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Pronto a Perdonare e Accogliere di Nuovo – Aspetto Infranto
30 marzo 2025 Caro diario, Oggi ho riflettuto ancora una volta su quella frase che sentivo spesso da
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020
– Ci fermeremo da te per un po’, visto che non abbiamo soldi per affittare un appartamento tutto nostro! – Mi ha detto la mia amica.
Staremo da te un po, non possiamo permetterci un appartamento! mi ha detto la mia amica, la sua voce
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017
Pensavo che il mio matrimonio stesse andando alla grande, finché l’amica non mi ha fatto una domanda.
Mi sono sposato molto giovane per un grande amore, quasi come se avessi trovato lanima gemella al primo
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«Non ho intenzione di passare la vecchiaia con una rovina», sbottò mio marito: trentadue anni di matrimonio finiti in uno zaino e un paio di scarpe da ginnastica. Mentre faceva le valigie, voleva una vita nuova e non una casa trasformata in ospedale. Per lui, cinquantotto anni non sono ottanta: bicicletta, tintura ai capelli, giubbino di pelle e una vicina di trentacinque anni dal quinto piano. «Destinato a essere felice con una giovane amante?» ironizzai tra le lacrime. «Due vecchie amiche» – così ci ha liquidato, me e mia madre, reduce da un ictus. Ma proprio lei mi ha insegnato che la vita non finisce con un abbandono, e che la giovinezza vera è rinascere se stessi, con coraggio, ai cinquanta, agli ottanta, ogni giorno — soprattutto quando pensavamo fosse troppo tardi.
Non intendo trascorrere la mia vecchiaia con una decrepita! sbottò mio marito. Basta! Non ne posso più!
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Troverò per mia figlia un marito migliore di te!
Troverò un marito migliore per mia figlia Questo mese sarà più dura, borbottò Antonio, aggiornando lapp
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Ho chiuso gli occhi di fronte al tradimento e me ne sono pentita
12 dicembre 2025 Oggi ho chiuso gli occhi sul tradimento e me ne sono pentita Sei di nuovo stata con
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— Non mi hai mai amato davvero. Hai sposato me senza amore. Ora mi lascerai, visto che mi sono ammalato… — Non ti lascio! – disse Marina stringendo a sé Iginio. – Sei il marito migliore che potessi desiderare! Non ti abbandonerò mai… Lui non riusciva a credere che fosse vero. Anche il morale di Iginio era a terra… Marina è stata sposata per venticinque anni, e in tutto quel tempo ha sempre fatto colpo sugli uomini. Anche da giovane era ambitissima. E non solo da giovane! Già a scuola quasi tutti i ragazzi correvano dietro a Marina. Eppure, non era certo una bellezza da copertina. Non ha mai divorziato dal marito, anche se era un tipo piuttosto particolare. No, Marina è rimasta accanto a Valerio fino alla fine. Hanno cresciuto insieme la loro figlia, l’hanno fatta sposare. Il giovane marito di Daria l’ha portata in Italia: ora mandano splendide foto e invitano a venire a trovarli. Marina forse andrà, Valerio invece non c’è più. Il marito di Marina è morto in un incidente stradale. In modo tanto assurdo… Le dissero poi che probabilmente si era sentito male mentre guidava. Il cuore, la confusione, la perdita del controllo… — Forse è svenuto? – supponeva lei. — Ormai non lo sapremo mai. – sospirò l’amica Elena, che fa la dottoressa. – Motivo: ferite multiple incompatibili con la vita. Marina era sotto shock. Elena l’aiutava a organizzare tutto. Fu lei a scoprire i dettagli tramite vie traverse. Seppero Valerio e Marina rimase sola nella grande casa che avevano costruito tutta la vita assieme. No, per due non era poi così grande, e se arrivavano ospiti sembrava persino piccola. Ma per una sola persona… per una donna… era grande e pesante da portare avanti. La casa è la casa. Serve una mano maschile per starci dietro… Daria venne a salutare il padre. Iniziò a discutere con la madre della vendita della casa, dell’acquisto di un appartamento e di un possibile trasferimento di Marina in Italia da loro. — No, non se ne parla! — esclamò Marina. — Non ho costruito questa casa per venderla. E non voglio andare nella vostra Italia. Ah, l’ho