinata – Può davvero accadere? – Anch’io pensavo fosse impossibile, – Natalia arrossì dall’emozione. – E poi che successe?, – chiese incredula la nonna Valeria, prendendo una caramella e bevendo un sorso di tè. – Da allora va avanti così, – sorrise felice Natalia – La mia bambina vive in un altro mondo, ha là la sua mamma e il suo papà. Ma non si dimentica di me. Viene ogni notte, anche se solo per poco tempo. Un giorno, mi ha detto persino: – Sarò sempre con te, mamma. Siamo legate da un filo invisibile che nessuno potrà mai spezzare! A volte penso che sia solo un sogno. Eppure mi porta perfino dei regali da quell’altro mondo. Solo che qui non durano molto, si sciolgono come la neve in primavera. – Ma davvero?, – la nonna Valeria sorseggiò ancora il tè, con la gola ormai secca per l’emozione. – Ecco perché voglio che passi da me stasera. Così vedi con i tuoi occhi, e mi confermi che quello che vedo esiste davvero. Io ci credo, ma… Quella sera tardi, la nonna Valeria andò a casa di Natalia. Stettero un po’ insieme, a parlare al buio. In casa non c’era nessuno: solo Natalia e la nonna Valeria. Venne anche sonno, quando improvvisamente una luce soffusa illuminò la stanza. L’aria si fece scintillante e comparve… una dolce giovane: – Ciao, mamma! Ho avuto una giornata bellissima, volevo raccontartela! E questo è per te, – e la ragazza lasciò dei fiori sul tavolo. – Buona sera, – notò la nonna Valeria – Mi ero scordata che saresti venuta a vedermi. Io sono Marianna… Dopo un po’, la ragazza salutò e svanì nell’aria. La nonna Valeria rimase senza parole, così sorpresa che per un po’ tacque. – Natalie, che storia incredibile. È proprio vero, succede davvero. Tua figlia poi è una bellezza, ti somiglia tanto. Sono felice per te, Natalia. Sei una donna fortunata! Hai tutto quello che serve, forse anche qualcosa in più! Davvero, che incredibile è la vita. Non ci crederei mai, se non l’avessi visto con i miei occhi. È tutto così bello! Ti sono grata. Mi hai aperto gli occhi. Il mondo è immenso, la vita continua ovunque, ora non ho più paura neanche della morte. Felicità a te, cara Natalia! I fiori lasciati sul tavolo diventavano sempre più pallidi, finché sparirono del tutto. Ma Natalia, dopo aver accompagnato la vicina alla porta, sorrideva felice tra sé. Domani sarebbe stato un altro giorno meraviglioso. Avrebbe rivisto Arcadio, che amava tanto. E sapeva che anche lui la amava, Natalia lo sentiva. Come? E come si può spiegare. E chissà, un giorno li farà conoscere: le due persone che amava di più al mondo – Marianna e Arcadio.
Sarò sempre con te, mamma. Una storia a cui si può credere Nonna Rosa non vedeva lora che arrivasse la sera.
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013
Quando in autunno Vladimir si ammalò, tutto cambiò. I vicini chiamarono: – Andrea, vieni. Tuo padre è a letto e non riesce a alzarsi.
Quando lautunno portò la malattia a Vincenzo, tutto cambiò. I vicini chiamarono: Andrea, venite subito.
