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02
Mirra: Aggiornamento disponibile Una semplice app, un vecchio telefono e le probabilità che si sfiorano: quando la realtà si riscrive a colpi di aggiornamenti misteriosi. Da un’aula universitaria di Milano ai tram incrociati del destino, Andrea scopre che ogni piccola scelta ha un prezzo—e nessun sistema è mai davvero neutrale. Protocollo di utilizzo, rischi e una questione tutta italiana: quanta responsabilità sei disposto ad assumerti, quando la magia parla la lingua della tecnologia?
Aggiornamento disponibile La prima volta, il telefono si accese di un rosso acceso proprio durante una lezione.
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01
Sergio sceglie il miglior mazzo di fiori per il suo appuntamento e aspetta felice vicino alla fontana, ma di Lesia nessuna traccia. La chiama più volte finché lei risponde freddamente: “Tra noi è finita! È tutta colpa del tuo mazzo!” Confuso e deluso, Sergio ripensa alle sue scelte: tra emozione e indecisione, tra i consigli della mamma e i ricordi sfocati dei gusti di Lesia, acquista magnifiche gerbere invece delle amate rose. L’appuntamento va male, Lesia si allontana, ma il giorno dopo Sergio regala i fiori del campo più belli a chi davvero li sa apprezzare: sua madre e la nonna, in un abbraccio che profuma d’amore autentico e di famiglia.
Tanto tempo fa, Vittorio acquistò il più bel mazzo di fiori che potesse trovare e si avviò verso un appuntamento
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08
Il marito è fuggito in Italia con un’altra. Scopri cosa è riuscita a creare Maria da sola per i suoi due bambini, ti lascerà senza parole.
Il marito è scappato in Germania con unaltra. Quello che Maria è riuscita a costruire da sola per i suoi
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024
Ho regalato alla mia nuora l’anello di famiglia, ma dopo una settimana l’ho riconosciuto per caso in vetrina al Monte dei Pegni
Portalo con cura, figlia mia, non è solo un anello doro: qui cè la storia della nostra famiglia, disse
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026
Prendi il tuo marito!
Francesca Bianchi usciva dalla riunione genitoriinsegnanti con il broncio. Ancora una volta la maestra
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021
Sguardo Profondo di Occhi Verdi dal Passato
**Lo sguardo di quegli occhi verdi dal passato** Mi sono svegliato allalba e ho pensato: Sì, è da tanto
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037
Galina torna a casa dalla spesa e inizia a sistemare i prodotti, quando all’improvviso sente uno strano rumore dalla stanza del figlio e della nuora. Decide allora di controllare e trova Valentina, la nuora, che sta facendo le valigie con le lacrime agli occhi. “Dove vai, Valentina?” – chiede stupita Galina. “Me ne vado!” – risponde la ragazza stringendo tra le mani una lettera. Galina la apre e rimane senza parole dopo aver letto quello che c’è scritto. Quando Ivan portò la sua promessa sposa Valentina dal paese in città, la madre era felice: a più di trent’anni suo figlio finalmente si sposava. Casa piena, madre padrona di casa dopo la morte del marito, che aveva lasciato una bella abitazione e una proprietà da curare. Ivan unico figlio. Da giovane anche Galina fu come Valentina: arrivò con una piccola valigia, pochi averi, ma tanta voglia di ricominciare. Tutte le ragazze del paese invidiavano Valentina: aveva conquistato il “partito buono”, un uomo ricco e bello, che però era devoto soltanto alla sua famiglia. Valentina diede al marito due figli e una figlia. Quando la più piccola aveva cinque anni, Ivan decise di andare a lavorare a Milano con un amico. La madre e Valentina cercarono di convincerlo a restare, ma lui aveva già deciso: voleva un futuro migliore per i figli, magari trasferirsi tutti in città. Non ci fu modo di farlo cambiare idea. Ivan partì, e per un po’ scrisse lettere e mandò soldi. Poi smise. In paese cominciarono a girare voci: Ivan aveva un’altra. Finché un giorno Valentina, in lacrime, consegnò una breve lettera a Galina: “Valentina, scusami, ma ho un’altra. La casa spetterà a me dopo mamma. Prendi questi soldi e arrangiati”. Galina però non permise che Valentina e i bambini venissero cacciati; ormai li sentiva suoi. Passarono gli anni, e i figli crebbero forti e bravi, ampliando il podere. Un giorno Ivan ritornò con la nuova moglie, pensando di trovare la casa vuota. Rimase senza parole di fronte ai figli ormai grandi e alla ex moglie, che nel frattempo si era rifatta una vita serena insieme a Galina, la quale aveva ceduto a lei la proprietà. Quando Ivan, ormai solo e divorziato, tentò di tornare, fu troppo tardi: la casa non era più sua, i figli non gli parlavano più come a un padre. Valentina gli mostrò i documenti che attestavano che la casa era ormai sua per volere di Galina, proprio dall’anno in cui lui la aveva abbandonata. Una storia di tradimento, riscatto e coraggio nelle campagne italiane: quando una madre, una nuora e tre figli scoprono il vero significato di famiglia e dignità.
5 marzo 1998 Oggi, tornando dal mercato, con le buste della spesa ancora in mano, ho sentito un brusio
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028
Mio marito ha portato a casa un amico a dormire “solo una settimana” e io, senza dire una parola, ho fatto la valigia e sono andata alle terme
Mio marito ha portato un amico a casa per stare da noi una settimana, così io, senza fare scenate, ho
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019
— Nonno, guarda! — Lilia ha attaccato il naso al vetro. — Un cucciolo!
