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Io non ho mai amato mio marito
Io, mio marito, non lho mai amato. Eppure, quanti anni siete stati insieme? Beh, fai tu i conti: ci siamo
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Nel villino aleggiava un profumo di Chanel e mancanza d’amore. La piccola Lisa conosceva una sola vera carezza: quella delle mani calde della domestica Nunzia. Finché, un giorno, sparirono dei soldi dalla cassaforte e quelle mani svanirono per sempre. Sono passati vent’anni. Ora Lisa è lei stessa sulla soglia di una casa — con un bambino in braccio e una verità che le brucia in gola… *** L’impasto profumava di casa. Ma non della casa con la scalinata in marmo e il lampadario di cristallo dove Lisa era cresciuta. No: della vera casa, quella che si era inventata da bambina, seduta in cucina a vedere le mani di Nunzia, rosse per l’acqua, lavorare la pasta soffice. — Nunzia, perché l’impasto è vivo? — chiedeva Lisa a cinque anni. — Perché respira, — rispondeva Nunzia, senza mai fermarsi. — Vedi come fa bolle? Si rallegra, perché tra poco finirà al forno. Strano, eh? Rallegrarsi del fuoco. Lisa allora non capiva. Ora sì. Lisa si trovava ai bordi di una strada sterrata, stringendo a sé il piccolo Matteo. L’autobus era già ripartito, lasciandoli nelle sere grigie di febbraio, tra il silenzio ovattato che solo in campagna permette di sentire la neve che scricchiola sotto i passi sconosciuti. Matteo non piangeva. Ormai aveva quasi smesso negli ultimi sei mesi — aveva imparato. Osservava con i suoi occhi scuri, troppo seri per un bambino, e ogni volta Lisa rabbrividiva: gli occhi di Saverio. Il suo mento. Il suo silenzio, quello dietro cui si nasconde sempre qualcosa. Non pensarci. Non adesso. — Mamma, ho freddo. — Lo so, amore. Ora troviamo dove andare. Non sapeva che indirizzo cercare. Non sapeva nemmeno se Nunzia fosse ancora viva — erano passati vent’anni, una vita intera. Le era rimasto il ricordo: «Paese: Serranova, provincia di Viterbo». E l’odore dell’impasto. E il calore di quelle mani, le uniche in tutta la villa che la coccolavano senza motivo. La strada costeggiava recinzioni sbilenche. Qualche finestra illuminata — luce gialla, fioca, ma viva. Lisa si fermò davanti a una casa all’estremo del paese, solo perché non ce la faceva più, e Matteo era diventato un peso troppo grande tra le braccia. Il cancello cigolò. Due scalini sommersi dalla neve. La porta — vecchia, con la vernice scrostata. Bussò. Silenzio. Poi, passi lenti. Il rumore del chiavistello. E una voce — arrochita dall’età ma impossibile da confondere, tanto che a Lisa si mozzò il fiato: — Chi mai gira a quest’ora, in simile buio? La porta si aprì. Sul pianerottolo, una vecchietta minuta con un golfino sopra la camicia da notte. Il volto, rugoso come una mela secca. Ma gli occhi — quelli sì, sono sempre gli stessi. Sbiaditi, azzurri, ancora vivi. — Nunzia… La vecchia restò immobile, poi alzò la mano — la mano che Lisa conosceva da sempre — e le accarezzò la guancia. — Santo cielo… Lisetta? A Lisa cedettero le gambe. Resta lì, stringendo a sé il bambino e incapace di dir parola — solo lacrime, calde, lungo le guance gelate. Nunzia non chiese nulla. Né “da dove?”, né “perché?”, né “cos’è successo?”. Semplicemente le posò sulle spalle il vecchio cappotto appeso all’ingresso, prese Matteo fra le braccia — lui manco si mosse, guardò solo con quegli occhi scuri — e lo tenne stretto. — Eccoti a casa, rondinella, — mormorò. — Entra, entra, figlia mia. *** Vent’anni. Sono abbastanza per costruire e perdere tutto. Per dimenticare la lingua. Per seppellire i genitori — anche se quelli di Lisa vivevano ancora, ma erano ormai estranei come mobili presi in affitto. Da bambina credeva che la loro casa fosse il centro del mondo. Quattro piani di felicità: il salotto col camino, lo studio del papà odoroso di tabacco e severità, la camera della mamma dalle tende pesanti, e giù, la cucina, il regno di Nunzia. — Lisetta, non serve stare qui, — la rimproveravano tate e governanti. — Devi salire dalla mamma. Ma la mamma parlava al telefono. Sempre. Con amici, colleghe, amanti — questo Lisa allora non lo capiva, ma sentiva che c’era qualcosa di sbagliato in quella risata nelle telefonate, e come si spegneva appena entrava il papà. In cucina, invece, tutto era giusto. Nunzia le insegnava a fare i ravioli — storti, irregolari. Lì aspettavano insieme che la pasta lievitasse — «Zitta, Lisetta, che s’offende e si sgonfia.» E, quando dai piani superiori arrivavano urli, Nunzia la prendeva in grembo e cantava — una ninna nanna semplice, di paese, quasi senza parole. — Nunzia, tu sei la mia mamma? — chiese una volta, a sei anni. — Ma che dici, signorina. Io sono solo la domestica. — E allora perché ti voglio più bene che alla mamma? Nunzia tacque a lungo, accarezzando Lisa. Poi sussurrò: — L’amore non chiede permesso. Arriva e basta. Anche la mamma la vuoi bene, solo in modo diverso. Lisa sapeva di no. Già allora, con quella chiarezza crudele dei bambini. La mamma era bella, importante, comprava vestiti e portava a Parigi. Ma non fu mai lei, a vegliare Lisa da malata. Quella era Nunzia — le notti intere, la mano fresca sulla fronte. Poi venne quella sera. *** — Ottantamila euro, — sentì Lisa da dietro una porta semiaperta. — Dalla cassaforte. Ricordo bene di averli messi lì. — Magari hai speso e te ne sei dimenticata? — Giulio! La voce del padre — stanca, smorta, come tutto di lui negli ultimi anni: — Va bene, va bene. A chi era accessibile? — Nunzia riordinava lo studio. Sapeva il codice — io stessa gliel’ho dato, per pulire la polvere. Pausa. Lisa era nel corridoio, schiacciata contro la parete, e sentiva che qualcosa dentro — qualcosa d’importante — si stava spezzando. — Sua madre ha il cancro, — disse il papà. — Le cure costano care. Chiese un anticipo un mese fa. — Non gliel’ho dato. — Perché? — Perché è la domestica, Giulio. Se diamo soldi a ogni domestica… — Marina. — Cosa, Marina? Lo vedi anche tu. Aveva bisogno, aveva la chiave… — Non ne abbiamo la certezza. — Vuoi chiamare la polizia? Lo scandalo? Che si sappia che rubano a casa nostra? Ancora silenzio. Lisa chiuse gli occhi. Aveva nove anni: abbastanza per capire, ma troppo pochi per cambiare le cose. La mattina dopo Nunzia preparò le valigie. Lisa la spiava, piccola, in pigiama e scalza sul pavimento freddo. Nunzia riponeva le sue poche cose: la vestaglia, le ciabatte, la solita icona di San Nicola sul suo comodino… — Nunzia… Si voltò. Il volto era calmo. Solo gli occhi rossi, gonfi dal pianto. — Lisetta, perché non dormi? — Vai via? — Vado, amore. Da mia mamma. È malata. — E io? Nunzia si inginocchiò — così da fissarla negli occhi. Odorava di pasta — sempre, anche quando non cucinava. — Tu crescerai, Lisetta. E diventerai una brava persona. E magari, un giorno, verrai a trovarmi. A Serranova, ti ricordi? — Serranova. — Brava. La baciò in fronte — di fretta, quasi furtiva — e sparì. La porta si richiuse. Il chiavistello scattò. E quell’odore — di pasta, di casa, di calore — svanì per sempre. *** La casa era minuscola. Una stanza, la stufa nell’angolo, il tavolo coperto con la cerata, due letti dietro una tenda di cotone. Sulla parete — la solita icona di San Nicola, scurita dal tempo. Nunzia trafficava — metteva su il tè, tirava fuori la marmellata dalla cantina, preparava il letto per Matteo. — Siediti, Lisetta. Le gambe hanno diritto al riposo. Scaldati, poi si parla. Ma Lisa non riusciva a star seduta. Si trovava al centro di quella stanza povera — lei, figlia della villa a quattro piani — e sentiva una cosa strana. Pace. Per la prima volta dopo tanti anni — vera pace. Come se dentro di lei, quella corda tesa, si fosse allentata. — Nunzia, — balbettò, e la voce tremò. — Nunzia, perdonami. — Di che, figlia? — Di non averti difesa allora. Di essere rimasta zitta vent’anni. Di… Si interruppe. Come spiegare? Matteo già dormiva. Nunzia sedeva di fronte, tazza di tè tra le mani, e aspettava. Lisa raccontò. Di come, dopo Nunzia, la villa diventò estranea. Dei genitori poi divorziati; del papà fallito e scomparso; della mamma sposata in Germania. Lisa rimasta sola. — E poi è arrivato Saverio, — aggiunse senza alzare lo sguardo. — Ci conoscevamo da bambini. Veniva a trovarci, ricordi? Secco, arruffato, rubava sempre cioccolatini dalla coppa. Nunzia annuì. — Ricordo, il ragazzo. — Pensavo: ora sì, finalmente una famiglia vera. Invece… Giocatore, Nunzia. D’azzardo, alle slot, di tutto. Non lo sapevo. Ha nascosto. E quando è venuto fuori tutto… era tardi. Debiti, strozzini. Matteo… Tacque. Il fuoco scoppiettava nella stufa. La candela davanti all’icona tremolava. — Quando gli ho detto che volevo il divorzio, lui… — Lisa deglutì. — Mi ha confessato. Credeva lo avrei perdonato, apprezzato la sua sincerità. — Cosa ha confessato, figlia? Lisa alzò gli occhi. — Che era stato lui a rubare, allora. I soldi dalla cassaforte. Sapeva il codice — l’aveva visto durante una visita. Gli servivano… Non ricordo neppure per cosa. Per il gioco. E la colpa è ricaduta su di te. Silenzio. Nunzia rimase ferma. Solo le mani sulla tazza si fecero bianche dalla stretta. — Nunzia, perdonami. Se puoi. Solo una settimana fa l’ho saputo. Non lo sapevo, io… — Zitta. Nunzia si alzò. Lentamente si inginocchiò — come vent’anni prima, con fatica — per fissarla negli occhi. — Bambina mia. E tu che colpa hai? — Ma tua madre… Avevi bisogno di quei soldi… — Mia madre se n’è andata un anno dopo. Pace all’anima sua. — Nunzia si segnò. — Io, che vuoi che mi manchi? L’orto c’è, una capretta. Vicini buoni. Serve poco. — Ma ti hanno cacciata come una ladra! — Non può essere che Dio, attraverso l’ingiustizia, ti guidi poi alla verità? — sussurrò Nunzia. — Se non mi avessero mandata via, magari non facevo in tempo a salutare la mamma. Invece ho avuto un anno insieme: il più importante. Lisa tacque. Nel petto qualcosa ardeva — vergogna, dolore, amore, gratitudine — tutto insieme, mescolato. — Mi sono arrabbiata? — proseguì Nunzia. — Eccome se mi sono offesa. Ci ho sofferto, sai? In vita mia mai toccato un centesimo non mio. Eppure, poi, passa. Non all’inizio, no. Ma col tempo si guarisce. Perché