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05
I nostri cari più preziosi. Racconto A volte la vita prende strane pieghe. Eppure tutto poteva andare diversamente. La vicina si stupisce: che fortuna che hanno! I figli aiutano, i nipoti passano sempre a trovarli. Anche oggi arriva il secondo nipote, Matteo. Il nonno lo segue con la matematica. E poi alza la barra per insegnargli a fare le trazioni nel cortile davanti a casa. Anna Giovanna e Paolo Luigi hanno appena passato i settanta. Sono ancora giovani! E hanno tre splendidi nipoti. Ieri sera, insieme alle due nipotine—la piccola Camilla e la maggiore Silvia—Anna Giovanna ha preparato i biscotti. Così c’è qualcosa di buono per il tè, e anche per offrire a Matteo, il nipote di mezzo. — Anna, dobbiamo comprare un mappamondo — la voce del marito interrompe i pensieri della donna — Matteo e Camilla non ci capiscono granché con la cartina. Serve un bel mappamondo grande! E poi anche un pallone. Nel cortile io e Matteo abbiamo visto dei ragazzi giocare a basket. Vorrebbe provarci anche lui. Suona il campanello. Matteo è tornato da scuola: — Ciao, nonna! Ciao, nonno! Ti ho preso le tue brioche preferite al papavero passando davanti alla panetteria. Si toglie il cappotto e si lava subito le mani. Ormai fa tutto come gli ha insegnato la nonna. — Allora, come va a scuola? Che voti hai preso? — domanda Paolo Luigi. — Nonno, due valutazioni basse in matematica. Mi aiuti vero? Sono confuso, nonno! — Come mai? La volta scorsa sembrava tutto chiaro… Dai, vieni che ci lavoriamo insieme, ora sistemiamo tutto. — Paoletto, è appena arrivato. Che mangi, poi vi mettete sotto. — Allora anche io voglio la tua zuppa con la panna acida! — Paolo Luigi strizza l’occhio al nipote. Dopo pranzo, Matteo va a studiare con il nonno. Anna Giovanna li guarda andare via con dolcezza. Fra poco inizia la stagione della casa in campagna. Che meraviglia! L’aria fuori città è dolce e pulita. I piccoli, Camilla e Matteo, vanno con i nonni in campagna. La più grande, Silvia, di solito arriva nei weekend con i genitori. Ormai è grande, tra poco fa diciassette anni. Silvia studia alla scuola professionale di infermieristica, fa tirocinio in ospedale. Le piace. Vuole poi continuare con gli studi. Sogna di diventare medico per aiutare la gente. È una ragazza speciale, forte e buona. Ce la farà di sicuro. Anna Giovanna si avvicina al comò e prende in mano una cornice con una fotografia: — Eh, figliolo mio, Giulio caro, se solo potessi vedere come viviamo! Perdonaci, forse io e papà abbiamo sbagliato qualcosa, qualcosa non siamo riusciti a fare. Non abbiamo saputo aiutarti, non ce l’hai fatta — Anna Giovanna solleva un po’ il mento e sbatte le palpebre — no, figliolo, non piango. Spero e credo che tu ci veda e sia felice per noi. La vita è così strana, tanto mista. Gioie e dolori si intrecciano. Non hai fatto in tempo a vedere tanto, figlio mio. Ma ormai, che si può dire… È troppo tardi. Ormai non si può cambiare più niente. — Anna, non senti? Giulia e Massimo sono arrivati. E c’è anche Camilla con loro. — Nonnina! — la nipotina più piccola si getta al collo di Anna Giovanna stringendola forte con le mani calde. — Guarda nonna — Camilla le gira il viso tra le mani — vedi che acconciatura bella che ho? Uguale alla tua! Perché io ti assomiglio. Ti voglio tanto bene, nonna — e l’abbraccia ancora più forte. Anna Giovanna quasi si commuove. — Non vedi che hai sfinito la nonna? — Giulia e Massimo sorridono — hai dimenticato il regalo per la nonna? — Ah, nonna, lasciami — Camilla scende dalle braccia della nonna, rovista nella borsa della mamma e tira fuori un foglio — guarda qua, l’ho disegnato all’asilo: sei tu, il nonno, la mamma e il papà, Silvia, Matteo e io! Per te e il nonno, è il nostro regalo. La nostra famiglia grande! Ti piace, nonna? — Tantissimo. E quanto siete somiglianti! Paolo, vieni a vedere che regalo ci ha fatto la nipote. Metterò il disegno in cornice, così lo ammiro! Che meraviglia. Tutta la nostra grande famiglia! — Va bene, Anna Giovanna, è ora di andare. Matteo, sei pronto? Non scordare lo zaino. Anna Giovanna, Paolo Luigi, venite domani a pranzo da noi. I ragazzi hanno preparato un concertino. Allora, a domani, grazie, arrivederci. La porta si chiude. Anna Giovanna e Paolo Luigi si siedono a bere il tè. — Che bello, Paolo, avere una famiglia così grande. — Già, Annina. — Ti ricordi quando Giulio ci portò Giulia a casa nostra? Che gioia! Speravo che Giulio cambiasse strada. Un anno fu bellissimo. E poi, di nuovo tutto come prima. Quella compagnia, quelle ragazze… — Basta, Anna, non piangere — Paolo Luigi la abbraccia. — Poi Giulia se n’è andata. E Giulio è stato colpito in una rissa… e basta, non c’è più il nostro ragazzo. — Dai, Annina, oggi sei proprio malinconica — Paolo Luigi le asciuga le lacrime. — È che Camilla mi ha regalato il disegno. E ho pensato che fortuna, che abbiamo trovato Giulia, incinta allora, quando ormai Giulio non c’era più. Che poi ha incontrato Massimo e, oltre a Silvia, abbiamo avuto anche altri due nipoti—Matteo e Camilla. Sono tutti nostri, lo sento, a dispetto di tutto. E sai, se dovevamo affrontare queste prove, ti dico che siamo i nonni più felici del mondo! E la nostra grande famiglia sono le persone più care che si possa avere! Dove c’è amore e unità, non c’è dolore.