13 febbraio 2025 Caro diario, Oggi mi è stato chiesto di guardare dalla finestra. Gelsomina, con il naso
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034
La felicità rubata Anna lavorava nel suo orticello, quella primavera era arrivata presto, era solo fine marzo e già tutta la neve si era sciolta. Certo, il freddo sarebbe tornato, ma intanto il sole scaldava così tanto che Anna era uscita di casa con la voglia di sistemare qualcosa: raddrizzare la vecchia staccionata, riparare la legnaia. Pensava che avrebbe preso delle galline, un maialino, magari anche un cane e un gatto. Poi si era detta basta così, aveva sorriso ai suoi stessi pensieri. Non vedeva l’ora di arare l’orto, di occuparsi delle aiuole, respirando il profumo della terra natia, proprio come da bambina, togliersi le scarpe e correre a piedi nudi tra i solchi morbidi e tiepidi dell’orto appena rivoltato. – Vivremo ancora, – sussurrò all’aria Anna. – Buongiorno. Sobbalzò: al cancello c’era una ragazzina, poco più che adolescente, vestita con un impermeabilino grigio, di quelli che danno agli studenti dei professionali, con scarpe leggere e calze di nylon color carne. “Ma è troppo presto per queste calze,” pensò Anna, “prenderà freddo. Le scarpe saranno pure di cartone… Che povertà.” La ragazzina dondolava sui piedi sottili. – Salve, – le disse Anna senza sorriso. – Mi scusi, posso andare da lei a usare il bagno? – Oh, sì, vai pure. Là in fondo, dietro l’angolo. Anna osservò incuriosita la ragazzina che si affrettava verso la toilette. – Grazie, mi ha salvata. Sto cercando una stanza in affitto, non è che lei… – No, non pensavo, come mai? – Vorrei affittare una camera, non voglio stare in convitto, là si fuma e si beve, girano i ragazzi… – E quanto puoi pagare? – Cinque mila lire… non ho altro. – Allora su, entra in casa. – Posso andare ancora in bagno…? – Vai pure… – Come ti chiami? – le chiese Anna facendola entrare. – Olga, – squittì la ragazza. – Olga, eh… E perché sei venuta? – Cercavo una camera… – Non raccontare frottole… Olga, perché davvero sei venuta? – Anche ora, posso correre ancora in bagno… – Ma che hai? – Non so… non ce la faccio più a resistere, – quasi in lacrime. – Vai… Alla fine Anna la seguì e quando la vide di nuovo più composta, la prese di petto. – Vieni qui solo per la pipì? O anche altro? – No… solo pipì, ma brucia tutto… – Ora sistemiamo, intanto parliamo: perché sei venuta, davvero? La ragazza stava per raccogliere il coraggio… – Allora? – Se sei venuta a rubare, qui non c’è niente. Dai, chi ti manda? – Nessuno, sono venuta io… Lei… lei è Anna Pavlovna…? – Io? Sì… – Non mi riconosci mamma? Sono io, Olga. Tua figlia. Anna rimase seduta, la schiena dritta, il viso segnato dal vento e dal gelo impassibile. – Olga… – la voce tradiva appena la donna – figlia… Olyusha… – Sì, mammina, sono io… Non mi davano il tuo indirizzo in collegio, dicevano “non è permesso”, mamma… Ma io convinsi la professoressa, Anastasia Sergeevna, bravissima, mi aiutò a fare le carte, così trovammo il tuo nome e poi l’indirizzo… ed eccomi qui. Le lacrime bagnavano silenziose le guance di Anna. – Olly, Olyusha… figlia mia… – Mammina! Quanto ti ho cercato, mamma! Scrivevo lettere, loro ridevano, dicevano che mi avevi abbandonato come una cosa… Ma io ci credevo, mamma, ci credevo… Anna abbracciò la giovane tra le sue mani indurite dai calli, accarezzando con delicatezza il golfino lavorato a maglia di Olga, la sua bimba… Finalmente si stringevano. Non c’era bisogno di parlare, tutto era chiaro così. Solo dopo, ricordando le lezioni della nonna e con l’esperienza della vita, Anna si fece in quattro per la figlia: le scaldò l’acqua, preparò la tisana di finocchio, la curò come poteva. Ollina, figlia mia, ragione di vita. Ora c’è un motivo per cui vivere ancora. Lui ha avuto pietà di me, nulla è perduto… Bisogna pensare all’orto, al maialino, a un cappottino nuovo. Anna aveva dei risparmi messi via. Si era ormai arresa… ma adesso c’era Olyusha… *** – Mamma… – Eh? – Mammina… – Dimmi tesoro. La piccola Olga prese una focaccina dal tavolo, ormai le guance si erano fatte piene, la mamma la curava come una bambola, e lei stessa era ringiovanita. – Mamusinaaaa… – Che c’è, eh. – Mamma, mi sono innamorata. – Guarda un po’… – Sì. Mamma, lui è così buono. Si chiama Ivan, vorrebbe conoscerti… – Io… non so… Ma Anna pensò che i giorni felici erano finiti, quello che Dio dà, poi lo riprende. – Che hai, mamma?