vista quell’Italia… — Mamma! — Sei sempre stata ingenua, Daria! – sorrise Marina tra le lacrime. — Scherzavo, dai. — Beh, se scherzi, forse non va poi così male. La situazione non era chiara. Proprio come Valerio, il defunto, che di chiaro aveva poco. Da un lato era affettuoso e premuroso. Dall’altro… era un tipo lunatico. Se era di cattivo umore riusciva a sfiancare Marina fino all’ultimo nervo. Poi si pentiva, si scusava, e lei, che era di carattere leggero, non si fissava troppo. Così stanno insieme venticinque anni! Da matti… Daria rimase qualche giorno e poi tornò via: suo marito lavorava tanto e lei voleva tornare a casa a occuparsene. Marina restò da sola. Ma conoscendosi, sapeva che non sarebbe durata a lungo. Infatti fu così. Trascorsi sei mesi di tristezza, si accorse che già le giravano attorno un piccolo gruppo di pretendenti. Anche la mamma di Marina a suo tempo si meravigliava di tutta questa attenzione verso la figlia. — Ma cosa ti trovano? Proprio tutti ai tuoi piedi! Non sei nemmeno una gran bellezza… o sbaglio qualcosa io? — Sei buona mamma. – sorrideva Marina, truccandosi le labbra. – La bellezza non conta nulla. È solo apparenza. Una donna deve essere affascinante e carismatica. Avere quel qualcosa in più. — Vai pure, esci, – rideva la mamma – che il fidanzato si stanca di aspettarti e se ne va. — Se ne va lui, ne arriverà un altro, – rispondeva Marina con una spallucciata. Sono passati quasi trent’anni da quella chiacchierata con la mamma, eppure nulla è cambiato. Le donne si lamentano sempre che di uomini liberi non ce ne sono più, che dopo i quaranta non c’è nessuno da sposare. Marina questo problema non l’ha mai avuto. A quarantasei anni, aveva ben due spasimanti, e tutti e due validi. Col cuore, Marina era attratta da Demetrio. Era proprio il suo tipo, sia come aspetto sia come persona. Simpatico, brillante, intrigante da conversare e adatto a ogni situazione sociale. Peccato che Deme fosse maestro solo nei discorsi. Marina, vuoi per esperienza e per età, capì che non era l’uomo adatto alla vita reale. Non per la sua grande casa. L’altro pretendente, Iginio, era un uomo semplice e robusto. Uno di quelli che, alle feste, magari bevevano un po’ troppo ma sapevano aggiustare tutto. Un vero uomo dalle mani d’oro, buono, docile ma con carattere. Con la moglie sapeva essere affettuoso e tenero come un cucciolo, ma capace di smuovere montagne per lei. Stranamente, Iginio piaceva di meno a Marina – tipica logica femminile. Non amava parlare tanto. Da sobrio era piuttosto taciturno. Se beveva, diventava più allegro, raccontava storie divertenti e partecipava a ogni conversazione. A bere, certo, sapeva farlo, ma il giorno dopo era di nuovo in piedi. Si buttava sotto la doccia fredda e riprendeva la vita attiva. Poco parole, ma molti fatti. Marina scelse lui. Demetrio si offese per l’insuccesso delle sue belle parole, e se ne andò. Marina sposò Iginio, e lui era al settimo cielo. Al matrimonio bevve un po’ troppo, cantò e ballò fino allo sfinimento. — Ma guarda te, – commentò ridendo Elena – neanche un anno dalla morte di Valerio e già ti sposi di nuovo. Nulla cambia davvero! Le donne si consumano a cercare un uomo, e a te basta uscire di casa… — Dici pure: “Ma cosa trovano in te? Nemmeno bella sei!” — No, beh… non lo dico. Però eri sempre dannatamente richiesta, e questo è un dato di fatto. — Non so Elena, cosa ci trovino. Domandalo a mia mamma. Marina strizzò l’occhio all’amica e tornò a ballare con suo marito, che proprio in quel momento venne a invitarla. Ballava e mentalmente scacciava gli ultimi dubbi. Ma che importa se Iginio è un po’ sempliciotto? Almeno è forte. E sa fare tutto. E pure fisicamente ancora attraente. E se parla poco, magari è meglio così. E se avessi scelto Demetrio? Con le belle parole mica si vive! In pochi mesi, Iginio trasformò il giardino di Marina in un paradiso. Tolse gli alberi superflui, sistemò il terreno. Le fece aiuole, costruì una bella pergola in legno. Anche dentro la casa si sentiva la mano maschile. Aveva scelto bene. Iginio era proprio l’uomo giusto. In più, lavorava e portava soldi a casa. Cercava sempre di viziare Marina con regali. Paragonando il periodo passato insieme a Iginio ai venticinque anni col primo marito, pensò