l’offesa, se la tieni dentro, ti divora. Io volevo vivere. Nunzia prese le mani di Lisa — fredde, dure, nodose. — Sei venuta qui. Col tuo bambino. Da me, vecchia, in questa baracca. Quindi mi hai pensata. Quindi mi hai voluta bene. Sai quanto vale? Più di tutte le casseforti. Lisa pianse. Da bambina, non da adulta: a singhiozzi, nel collo magro di Nunzia. *** Al mattino, Lisa si svegliò per un odore. La pasta. Aprì gli occhi. Matteo ancora dormiva accanto. Dietro la tenda, Nunzia armeggiava. — Nunzi’? — Sveglia? Alzati, rondinella! Le focaccine si raffreddano. Focaccine. Lisa si alzò e, come in sogno, uscì dalla tenda. Sul tavolo, sopra un vecchio giornale, erano allineate: dorate, un po’ storte, con i bordi pizzicati, come da bambina. E profumavano… di casa. — Pensavo, — disse Nunzia, versandole il tè in una tazza sbeccata, — potresti trovare lavoro in biblioteca, nel paesino vicino. Pagano poco, ma qui le spese sono minime. Matteo al nido, la maestra Valentina è brava e onesta. E poi si vedrà. Lo diceva come fosse ovvio, già deciso. — Nunzia, — Lisa esitò. — Io… io non sono nessuno per te. Sono passati tanti anni. Perché… — Perché cosa? — Perché mi hai accolta? Senza domande? Nunzia la fissò — come aveva sempre fatto: sguardo trasparente, saggio, buono. — Ti ricordi quando mi chiedevi perché l’impasto è vivo? — Perché respira. — Ecco. Anche l’amore è così. Respira, e basta. Non lo licenzi, non lo mandi via. Dove si ferma, resta. Puoi aspettare anche vent’anni, trent’anni. Le posò una focaccina — calda, soffice, con ripieno di mele. — Mangia, sei pelle e ossa, signorina. Lisa assaggiò. E, per la prima volta dopo chissà quanti anni, sorrise. Fuori, spuntava il sole. La neve brillava sotto i primi raggi, e il mondo — enorme, complesso, ingiusto — per un attimo sembrò semplice e buono. Come le focaccine di Nunzia. Come le sue mani. Come quell’amore che non si licenzia. Matteo sbucò dalla tenda, strofinandosi gli occhi. — Mamma, che profumo buono. — È stata nonna Nunzia a cucinare. — Nonn-na? — provò la parola, guardò Nunzia. Lei gli sorrise — mille rughe, occhi accesi. — Sì, nonna, vieni cucciolo. Mangiamo insieme. E Matteo si sedette e mangiò. E per la prima volta dopo mesi — rise, mentre Nunzia gli insegnava a fare pupazzetti con la pasta. Lisa li osservava — il figlio e la donna che tanta volta aveva sentito come una madre — e capiva: ecco, questa è casa. Non muri, non marmi, non lampadari. Solo mani calde. Solo profumo di pasta. Solo amore: semplice, terreno, silenzioso. Un amore che non si paga. Che non si compra. Che esiste — e vivrà finché batte un cuore umano. Strana la memoria del cuore. Dimentichiamo volti, date, anni, ma l’odore delle focaccine della mamma resta fino all’ultimo respiro. Forse perché l’amore non vive nella testa. Sta più in fondo — dove il tempo e il rancore non arrivano. E a volte bisogna perdere tutto — casa, soldi, orgoglio — per ritrovare la strada. Quella che porta alle mani che ti stanno ancora aspettando.
Nella villa aleggiava il profumo di eau de toilette francese e di mancanza damore. La piccola Assunta
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Il giorno in cui sono andata in pensione, mio marito ha annunciato che mi lascia per un’altra
27 aprile 2024 Oggi, nel giorno in cui ho ufficialmente chiuso il mio conto al Comune e ho smesso di
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Il marito tornò a casa tardi la sera e senza dire una parola posò qualcosa sul tavolo: fu in quel momento che realizzai quanto fossimo realmente distanti.
Marco torna a casa tardi la sera e, senza una parola, posa una busta sul tavolo. È il momento in cui
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…Suona il campanello… Nella mia casa irrompe mia suocera senza nemmeno salutare, spinge mio figlio e mi fissa: “Allora, cara nuora, quali segreti nascondi a tuo marito?”… “Mamma?… Cos’è successo, mamma?…” Quando Federico rientrò a casa, la casa era vuota e silenziosa. Sua moglie, Silvia, già la mattina l’aveva avvisato che sarebbe rimasta al lavoro fino a tardi per un controllo straordinario deciso dalla direzione. Entrò in cucina, diede un’occhiata in frigo – nessuna cena pronta. Federico sospirò, mise su il bollitore, preparò due panini e si sedette davanti alla televisione. Passò alcuni minuti a cercare il canale di sport, ma l’atmosfera tranquilla durò poco. Ecco di nuovo il campanello, e sulla soglia si presentò Antonina Maria, la mamma di Federico. Entrò come un uragano, senza salutare e spingendo il figlio da parte. – Federico, senti bene quello che ho da dirti ora! Me l’ha raccontato Valentina. – Cosa c’è, mamma? – chiese Federico. – Che tua moglie, Silvia, ha un altro appartamento! Lo affitta e si tiene tutti i soldi! – Mamma, non starai mica a sentire ancora quella pazza di Valentina? Quella colleziona pettegolezzi in tutto il quartiere e tu la ascolti a bocca aperta. – Sì, lo so che ogni tanto Valentina esagera, ma questa volta è vero! Perché ora l’appartamento di Silvia lo affitta la nipote della sua vicina, e paga quindici mila euro al mese, contentissima perché è un ottimo prezzo. E poi non sono i primi inquilini, lei lo affitta già da più di due anni. – Che sorpresa… – disse Federico fra sé. – Ma perché non me ne ha mai parlato? – Tra poco Silvia torna da lavoro e la interroghi tu! – decise Antonina Maria. Silvia arrivò circa un’ora e mezza dopo. In casa l’aspettavano il marito e la suocera, che aveva già preparato la cena e servito il figlio, desiderosa di sentire le giustificazioni della nuora. Quando Silvia entrò in salotto, due paia di occhi la scrutavano severi. A rompere il silenzio fu la suocera: – Allora, cara nuora, quali segreti hai nascosto a tuo marito? – Che segreti dovrei avere? – rispose Silvia. – Davvero nessuno? E l’appartamento in viale Rosselli quarantatré? – E allora? Che c’entra il mio appartamento con i segreti? – ribatté Silvia. – C’entra eccome! Lo affitti e nascondi i soldi a mio figlio! – incalzò Antonina Maria. – È vero, Silvia – intervenne Federico. – Da dove salta fuori questo appartamento? E perché non mi hai mai detto che lo affitti? Anche a me interessa sapere dove vanno quei soldi. – L’appartamento era di zia Rosa, la cugina di mia madre, che a me viene come una pro-zia… Se ricordi, Federico, te lo raccontai quando è mancata, quasi tre anni fa. Tu mi dicesti che finalmente avrei smesso di correre da lei. E quando ti chiesi una mano per il funerale, mi dicesti che avevi troppo lavoro. – Ma perché a te quell’appartamento? – chiese la suocera. – Forse perché non aveva nessun altro. Solo io la visitavo, – rispose Silvia. – E perché non hai detto nulla a Federico della tua eredità? – E perché avrei dovuto? È mia, non sua. – Ma è tuo marito! – E allora? – Fai finta di non capire! Quelli sono soldi di famiglia, e tu li spendi solo per te stessa! – Li spendo perché ne ho il diritto! L’eredità è mio patrimonio personale! E tutto ciò che produco da quella casa – che sia vendita o affitto – resta mio, non devo rendere conto a nessuno, – sentenziò Silvia. – L’anno scorso ho speso un sacco di soldi per aggiustare la macchina… – disse Federico. – E tu li tenevi da parte. Non me l’aspettavo da te. – Federico, quella è la tua macchina, non la mia. Tu la usi. Quando chiedo un passaggio, dici che sei occupato o che non ti è di strada, mi consigli di prendere un taxi. In tutto l’anno mi hai dato tre passaggi: al mercato, quando avevi dimenticato le chiavi, e una volta al pronto soccorso. Perché avrei dovuto pagare io la riparazione? – E quanto hai da parte? – chiese la suocera. – Un bel gruzzoletto, vero? – Qualcosa sì, ma non milioni. Federico, ti ricordi di avere due figlie universitarie? Quando hai mandato loro qualche soldo, l’ultima volta? – ribatté Silvia. – Loro lavorano già, – rispose Federico. – Studiano e lavorano solo un po’! Ma se dovessero mantenersi da sole, non avrebbero tempo per studiare. – E perché non lo hai detto subito che avevi ricevuto un’eredità? – insistette il marito. – Non volevo finire sotto interrogatorio, come stai facendo ora. E poi, la tua mamma è stata capace di far vendere l’appartamento alla moglie di tuo fratello minore, per prendere una casa vacanza a suo nome! – Io? Mai fatto, – si offese la suocera. – Invece sì. Oksana non può nemmeno andarci coi suoi figli senza il tuo permesso, ma a zappare negli orti sì! Ecco perché non vi ho detto niente: preferisco decidere da sola come usare la mia eredità. Per me stessa e soprattutto per le mie figlie. – Quindi terrai tutto per te? – domandò la suocera. – Sì, se voglio. E li userò per il bene mio e delle mie figlie! – E io, non conto niente? – La mia famiglia siamo io, mio marito e i nostri figli. Il resto… sono parenti, – concluse Silvia. In sostanza, Antonina Maria non riuscì a ricavare nulla dalla nuora, nonostante non si sia mai data per vinta, cercando più volte – come diceva lei – di “ottenere la sua giusta parte”. Ma con Silvia tutti i vecchi trucchi sembravano inutili: aveva trovato pane per i suoi denti. Come si dice da noi: “Chi la fa, l’aspetti…”
Suona il campanello… Nel mio appartamento regnava la tranquillità. Mio figlio Matteo stava passando
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065
Non vi sta bene che voglio la mia famiglia? Sono scappato da voi per costruirmi la mia vita, ma siete tornati a rovinare tutto! — “Zina, tranquilla, capisco che la vita di paese non sia facile per una cittadina come te, ma io ti aiuterò!”, la rassicurava Dario. “So cavarmela, basta che tu mi stia accanto!” A ventotto anni, Zina è una donna di successo che si innamora follemente di un ragazzo di campagna dal cuore d’oro e una grande famiglia alle porte di Milano. Dopo aver accettato la proposta di matrimonio, si trasferisce in paese. Tra tradizioni diverse, incontri imbarazzanti con la famiglia futura e pettegolezzi, la nuova vita di Zina prende una piega inaspettata: tra stoccate della cognata gelosa, la suocera invadente e rivalità da cucina, saprà difendere la propria indipendenza e costruire il suo amore? Una commedia di scontri familiari e scelte coraggiose, tra la quiete della campagna lombarda e il sogno di una nuova felicità!