… – Niente, tesoro, niente… Sei cresciuta così in fretta. Non ho fatto in tempo a godere appieno… scusami, Olyusha… – Mamma, come puoi dire questo… Ma io ti amo, non sai quanto ti ho cercata. Darei tutto per te, sei la mia vita. La conoscenza andò bene. Ivan era un ragazzo di campagna, serio e volenteroso, ad Anna piacque subito, pensò che era l’uomo giusto per la sua figlia. Erano tempi duri: alcuni non avevano da mangiare, altri trattavano meglio i cani che le persone. Ma Anna, Olga e Ivan non ebbero mai fame: Anna sapeva cucire bene, quando chiusero la fabbrica andò a lavorare in una cooperativa e così vestiva la sua Olga e pure il genero solo di “roba buona”. Ivan era uomo d’azione: rimise il recinto, cambiò le travi della casa, sistemò il pollaio e il porcile, fece splendere la casetta, anche di più da quando era tornata Olga. Il cuore di Anna si era sciolto. Aveva ritrovato la voglia di vivere, triple forze per tutti gli anni e tutto il passato che voleva dimenticare, anche se a volte la notte tornavano i pensieri e il dolore. – Mamma, mamma? Ti fa male qualcosa? – No, bimba, dormi, dormi… – Mamma, posso venire da te? – Certo, – Anna le lasciava spazio nel letto – Piccola mia, il cuore scoppia d’amore. Ecco cos’è l’amore materno, grazie a Dio, grazie che me l’hai fatto provare. Ci fu il matrimonio, i ragazzi restarono vivere con Anna, lei rifiorì come un papavero. Anche sul lavoro si vedeva che la severa Anna Pavlovna non riusciva più a trattenere il sorriso. – Sta per arrivare un nipote, – confidò alle colleghe – sono in ansia. – Anna Pavlovna, che figlia fortunata hai: quanto la ami! Nacque un nipotino: Antonio!… Come la nonna di Olga, la madre di Anna, una donna severa, ma giusta, raccontava ora Anna allegra. I pensieri erano ormai solo per Antoshka. Era il più bello, il più buono, e sempre attaccato alla nonna. Ivan intanto iniziò la costruzione di una casa grande, ci fu posto anche per Anna, come avrebbe potuto essere altrimenti? I ragazzi crearono un’impresa di costruzioni, aprirono un negozio di materiali edili, la loro vita trascorreva tranquilla. Arrivò un’altra bella notizia: presto una nipotina. Anna cucì mille abitini per la nuova arrivata, Marina, bellissima bambina. La casa era piena di risate di bambini. Tutto era finalmente sereno per Anna. Ma da qualche tempo un bruciore al petto la faceva stare male. – Mamma, dov’è che ti fa male? – Va tutto bene, figlia, tranquilla… *** … È tardi, purtroppo. – Dottore… com’è possibile? Era mia madre… – Mi dispiace tanto… *** – Figlia mia, Olyusha… è giunta l’ora, scusami se sono rimasta troppo a lungo. Loro mi avevano già dimenticata, ma tu mi hai salvata, sei venuta da me, piccola mia… – Mamma, non dire così… – Figlia, devo dirti una cosa… fa male, ma lasciami finire… Io non sono la tua vera mamma, Olga. Perdonami… – Mamma! Non farlo mai più, non dirlo mai a nessuno! Sei mia, solo mia madre… hai capito? – Sì, sì… figlia mia… il mio cuore… Lì c’è il mio diario… Perdonami, Olga. Ti amo piccolina. – Ti amo anche io, mamma… *** – Olya, mangia qualcosa… – Sì, Vanya… adesso… Vai pure… Olya era nella stanza della madre, leggeva il suo diario. Era la vita di Anna: spigoli, tristezze, un po’ di allegria. Una mamma severa, Antonina, padre morto in guerra. Annina, Annina-mazzolino. Si era innamorata di un delinquente, aveva scappato con lui. La vita era corsa, follia, pericolo, la gioventù che scorreva via. Poi lui era sparito, finito in galera, lei aveva perso tutto, anche la possibilità di avere figli: durante una fuga aveva preso troppo freddo. Era rimasta sola… Quando seppe che non avrebbe mai potuto diventare madre andò in chiesa a chiedere perdono… E invece arrivò questa gioia inaspettata, e non volle lasciarsela sfuggire. Pensava: “Almeno per un po’ sarò mamma”. Non credeva che la malattia sarebbe passata, ma era successo. Chiedeva perdono a Dio, pregava di poter vivere ancora un po’, vedere i nipotini… Aveva paura che la figlia scoprisse la verità, che non era la vera madre: ma poi aveva smesso di temere, aveva cominciato a vivere davvero. “Perdonami, figlia mia, se ti ho rubata alla tua vera mamma. Ecco il mio destino, la mia felicità rubata…” – Mamma… piangeva Olga, – mia cara mammina. Spero tanto che tu mi senta… Io lo sapevo, l’ho quasi subito capito. Quando vivevo da te mi dissero che i dati erano sbagliati, Anna era Ivanovna, l’ho cercata, solo per curiosità. Mi ha rifiutata lei, si è rifatta una vita, io per lei ero solo di ingombro. Aveva paura che ci vedessero insieme, mi dava dei soldi… Sosteneva che era meglio non incontrarci. Ricordi, mamma, che poi sono stata male, ho avuto la febbre. Tu, mamma mia, ringrazio Dio che ci ha fatte incontrare. Sei la mia mamma. Che fortuna che hanno sbagliato, forse là in alto sapevano chi doveva arrivare da chi… Come farò senza di te, mamma… – Olya, Olyushka… – Vanya, lasciala piangere, ha appena seppellito la madre… *** – Nonna, ma nonna Anna era buona? – Molto, tesoro – E anche bella? – La più bella, Annina – E chi le ha dato questo nome? – Non so, forse il suo papà o la sua mamma – Il tuo nonno, la tua nonna… – Sì, il mio nonno, la mia nonna. – E io mi chiamo come la bisnonna? – Sì, io e il tuo papà ti abbiamo chiamata come la sua nonna, perché la amava tanto. – E lei ora mi vede? – Certo che ti vede, ti guarda e ti proteggerà sempre. – Ti voglio bene bisnonna Annina, – la bimba depose una coroncina di margherite sulla tomba della bisnonna. – Ti voglio bene anch’io, piccola, – fruscia la betulla, – e anche noi ti vogliamo bene, sussurra il vento.