sinceramente che avrebbe voluto incontrarlo molto prima. Un uomo d’oro! Con la bella stagione, la sera grigliavano e cenavano nella nuova pergola sotto cui Iginio aveva messo un bel tavolo e panche di legno. Marina, dopo le grigliate, si stringeva soddisfatta come un gatto sazio. Iginio la guardava sorridendo. — Che c’è, Iginio? — Niente. Sono felice. La sua prima moglie era stata una lagna. Mai avrebbe pensato di incontrare una donna così. Sono stati felici quattro anni, poi Iginio ha cominciato a sentirsi… strano. Si stancava subito, dimagriva senza motivo. Se poi beveva, gli veniva proprio male. — Iginio, devi andare dal dottore! – si preoccupò Marina. – Cosa aspetti? C’è qualcosa che non va! — Ma dai, Marinella! Passerà da solo! — Lascia perdere queste superstizioni! E se non passa? O fai come tanti uomini che hanno paura dei medici? — No. Non voleva dirle cosa temevo sul serio. Aveva una paura sola: se davvero fosse malato, Marina lo avrebbe lasciato. Non avrebbe mica passato la vita con un uomo malato. Non era mica stupido. Sapeva che Marina l’aveva sposato più per ragione che per amore. Ma lui l’amava! Contro ogni logica. L’aveva vista in alimentari, la borsa capovolta, a cercare il portafogli, e se n’era innamorato subito. Quella sua aria spaesata era incredibilmente dolce. Avrebbe voluto proteggerla e portarla in braccio per tutta la vita. Sebbene anche sua madre, quando conobbe Marina, commentò: — Sei tu che devi vivere con lei, figlio mio. Ma cosa ci hai trovato? Non è bella. Non è giovane. A te ti seguirebbe qualunque ragazza! Nessuna gli interessava, solo Marina. Ma adesso, malato, sarebbe ancora servito a qualcosa per Marina? Non riuscì a farlo andare dal dottore. Era sabato sera e ospiti avevano Elena con il marito, Bruno. Iginio e Bruno si bevono una birra mentre grigliano, Elena era in cucina con Marina a tagliare l’insalata. — Iginio sta male, vero? — Non lo so! – sbottò Marina. – Sono giorni che dico di andare dal medico, ma non ne vuole sapere! Tu che sei dottoressa, cosa ne pensi? Non sta bene, giusto? — Eh… è peggiorato. Dimagrito. Mi sembra abbia anche una pelle un po’ giallastra. — Oddio! Elena, ti prego, convincilo tu ad andare dal medico! Forse ascolta te… Elena la guardò intensamente. — Marina… tu lo ami? Perché ricordo i tuoi dubbi… Marina morse la labbra e rimase in silenzio. Ma Elena non fece in tempo, perché Iginio svenne durante la cena. Chiamarono l’ambulanza. Marina andò con lui. Non si riprese mai da solo. Lei gli restava accanto, mano nella mano, pregando. Lo operarono quasi subito. — Tumore al fegato. — Tumore?! – si spaventò Marina. — Ora dobbiamo aspettare l’esito delle analisi. Era benigno. Ma la massa era già bella grande. I medici gli proibirono quasi tutto e gli dissero che la convalescenza sarebbe stata lunga. E magari non si sarebbe mai rimesso del tutto. Iginio si abbatté ancora di più. La madre venne a trovarlo in ospedale. Marina lavorava, la mamma portava cibarie consentite: la lista era breve. — Figlio, non ti riconosco! – disse la signora Tiziana. – Ma che hai? Sei sopravvissuto. Non hai il cancro. Dovresti essere contento, invece stai lì tutto abbacchiato. Dai, mangia un po’! — Non ho fame. — Devi! Ma cos’hai? Almeno Marina viene? — Sì… per ora. – rispose Iginio. — Come “per ora”? Hai paura che ti lasci? Sarebbe proprio sciocca allora! — Ormai sono a posto! Inutile! Non posso nemmeno lavorare. Non posso far niente. Compio cinquant’anni a giugno e sono già un invalido. Chi vuole un invalido? — Che succede qui? – si stupì Marina entrando. – Urlate per tutto il reparto… Buongiorno, Tiziana! — Vado, ciao Marina. Arrivederci. — Che è successo? La mamma di Iginio fece un gesto e se ne andò. Marina si lavò le mani, si avvicinò al letto del marito sconsolato. — Ma che hai, invalido? Braccia e gambe sono a posto. Quale invalido? Il resto si sistema. Lo sai che ho letto sul fegato? — Cosa? — È un organo che si rigenera da solo. Se ne rimane il cinquantuno per cento, si riforma del tutto. E a te ne è rimasto il sessanta per cento. Dai tempo al tuo fegato, vedrai che torna tutto. — Ma avrò abbastanza tempo? — Cioè? — Il tempo. — Iginio, che vuol dire? Devo sapere qualcosa? Hai chiesto ai medici di tenermi nascosto qualcosa? — No, non