Le persone più care. Racconto Così va la vita. Eppure, tutto poteva andare diversamente. La vicina si
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071
Sono stato fidanzato con la mia ragazza per cinque anni: vivevamo in città diverse per lavoro, ma ogni giorno ci sentivamo e avevamo grandi progetti. Pensavo seriamente di chiederle di sposarmi per porre fine alla distanza, mi fidavo ciecamente di lei e non mi aveva mai dato reali motivi per dubitare. Un giorno però ho ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto e dall’altro capo c’era un uomo educato e pacato. Si è presentato, dicendo che non voleva creare problemi ma sentiva il dovere di dirmi qualcosa. Mi ha spiegato di essere un ingegnere informatico e di aver recentemente iniziato a frequentare – senza impegno, tra messaggi, caffè e qualche battuta – una donna che però non aveva mai detto di avere un fidanzato. Tutto sembrava normale, finché chiacchierando con un amico, ha scoperto che quella donna era legata da oltre cinque anni a un ragazzo di un’altra città… cioè io. Ancora peggio: secondo questo amico lei frequentava contemporaneamente anche un altro uomo, pure lui ingegnere, che sapeva tutto della nostra relazione ma se ne infischiava. Così lui ha capito che non si trattava di un equivoco, ma di una donna che teneva in piedi tre storie parallelamente: con me, con l’altro ingegnere e con lui stesso, ignaro di tutto. Mi ha cercato per rispetto tra uomini e mi ha offerto tutte le prove: chat, messaggi vocali, foto, appuntamenti… tutto. Ho sentito il mondo crollarmi addosso. Io stavo per cambiare la mia vita per lei: pensavo di trasferirmi, di proporle di sposarci e di iniziare finalmente insieme. L’ho affrontata, non ha negato: prima ha minimizzato, poi si è arrabbiata per l’ingerenza di qualcuno, infine è scoppiata a piangere dicendo di essere confusa. Ed è stato allora che ho capito una verità amara: non sono solo gli uomini a tradire, anche alcune donne sanno mentire e gestire più relazioni con calcolo e freddezza. Ho perso una relazione, ma ringrazio quell’uomo che, senza conoscermi, ha avuto la dignità di avvisarmi – altrimenti ora sarei stato fidanzato ufficialmente con una persona che conduceva una doppia, se non tripla, vita senza il minimo rimorso.
Ero immerso in una relazione con la mia ragazza da cinque anni. Abitavamo in città diverse a causa del lavoro;
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038
Ho 50 anni e un anno fa mia moglie se n’è andata di casa portando via i nostri figli. Se ne è andata mentre ero fuori, e quando sono rientrato non c’era più nessuno. Qualche settimana fa mi è arrivata la notifica: richiesta di mantenimento. Da allora mi trattengono automaticamente i soldi dalla busta paga. Non posso scegliere. Non posso discutere. Non posso ritardare. I soldi escono direttamente dal mio stipendio. Non faccio finta di essere un santo. Ho tradito. Più di una volta. Non l’ho mai nascosto del tutto, ma nemmeno ammesso apertamente. Lei diceva che esagerava, che vedeva cose che non esistevano. Avevo anche un brutto carattere. Urlavo. Mi infuriavo facilmente. In casa si faceva quello che dicevo io, quando lo dicevo io. Se qualcosa non mi andava bene, si capiva dalla voce. A volte lanciavo oggetti. Non ho mai alzato le mani su di loro, ma li ho spaventati molte volte. I miei figli avevano paura di me. L’ho capito tardi. Quando tornavo dal lavoro, smettevano di parlare. Se alzavo la voce, si chiudevano in camera. Mia moglie camminava in punta di piedi, pesava ogni parola, evitava i litigi. Credevo che fosse rispetto. Oggi so che era paura. All’epoca non mi importava. Mi sentivo quello che portava i soldi, che comandava, che dettava le regole. Quando lei ha deciso di andarsene, mi sono sentito tradito. Pensavo che mi stesse sfidando. E lì ho fatto un altro errore. Ho deciso di non darle soldi. Non perché non ne avessi, ma come punizione. Pensavo che così sarebbe tornata indietro. Che si sarebbe stancata. Che avrebbe capito che non poteva stare senza di me. Le ho detto che, se voleva soldi, doveva tornare a casa. Che non avrei mantenuto nessuno che viveva lontano da me. Ma lei non è tornata. È andata direttamente da un avvocato. Ha chiesto il mantenimento e ha presentato tutto — entrate, spese, prove. Più velocemente di quanto mi aspettassi, il giudice ha ordinato la trattenuta diretta. Da quel giorno lo stipendio mi arriva “tagliato”. Non posso nascondere nulla. Non posso scappare. I soldi spariscono prima ancora di toccarli. Oggi non ho più mia moglie. Non ho più i miei figli in casa. Li vedo di rado e sempre distanti. Non mi dicono nulla. Non sono desiderato. Dal punto di vista economico sono messo alle strette come mai prima. Pago affitto, mantenimento, debiti — e mi resta ben poco. A volte mi fa rabbia. Altre volte mi vergogno. Mia sorella mi ha detto che questa situazione me la sono cercata da solo.