La Felicità Rubata Anna si stava agitando nellorto. Questanno la primavera era arrivata presto: era solo
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061
Alla mia festa di compleanno la suocera mi ha regalato un’enciclopedia di cucina come “frecciatina”, così le ho restituito il regalo – ecco come ho rimesso al suo posto chi pensa che una donna valga solo se cucina per il marito
Ma questa insalata lhai tagliata tu o arriva di nuovo da quelle vaschette di plastica con cui avveleni
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025
TUTTI NOI L’ABBIAMO GIUDICATA Mila stava in chiesa e piangeva da almeno un quarto d’ora. Per me era una scena sorprendente. “Ma che ci fa qui questa tipetta alla moda?”, pensavo tra me e me. Proprio lei non mi sarei mai aspettata di incontrare in un posto così. Non conoscevo di persona Mila, ma la vedevo spesso: abitiamo nello stesso palazzo e passeggiamo nello stesso parco. Io con le mie quattro bambine, lei con i suoi tre cani. L’abbiamo sempre giudicata tutti. Noi — cioè io, le altre mamme con figli al seguito, le nonne sulle panchine, i vicini e, sono sicura, perfino i passanti. Mila era decisamente bella, sempre vestita all’ultima moda, e sembrava frivola e piena di sé. — Guarda un po’, ha già cambiato uomo di nuovo, — brontolava zia Nina dalla panchina davanti all’ingresso del palazzo. — È già il terzo. — Se lo può permettere, di soldi ne ha a palate, — rincarava la dose la sua amica zia Rita, guardando con invidia Mila che saliva in macchina col nuovo compagno, una fiammante auto straniera. Il figlio della Rita, il 45enne Vanni, ancora non si è comprato nemmeno una Panda vecchia. — Meglio avrebbe fatto a fare un figlio, l’orologio biologico non aspetta, — interveniva il solito nonno Giulio. Ma per quanto amasse discutere con le nonne, su Mila erano tutti d’accordo. Più tardi, la panchina si accendeva di malizie quando anche il nuovo fidanzato di Mila era sparito nel nulla. “E te credo, tanto è una poco di buono! E poi a casa sua ci sarà sempre la puzza di cane!” Ma ad essere più ostili eravamo noi, le mamme. Mentre noi sfinite rincorrevamo i nostri figli tra scivoli, altalene, cespugli e persino nei cassonetti, lei passeggiava tranquilla con i suoi “bastardini” e non sembrava preoccuparsi di nulla. A volte ci lanciava pure qualche sorrisetto di sarcasmo, come a dire: “Avete voluto i figli? Adesso arrangiatevi! Io invece mi godo la vita”. — Si vede proprio che è una childfree — diceva la mia amica Claudia, mamma di tre maschi. — I ricchi hanno le loro fissazioni: cagnolini, gattini, criceti — annuiva Simona, incinta di due gemelle, mentre cercava di recuperare la sua primogenita, scatenata su un albero. — È solo egoista, preferisce girare il mondo invece di mettere su famiglia! — sospirava Paola, mamma di cinque. — Sì, sì, — concordavo con tutte e correvo a soccorrere la mia Antonella che piangeva dopo aver sbucciato un ginocchio. — Meglio avrebbe fatto ad avere un figlio, invece di metter su un canile — sbottò una volta una nonna seduta lì vicino. — Non sono affari vostri! — si voltò Mila risoluta. Stava per aggiungere qualcos’altro, si trattenne e proseguì col passo elegante e i suoi cani. — Maleducata! — gridò la nonna dietro di lei. …Guardai Mila che piangeva in chiesa per qualche secondo, poi uscii. — Aspetti! — sentii alle mie spalle. — Si fermi un attimo. Era Mila che mi seguiva sul sagrato. — È lei che passeggia sempre in parco con quattro bambine? — Sì… E lei con i tre cani. — Già. Posso parlarle un attimo? Sa che spesso guardo lei e le altre mamme con ammirazione? — disse, e arrossì. — Lei?!? — rimasi stupita. Mi trattenni dal dire: “Ma lei non è solo una childfree egoista e snob?”