è questo… Iginio fu dimesso. Iniziò il periodo più duro. Bastava poco lavoro fisico e si sentiva a pezzi. Era questa la cosa che lo abbatteva di più. E il compleanno alle porte, che ora lo metteva tristezza. Non poteva mangiare (quasi) niente, bere nemmeno. Che gioia. Marina pareva non curarsi che Iginio si stancasse presto, e con entusiasmo gli faceva compagnia nelle diete. — Marinella… – finalmente trovò il coraggio. – Che ne sarà ora di noi? — In che senso? – chiese lei. — Insomma… guarisco a rilento. Mi lascerai, vero? Meglio che me lo dici ora. — Ma perché dovrei lasciarti? Con te sto benissimo. — Sì, ora che lavoravo e facevo tutto. Ma ora, cosa ti offro? Mi sto antipatico da solo! — E fai male. Dai, riprenditi! — Ci provo! Ma cos’è? Due colpi di martello e già sfinito. Marina si avvicinò, lo abbracciò da dietro, appoggiando la guancia ai capelli. — Ti amo io. E non ti lascerò mai. Guarisci piano, va bene così. — Mi ami? Sul serio? — Davvero. Marina non lascia Iginio. Lui si riprende, lentamente. Marina organizzò il suo compleanno senza alcolici, così che non soffrisse a non poter brindare. Vennero alcuni amici, si stette sotto la pergola, si giocò a giochi da tavolo. — Che fortuna hai avuto con una moglie così, Iginio, – dissero gli amici andando via. — Adesso andrete a ubriacarvi fuori, eh? – rise lui. Si diedero una risata e si accomiatarono. La sera, Marina e Iginio erano seduti in veranda a guardare il cielo stellato. Felici. Quella sera, per la prima volta da mesi, Iginio si sentì meglio. Capì che stava guarendo. E che sua moglie davvero non lo avrebbe mai lasciato. La strinse più forte. — Che c’è, Iginio? — Tutto bene! – disse lui. — Era ora, – sorrise Marina, baciandolo sulla guancia. Erano felici…
Tu non mi hai mai amato davvero. Mi hai sposato senza amore. Ora mi lascerai, ora che sono malato Ma che dici!
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051
— Nonna Alla! — esclamò Matteo. — Chi le ha dato il permesso di tenere un lupo qui in paese?
Nonna Alma! esclama Matteo. Chi vi ha dato il permesso di tenere un lupo in paese? Alma Stefani piange
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Il regalo che fa bene al cuore: la vigilia di Capodanno di una famiglia italiana tra tradizioni, torta di Natale e la magia di aiutare un amico triste
REGALO Allora, figlio mio, raccontami comè andata oggi, che hai fatto di bello? Rientrato dal lavoro
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Il tuo bagaglio è pronto per essere portato via? – propose la moglie
Ciao, senti, ti devo raccontare una storia che è successa davvero a unamica nostra, quasi come se la
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054
Un regalo speciale per la mamma: tra una nuova cucina, un marito distratto e il profumo di torta appena sfornata nella casa di famiglia italiana
Un regalo per la mamma Giovanni, ho bisogno che mi aiuti con il regalo per la mamma. Caterina posò il
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Rita va a casa della sua amica Paola per annaffiare le piante e dare da mangiare alla tartarughina mentre Paola è in vacanza in Trentino con il marito. Apre la porta con la chiave lasciatale dall’amica, entra nel corridoio… e resta a bocca aperta! Ovunque le luci sono accese, l’albero di Natale brilla di addobbi e il televisore è a tutto volume. Dal bagno arrivano strani rumori. Rita apre la porta e… resta senza parole per la sorpresa!
Rita varcò la soglia dellappartamento della sua amica Letizia per annaffiare le piante e nutrire la tartarughina
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041
Ricordare a Qualsiasi Prezzo
Ricordare a tutti i costi Iniziò a perdere le cose più banali. Prima non riusciva a dire quale yogurt
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0256
Mio figlio e sua moglie mi hanno regalato un appartamento quando sono andata in pensione
Mio figlio, Luca, e sua moglie, Giulia, mi hanno consegnato le chiavi di un appartamento proprio il giorno
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I suoceri hanno deciso di trasferirsi da noi in età avanzata, senza chiedere il mio parere!
Ieri i genitori di mia moglie hanno deciso, senza chiedermi niente, di trasferirsi da noi quando saranno anziani.