Ho cinquantanni e circa un anno fa mia moglie se nè andata di casa, portando con sé i nostri figli.
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0467
LUI VIVRÀ CON NOI…
Il campanello suonò con un tonfo secco, annunciante larrivo di qualcuno. Luisa, togliendo il grembiule
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068
La richiesta del nipote – Racconto su fiducia, soldi e legami di famiglia tra nonna Lilia e il giovane Denis nell’Italia di oggi
Nonna, ho bisogno di chiederti una cosa, ho proprio bisogno di soldi. Tanti. Sergio arriva da lei a sera
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023
Viaggiatrice Incantata
Non so come sia riuscita quella giovane donna, vestita di tutto punto, a convincermi a farmi leggere
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0129
Ho 50 anni e un anno fa mia moglie se n’è andata di casa portando via i nostri figli. Se ne è andata mentre ero fuori, e quando sono rientrato non c’era più nessuno. Qualche settimana fa mi è arrivata la notifica: richiesta di mantenimento. Da allora mi trattengono automaticamente i soldi dalla busta paga. Non posso scegliere. Non posso discutere. Non posso ritardare. I soldi escono direttamente dal mio stipendio. Non faccio finta di essere un santo. Ho tradito. Più di una volta. Non l’ho mai nascosto del tutto, ma nemmeno ammesso apertamente. Lei diceva che esagerava, che vedeva cose che non esistevano. Avevo anche un brutto carattere. Urlavo. Mi infuriavo facilmente. In casa si faceva quello che dicevo io, quando lo dicevo io. Se qualcosa non mi andava bene, si capiva dalla voce. A volte lanciavo oggetti. Non ho mai alzato le mani su di loro, ma li ho spaventati molte volte. I miei figli avevano paura di me. L’ho capito tardi. Quando tornavo dal lavoro, smettevano di parlare. Se alzavo la voce, si chiudevano in camera. Mia moglie camminava in punta di piedi, pesava ogni parola, evitava i litigi. Credevo che fosse rispetto. Oggi so che era paura. All’epoca non mi importava. Mi sentivo quello che portava i soldi, che comandava, che dettava le regole. Quando lei ha deciso di andarsene, mi sono sentito tradito. Pensavo che mi stesse sfidando. E lì ho fatto un altro errore. Ho deciso di non darle soldi. Non perché non ne avessi, ma come punizione. Pensavo che così sarebbe tornata indietro. Che si sarebbe stancata. Che avrebbe capito che non poteva stare senza di me. Le ho detto che, se voleva soldi, doveva tornare a casa. Che non avrei mantenuto nessuno che viveva lontano da me. Ma lei non è tornata. È andata direttamente da un avvocato. Ha chiesto il mantenimento e ha presentato tutto — entrate, spese, prove. Più velocemente di quanto mi aspettassi, il giudice ha ordinato la trattenuta diretta. Da quel giorno lo stipendio mi arriva “tagliato”. Non posso nascondere nulla. Non posso scappare. I soldi spariscono prima ancora di toccarli. Oggi non ho più mia moglie. Non ho più i miei figli in casa. Li vedo di rado e sempre distanti. Non mi dicono nulla. Non sono desiderato. Dal punto di vista economico sono messo alle strette come mai prima. Pago affitto, mantenimento, debiti — e mi resta ben poco. A volte mi fa rabbia. Altre volte mi vergogno. Mia sorella mi ha detto che questa situazione me la sono cercata da solo.