. Mi tornarono in mente i suoi “sguardi maliziosi”… Così ci siamo conosciute. Sedute su una panchina, Mila parlava, parlava… e piangeva. Aveva solo tanto, tanto bisogno di sfogarsi. Mila era cresciuta in una bella famiglia unita. E aveva sempre sognato tanti figli. Si era sposata per amore, ma dopo due gravidanze interrotte e la diagnosi dei medici (“sterilità”) il marito se n’era andato in fretta. Per la stessa ragione anche il secondo se n’era andato, ma prima Mila aveva affrontato durissime cure e poi rischiava la vita con una gravidanza extrauterina. Il terzo uomo? Ancora extrauterina, lui è sparito alla sola notizia possibile di un figlio. Gli piacevano la macchina e i guadagni di Mila, ma non voleva certo il “peso” di un bambino. “Avrei dato tutto solo per avere un piccolo”, confessò Mila. — Pensavo che amasse solo i cani… — mi uscii ingenuamente. — Amo i cani, — sorrise — ma questo non vuol dire che non ami anche i bambini. Per sentirsi meno sola aveva preso Tepa. Poi le avevano affidato per un periodo Mike e alla fine era restato con lei. Fenia l’aveva raccolta cucciola in inverno, abbandonata per strada. Non ha saputo lasciarla lì. “Meglio avrebbe fatto un figlio”, mi tornò in mente la frase della nonna. “L’orologio biologico”, borbottava nonno Giulio alle sue spalle. E in effetti Mila aveva già quarantuno anni, anche se ne dimostrava trenta. Così decise di adottare un bimbo. Piccolo, grande — per lei non era importante. Si affezionò subito a Nicola, sei anni. In realtà, fu lui il primo a sceglierla: “Vuoi essere la mia mamma?” — le chiese appena la vide. “Certo che sì!”, rispose lei subito. “Egoista, non vuole responsabilità”, mi tornarono in mente le parole di Paola. Ma Nicola non le fu dato, perché la sua mamma (malata di schizofrenia) non era stata privata dei diritti genitoriali. — È stato un colpo durissimo — ricordava Mila. — Non mi capacitavo… questo bimbo soffre, avrebbe bisogno di una famiglia, ma nessuno può farci nulla. Poi arrivò Lena, quattro anni. Era già stata adottata e restituita due volte: troppo vivace. Si racconta che l’ultima volta, mentre la seconda “mamma” la riportava indietro, Lena le si attaccava alla gonna urlando: “Mamma, ti prego, non lasciarmi, non lo farò più!” Quando Mila la incontrò, Lena le chiese subito: “Ma tu mi riporti indietro?” “No, non ti lascerò mai!”, riuscì a prometterle tra le lacrime. Però anche con Lena l’adozione si era fatta difficile: Mila non spiegò i motivi. “Ma è mia figlia, lotterò per lei!” Quello fu il suo primo giorno in una chiesa. “Non sapevo più a chi rivolgermi”, disse Mila. Arrivò il sacerdote, parlarono a lungo, Mila prese anche qualche appunto. — Andrà tutto bene! Con la benedizione di Dio! — la rassicurò lui. E la vidi finalmente sorridere… Tornammo a casa insieme. — Penserà che sono altezzosa e superba, — disse Mila. — Ma io sono solo stanca di dovermi sempre giustificare; ne ho sentite così tante… Taci. Mila invitò me e le bimbe a casa sua: a giocare coi cani. Ho detto di sì. Andrò, presto. Ma intanto provo solo tanta vergogna. E continuo a chiedermi: perché abbiamo così tanta cattiveria dentro? Perché sono stata così cattiva? Come facciamo a credere così facilmente il peggio degli altri? E adesso desidero solo una cosa: che finalmente per Mila, questa donna straordinaria che tutti noi abbiamo giudicato, vada tutto bene. Che Lena la abbracci, si stringa forte e possa chiamarla “mamma!”, certa che non sarà mai più lasciata da nessuno. Che attorno a loro giochino felici i cani, Tepa, Mike e Fenia… E magari accada anche un miracolo: Mila incontri un uomo vero, Lena abbia un fratellino o una sorellina. Succede, a volte, no? E che nessuno, mai più, osi dire una sola parola cattiva su di loro…
TUTTI LA GIUDICAVAMO Mirella stava in piedi nella navata della chiesa e piangeva. Ormai da più di un
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— Oh, mamma… che profumo delizioso c’è qui da te… Ho una voglia matta! Potresti darmi anche uno di questi? Non ho mai assaggiato nulla di simile…, disse la nonnina, stringendo al petto la borsa con cui aveva girato tutto il giorno per la città.
Mamma, che profumo delizioso cè qui mi sta facendo venire lacquolina! Puoi darmi anche a me uno di questi?
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035
Se riesci a riparare questo motore, ti regalo il mio posto!” – disse il capo, ridendo.
Se ripari questo motore, ti passo il mio incarico disse il capo, ridendo. Maria Bianchi, a differenza
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062
Mamma così così: Quando la suocera avvelena il cuore di un bambino contro sua madre in una famiglia italiana
Mamma non è proprio il massimo Giulia, hai di nuovo lasciato lasciugamano bagnato appeso al gancio in bagno?