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0191
Un regalo speciale per la mamma: tra una nuova cucina, un marito distratto e il profumo di torta appena sfornata nella casa di famiglia italiana
Un regalo per la mamma Giovanni, ho bisogno che mi aiuti con il regalo per la mamma. Caterina posò il
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0103
Vera tornava di corsa a casa con le borse della spesa, la mente piena di pensieri su cena e compiti dei figli, quando vide l’ambulanza davanti al palazzo e temette per suo marito malato: ma scoprì che il soccorso era per la vicina di casa, la signora Nina Alexandrovna, sola e anziana, che prima di essere portata in ospedale le affidò la chiave e la cura della gatta Murka, raccomandandole anche un biglietto con il numero della figlia Svetlana, con cui non parlava da anni a causa di una vecchia lite; dopo molte esitazioni, Vera chiamò Svetlana, trovandola però ancora arrabbiata e fredda, incapace di perdonare, così Vera le aprì il cuore raccontandole della perdita di sua madre e di quanto ora rimpiangesse ogni momento – solo allora, grazie alle parole semplici di una vicina sconosciuta, nel cuore di Svetlana si riaccese la voglia di riconciliazione, e per Capodanno madre e figlia si riabbracciarono finalmente, dimostrando che nessuna ferita è troppo profonda quando c’è ancora tempo per amare.
Vittoria correva verso casa trascinando borse della spesa talmente pesanti che avrebbe potuto allenarsi
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0145
La mia cognata si è trasferita da me senza invito e io ho messo le sue cose nel corridoio
La cognata è arrivata a casa mia senza nemmeno avvisare e ho buttato le sue cose sul corridoio.
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066
Ho ricevuto dalla moglie una valigia pronta con tutte le mie cose
Ricevetti dalla moglie una valigia colma di vestiti. Non dire sciocchezze! mi ripeteva. Fu allora che
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024
Igor, il bagagliaio! Si è aperto il bagagliaio, fermati, – gridava Marina, ma ormai capiva che era tutto perso! I regali e le prelibatezze che avevano preparato per mesi rotolavano sulla statale, e le auto dietro probabilmente non se ne accorgevano. Tutta la spesa per le feste nel paese della nonna di Igor era andata persa: caviale rosso, salmone, prosciutto, e lo splendido plaid per la nonna – scomparsi sulla strada trafficata appena fuori città, nel caos della partenza per il Capodanno. I bambini in lacrime, Marina sconsolata. Poi l’arrivo in paese oltre la mezzanotte, tra la gioia e le lacrime della nonna Maria, che per tutta la sera aveva pregato assieme alla vicina Zina dopo uno strano presentimento: la famiglia era salva, anche se i doni erano svaniti. Ma in un altro piccolo borgo dimenticato, due sorelle anziane e il vicino trovarono la borsa smarrita: tavola imbandita, un caldo plaid bianco, stupore e gratitudine. “Forse è stato il Signore”, riassunse il nonno. Non sempre dobbiamo rimpiangere ciò che abbiamo perso: a volte è un modo per proteggere ciò che abbiamo di più prezioso – la famiglia, la salute, la gioia di stare insieme.
Matteo, il bagagliaio! Si è aperto il bagagliaio, fermati, urlava Alessia con la voce spezzata dal panico
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042
NON RIUSCIVO AD AMARLO – Ragazze, confessate, chi di voi è Lilia? – La ragazza ci osservava con sguardo furbo e curioso. – Sono io, Lilia. Che c’è? – risposi stupita. – Tieni, questo è per te. Una lettera da Voloďa, – estrasse una busta stropicciata dalla tasca del camice e me la porse. – Da Voloďa? E lui dov’è? – chiesi sorpresa. – L’hanno trasferito in un istituto per adulti. Ti ha aspettata, Lilia, come si aspetta un miracolo. Non si dava pace. Mi ha dato lui questa lettera, voleva che la correggessi per non fare brutta figura con te. Ora devo andare, fra poco c’è il pranzo. Io lavoro qui come educatrice, – mi guardò con rimprovero, sospirò e si allontanò. …Quell’estate avevamo sedici anni e, in cerca di avventure, io e la mia amica Sveva ci infilammo per caso nel cortile di un istituto sconosciuto. Ci sedemmo su una panchina, chiacchieravamo e ridavamo, finché non ci avvicinarono due ragazzi. – Ciao