Ho cinquantanni e circa un anno fa mia moglie se nè andata di casa, portando con sé i nostri figli.
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022
Non c’è nemmeno nessuno con cui parlare. Racconto – Mamma, ma che dici? Come fai a dire che non hai nessuno con cui parlare? Ti chiamo due volte al giorno, – chiese stanca la figlia. – No, tesoro, non intendevo questo, – sospirò tristemente la signora Ninetta Antonelli, – semplicemente non mi sono rimasti amici o conoscenti della mia età. Della mia epoca. – Mamma, non dire sciocchezze. Hai ancora la tua amica delle superiori, Ilaria. E poi sei così moderna e sembri molto più giovane! Dai, mamma, che succede?, – si rattristò la figlia. – Lo sai, Ilaria ha l’asma, non riesce a parlare al telefono, comincia a tossire. E abita lontano, dall’altra parte della città. Eravamo un trio inseparabile, ricordi che te ne ho parlato. Marisa ormai non c’è più da tempo. Ieri è passata a trovarmi Tania, la vicina; le ho offerto un tè, è una brava donna, viene spesso. È tornata con delle brioches appena sfornate per i suoi. Mi ha raccontato dei figli e dei nipoti. Anche lei è nonna, eppure ha quindici anni meno di me. Ma i nostri ricordi d’infanzia e di scuola sono così diversi. E a me piacerebbe tanto parlare con dei coetanei, con qualcuno come me, – Ninetta diceva tutto questo alla figlia, sapendo però che lei non avrebbe davvero capito. È ancora giovane. Il suo tempo è ora, là fuori. Non sente ancora la nostalgia dei ricordi. Ma non è colpa di Sveva, è una brava ragazza, molto affettuosa. – Mamma, martedì ho i biglietti per una serata di romanze. Ricordi che volevi andare? E basta tristezza, mettiti il tuo vestito bordeaux, sei una favola con quello! – Va bene, Svevina, tutto ok… sono io che non so che mi prende, buonanotte, domani ci sentiamo. Vai a dormire presto, che sembri sempre stanca… – Ninetta cambiò argomento. – Sì, mamma, ciao, buonanotte, – e Sveva riagganciò. Ninetta Antonelli fissava le luci della sera dalla finestra… Quinta liceo, anche allora era primavera. Quanti progetti. Quanto sembra vicino tutto ciò. L’amica Ilaria aveva una cotta per Sergio Malagoli, della loro classe. Ma a Sergio piaceva lei, Ninetta. La chiamava la sera sul fisso, la invitava a passeggiare. Ma lei lo considerava solo un amico, non voleva illuderlo. Poi Sergio partì per il militare. Tornò, si sposò. Abitava nel vecchio palazzo di Ilaria. Anche allora aveva il telefono… quello di casa. Il numero… Ninetta Antonelli compose automaticamente il numero che le era tornato in mente. Dopo qualche squillo, qualcuno sollevò la cornetta. All’inizio solo fruscii, poi una voce maschile, bassa: – Pronto, mi dica. Magari è troppo tardi? Perché l’ho chiamato? Forse nemmeno si ricorda di me, o non è lui! – Buonasera, – la voce di Ninetta era un po’ roca dall’emozione. Ancora rumori, poi sentì uno stupito: – Ninetta? Sei davvero tu? Certo che sei tu. La tua voce non la scordo più. Come hai fatto a trovarmi? Io qui ci sono così per caso… – Sergino, mi hai riconosciuta! – Ninetta fu travolta da una gioia improvvisa. Nessuno la chiamava più per nome, solo “mamma”, “nonna” o “signora Antonelli”. Al massimo Ilaria. Ma un semplice “Ninetta” suonava così dolce, così primaverile, come se tutti quegli anni non fossero mai passati. – Ninetta, come stai? Che gioia sentirti, – queste parole la resero felice. Temeva non la riconoscesse o che fosse fuori luogo. – Ti ricordi la quinta? Quando io e Vittorio Vassuti vi portavamo in barca con Ilaria? Lui si rovinò le mani coi remi e le nascondeva. E poi il gelato sul lungolago con la musica, – la voce di Sergio era sognante, delicata. – Sì che mi ricordo, – Ninetta rise felice, – e la nostra gita nel bosco con la classe? Non riuscivamo