Non ti sta bene che io voglia la mia famiglia? Sono scappato da voi, ho iniziato a costruire la mia vita
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Mi sono innamorata del vicino. Mio figlio rifiuta di riconoscermi.
Mi sono innamorata del vicino. Il mio figlio non vuole più conoscermi. Che fai, mamma? Sei impazzita?
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017
Per anni, sono stata un’ombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale.
Per anni, sono stata unombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale. Per anni
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094
Alle 7:15 del mattino ho sentito il rumore di una valigia che si chiude. Ancora assonnata, sono uscita dalla camera da letto, pensando che mio marito si stesse preparando per un viaggio di lavoro.
Alle 7:15 del mattino sentii il fruscio della valigia che si chiudeva. Ancora assonnata uscii dalla camera
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0100
— Ma dove vuoi che vada? Ascolta, Vittorio, la donna è come un’auto a noleggio: finché fai il pieno e la manutenzione, va dove le dici tu. Ma la mia Olga l’ho “comprata” dodici anni fa. Pago io, decido io la musica. Comodo, capisci? Nessun pensiero, nessun mal di testa. Morbida come seta, la mia. Sergei lo diceva forte, sventolando uno spiedino da cui colava il grasso sulla brace impazzita. Sicuro di sé come del lunedì che verrà. Vittorio, vecchio amico dei tempi dell’università, si limitava a sbuffare. Olga era alla finestra con un coltello in mano, affettando i pomodori per l’insalata. Il loro succo scorreva mentre nella sua testa risuonava quell’autocompiaciuto: “Pago io, decido io la musica.” Dodici anni. Olga non era solo la moglie: era la sua ombra, la sua brutta copia, il suo airbag. Sergei si sentiva un genio della legge, una star dello studio. Vantava successi a casa, lanciando sul comodino buste gonfie d’onorari. Quando Sergei si addormentava sfinito, Olga silenziosa prendeva i documenti dal suo portafogli. Correggeva errori grossolani, sistemava le frasi storte, trovava aggiornamenti di legge che lui si era perso. Al mattino lasciava un suggerimento: — Sergei, ho dato solo un’occhiata. Forse dovresti guardare il Codice Civile? Ho lasciato un segnalibro. Sergei, come sempre, la liquidava: — Sempre con i tuoi consigli da donna. Vabbé, controllerò. Eppure tornava a casa da eroe, senza mai dire: “Grazie, Olga. Senza di te mi sarei perso.” Per lui era tutta roba sua. Quella sera, in campagna, Olga non fece scenate. Finì l’insalata, la condì con panna acida e la servì. “Decidi tu la musica, eh?” pensò guardando Sergei masticare carne senza gusto. “Allora, ascolteremo il silenzio.” Lunedì mattina Sergei cercava la cravatta fortunata in tutta la casa: — Olga, dov’è la mia blu? Ho una riunione con il costruttore. — Nell’armadio, seconda mensola — rispose lei dal bagno. Voce piana, calma. Troppo calma. Appena lui chiuse la porta, Olga non si mise a bere il caffè o guardare la TV. Aprì un vecchio taccuino e compose il numero del loro ex capo, Boris Petrovic, fermo da vent’anni. — Pronto, Boris Petrovic? Sono Olga. Sì, la moglie di Sergei. No, lui non sa niente. Cercate qualcuno in archivio? O qualcuno che sappia mettere ordine nel caos? Dall’altro capo, Boris tacque un attimo. Si ricordava di lei, della sua grinta. Era stato il solo a dire: “Peccato Olga, sprecata come casalinga.” — Vieni pure — grugnì. — Ho una pratica che nessuno vuole vedere. Ce la fai? Ti assumo. La sera, Sergei tornò di pessimo umore: l’affare non andava. Gettò la giacca sul divano e urlò: — Olga, c’è qualcosa da mangiare? E domani stirami la camicia bianca. Silenzio. In cucina non c’era nulla. Solo una nota: “Cena in frigo, tortellini surgelati. Sono stanca.” Proprio allora, Olga rientrò con una cartella di documenti. Elegante, tailleur che Sergei aveva visto solo alla laurea del figlio, e tacchi. — Dove sei stata? Cos’è questo travestimento? — Al lavoro. Da Boris Petrovic. In archivio, nella tua azienda. Sergei rise, nervoso: — Tu al lavoro? Ma dai, dopo dodici anni da casalinga soffocherai nella polvere dopo due giorni. — Vedremo. Lei si versò dell’acqua. — E io adesso dovrei campare di tortellini? Io porto i soldi! — E anche io ormai. Poco, ma per i tortellini basta. E la camicia te la stiri, il ferro sta dove sta da dieci anni. Primo campanello d’allarme. Sergei pensò: “Crisi di mezza età: ormoni. Giocherà una settimana e passerà.” Ma la settimana passò. E un’altra ancora. La crisi non passava. La casa cambiò. Le calze sparivano dal cassetto e si accumulavano sporche. La polvere si vedeva ormai eccome. Le camicie le stirava lui, scoprendo che era un inferno. Ma il peggio era che Olga non era più il suo “confessore”. Prima lui tornava e si lamentava un’ora. Lei ascoltava, annuiva, dava consigli. Li usava poi come se fossero suoi. Ora, ogni volta che tentava: — Immagina, quel Grabowski mi ha respinto ancora la causa… — Sergei, abbassa la voce. Domani ho la verifica su una vecchia pratica. Qui è un casino. — Ma a chi importa la tua roba da archivio?! Io ho un affare importante! — Mi serve rispetto. Lui si arrabbiava. Si sentiva perso. Senza lei, faceva errori: scordava le scadenze, confondeva nomi. Il capo guardava storto, poi invece fissava Olga con rispetto. In tre giorni lei mise ordine nell’archivio e fu promossa alla sala grande. Sergei ora vedeva ogni giorno la sua schiena dritta, elegante. Camminava sui tacchi sicura, niente passi strascicati. Un mese dopo scoppiò la tempesta. Arrivò il “cliente d’oro”: Anna Maria Visnevsky, proprietaria di una catena di cliniche private. Dura, abilissima, zero pazienza. Aveva una causa col compare, rischiava mezza azienda. A Sergei l’onore. Chance di riscatto. — La “demolisco” quella! Le prendo tutto, la stra-vinco. Premio assicurato, ti compro la pelliccia, Olga. Torni alla vita di prima? Olga abbassò il libro e lo fissò dritto negli occhi: — Non voglio la pelliccia, Sergei. Solo che tu smetta di fare il pavone. La Visnevsky non vuole pressioni: va convinta, mica presa a schiaffi legali. Serve parlarsi. — Bah, ora sei anche psicologa? Il giorno della riunione c’era tensione. Anna Maria, minuta signora dagli occhi di ghiaccio, ascoltava Sergei che sparava termini e numeri. — Congeleremo i loro conti, li metteremo in ginocchio. — Non mi ascoltate. Quel uomo è mio figlioccio. Ha sbagliato, ma non voglio la galera. Voglio solo riprendere la mia azienda, senza scandali. Sergei insisté, ma: — Lei è fuori dalla causa, — disse lei. — Mi aspettavo professionisti, non bulldozer. Nel panico del capo e il volto paonazzo di Sergei, entrò Olga col vassoio del tè. Vide la scena, il marito nel panico. Un’altra avrebbe goduto; lei era professionista e intervenne: — Anna Maria, scusi. Tè al timo, come piace a lei. Sa, nel ’98 c’era un caso simile: risolto senza processi, solo un accordo riservato, cessione di quote… Visnevsky la squadrò: — Come fa a saperlo? Era una pratica segreta. — Ho studiato l’archivio. — E il dettaglio sui titoli? Basta una svista formale: non serve accusa penale. Lui salva la libertà, lei la clinica. Silenzio assoluto. Sergei fissava sua moglie sbalordito: lui neanche li aveva guardati quei titoli! Visnevsky si sedette di nuovo, finalmente sorrise: — Versate il tè. Spiegatemi tutto. E lei, — rivolgendosi a Sergei senza guardarlo, — impari. Olga coordinò la trattativa per due ore. Sergei stette zitto, spostando la penna, ascoltandola spiegare le cose più difficili in modo chiaro e calmo. Quando il contratto fu finalmente firmato, il capo chiamò Olga e le strinse la mano: — Signora Olga, domani la aspetto in ufficio. Parliamo di promozione. Basta archivi. Sergei e Olga tornarono a casa in silenzio, la radio accesa. Di solito lui cambiava canale, stavolta restò fermo. Il suo mondo, quello dove lui era il re e la moglie una funzione, era finito. Ora, sulle sue rovine, c’era una donna diversa: forte, intelligente, bellissima — e sempre la stessa Olga, solo che lui era stato cieco. A casa tutto era buio e quieto. Il figlio non c’era. Sergei si tolse le scarpe, sedette in cucina. Olga andò a cambiarsi. Lui restò a fissarsi le mani, pieno di vergogna: non per il crollo della trattativa, ma per quella frase al barbecue: “Pago io…”. Olga tornò, struccata, stanca ma con occhi vivi. Aprì il frigo, tirò fuori le uova e mise la padella sul fuoco. — Olga… La voce di lui tremava. Lei non si girò, ruppe l’uovo. — Faccio io. Lui le strappò quasi la spatola dalle mani goffamente: — Lascia stare, siediti, sei stanca. Olga lo lasciò fare e si accomodò al tavolo, osservandolo armeggiare tra bruciature e tuorli rotti, finché lui le portò la frittata sgangherata: — Perdonami… Lei prese la forchetta: — La frittata è commestibile. — Ho capito oggi… Tu mi hai sempre salvato. Mi sembrava ovvio. Sono stato presuntuoso. Gli occhi di lui erano pieni di paura: che ora lei se ne andasse — ora che poteva davvero. — Non me ne vado, Sergei, — rispose lei senza che lui lo chiedesse. — Per ora resto. Abbiamo altro da dividere oltre ai soldi. Venti anni sono tanti. Ma le regole cambiano. — Come? — chiese lui in fretta. — Cosa devo fare? — Rispettarmi. Lei diede un morso al pane: — Solo questo. Io non sono di seta, sono una persona. E sono la tua partner. In casa e al lavoro. Si divide tutto, al cinquanta e cinquanta. Non “aiuta la moglie”: fa la sua parte. Capito? — Capito, — annuì lui. E stavolta era vero. — Posso mangiare? — Sergei sorrise e prese la forchetta. La frittata era sciapa e bruciata. Ma non aveva mai mangiato niente di più buono. Perché quella cena, per la prima volta, era tra pari.