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052
Olga ha passato tutta la giornata a prepararsi per il Capodanno: ha pulito casa, cucinato e apparecchiato la tavola. È il suo primo Capodanno senza i genitori, ma insieme all’uomo che ama. Da tre mesi ormai vive con Tolino nel suo appartamento. Lui ha 15 anni più di lei, è stato sposato, paga il mantenimento ai figli e non disdegna di alzare un po’ il gomito… Ma a Olga non importa, quando si ama qualcuno. Nessuno capisce cosa l’abbia fatta innamorare di lui: non è bello, anzi, è decisamente bruttino, ha un carattere insopportabile, taccagno all’inverosimile e i soldi non ci sono mai. E quando li ha, li tiene solo per sé. Eppure proprio di questo “miracolo della natura” si è innamorata Olghina. Per tre mesi Olga ha sperato che Tolino apprezzasse quanto fosse docile e brava in casa, e sicuramente la volesse sposare. Lui le aveva detto: «Bisogna vivere un po’ insieme, per vedere come te la cavi come padrona di casa. Non vorrei ritrovarmi un’altra come la mia ex». Ma di lei, la ex, a Olga non raccontava mai nulla di chiaro, così lei si impegnava al massimo: non si arrabbiava se lui tornava ubriaco, cucinava, lavava, puliva, faceva la spesa di tasca sua (non sia mai che Tolino pensasse fosse interessata ai soldi). E anche la cena di Capodanno l’ha preparata a sue spese. Gli ha persino comprato un cellulare nuovo come regalo. Mentre Olga si dava da fare per la festa, anche il suo Miracolo-Tolino si è “preparato” a modo suo: s’è ubriacato con gli amici. Tornato a casa già brillo, le ha annunciato che per Capodanno sarebbero arrivati gli amici, suoi amici che lei nemmeno conosceva. Olga ha preparato la tavola, manca un’ora a mezzanotte. Il suo umore è già sotto i piedi, ma tace: lei non è come la sua ex. A mezz’ora dalla mezzanotte irrompe in casa una comitiva di uomini e donne ubriachi. Tolino si ravviva subito, fa sedere tutti a tavola e la festa degenera. Tolino neppure la presenta agli ospiti: nessuno la nota, si limitano a mangiare e bere, con le loro battute e i loro discorsi. Quando Olga propone di riempire i calici per il brindisi mancavano due minuti a Capodanno, la guardano come se fosse un’infiltrata. — E questa chi è? — biascica una ragazza. — Coinquilina del letto, — ride Tolino, e gli altri con lui. Mentre mangiano ciò che ha cucinato Olga, prendono in giro la “ragazza ingenua”, lodando Tolino per aver trovato una cuoca e donna delle pulizie gratis. Tolino non la difende, anzi ride insieme agli altri. Divora i piatti di Olga e la schernisce. Olga esce in silenzio dalla stanza, raccoglie le sue cose e torna dai genitori. Un Capodanno peggiore non l’aveva mai avuto. La mamma, prevedibile, dice: “Te l’avevo detto io”, il papà tira un sospiro di sollievo. E Olga, tra le lacrime, si toglie finalmente gli occhiali rosa. Dopo una settimana, quando Tolino resta senza soldi, si presenta da Olga come se nulla fosse: — Ma perché te ne sei andata? Ti sei offesa? — e, vedendo che lei non cede, si fa ardito: — Ah, brava! Tu qui con mamma e papà comoda comoda, e a casa mia non c’è più niente nemmeno per i topi! Stai iniziando a fare come la mia ex! A tanto sfacciato Olga resta di stucco. Aveva immaginato mille volte cosa avrebbe voluto dirgli in faccia, e invece adesso resta senza parole. L’unica cosa che riesce a fare è mandarlo a quel paese e chiudergli la porta in faccia. Così, per Olga, il nuovo anno segna davvero l’inizio di una nuova vita.
Diario di Capodanno Ho passato lintera giornata a preparare la casa per il Cenone di Capodanno: pulizie
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Stammi lontano! Non ti ho mai promesso di sposarti! E poi, che ne so io di chi sia questo bambino? Forse non è neanche mio? – Quindi vai pure per la tua strada, io me ne torno a casa mia – così diceva Vittorio, in trasferta nel nostro paesino, a una sbigottita Valentina. Lei restava lì, senza riuscire a credere alle sue orecchie e ai suoi occhi. Era davvero quello il Vittorio che le giurava amore e la portava in braccio? Lo stesso Vittorio che la chiamava Vale e le prometteva la luna? Davanti a lei c’era ora un uomo estraneo, confuso e arrabbiato… Valentina pianse una settimana intera, salutando per sempre Vittorio. Ma ormai aveva trentacinque anni, si riteneva poco attraente e con poche speranze di trovare la felicità come donna: così decise di diventare madre da sola. Quando nacque la sua bambina, una piccola urlatrice che chiamò Maria, Valentina si rimboccò le maniche e si prese cura di lei senza farle mancare nulla, ma la vera tenerezza materna sembrava mancare: la nutriva, la vestiva e le comprava regali, ma coccole e passeggiate erano un lusso raro. Maria spesso cercava le braccia della mamma, che però la respingeva, troppo stanca, presa dai suoi impegni o vittima di emicranie. L’istinto materno, insomma, non si era mai davvero svegliato. Quando Maria aveva sette anni, successe qualcosa di insolito: Valentina conobbe un uomo. Addirittura lo portò a casa! Tutto il paese iniziò a sparlare: “Ma guarda questa Valentina, così leggera!” Lui, Igor, non era del paese, aveva lavori saltuari e non si sa dove vivesse davvero: sarà mica un truffatore? Valentina non diede ascolto a nessuno: sentiva che quella era forse la sua ultima occasione di trovare la felicità che aveva sempre sognato. Con il tempo, però, i paesani dovettero ricredersi: Igor iniziò a sistemare la casa, aggiustare tutto, dal tetto al cancello, e chiunque nel villaggio aveva bisogno di riparazioni si rivolse a lui. Ai più poveri aiutava gratis, agli altri chiedeva in cambio denaro o prodotti della terra. Da allora, a casa di Valentina non mancavano più latte fresco e panna: Igor con le sue mani d’oro aveva cambiato la vita di tutte. Valentina stessa sembrava una donna nuova: più luminosa, gentile, perfino affettuosa con Maria. E Maria cresceva, guardando con ammirazione quel nuovo “zio Igor” aggiustatutto, che un giorno le costruì una bellissima altalena in giardino. Non aveva mai visto la mamma così serena, o sentito tanto affetto sincero. Con il tempo, Igor divenne il vero pilastro della loro famiglia. Preparava i pasti, aiutava Maria a fare i compiti, la prendeva e accompagnava a scuola, le insegnava l’arte della pazienza durante la pesca o la determinazione quando cadeva dalla bicicletta o dai pattini. Igor c’era sempre, come solo un vero papà sa fare. Quando Maria crebbe, studiò in città, trovò un marito, diventò madre. Ma Igor non smise mai di esserci: era accanto a lei in ogni momento importante, e anche in quelli difficili. Alla sua morte, Maria pianse come se avesse perso il vero papà, e con un filo di voce, alla tomba, disse: “Addio, papà… Sei stato il miglior padre che potessi desiderare. Ti ricorderò per sempre.” Perché, in fondo, padre non è chi ti dà la vita, ma chi ti ama, ti cresce, ti tiene la mano nelle gioie e nei dolori. Igor era proprio questo. Ecco la toccante storia di una famiglia italiana, dove l’amore vero può nascere dove meno te lo aspetti… Grazie per i vostri commenti e per i like! Continuate a seguire la pagina per nuove storie emozionanti!