ragazze! Vi annoiate? Possiamo conoscerci? – il primo mi porse la mano, – Voloďa. Io risposi: – Lilia. Lei è Sveva, la mia amica. E tu, come ti chiami? – Leonardo, – disse timidamente il secondo. Ci sembravano ragazzi d’altri tempi, un po’ troppo corretti. Voloďa commentò: – Ragazze, perché indossate gonne così corte? E il décolleté di Sveva… troppo audace. – Be’, allora non guardate. O vi vanno gli occhi in orbita, – ridemmo con Sveva. – Difficile non guardare, siamo pur sempre uomini. Fumate anche? – chiese Voloďa. – Certo, ma non ci va la testa, – scherzammo. Finalmente notammo che i ragazzi avevano difficoltà a camminare: Voloďa si trascinava, Leonardo zoppicava. – Siete qui per curarvi? – chiesi. – Sì. Io ho avuto un incidente in moto. Leonardo è caduto male in acqua da una roccia, – rispose Voloďa, recitando la solita storia. – Presto ci dimettono. Naturalmente io e Sveva credemmo loro. Non sapevamo che fossero disabili dall’infanzia, costretti a vivere a lungo in istituto. Eravamo per loro una ventata di libertà. Avevano inventato ciascuno una storia: incidenti, cadute, risse… Voloďa e Leonardo si rivelarono saggi e istruiti, molto più maturi della loro età. Io e Sveva iniziammo a trovarli ogni settimana: ci facevano pena, volevamo rallegrare le giornate, ma anche imparare da loro. Voloďa mi regalava fiori colti nel giardino, Leonardo ogni volta portava origami fatti a mano per Sveva. Poi sedevamo tutti sulla stessa panchina: Voloďa accanto a me, Leonardo voltato verso Sveva. Lei arrossiva, era felice dell’attenzione timida di Leonardo. Parlavamo di tutto, con leggerezza. L’estate scivolò dolce; arrivò l’autunno piovoso, finirono le vacanze e prendemmo a pensare solo alla maturità. Gradatamente io e Sveva dimenticammo quei ragazzi. …Finite le prove, la festa e l’ultimo giorno di scuola, tornò l’estate delle speranze. Io e Sveva ritornammo davanti all’istituto per rivederli, sedute sulla solita panchina, aspettando che arrivassero con fiori e origami. Invece, invano rimanemmo lì due ore. Poi una ragazza uscì di corsa e mi portò la lettera di Voloďa. La aprii subito: «Amata Lilia! Sei il mio fiore profumato, la mia stella irraggiungibile! Forse non hai capito che mi sono innamorato di te a prima vista. I nostri incontri erano respiro, vita. Da sei mesi guardo dalla finestra, aspettando inutilmente il tuo ritorno. Mi hai dimenticato. Che peccato! Le nostre strade si separano. Ma ti ringrazio, ho conosciuto l’amore vero. Ricordo la tua voce vellutata, il tuo sorriso, le mani delicate. Come sto male senza te, Lilia! Vorrei vederti ancora una volta, ma mi manca l’aria… Ora io e Leonardo abbiamo diciotto anni, in primavera ci trasferiranno in un altro istituto. Difficile incontrarsi ancora. Il mio cuore è a pezzi! Spero di guarire da te… Addio, mia amata!» Firma – «per sempre tuo Vladimir». Insieme alla lettera c’era un fiore secco. Mi vergognai. Il cuore mi si strinse, non si poteva più cambiare nulla. Mi tornò in mente una frase: «Siamo responsabili di ciò che addomestichiamo.» Ignoravo la passione che ardeva dentro Voloďa. Non potevo ricambiare: per lui non provavo nulla di più che amicizia e curiosità. Sì, flirtavo, lo stuzzicavo. Gettavo legna sul fuoco della sua infatuazione, ma non pensavo che potesse diventare un incendio d’amore. …Sono passati tanti, tanti anni. La lettera di Voloďa è ormai ingiallita, il fiore si è sbriciolato. Ma ricordo i nostri incontri innocenti, le chiacchiere spensierate, le risate alle battute di Voloďa. …E questa storia ha un seguito: Sveva si è affezionata al destino di Leonardo, abbandonato dai genitori per la sua “diversità”. Sveva si è laureata in pedagogia, lavora in un istituto per bambini disabili. Leonardo è suo marito. Hanno due figli grandi. Voloďa, secondo Leonardo, ha vissuto sempre solo. Quando aveva circa quarant’anni, la madre è venuta a prenderlo all’istituto, commossa e pentita, e lo ha portato con sé in un paesino. Dopo di allora, le sue tracce si sono perse…
NON SONO RIUSCITA AD AMARE Ragazze, forza, chi di voi è Ludovica? una giovane donna ci scrutava con un
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0227