E dove vuoi che vada, secondo te? Ascolta, Vittorio, la donna è come una macchina a noleggio.
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012
Maria e il cane sulla strada: Una telefonata notturna, quattro gatti in casa e lo straordinario potere della gentilezza che cambia la vita di un figlio e trasforma un quartiere italiano
Giulia Antonella si svegliò alle tre di notte: il vecchio cellulare con i tasti, dimenticato sul comodino
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040
Dopo anni di vita insieme ha confessato di essersi innamorato. Non di me – e non ha intenzione di nasconderlo
15anni fa mi portò per la prima volta a quel vecchio appartamento di Trastevere. Qui avremo la cucina
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018
La badante del vedovo Un mese fa era stata assunta per assistere Regina Voitiuk – una donna immobilizzata a letto da un ictus. Per un mese intero l’aveva girata ogni due ore, cambiato lenzuola, controllato le flebo. Tre giorni fa, però, Regina se n’è andata. Silenziosamente, nel sonno. I medici hanno firmato il referto: secondo attacco. Nessuno colpevole. Nessuno, tranne la badante. Così almeno la pensava la figlia della defunta. Zina si sfiorò la cicatrice sul polso – una sottile striscia bianca, ricordo di una vecchia ustione ai tempi della sua prima esperienza in ambulatorio. Quindici anni fa, giovane e inesperta. Ora – quasi quarantenne, divorziata, con un figlio affidato all’ex marito. E con una reputazione che rischiava di essere distrutta. – Anche qui sei venuta? Cristina comparve all’improvviso, quasi spuntata dal nulla. Capelli tirati in una coda stretta – così tanto da rendere bianche le tempie. Occhi rossi per le notti insonni. Per la prima volta sembrava più grande dei suoi venticinque anni. – Sono venuta a salutare – disse Zina, calma. – Salutare? – Cristina abbassò la voce fino al sussurro. – So cosa hai fatto. E lo sapranno tutti. Si allontanò – verso la bara, verso il padre dall’espressione di pietra e la mano destra infilata in tasca. Zina non tentò di fermarla. Non provò a spiegare. Aveva già capito: qualunque cosa fosse successa, la colpa sarebbe ricaduta su di lei. …Il post di Cristina comparve due giorni dopo. – Mia madre è venuta a mancare in circostanze misteriose. La badante incaricata di assisterla potrebbe averne affrettato la dipartita. La polizia non vuole indagare. Ma io scoprirò la verità. Tremila condivisioni. I commenti – quasi tutti di cordoglio. E alcuni con l’invito a “trovare quella mostruosità”. Zina lesse il post sull’autobus, tornando dall’ambulatorio. O meglio: tornando da dove, un tempo, lavorava. – Zinaida Pavlovna, capisce anche lei – disse il primario senza guardarla negli occhi. – C’è troppo clamore… I pazienti sono preoccupati. Il personale è nervoso. Per ora è meglio si prenda una pausa. Finché non si sarà calmato tutto. Per ora. Zina sapeva cosa significava. Mai più. La stanza con angolo cottura e bagno, ventotto metri quadri al terzo piano senza ascensore, l’accolse nel silenzio. Tutto il suo regno, dopo il divorzio. Abbastanza per sopravvivere. Non abbastanza per vivere. Il telefono squillò mentre metteva il bollitore sul fuoco. – Zinaida Pavlovna? Sono Il’ja Voitiuk. Rischiò di far cadere il bollitore. La voce era profonda, roca – se la ricordava ancora. In un mese aveva scambiato con lui poche parole, ma ciascuna l’aveva impressa nella memoria. – Dica. – Avrei bisogno del suo aiuto. Le cose di Regina… Non ce la faccio. Cristina tanto meno. Lei è l’unica a sapere dove sta tutto. Zina restò in silenzio. Poi replicò: – Sua figlia mi accusa di aver ucciso sua madre. Lo sa? Pausa. Lunga, pesante. – Lo so. – Eppure mi chiama? – Eppure la chiamo. Avrebbe dovuto rifiutare. Chiunque con un po’ di buon senso l’avrebbe fatto. Eppure qualcosa nella sua voce – non richiesta, ma supplica – le fece dire: – Domani alle due. La casa dei Voitiuk era fuori città – due piani, spaziosa e vuota. Zina la ricordava diversa: agitazione di infermiere, suono di apparecchi, TV sempre accesa nella stanza di Regina. Ora il silenzio scendeva pesante come polvere. Il’ja aprì la porta. Sui cinquant’anni, capelli grigi alle tempie, spalle larghe – e una curvatura che un mese prima non gli apparteneva. La mano destra – sempre in tasca. Dentro, qualcosa di metallico. Una chiave? – Grazie per essere venuta. – Non lo faccio per lei. Sollevò un sopracciglio. – Allora per chi? “Per me stessa,” pensò Zina. “Per capire cosa sta succedendo. Perché tace? Perché non mi difende, sapendo che sono innocente?” Ad alta voce disse: – Per sistemare. Dov’è la chiave della stanza? La camera di Regina odorava di mughetto – dolciastro, quasi soffocante. Profumo. L’odore era rimasto, impregnato nei muri. Zina lavorava metodica: svuotava armadi, riponeva vestiti nelle scatole, metteva in ordine documenti. Il’ja non entrava, rimaneva al piano di sotto. Lei sentiva i suoi passi: avanti e indietro, avanti e indietro. Sul comodino una fotografia. Zina la prese per metterla via – e si immobilizzò. Nell’immagine Il’ja era giovane, sui venticinque. Accanto a lui una donna. Bionda, sorridente – non Regina. Girò la foto. Sul retro una scritta sbiadita: “Il’juša e Lara. 1998”. Strano. Perché Regina teneva la foto del marito con un’altra donna vicino al suo letto? La infilò nella borsa e riprese a sistemare. Chinata a terra per afferrare una scatola, le dita incontrarono qualcosa di legno. Una cassettina, senza lucchetto. La aprì: dentro dozzine di buste, tutte di grafia femminile, arrotondata. Tutte già aperte e richiuse. Tutte indirizzate a Il’ja Andreevič Voitiuk. Mittente: Mel’nikova L.V., città di Kharkiv. La più antica era del 2004. Venti anni di lettere. Venti anni in cui qualcuno scriveva a Il’ja – e Regina intercettava le lettere. E le conservava. Non le buttava – le nascondeva. Perché? Zina portò la busta al naso. Mughetto. Regina le aveva tenute spesso tra le mani. Le aveva lette, rilette. Appoggiò la cassettina sul letto e vi si sedette accanto. Le mani tremavano. Era cambiato tutto. – Il’ja Andreevič. Lui alzò la testa. Sedeva in cucina, la tazza di tè intatta davanti. Giardini, terrazze e prati – Ha finito? – No. – Zina poggiò la busta sul tavolo. – Chi è Larisa Mel’nikova? Il suo volto si contrasse. Non impallidì: si pietrificò. La destra in tasca si serrò ancora di più. – Dove l’ha trovata? – Una scatola sotto il letto. Ce ne sono centinaia. In vent’anni. Tutte aperte e richiuse. Tutte nascoste da sua moglie. Tacque. A lungo, troppo. Poi si alzò, andò alla finestra, diede le spalle. – Lo sapeva? – Chiese Zina. – L’ho scoperto. Tre giorni fa. Dopo il funerale. Mentre sistemavo le sue cose… Ho pensato di farcela. Ho trovato la scatola. – E tace? – Che dovrei dire? – Si voltò seccato. – Mia moglie ha rubato la mia posta vent’anni. Ha letto ogni lettera di una donna che ho amato prima di lei. – Eppure li ha conservati – come trofei o come punizione per sé, non lo so. Ora dovrei dirlo a mia figlia? Che idolatrava sua madre? Zina si alzò. – Sua figlia mi accusa di aver accorciato la vita a sua madre. Mi hanno licenziato. Il mio nome fa il giro di Internet. E lei tace – per paura della verità? Si avvicinò a lei. Gli occhi – profondi, segnati. – Taccio perché non so come vivere con questo. Venti anni, Zinaida. Larisa mi ha scritto vent’anni – e io credevo mi avesse dimenticato. Pensavo avesse sposato un altro, fatto figli. E invece… Non finì la frase. Zina prese il biglietto. – Sull’indirizzo c’è scritto Kharkiv. Andrò io. – Perché? – Qualcuno deve sapere la verità. Se non lei – allora io. …Larisa Mel’nikova abitava in un palazzo di periferia di Kharkiv. Piano terra, gerani alla finestra, un gatto sul davanzale. Zina suonò il campanello, senza sapere cosa avrebbe detto. Rispose una donna, coetanea di Il’ja. Capelli chiari, scompigliati. Rughe agli occhi. Sguardo attento, ma non ostile. – Lei è Larisa Vladimirovna? – Sì. E lei? Zina mostrò la lettera. – Ho trovato le sue lettere. Tutte. Aperte, lette – nascoste. Larisa guardò la busta come scottasse. Poi rivolse lo sguardo a Zina. – Entri. Si sedettero in cucina – piccola come quella di Zina. Il tè lasciato a raffreddare. – Ho scritto a Il’ja vent’anni – Larisa si fermò. – Ogni mese. A volte più spesso. Nessuna risposta. Pensavo mi odiasse. Per averlo… lasciato andare. – Lasciato andare? Larisa tenne la tazza tra le mani. – Siamo stati insieme tre anni. Dall’università. Voleva sposarmi. Io… ho avuto paura. Avevo ventidue anni. Mi sembrava tutto davanti, nessuna fretta. – Gli dissi: aspettiamo. Mi aspettò. Sei mesi. Poi arrivò lei – Regina. Bella, sicura, decisa. E io… persi. Zina non disse nulla. – Quando si sposarono, partii per Kharkiv da mia zia. Credevo avrei dimenticato. Non ci riuscii. Dopo cinque anni iniziai a scrivere. Non per riprenderlo – solo… per fargli sapere che esistevo ancora. Che lo pensavo. – E non ha mai risposto. – Mai – Larisa sorrise amaramente. – Oggi capisco il perché. Zina tirò fuori la foto. – L’ho trovata sul suo comodino: “Il’juša e Lara. 1998”. Larisa prese lo scatto. Le dita tremavano. – Lo teneva… sul comodino? – Sì. Silenzio. – Sa, – disse infine Larisa, – ho odiato quella donna una vita intera. Colei che mi aveva rubato l’amore. Adesso… adesso la compatisco. – Venticinque anni con un uomo, e ogni giorno temere il suo ricordo per un’altra. Ogni giorno leggere le mie lettere – e nasconderle. Questo è l’inferno. Il suo inferno, fatto da sé. Zina si alzò. – Grazie per avermi raccontato tutto. – Aspetti – Larisa si alzò anche lei. – Perché le importa? Non è né parente né amica. Zina esitò. – Mi accusano di essere responsabile della sua morte. La figlia di Il’ja. Pensa che io volessi