ad aprire le scatolette e avevamo una fame… – Esatto, – rise Sergio, – poi Vasco ci riuscì, e dopo tutti a cantare chitarra intorno al fuoco. Ti sei mai messa a suonare la chitarra? – E tu? Hai imparato?, – la voce di Ninetta risuonava giovane tra i ricordi. Sergio le restituiva il passato, sempre più vivido. – E tu ora come stai?, – chiese Sergio, ma si rispose da solo, – ma si sente dalla voce, che sei felice. Hai figli, nipoti? E scrivi ancora poesie? Ricordo, eccome: “Perdermi nella notte, rinascere all’alba!” Che vitalità! Sei sempre stata un sole! Con te l’anima si scalda, nessuno resta al freddo. Che fortuna hanno i tuoi: una mamma e nonna così è un tesoro. – Dai, Sergio, ora esageri… Il mio tempo ormai è finito… Lui la interruppe: – Basta! Con te tanta energia che il telefono scotta! Scherzo. Non credo tu abbia perso il gusto della vita, non sembri affatto così. Quindi il tuo tempo non è finito. Ninetta, vivi, goditi la vita. Il sole brilla per te. E il vento spinge le nuvole in cielo per te. E gli uccelli cantano per te! – Sergio, sempre romantico… e tu? Io solo a parlare di me… – ma il telefono fece un click e si interruppe. Ninetta rimase col telefono in mano, voleva richiamare ma era tardi, non si sentiva di disturbare. Magari un’altra volta. Com’era bello aver parlato con Sergio, quanta vita ricordata… Quando il telefono squillò di colpo, Ninetta sobbalzò. Era la nipote. – Sì, Daria cara, sono sveglia. Cosa ha detto la mamma? No, sono di buonumore. Con la mamma andiamo a un concerto. Passi domani? Ottimo, ti aspetto, ciao. Ninetta si coricò di ottimo umore. Quanti progetti aveva in testa! Si addormentò scrivendo mentalmente dei nuovi versi… La mattina dopo Ninetta decise di andare a trovare Ilaria. Qualche fermata in tram, in fondo non era mica decrepita. Ilaria la accolse felice: – Finalmente! Quanto hai promesso. Oh, hai portato la torta all’albicocca? La mia preferita! Dai, racconta, – tossì appoggiandosi al petto, poi fece un cenno di nulla: – Tutto a posto, ho il nuovo inalatore. Andiamo a bere il tè. Sai, Ninetta, sei proprio ringiovanita. Cos’è successo? – Non so, quinta giovinezza, figurati! – Ninetta tagliò la torta, – ieri ho chiamato per sbaglio Sergio Malagoli. Te lo ricordi, il tuo amore del liceo? A parlare con lui sono riaffiorati mille ricordi. Ma tu perché taci, Ilà, tutto ok? Ilaria era pallida, fissava l’amica in silenzio. Poi sussurrò: – Ninetta, ma non sapevi che Sergio è mancato da un anno? E poi viveva in un altro quartiere, si era trasferito da tempo. – Ma dai! Com’è possibile? E con chi ho parlato allora? Si ricordava tutto della nostra giovinezza! Ero giù, malinconica… Poi parlando con lui, ho capito che la vita continua, che ho ancora forze e voglia di vivere… Com’è possibile?, – Ninetta non voleva crederci: – Ma aveva proprio la sua voce, l’ho sentita! E ha detto una cosa bellissima: “Il sole brilla per te. E il vento spinge le nuvole per te. E gli uccelli cantano per te!” Ilaria scosse la testa, dubbiosa verso quanto raccontava Ninetta. Poi disse: – Ninetta, non so come sia successo, ma direi proprio che era lui. Sono proprio le sue parole, era il suo modo di parlare. Sergio ti ha sempre voluto bene. Forse voleva sostenerti… da lassù. E direi che ci è riuscito. Non ti vedevo così allegra e piena di vita da tempo. Arriverà il giorno in cui qualcuno raccoglierà il tuo cuore in mille pezzi e tu finalmente ti ricorderai che… sei semplicemente felice.
Non cera proprio nessuno con cui scambiare due parole. Racconto Mamma, ma che dici? Come sarebbe che
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0304
Famiglia Incontentabile
Allora, cari ospiti, vi siete saziati? Bevuto abbastanza? Ho soddisfatto i vostri gusti? chiese Giulia