Allontanati da me! Io non ti ho mai promesso di sposarti! E poi, davvero, non so nemmeno di chi sia questo
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Mio marito mi ha chiesto una pausa per “capire i suoi sentimenti”: io invece ho cambiato la serratura – Una storia italiana di coraggio, dignità e rinascita dopo vent’anni di matrimonio
Sai, Giulia, mi sa che ormai siamo diventati due estranei. La routine ci ha divorati. Ci ho pensato dovremmo
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Amore o Magia: Un Dilemma Incantevole
«Lamore è una magia pericolosae per ogni incantesimo bisogna pagare il prezzo», diceva la nonna Morigi
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L’Amico di Gennaro
Alla fine di settembre, nel silenzioso cimitero di Verona, una processione funebre avanzava lentamente
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Il Potere del Perdono: Un Viaggio nell’Anima Italiana
Caro diario, sono passati anni da quando Ginevra Bianchi è nata in una famiglia benestante di Borgo San Lorenzo.
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Hanno provato a “ravvivare” il matrimonio: la proposta di relazione aperta di Vittorio, la scelta imprevista di Elena e la (amara) ricerca della libertà in una famiglia italiana
Hanno scaldato il matrimonio Senti, Giulia… Che ne dici se proviamo una relazione aperta?
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«No, mamma, ora proprio non venire. Pensa un po’, la strada è lunga, tutta la notte in treno, e tu ormai non sei più giovane. Perché devi tormentarti? E poi è primavera, avrai sicuramente tanto da fare nell’orto» – mi dice mio figlio. «Figlio mio, ma come perché? Non ci vediamo da tanto. E poi ci tengo tanto a conoscere meglio tua moglie, come si dice, bisogna avvicinarsi alla nuora» – gli rispondo sinceramente. «Facciamo così: aspetta la fine del mese, che tanto per Pasqua ci saranno tanti giorni di festa, veniamo noi da te» – mi rassicura lui. A dire il vero ero già pronta a partire, ma mi sono fidata, ho accettato di restare a casa ad aspettarlo… Ma nessuno è mai venuto. Ho chiamato mio figlio diverse volte, ma lui non rispondeva. Poi mi ha richiamato dicendo che era molto impegnato e che non dovevo aspettarlo. Mi sono molto rattristata, mi ero preparata per accogliere mio figlio e la nuora. Si è sposato sei mesi fa, ma io non ho ancora mai visto la nuora. Mio figlio, Alessio, l’ho avuto, come si suol dire, “per me stessa”. Avevo già trent’anni, non mi sono mai sposata. Allora ho deciso almeno di avere un bambino. Sarà magari un peccato, ma non mi sono mai pentita di questa decisione, anche se spesso è stato difficile: non avevo soldi e più che vivere, sopravvivere. Ma ho sempre lavorato in più posti pur di dare a mio figlio tutto il necessario. Mio figlio è cresciuto e se n’è andato a studiare a Roma. Per sostenerlo i primi tempi andavo addirittura a lavorare stagionalmente in Polonia, per potergli inviare i soldi per gli studi e per mantenerlo nella capitale. Come mamma, ero felice di poter aiutare il mio bambino. Già dal terzo anno di università Alessio iniziò a lavorare e a mantenersi da solo. Finita l’università, trovò lavoro e ormai era indipendente. A casa tornava raramente, circa una volta all’anno. E io, a Roma, non ci sono mai stata in vita mia. Pensavo: “Quando mio figlio si sposa, ci vado di sicuro.” Per l’occasione ho iniziato anche a mettere via dei soldi: 2.000 euro accumulati. Sei mesi fa Alessio mi ha dato finalmente la notizia tanto attesa: si sposava. «Mamma, però non venire ora: per adesso facciamo solo il matrimonio civile, quello vero lo faremo più avanti» mi ha avvertito. Ci sono rimasta male, ma ho accettato. Alessio mi ha presentato la nuora in videochiamata. Sembra brava, è bella e ricca. Mio consuocero, suo padre, è un pezzo grosso. Io potevo solo gioire che gli fosse andata così bene. Ma il tempo è passato e né mio figlio è venuto da me, né mi ha invitata. Non vedevo l’ora di conoscere la nuora e abbracciare il figlio, così mi sono decisa: ho comprato il biglietto del treno, ho preparato del cibo fatto in casa – anche il pane l’ho fatto io – qualche conserva, e sono partita. Ho chiamato mio figlio appena salita in treno. «Ma mamma, ma come ti viene in mente? Sono a lavoro, non posso nemmeno venirti a prendere. Ti mando l’indirizzo, prendi un taxi», mi dice Alessio. Arrivo a