prenderne il posto. – E vuole dimostrare la sua innocenza? Zina scosse la testa. – Voglio capire la verità. Il resto si vedrà. Chiamò Il’ja tornando – lo avvisò che stava rientrando. Lui l’aspettava sul portico immerso nel tramonto; le ombre degli alberi allungate sul prato. – Lei aveva ragione – Zina gli disse, avvicinandosi. – Larisa le ha scritto per vent’anni. Non si è mai sposata. Ha aspettato. Non rispose. Solo la mano in tasca – ancora si contrasse e poi si rilassò. – Nel suo studio deve aver qualcosa – Zina osservò. – La chiave che tocca sempre, come se temesse di perderla. Pausa. – Venga. Lo studio era dominato da una vecchia cassaforte sovietica. Il’ja la aprì e ne estrasse una busta. La grafia diversa – spigolosa, nervosa. Quella di Regina. – L’ha scritta due giorni prima di morire. L’ho trovata cercando i documenti per il funerale. Zina la aprì. Dentro, un foglio scritto fino ai margini. “Il’ja. Se stai leggendo, vuol dire che non ci sono più, e hai trovato la scatola. Lo sapevo. Sapevo ma non sono riuscita a fermarmi. – Ho iniziato a intercettare quelle lettere dal 2004. Cinque anni dopo il matrimonio. Tu eri cambiato – distante, silente. Credevo… di non essere più amata. Poi trovai la prima lettera nella cassetta delle lettere. Capìi. – Non ti aveva mai lasciato. Mai. – Avrei dovuto mostrarti quella lettera. Chiedere spiegazioni. Ma avevo paura. Paura che te ne andassi. Che tornassi da lei. Così la nascosi. E poi quella dopo. E ancora. – Per vent’anni ho rubato la tua posta. Ho letto l’amore altrui. E ogni giorno mi sono odiata di più. Ma fermarmi non potevo. – Ti ho amato così tanto da distruggere tutto: la tua libertà di scegliere, la sua speranza, la mia coscienza. – Perdonami, se puoi. So di non meritare perdono. Ma lo chiedo lo stesso. Regina”. Zina abbassò il foglio. – Cristina lo sa? – No. – Deve saperlo. Lei lo sa. Il’ja si voltò. – Lei adorava la madre. Questo… la distruggerebbe. – Lo è già distrutta – sussurrò Zina. – Ha perso la madre e teme di perdere anche il padre. Ha bisogno di un colpevole. – Ce l’ha con me. L’avversario le serve – altrimenti dovrebbe ammettere che il vero nemico è il dolore. E col dolore non si combatte. Il’ja non rispose. – Se le racconta la verità, forse la odierà. Per un po’. Ma capirà. Se tace, non la perdonerà mai. Né lei né se stessa. Si girò. Gli occhi lucidi. – Non so parlarci. Dopo la malattia di Regina… abbiamo smesso di comunicarci. – Allora impari. Oggi. Cristina arrivò dopo un’ora. Zina la vide dalla finestra – scese dall’auto, si tolse l’elastico dai capelli, rimase immobile vedendo il padre sulla soglia. Parlarono a lungo. Zina non udì le parole – solo toni; prima il grido di Cristina, poi lacrime, poi silenzio. Quando uscì stava ancora leggendo la lettera di Regina. Il volto gonfio di pianto, ma lo sguardo diverso: nessun odio. Solo smarrimento. Si avvicinò a Zina. Lei si aspettava accuse, rabbia, qualsiasi cosa. – Ho cancellato il post – disse Cristina. – Ho scritto una smentita. E… mi scusi. Mi sono sbagliata. Zina annuì. – Capisco. Il dolore rende crudeli. Cristina scosse il capo. – No, la paura. Temevo di restare sola. Prima la mamma, poi papà a poco a poco assente. E lei… lei era sempre lì. Ha visto gli ultimi giorni. L’ha conosciuta davvero. Ho pensato che volesse prendere il suo posto. Rubarmi il papà. – Non voglio rubare nulla. – Ora lo so. Ora lo so davvero. Tese la mano, impacciata – quasi dimenticata. Zina l’afferrò. – Mia madre… era infelice, vero? Da sempre? Zina pensò alla lettera, agli anni di paura, amore-morsa, possesso. All’amore trasformato in prigione. – Amava suo padre. A modo suo. Non nel modo giusto. Ma lo amava. Cristina annuì. Poi si sedette sull’ingresso e pianse piano, senza suono. Zina si sedette accanto a lei. Non l’abbracciò – stette solo lì. Passarono due settimane. Zina venne reintegrata al lavoro – dopo una telefonata personale di Cristina al primario. La reputazione è fragile, ma talvolta si può ricucire. Il’ja chiamò una sera – come la prima volta. – Zinaida Pavlovna. Vorrei ringraziarla. – Per cosa? – Per la verità. Per non avermi lasciato nascondermi. Pausa. – Domani parto per Kharkiv – disse lui. – Da Larisa. Non so cosa dirò. Non so se mi accoglierà. Ma… devo provarci. Venti anni sono un silenzio troppo lungo. Zina sorrise – non poteva vederla, ma forse lo percepì. – In bocca al lupo, Il’ja Andreevič. – Il’ja. Solo Il’ja. Tornò dopo un mese – non da solo. Zina lo seppe per caso: li vide al mercato. Il’ja portava le borse, Larisa sceglieva i pomodori. Una scena normale – una coppia che fa la spesa. Ma nei movimenti – la sintonia, la leggerezza – c’era di più. Il’ja la notò. Le fece cenno con la mano destra. Non più nascosta in tasca. Zina salutò e tirò avanti. Quella sera spalancò la finestra della sua stanza. Maggio odorava di lillà e benzina. Un odore qualunque. Di vita. Pensò a Regina – ai suoi mughetti, alla scatola di lettere, all’amore divenuto prigione. Pensò a Larisa – ai vent’anni d’attesa, alle lettere mute, alla speranza mai spenta. Pensò a Il’ja – al suo silenzio, alla chiave nella tasca, all’uomo che infine ha scelto. Poi smise di pensare. Semplicemente si sedette vicino alla finestra, ascoltando la città. In attesa – senza sapere di cosa. Il telefono squillò. – Zinaida Pavlovna? Sono Il’ja. Solo Il’ja. Facciamo cena. Larisa prepara la torta. Vieni a mangiare con noi? Zina guardò la stanza – ventotto metri quadri di silenzio. Poi la finestra aperta. – Arrivo tra un’ora. Abbassò la cornetta, prese le chiavi, uscì. La porta si chiuse piano. Sopra la città calava il tramonto – arancione, caldo, come una promessa di domani sereno…
La Badante per il Vedovo Un mese fa mi assunsero per accudire Regina Bianchi una donna che un ictus aveva
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022
– Che bravissima donna. Cosa faremmo senza di lei? – E tu le dai solo duemila euro al mese. – Elena, le abbiamo intestato l’appartamento Nicola si alzò dal letto e si avviò piano nella stanza accanto. Alla luce della lampada notturna, strizzando gli occhi, guardò la moglie. Si sedette vicino a lei, ascoltò. – Sembra tutto a posto. Si alzò e si trascinò lentamente in cucina. Aprì il kefir, andò in bagno. Poi tornò nella sua stanza. Si sdraiò sul letto. Non riusciva a dormire: – Abbiamo novant’anni io ed Elena. Quanta vita dietro le spalle? Presto toccherà anche a noi, e accanto non c’è nessuno. Le figlie, Natalia non c’è più, non aveva ancora sessant’anni. Anche Massimo se n’è andato. Sempre a far baldoria… La nipote, Oxana, vive in Polonia da vent’anni. I nonni non li ricorda. Avrà già i figli grandi, chissà… Non si accorse di essersi addormentato. Si risvegliò al tocco di una mano: – Nicola, tutto bene? – sussurrò una voce. Aprì gli occhi. Sopra di lui, la moglie. – Che succede, Elena? – Ti vedevo lì disteso, immobile… – Vivo sono! Torna a dormire! Si sentirono i passi strascicati. Un clic in cucina. Elena Ivanovna bevve un bicchiere d’acqua, andò in bagno e tornò nella sua stanza. Si sdraiò: – Ecco, un giorno mi sveglierò e lui non ci sarà più. Cosa farò? O forse toccherà prima a me. Nicola ha già organizzato i nostri funerali. Mai avrei pensato si potessero sistemare queste cose in anticipo. Ma forse è meglio così. Chi se ne occuperebbe? La nipote si è completamente scordata di noi. Solo la vicina Ivana ogni tanto passa a trovarci. Lei ha la chiave del nostro appartamento. Il nonno le dà mille euro ciascuno dalla nostra pensione. Fa la spesa e prende ciò che serve. Noi, i soldi, dove li dovremmo mettere? E dal quarto piano ormai non scendiamo più. Nicola Ivanovich spalancò gli occhi. Dal balcone filtrava il sole. Uscì a guardare la cima verde del ciliegio. Un sorriso sul volto: – E anche quest’estate l’abbiamo vista! Andò a trovare la moglie, intenta e pensierosa sul letto. – Elena, basta malinconia! Vieni, voglio mostrarti una cosa. – Eh, non ho più forze! – si alzò a fatica dal letto. – Che hai in mente? – Su, vieni! La sostenne per le spalle fino in balcone. – Guarda, il ciliegio è verde! E dicevi: non ci arriviamo all’estate. Ed eccoci qui! – Davvero! E il sole splende. Si sedettero sulla panchina del balcone. – Ti ricordi quando ti invitai al cinema? Ancora al liceo. Anche quel giorno il ciliegio era tutto verde. – Come si potrebbe mai dimenticare? Quanti anni sono passati? – Più di settanta… Settantacinque. A lungo restarono lì, a ricordare la giovinezza. Tanta memoria si affievolisce con gli anni, anche le cose di ieri, ma la gioventù no, quella resta sempre. – Eh, ci siamo proprio persi in chiacchiere! – si alzò la moglie. – E ancora non abbiamo fatto colazione. – Elena, fammelo un tè buono stavolta! Non ne posso più di questa tisana. – Ma non dovremmo… – Solo acqua poco zucchero, facciamo un’eccezione. Nicola Ivanovich sorseggiava il debole tè, accompagnando con un piccolo panino al formaggio. Riemergevano i ricordi delle colazioni con tè forte e zuccherato. O le frittelle e le focacce. Entrò la vicina, sorridendo: – Come va oggi? – Che vuoi che vada, a novant’anni? – ironizzò il nonno. – Se scherza, allora tutto bene. Vi serve qualcosa? – Ivana, portaci della carne! – chiese Nicola Ivanovich. – Non sarebbe il caso… – Il pollo possiamo. – Va bene. Vi preparo un brodo di pollo con tagliolini! La vicina sparecchiò, lavò i piatti e se ne andò. – Elena, andiamo fuori al balcone – propose il marito. – Un po’ di sole fa bene. – Andiamo! Tornò la vicina. Si affacciò: – Vi manca il sole, eh? – Qui si sta bene, Ivana! – sorrise Elena Ivanovna. – Vi porto la crema al latte, poi preparo il brodo per pranzo. – Una vera donna d’oro – commentò guardandola andare via. – Senza di lei cosa faremmo? – E tu le