Vorrei tanto tornare a casa, figliolo Vittorio uscì sul balcone, accese una sigaretta e si sedette su uno sgabello basso. Un nodo amaro gli serrava la gola, cercava di mantenere il controllo, ma le mani traditrici tremavano. Mai avrebbe pensato che sarebbe arrivato un giorno in cui non ci sarebbe stato posto per lui nella sua stessa casa… — Papà! Non arrabbiarti e non prendertela! — Larisa, la figlia maggiore di Vittorio, arrivò di corsa sul balcone. — Non ti chiedo tanto… lasciaci la tua stanza e basta! Se non hai un po’ di compassione per me, pensaci almeno ai tuoi nipoti. Presto andranno a scuola e vivono ancora in una stanza con noi… — Lora, io non andrò mai in una casa di riposo, — disse pacatamente il vecchio. — Se qui in casa vi sentite stretti con i bambini, andate allora a vivere dalla madre di Michele. Lei sta da sola in un trilocale. Avrete stanza tua e dei ragazzi separata. — Sai che non potrei mai coabitare con quella donna! — gridò la figlia, sbattendo furiosamente la porta del balcone. Vittorio accarezzò il vecchio cane che lo aveva accompagnato fedelmente con la moglie per tanti anni. Pensando alla sua cara Nadia, gli scorsero le lacrime. Sempre si commuoveva ricordando la sua sposa, venuta a mancare cinque anni prima, lasciandolo solo. Da quel giorno si era sentito un orfano completo. Aveva educato Larisa con amore e gentilezza, cercando di trasmetterle i valori migliori. Eppure qualcosa era sfuggito… la figlia era diventata una persona egoista e insensibile. Barone, il cane, gemette e si sdraiò accanto ai suoi piedi. Sentiva il dolore interiore del padrone e soffriva con lui. — Nonno! Non ci vuoi proprio bene? — entrò il nipote, otto anni. — Ma che dici? Chi ti ha detto una simile stupidaggine? — si stupì Vittorio. — Perché non vuoi andare via? Ti dispiace lasciare la stanza a me e a Cosimo? Perché sei così tirchio? — il bambino lo guardava con sprezzante rabbia. Il nonno cercò di spiegare, ma capì che stava solo ripetendo le parole della madre. Evidentemente Larisa aveva già influenzato il ragazzino. — Va bene. Me ne andrò, — disse con voce spenta. — Vi lascio la stanza. Non poteva più restare in quell’atmosfera ostile. Aveva capito che in quella casa ormai lo detestavano tutti, dal genero che non gli rivolgeva la parola al nipote, convinto che il nonno gli avesse portato via la stanza. — Papà! È vero che ci lasci la stanza? — entrò Larisa, contenta. — Sì, — rispose piano il vecchio. — Promettimi solo che non maltratterai Barone. Mi sento un traditore… — Ma dai! Ci prenderemo noi cura di lui e lo porteremo sempre a passeggio. Nei weekend ti verremo a trovare assieme a Barone, — prometteva la figlia. — Ti ho scelto la migliore casa di riposo, vedrai che ti piacerà. Due giorni dopo Vittorio partì per la casa di riposo. La figlia aveva già organizzato tutto, aspettava solo che il padre cedesse. Appena entrato nella stanza umida e piena di odore di muffa e cimici, si pentì immediatamente. Larisa l’aveva ingannato: non si trattava di una residenza privata ma di un istituto per anziani abbandonati. Sistemate le sue cose, scese fuori e si sedette su una panchina quasi in lacrime. Guardando gli altri anziani, immaginava la misera esistenza che lo aspettava negli anni a venire. — Sei nuovo? — chiese una donna anziana e gentile, sedendosi accanto. — Sì…, — sospirò. — Non ti abbattere… anche io all’inizio soffrivo, ma poi mi sono rassegnata. Mi chiamo Valentina. — Vittorio, — si presentò. — Anche lei è stata mandata qui dai figli? — No, dal mio nipote. Non ho avuto figli, Gli ho lasciato l’appartamento, ma forse ho sbagliato… L’ha preso, e mi ha spedito qui. Almeno non mi ha lasciata per strada… Parlarono fino a sera, ricordando gli anni giovanili felici e le persone amate. Il giorno dopo uscirono di nuovo a passeggiare. Quella donna portò un po’ di gioia nella vita di Vittorio. Non riusciva a stare nell’edificio, passava tutto il tempo all’aperto. Il cibo era pessimo, mangiava solo quel poco che serviva a sopravvivere. Vittorio aspettava la figlia. Sperava che Larisa cambiasse idea, sentisse la sua mancanza e lo riportasse a casa. Ma il tempo passava e lei non si faceva vedere. Provò a chiamare per sapere di Barone, ma nessuno rispose. Un giorno, all’ingresso, si imbatté nel suo vicino, Stefano Iuliani. Stefano lo vide e