Roma di mattina, prendo il taxi (quanta costa!), ma Roma all’alba è meravigliosa, me la godo dal finestrino. Mi apre la nuora, manco un sorriso, né un abbraccio. Mi invita freddamente in cucina. Alessandro non c’era, già via al lavoro. Comincio a tirare fuori le cose: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sott’olio, cetrioli, pomodori, qualche vasetto di marmellata. Lei osserva in silenzio, poi mi dice che ho fatto male a portare tutto perché loro non mangiano queste cose, e comunque lei a casa non cucina. «E che mangiate scusa?», chiedo stupita. «Abbiamo la consegna a domicilio ogni giorno. Non cucino, odio l’odore in cucina». Non faccio a tempo a riprendermi che entra un bambino, avrà tre anni. «Le presento mio figlio: Daniele», mi dice la nuora. «Daniele?», chiedo. «No, Dàniel, non Daniele. Non mi piace quando storpiano i nomi». «Va bene, come vuoi tu, Ilon…» «Non sono Ilonca, sono Ilona. Qui nessuno cambia i nomi, ma voi venite dalla campagna, come potete capire…» Mi veniva da piangere. Non per il fatto che mio figlio ha preso una donna con un figlio, ma perché non mi aveva mai detto nulla. Ma non era finita: guardo il muro e vedo una grande foto matrimoniale. «Ah, almeno avete fatto belle foto, visto che il matrimonio non c’è stato», provo io a cambiare discorso. «Come non c’è stato? C’è stato, eccome: 200 invitati. Solo lei non c’era, ma Alessio disse che era malata. Forse è meglio così», mi squadra dall’alto in basso. «Vuole fare colazione?» «Volentieri…» Mi mette davanti una tazza di tè e qualche fettina di formaggio, il suo concetto di colazione. Ma io non ci sono abituata, dopo il viaggio mi serve mangiare bene. Propongo di cuocere due uova, tanto il pane l’ho portato io. Ma lei si oppone categoricamente: niente odore di padella in cucina! Il pane non lo vuole nemmeno assaggiare: «Io e Alessio seguiamo una dieta sana». A quel punto mi passa la fame, mi fa male non essere stata invitata al matrimonio, una vita ad aspettare quel giorno e prepararmi. Tutto invano. Provo a bere il tè, c’è silenzio. Arriva il bambino che vuole stare vicino a me. Provo ad abbracciarlo, ma Ilona subito mi ferma: «Non sappiamo con cosa sei venuta, quello è un bambino!» Non avevo regali per il bimbo, gli porgo un vasetto di marmellata dicendo che l’avrebbe gustata con i pancake. La nuora strappa subito il vasetto dalle mani: «Quante volte devo ripeterlo? Noi seguiamo una dieta sana e niente zuccheri!» Mi sento crollare, non finisco nemmeno il tè. Prendo le mie cose per andare via. Lei non reagisce, nemmeno mi chiede dove vado. Scendo, mi siedo su una panchina e lascio andare le lacrime. Mai stata così male in vita mia. Dopo un po’ la vedo uscire con il bambino e tutte le mie conserve le butta nella spazzatura. Non ci sono parole. Aspetto che si allontani, rimetto tutto nelle borse e torno alla stazione. Per fortuna qualcuno ha restituito un biglietto per la sera stessa. Vicino alla stazione trovo una trattoria. Ordino un piatto di pasta, un po’ di arrosto e insalata. Avevo una voglia matta di mangiare. Ho pagato tanto, ma almeno mi sono trattata bene. Lascio le borse al deposito e, avendo qualche ora, decido di passeggiare a Roma. La città mi è piaciuta. Per un attimo ho dimenticato tutto. Sul treno non ho chiuso occhio. Ho pianto. E la cosa peggiore è che mio figlio non mi ha nemmeno chiamata per sapere dove fossi. Sinceramente, avrei creduto più facilmente di vedere la neve a Ferragosto che mio figlio a trattarmi così. Lui è il mio unico figlio, ci ho riposto tutte le mie speranze, e invece così sono diventata inutile. Adesso penso: che fare con quei duemila euro messi da parte per il suo matrimonio? Darglieli lo stesso, così capisce che la mamma c’è stata sempre per lui? O non dargli nulla, perché non se lo merita?
No, mamma, adesso non venire. Pensaci, la strada è lunga, tutta la notte in treno, e poi tu non sei più
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Un altro bambino in arrivo
Un altro figlio Caterina tornava a fatica nel suo appartamento dopo il lavoro, in quelle stanze vuote.
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Il pavimento di marmo della cucina era gelido, rigido, implacabile. E lì, su quel freddo pavimento, era seduta la signora Rosaria, una donna di 72 anni.
Il pavimento di marmo della cucina era gelido, immobile, spietato. Su quel marmo freddo era seduta la