dai solo duemila al mese. – Elena, le abbiamo pur lasciato la casa… – Lei non lo sa. Rimasero sul balcone fino a pranzo. Era pronto il brodo di pollo, ricco di carne e patate schiacciate. – Sempre così lo facevo a Natalia e Massimo, piccoli – ricordò Elena. – E ora, in vecchiaia, sono estranei a cucinare per noi – sospirò il marito. – Sarà il destino così, Nico’. Quando non ci saremo più, nessuno verserà una lacrima. – Basta Elena, non rattristiamoci. Un pisolino ci vuole! – Nicola, non per niente si dice: “Vecchi e bambini, vita simile…” Abbiamo tutto come i piccoli: crema, riposino, merenda. Nicola Ivanovich dormicchiò, poi si svegliò – niente sonno. Cambia il tempo, forse? Andò in cucina. Sul tavolo due bicchieri di succo, preparati con cura da Ivana. Li prese con entrambe le mani e, attento a non versare, raggiunse la moglie. Lei guardava dalla finestra, assorta. – Elena cara, che hai? – la stimolò con un sorriso – Vieni, un goccio di succo! Lei ne prese un sorso: – Nemmeno tu dormi? – Sarà il tempo. – Da stamattina non mi sento granché – Elena scosse la testa, mesto. – Sento che mi resta poco. Nico’, se succede, fammi un bel funerale. – Elena, che dici… Come vivrei senza di te? – Uno ci lascerà per primo, tanto vale saperlo. – Basta! Usciamo un po’ fuori! Rimasero fino a sera. Ivana preparò le frittelle. Mangiato, si misero a guardare la TV. Ogni sera, prima di dormire, era abitudine. I film nuovi li capivano poco. Preferivano le vecchie commedie e i cartoni animati. Questa sera guardarono solo un cartone. Elena Ivanovna si alzò dal divano: – Vado a dormire. Mi sento stanca. – Allora anche io. – Fammi guardare bene in faccia! – chiese di colpo la moglie. – Perché mai? – Così, solo per guardarti. Restarono a scambiarsi una lunga occhiata. Forse pensavano a quegli anni giovani in cui tutto era possibile. – Vieni, ti accompagno al letto tuo. Elena Ivanovna prese il braccio del marito e lentamente andarono. Lui la rimboccò con cura, poi si avviò verso la propria stanza. Sentiva un peso al cuore. A lungo rimase sveglio. Gli parve di non aver dormito affatto. Ma l’orologio segnava le due di notte. Si alzò e andò dalla moglie. Lei era sdraiata, gli occhi aperti: – Elena! Le prese la mano. – Elena, che fai! E-le-na! E all’improvviso mancò il respiro anche a lui. Tornò nella sua stanza, prese i documenti preparati, li lasciò sul tavolo. Tornò dalla moglie. Lungamente ne osservò il volto. Si sdraiò accanto e chiuse gli occhi. Vide la sua Elena, giovane e bella come settantacinque anni prima. Lei andava verso una luce lontana. La raggiunse, le prese la mano. Al mattino Ivana entrò nella camera. Erano lì, fianco a fianco. Sul volto, la stessa serena espressione. Alla fine, chiamò l’ambulanza. Il medico che arrivò li guardò, sorpreso: – Sono andati insieme. Dev’essere stato un grande amore… Li portarono via. Ivana si sedette sfinita. Lì accanto vide i documenti e il testamento a suo nome. Poggiò la testa tra le mani e scoppiò in lacrime… Mettete un like e lasciate un vostro pensiero nei commenti!
Brava donna. Cosa faremmo senza di lei? E tu le dai solo duemila euro al mese. Elena, le abbiamo intestato
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0195
Ha Bisogno di un Uomo Sposato
Che ne dici di andare fuori questo fine settimana? Magari al cinema? chiede Ginevra, sistemandosi accanto
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024
Non vedo l’ora di risposarmi! Alla, docente e madre single di 40 anni, tra tradimenti, pretendenti improbabili e un’indimenticabile passione per uno studente algerino, riscopre se stessa tra amori, delusioni e nuovi inizi, fino al sorprendente ritorno dell’ex marito e alla gioia della famiglia ritrovata
SPOSARSI È URGENTE (MA NON TROPPO) A Loredana veniva una gran voglia di sposarsi bene. Una volta male
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053
COLPA DELL’ORCHIDEA? – Polina, portati via questa orchidea, altrimenti la butto – disse Katia, porgendomi distrattamente il vaso trasparente con il fiore staccato dal davanzale. – Oh, grazie amica mia! Ma cosa ti ha fatto questa povera orchidea? – chiesi stupita, osservando che sul davanzale c’erano ancora tre orchidee splendide e curate. – Questo fiore l’hanno regalato a mio figlio per il matrimonio. E sai come è andata a finire… – sospirò Katia. – So che il tuo Denis ha divorziato dopo meno di un anno di matrimonio. Non chiedo il motivo, immagino sia stato importante. Denis adorava Tania – non volevo riaprire la ferita della mia amica. – Prima o poi ti racconterò tutto, Polina. Ma per ora è dura ricordare – Katia si fece seria e si commosse. Portai a casa l’orchidea “esiliata” e “rifiutata”. Mio marito guardò con compassione il fiore, ormai sofferente: – Perché vuoi questo fiore malconcio? Non ha più vita, anche io lo vedo. Non perdere tempo. – Voglio provarci lo stesso: le offrirò il mio affetto e la mia cura. Vedrai che, con amore, questa orchidea tornerà a splendere – volevo ridare vita a quel fiore prostrato. Mio marito mi strizzò l’occhio scherzando: – Chi rinuncerebbe all’amore? Una settimana dopo mi chiamò Katia: – Polina, posso venire a trovarti? Non riesco più a portare questo peso dentro. Voglio raccontarti tutto sul matrimonio fallito di Denis. – Vieni quando vuoi, Katia. Ti aspetto – era il minimo per la mia amica che mi aveva sempre sostenuta nelle mie difficoltà. Un’ora dopo, Katia era da me. Si mise comoda in cucina. Tra un bicchiere di vino, una tazzina di caffè e qualche pezzetto di cioccolato fondente, iniziò un lungo racconto sulla vita. – Non avrei mai pensato che la mia ormai ex nuora fosse capace di tanto. Denis e Tania sono stati insieme sette anni. Lui ha lasciato Ania per lei, anche se io avrei preferito Ania, così dolce che la chiamavo ‘figlia’. Ma poi è arrivata la bellissima Tania, e Denis ha perso la testa: sempre accanto a lei come un’ape attratta dal nettare. L’amava in modo travolgente. Certo, Tania era una vera modella. A Denis piaceva vedere gli amici che le facevano complimenti. Persino i passanti si voltavano a guardarla. Mi colpiva che dopo tanti anni non avessero figli. Pensavo che Denis volesse fare le cose per bene: prima il matrimonio, poi i bambini. Non era un tipo che si confidava, e noi genitori non ci siamo mai intromessi. Un giorno ci mise davanti al fatto compiuto: – Mamma, papà, mi sposo con Tania. abbiamo già fatto le pubblicazioni. Voglio una grande festa, nessuna spesa risparmiata. Noi eravamo felici: finalmente una famiglia per Denis, che aveva già trent’anni. Immagina, Polina, la data fu rimandata due volte: prima si ammalò Denis, poi io ero in viaggio per lavoro. Mi sembrava già un brutto segno, ma davanti a Denis felice, tacqui. Voleva anche sposarsi in chiesa, ma il sacerdote che desiderava era lontano e non tornava mai. Insomma, non andava mai tutto liscio… Alla fine festeggiammo un gran matrimonio. Guarda qui la foto: l’orchidea che ci regalarono era un incanto, con le foglie dritte e forti come soldati. E adesso? È tutta rinsecchita. …Denis e Tania dovevano andare in viaggio di nozze a Parigi. Ma ecco il problema: a Tania non permisero di espatriare per via di una multa non pagata. Fermi in aeroporto. Denis non ci fece caso, viveva nel suo mondo felice. Poi, all’improvviso, Denis si ammalò seriamente e fu ricoverato. Sembrava senza speranza. I medici erano impotenti. Tania andò a trovarlo solo per una settimana, poi gli disse: – Scusami, Denis, ma non voglio un marito invalido. Ho chiesto il divorzio. Immagina come si sia sentito Denis, immobilizzato a letto. Ma rispose con calma: – Ti capisco, Tania. Non ti ostacolerò. Così si lasciarono. Ma mio figlio è guarito! Trovammo un bravissimo medico, Pietro Bogdanovici, che lo rimise in piedi in pochi mesi. Aveva una giovane figlia, Maria, di vent’anni. Denis all’inizio la snobbava: – Troppo piccola. Mica è carina. – Ma dai, Denis, l’amore vero non dipende dall’aspetto. Avevi già una moglie bella come una modella! Meglio la felicità che vivere di rimpianti. …Denis non riusciva a dimenticare Tania, ma il suo tradimento gli spezzò il cuore. Maria invece gli dimostrava un amore sincero. Decidemmo di provare a farli conoscere meglio e andammo tutti insieme in campagna. Ma Denis era triste, nessuna gioia sembrava toccarlo, nonostante la compagnia o le grigliate. Maria lo guardava con dolcezza, lui non la degnava di uno sguardo. Dissi a mio marito: – È inutile insistere. Denis pensa ancora a Tania. …Passarono alcuni mesi, quando Denis si presentò alla porta con l’ormai famosa orchidea: – Ecco, mamma, ti restituisco un ricordo del passato. Non voglio più questo fiore esotico. L’ho presa controvoglia e l’ho quasi odiata, come se quella pianta fosse la responsabile della sfortuna di Denis. L’ho nascosta e dimenticata. Di recente ho incontrato una vicina: – Katia, ho visto Denis con una ragazzina minuta. La sua ex moglie era molto più bella. Io non credevo fosse vero… – Vi presento mia moglie Maria – ha detto Denis, tenendola teneramente per mano. Io e mio marito ci siamo guardati stupiti: – E la festa? I parenti? – Non servono, ne abbiamo avute abbastanza. Ci siamo sposati in comune e il sacerdote che volevo ci ha benedetti in chiesa. Io e Maria ora siamo insieme per sempre. A parte gli dissi: – Denis, la ami davvero? Non farai soffrire Maria, vero? Non l’hai sposata solo per ripicca? – No, mamma, non è vendetta. Tania ormai è solo il passato. Con Maria sto davvero bene. Ecco la storia, Polina. Katia si è sfogata fino in fondo. …Dopo quella chiacchierata, ci siamo perse di vista per due anni, prese dalle nostre vite. Intanto l’orchidea è rifiorita splendida. I fiori sanno ricompensare chi si prende cura di loro. Ho rivisto Katia in ospedale: – Ciao amica! Che ci fai qui? – Maria ha appena avuto due gemelli! Oggi la dimettono – sorrise Katia. Di fianco, Denis stava con un mazzo di rose rosse accanto al marito di Katia. Dalla porta uscì Maria, stanca ma felice, seguita dall’infermiera che portava due piccoli fagottini addormentati. Poche ore dopo, mia figlia arrivò con la mia nipotina appena nata. Intanto Tania supplicava Denis di perdonarla e ricominciare da capo… Ma si sa, una tazza la si può anche incollare, ma non sarà mai più la stessa, e berci non sarà più come prima…
MA LORCHIDEA HA DAVVERO COLPA? Giulia, portati via questa orchidea, altrimenti la butto, mi disse con
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080
La Famiglia Perfetta
Oh, Fiorenza, se non sai dove mettere i soldi, meglio daresteli al fratello. È una follia! Dodicimila
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033
Come un usignolo attirato dal richiamo – La mia vita tra amori, delusioni e la scelta di amare fino all’ultimo respiro: da figlia segnata dal passato di un piccolo paese, tra sorelle rivali, promesse di non ripetere gli sbagli materni, un matrimonio da favola con un militare lontano dalla famiglia, caduto nel buio degli anni Novanta e nell’ombra della disperazione, la tentazione di un amore proibito con un medico sposato, per poi trovare la felicità accanto a un uomo generoso e a due figli da crescere insieme sotto una nuova stella
COME UN PASSERO SULLA CIVETTA Ragazze, il matrimonio si fa una volta nella vita, capito? Bisogna stare
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045
Alla porta c’era uno sconosciuto: la storia di Vitali, il compagno di scuola ignorato, il grande amore di Jana per il biondo sportivo Dima, il cuore spezzato di una donna che aspetta invano un uomo sposato, e la sorpresa alla vigilia di Capodanno quando, proprio mentre tutto sembra finito, il passato bussa ancora alla porta con una proposta inaspettata
Alla porta cera uno sconosciuto. Vittorio era innamorato di Giulia fin dai tempi del liceo.
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0272
Mi vergogno a portarti al ricevimento – Denis nemmeno alza gli occhi dal telefono. – Lì ci saranno persone. Persone normali. Nadia era ferma davanti al frigorifero con una confezione di latte in mano. Dodici anni di matrimonio, due figli. E ora solo vergogna. – Metterò il vestito nero. Quello che hai comprato tu. – Non è il vestito il problema, – finalmente lui la guarda. – Sei tu il problema. Ti sei trascurata. I capelli, il viso… tutta tu sei così anonima. Lì ci sarà Vito con la moglie. Lei è stilista. E tu… lo capisci da sola. – Allora non vado. – Ecco, brava. Dirò che hai la febbre. Nessuno dirà niente. Lui va a farsi la doccia, Nadia resta ferma in cucina. Nell’altra stanza dormono i bambini. Carlo ha dieci anni, Silvia otto. Mutuo, bollette, riunioni a scuola. Si è dissolta in quella casa, e il marito ha cominciato a vergognarsi di lei. – Ma che, è impazzito? – Elena, l’amica parrucchiera, guarda Nadia come se le avesse appena annunciato la fine del mondo. – Si vergogna di portare la moglie a un ricevimento? Ma chi si crede di essere? – Responsabile di magazzino. È appena stato promosso. – E adesso la moglie non va più bene? – Elena versa l’acqua nel bollitore, arrabbiata. – Senti a me. Ti ricordi cosa facevi prima dei figli? – Ero insegnante. – Non parlo del lavoro. Facevi gioielli. Di perline. Ho ancora quella collana con la pietra blu, tutti mi chiedono dove l’ho presa. Nadia ricorda. Preparava i gioielli la sera, quando Denis la guardava ancora con interesse. – Era tanto tempo fa. – E allora? Puoi ricominciare, – Elena si avvicina. – Quando è il ricevimento? – Sabato. – Perfetto. Domani vieni da me. Ti faccio capelli e trucco. Sentiamo Olga – lei ha degli abiti. E per i gioielli ci pensi tu. – Ma Denis ha detto… – E che vada pure, con i suoi “ha detto”. Tu al ricevimento ci andrai. E gli passerà la voglia di vergognarsi di te. Olga porta un abito color prugna, lungo, con le spalle scoperte. Ci vuole un’ora tra prove e spilli. – Per questo colore ci vogliono gioielli speciali, – Olga gira intorno. – Argento non va bene. Oro neanche. Nadia apre la scatola vecchia. Sul fondo, avvolto in un panno morbido, c’è il completo: collana e orecchini. Avventurina blu, opera d’arte fatta a mano. Li aveva creati otto anni fa per un’occasione speciale che non era mai arrivata. – Dio, è un capolavoro, – Olga si blocca. – L’hai fatto tu? – Io. Elena finisce i capelli: un’onda morbida, nulla di eccessivo. Il trucco elegante, ma deciso. Nadia indossa l’abito, si mette i gioielli. Le pietre fredde, pesanti sul collo. – Vai a vederti, – Olga la spinge davanti allo specchio. Nadia si avvicina. E non vede più la donna che da dodici anni lava pavimenti e cucina. Vede se stessa. Quella che era una volta. Ristorante sul lungomare. Sala piena di tavoli, abiti eleganti, abiti da sera, musica. Nadia entra tardi, come previsto. Per qualche secondo cala il silenzio. Denis è al bancone, ride a una battuta. Poi la vede – e il suo volto si pietrifica. Lei passa oltre, senza guardarlo, si siede a un tavolo in fondo. Schiena dritta, le mani tranquille sulle ginocchia. – Scusi, è libero questo posto? Un uomo di 45 anni, completo grigio, occhi intelligenti. – Libero. – Oleg. Socio di Vito in un’altra attività. Panifici. E lei, se non è indiscreto? – Nadia. Moglie del responsabile di magazzino. Lui guarda lei, poi i gioielli. – Avventurina? Fatti a mano, lo vedo. Mia madre collezionava pietre. Così belli è raro trovarli. – Li ho fatti io. – Sul serio? – Oleg si avvicina, esamina il lavoro. – Questo è livello alto. Vende? – No. Io… sono casalinga. – Strano. Con queste mani, di solito, non si resta a casa. Per tutta la sera non la lascia mai sola. Parlano di pietre, di creatività, di come le persone si perdano nella routine. Oleg la invita a ballare, porta dello spumante, ride. Nadia vede Denis che la osserva da lontano, il cui volto si fa sempre più cupo. Quando se ne va, Oleg la accompagna all’auto. – Nadia, se decide di tornare ai gioielli – mi chiami, – le porge il biglietto da visita. – Ho conoscenze che ne hanno bisogno. Sul serio. Lei prende il biglietto, annuisce. A casa Denis non resiste neanche cinque minuti. – Ma che cavolo hai combinato lì dentro? Tutta la sera con quell’Oleg! Tutti guardavano, capisci? Tutti hanno visto mia moglie che si attaccava a un altro! – Non mi attaccavo. Parlavo. – Parlavi! Hai ballato tre volte con lui! Tre volte! Vito mi ha chiesto che succedeva. Io mi sono vergognato! – Tu ti vergogni sempre, – Nadia si toglie le scarpe, le allinea all’ingresso. – Ti vergogni a portarmi, ti vergogni se mi guardano. Di qualcosa non ti vergogni mai? – Sta’ zitta. Pensi che solo perché ti sei messa un vestito, sei diventata qualcuno? Sei nessuno. Casalinga. Campi sulle mie spalle, spendi i miei soldi e ora ti credi anche una regina. Prima avrebbe pianto. Si sarebbe chiusa in camera, di schiena contro il muro. Ma qualcosa dentro si è spezzato. O forse si è messo al suo posto. – Gli uomini deboli hanno paura delle donne forti, – parla piano, quasi calma. – Sei pieno di complessi, Denis. T’hai paura che io veda quanto sei piccolo. – Fuori di casa. – Chiederò il divorzio. Lui tace. La guarda, e per la prima volta negli occhi non c’è rabbia, c’è smarrimento. – Dove pensi di andare con due figli? Con le tue perline non campi. – Campa, invece. La mattina prende il biglietto, chiama. Oleg non ha fretta. Si vedono al bar, parlano di affari. Racconta di un’amica che ha una galleria di oggetti d’autore. Che il fatto a mano ora vale, la gente è stufa della roba banale. – Lei è talentuosa, Nadia. Talento e gusto insieme sono rari. Comincia a lavorare di notte. Avventurina, diaspro, corniola. Collane, bracciali, orecchini. Oleg ritira i pezzi, li porta in galleria. Dopo una settimana chiama: tutto venduto. Gli ordini aumentano. – Denis lo sa? – Non mi parla nemmeno più. – E il divorzio? – Ho trovato un avvocato. Abbiamo iniziato le pratiche. Oleg aiuta. Senza grandi gesti, senza eroi. Solo contatti, un aiuto per trovare una casa in affitto. Quando Nadia fa le valigie, Denis sta sulla porta e ride. – Tornerai dopo una settimana. In ginocchio tornerai. Lei chiude la valigia ed esce, senza rispondere. Passa mezzo anno. Bilocale in periferia, figli, lavoro. Ordini a raffica. La galleria propone una mostra. Nadia apre una pagina social, pubblica foto. Seguaci in crescita. Oleg arriva, porta libri ai bambini, chiama, resta in disparte. Mai pressante, mai invadente. Solo presente. – Mamma, lui ti piace? – chiede Silvia un giorno. – Mi piace. – Anche a noi. Non urla mai. Dopo un anno Oleg fa la proposta. Niente ginocchio, niente rose. Solo dice, durante la cena: – Voglio che siate con me. Tutti e tre. Nadia è pronta. Due anni dopo. Denis cammina nel centro commerciale. Dopo il licenziamento ha trovato lavoro come magazziniere – Vito, venuto a sapere da un collega della storia con la moglie, lo ha buttato fuori dopo tre mesi. Stanza in affitto, debiti, solitudine. Li vede davanti a una gioielleria. Nadia in un cappotto chiaro, capelli ordinati, al collo la stessa avventurina. Oleg le tiene la mano. Carlo e Silvia ridono, raccontano qualcosa. Denis si ferma davanti alla vetrina. Li guarda salire in macchina. Vede Oleg aprire la portiera a Nadia. Vede il suo sorriso. Poi guarda il proprio riflesso nel vetro. Giubbotto consumato, viso spento, occhi vuoti. Ha perso la sua regina. E lei ha imparato a vivere senza di lui. E questa è stata la sua punizione peggiore – capire troppo tardi cosa aveva davvero. Grazie a voi, cari lettori, per i vostri commenti e i vostri “mi piace”!
Mi vergogno a portarti alla cena di gala, disse Daniele, senza nemmeno alzare lo sguardo dal telefono.
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023
Ferite nel Cuore… In questa famiglia ognuno viveva per conto proprio. Papà Alessandro aveva, oltre alla moglie, anche un’amante, a volte più di una, mentre mamma Gianna, intuendo i tradimenti del marito, non era da meno e si frequentava con un collega sposato. I due figli crescevano da soli, senza che nessuno si occupasse davvero di loro. La madre sosteneva che spettasse alla scuola educarli. La famiglia si ritrovava insieme solo la domenica a pranzo, per poi allontanarsi subito, ciascuno verso i propri interessi. Tutto sarebbe continuato così, in questo mondo dolceamaro e peccaminoso, se non fosse successo l’irreparabile… Quando il figlio minore, Denis, aveva dodici anni, papà Alessandro lo portò per la prima volta a dare una mano in garage. Mentre Denis curiosava tra gli attrezzi, il padre si assentò un attimo per raggiungere gli amici appassionati di auto lì vicino. All’improvviso dal garage di Alessandro si levò un denso fumo nero, poi anche le fiamme. Nessuno capì subito cosa fosse accaduto (si scoprì poi che Denis, per sbaglio, aveva lasciato cadere una lampada a benzina su una tanica di carburante). Tutti restarono impietriti. Il fuoco divampava. Alessandro, dopo essersi fatto gettare addosso un secchio d’acqua, si precipitò tra le fiamme. Ne uscì portando tra le braccia il figlio privo di sensi. Denis era ustionato ovunque, tranne il viso, che probabilmente si era protetto con le mani. Giunsero i soccorsi e Denis fu portato d’urgenza in ospedale, vivo per miracolo. Lo portarono subito in sala operatoria. Dopo ore di attesa, un medico informò i genitori: -Facciamo tutto il possibile e l’impossibile. Vostro figlio è in coma. Ha una possibilità su un milione di sopravvivere. La medicina ufficiale, in questo caso, è impotente. Ma se Denis avrà una volontà folle di vivere, potrebbe accadere un miracolo. Coraggio. Senza esitazione, Alessandro e Gianna corsero nella chiesa più vicina, sotto un diluvio. I genitori, disperati, non vedevano nient’altro attorno a loro. Dovevano salvare il figlio! Bagnati fradici, entrarono per la prima volta nella casa del Signore. C’era pace e pochi fedeli. Vedendo il sacerdote, la coppia si avvicinò timidamente. -Padre, nostro figlio sta morendo! Cosa dobbiamo fare? – riuscì a dire tra le lacrime Gianna. -Mi chiamo padre Sergio. Eh sì… Mal comune, mezzo gaudio… Siete molto peccatori? – chiese diretto il sacerdote. -Non ci pare… Non abbiamo mai ucciso nessuno, – rispose Alessandro abbassando lo sguardo sotto l’occhio indagatore di padre Sergio. -Va bene, ma l’amore vostro perché l’avete ucciso? Sta morto ai vostri piedi. Tra marito e moglie non deve passare nemmeno un filo… e tra voi ormai ci si mette pure un tronco d’albero! … Pregate, figli miei, per la salute di vostro figlio San Nicola! Ma sappiate che tutto è volontà di Dio. E se è successo questo, forse è per farvi capire qualcosa che in altro modo non avreste mai capito. Tutto si salva con l’amore! Alessandro e Gianna, fradici di pioggia e lacrime, ascoltarono la cruda verità. Padre Sergio indicò l’icona di San Nicola. I due si inginocchiarono. Preghiere, promesse, giuramenti… Tutte le relazioni extraconiugali vennero chiuse e dimenticate. La vita fu ripercorsa pezzo per pezzo… La mattina seguente, il medico chiamò: Denis era uscito dal coma. Alessandro e Gianna vegliavano accanto al letto del figlio. Denis aprì gli occhi e tentò di sorridere. Sul suo volto una maschera di dolore insopportabile. -Mamma, papà, vi prego… non lasciatevi, – sussurrò. -Figlio, ma che dici? Noi siamo insieme, – rispose Gianna stringendogli la mano. Denis si fece male, lei la ritirò subito. -L’ho visto, mamma. E poi, i miei figli porteranno i vostri nomi, – continuò Denis. Alessandro e Gianna si chiesero se il ragazzo non stesse delirando. Ma da quel giorno in poi, Denis iniziò lentamente a migliorare. Tutto fu sacrificato per la sua guarigione: vendettero la villetta. Dispiaceva che il garage e l’auto fossero andati persi nell’incendio, sarebbero serviti per nuove cure. Ma la cosa più importante era che il figlio fosse salvo. Anche i nonni aiutarono come poterono. La famiglia si strinse attorno alla disgrazia… Anche il giorno più lungo, infine, giunge al termine. Passò un anno. Denis era in un centro di riabilitazione. Stava già in piedi, si gestiva da solo. Là, fece amicizia con una ragazza, Mariella, anche lei vittima di un incendio. Mariella aveva il volto sfigurato dalle ustioni e ormai aveva paura di specchiarsi. Denis provò per lei una profonda empatia: quella ragazza emanava una luce speciale, con la sua saggezza e la sua fragilità. La voleva proteggere. Passavano insieme tutto il tempo fuori dalle terapie. Dolore, pillole amare, aghi e camici bianchi… avevano condiviso molto. Non smettevano mai di parlare. Il tempo passava… Denis e Mariella celebrarono un matrimonio semplice. Ebbero due bellissimi figli: una bambina, Sandra, e dopo tre anni un maschietto, Eugenio. Quando finalmente la vita della famiglia tornò serena, Alessandro e Gianna decisero di separarsi. La terribile esperienza con Denis li aveva così segnati che non riuscivano più a vivere insieme. Erano svuotati. Ognuno desiderava pace e libertà. Gianna si trasferì dalla sorella in provincia. Prima di partire entrò in chiesa a salutare padre Sergio. Negli ultimi anni era tornata più volte a ringraziarlo per il miracolo di Denis. -Ringrazia il Signore, Gianna! – la correggeva il sacerdote. Padre Sergio non approvava la sua partenza: -Se proprio devi, vai. A volte la solitudine serve anche all’anima. Ma poi torna! Marito e moglie sono una sola cosa! Alessandro rimase solo. I figli vivevano ormai con le proprie famiglie. Gli ex coniugi andavano a trovare i nipoti a turno, cercando di non incrociarsi. E insomma, adesso tutti avevano finalmente trovato la loro tranquillità…
A CUORE APERTO In quella famiglia, ognuno si faceva la propria vita. Il padre, Marco, oltre alla moglie
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056
Aspetta ancora un po’, Mamma!
12 aprile La casa è un vero teatro di urla. Lorenzo, il nostro ragazzo di dieci anni, è in piedi nel
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015
La cosa più difficile nel vivere con un cucciolo non è ciò che la maggior parte delle persone pensa. Non è portarlo fuori sotto la pioggia, né uscire quando fa un freddo tremendo, né rinunciare al sonno o avere il cuore in subbuglio. Non è dire di no a viaggi o inviti perché ti dicono: “Vieni, ma senza di lui”. Non sono i peli sulle lenzuola, sui vestiti, persino nel piatto. Non è nemmeno lavare il pavimento mille volte sapendo che tra mezz’ora sarà tutto da capo. Non sono le spese dal veterinario, né la paura di trascurare qualcosa d’importante. Non è perdere un po’ di libertà, perché ormai la vostra libertà è un “noi”. E non è nemmeno che il tuo cuore non sia più solo tuo… Tutto questo è amore. Tutto questo è vita. Tutto questo lo hai scelto tu. La parte più dura arriva piano piano – come quel dolore nelle ossa quando cambia il tempo. Come il freddo di una strada deserta, che all’inizio non senti, ma poi ti entra nelle ossa. Un giorno ti accorgi semplicemente: lui non ce la fa più come prima. Ci prova… ma non ce la fa. Corre verso di te, come ha sempre fatto… ma non è più lo stesso. I suoi occhi sono ancora i tuoi, ma c’è quella luce stanca che dice: “Sono qui, ma ogni giorno è un po’ più difficile.” E ti ricordi com’era. E lo guardi com’è adesso — tutto tuo, affidato a te fino in fondo. Lui ha sempre creduto in te: che saresti stato al suo fianco, che lo avresti aiutato, che lo avresti salvato. E tu lo hai fatto. Ma ora non puoi salvarlo dalla vecchiaia. La cosa più dolorosa è sapere che per te lui era conforto… ma tu per lui eri TUTTO: tutta la sua vita, tutto il suo cielo, tutta la sua speranza. E tu non sei pronto. Non sei pronto a lasciarlo andare. Non sei pronto a guardare spegnersi chi ti ha insegnato ad amare senza misura. Poi arriva il silenzio. Un silenzio pesante. Il posto vuoto sul cuscino. La ciotola che nessuno leccherà più. E il cuore in mille pezzi. E torni a uscire. Ma ormai senza di lui. E ti sorprendi a parlare al vento: “Forza, piccolo mio…” Ma se potessi tornare indietro… Lo sceglierei di nuovo. Sceglierei tutto: la stanchezza, la tristezza, la dedizione. Perché questo amore è vero. Avere un cane è lasciare entrare il fuoco nella propria vita. Un fuoco che ti scalda per sempre, anche quando non c’è più. Perché il cane ha una sola missione su questa terra: donarti il suo cuore.
La cosa più difficile nellavere un cucciolo in casa non è quello che la maggior parte delle persone immagina.
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0151
Sommersi dai propri affari, eppure eccoti qui!
Oggi ho scritto di nuovo, come al solito, quando il lavoro mi ha tenuto incollato alla scrivania.