corse verso di lui sorpreso. — Ecco dove sei! — disse. — Ma tua figlia continua a ripetere che sei andato a vivere in campagna! Ho capito subito che c’era qualcosa che non tornava. Sapevo che non avresti mai abbandonato Barone per strada. — Di cosa parli? — chiese confuso Vittorio. — Che ne è del mio cane? — Tranquillo, l’abbiamo portato in un rifugio. Non so cosa sia successo davvero. Barone stazionava giorno e notte sotto casa e tu non c’eri. Ho visto Larisa, le ho chiesto e mi ha detto che sei andato in campagna, lei trasloca da suo marito. E del cane ha spiegato che è vecchio e non vuoi più occupartene. Ma che succede davvero? — chiese Stefano, vedendo il vecchio impallidire. Vittorio gli raccontò tutto. Disse che darebbe qualsiasi cosa pur di tornare indietro, per non commettere quell’errore. Non solo la figlia lo aveva privato di una vita dignitosa, aveva anche scacciato Barone. — Vorrei tanto tornare a casa, figliolo, — sussurrò. — In realtà sono venuto qui proprio per una questione simile. Sono avvocato, mi occupo spesso dei diritti degli anziani. Sto seguendo il caso di un signore cui i vicini hanno portato via la casa. Ma tu non hai ancora cambiato residenza, vero? — chiese. — No… Se non lo ha fatto lei a mia insaputa. Onestamente non so più cosa aspettarmi da Larisa… — Preparati, ti aspetto in macchina, — disse Stefano. — Non si può lasciare che accada una cosa simile! Che madre può comportarsi così… Vittorio salì di corsa, raccolse le sue cose e scese. All’ingresso incrociò Valentina. — Valentina, io vado via. Ho incontrato il mio vicino, dice che Larisa ha cacciato Barone e vuole vendere casa. Ecco com’è… — E io? — chiese la donna, sconsolata. — Non preoccuparti, appena avro’ risolto torno a prenderti io, — promise. — Ma figurati… Chi mai si occuperebbe di me? — disse con tristezza. — Su, non piangere. Lo prometto! Vittorio non riuscì a rientrare in casa: la porta era chiusa e non aveva le chiavi. Stefano lo ospitò. Presto seppero che Larisa aveva già lasciato casa, era andata a vivere dalla suocera e aveva affittato l’appartamento. Grazie a Stefano, il vecchio riuscì a difendere il suo diritto alla casa. — Grazie infinite, — lo ringraziò Vittorio. — Ma non so come andare avanti. Lei non si calmerà, fino a che non mi avrà cacciato… — C’è una sola soluzione, — disse Stefano. — Vendiamo la casa, diamo a Larisa la sua parte, e con il resto compriamo qualcosa per te. Magari un piccola casa fuori città. — Magnifico! — si entusiasmò Vittorio. — Sarebbe perfetto. Tre mesi dopo, Vittorio si trasferiva nella nuova casetta. Stefano lo aiutava in tutto, anche quella volta si offrì di trasportare lui e Barone. — Fermiamoci solo un attimo, — disse Vittorio. Da lontano vide Valentina seduta sulla loro panchina, con lo sguardo perso. — Valentina! — la chiamò. — Siamo venuti a prenderti io e Barone! Ora abbiamo una casa in campagna: aria pulita, pesca, frutta, funghi, tutto intorno. Vieni? — sorrise Vittorio. — E come faccio? — esitava lei. — Basta che ti alzi e vieni con noi, — rise lui. — Deciditi! Qui non c’è più nulla per noi. — Va bene! Ci metto dieci minuti? — rispose, commossa fino alle lacrime. — Ovviamente ti aspetto! — sorrise lui. Nonostante le ingiustizie, quei due riuscirono a difendere la loro possibilità di essere felici. Capirono che al mondo ci sono ancora tante persone buone. E alla fine, il bene vince sempre. Vittorio e Valentina lo hanno provato sulla loro pelle. Con forza e coraggio hanno reclamato la propria serenità, trovando finalmente pace e felicità insieme…
Voglio tanto tornare a casa, figliolo. Vittorio Petrone uscì sul vecchio balcone, accese una Nazionali
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Quando la vita ti sorprende: la proposta sconvolgente di una giovane donna mette alla prova il matrimonio di Svetlana, tra segreti, ricatti e il desiderio di diventare madre contro ogni destino
Silvana spense il computer e si preparò ad uscire dallufficio. Silvana Andreotti, cè una ragazza che
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Ho detto al mio fidanzato che viviamo in un appartamento in affitto, ma in realtà abitiamo nel mio appartamento.
Ho detto al mio fidanzato che viviamo in un appartamento in affitto, ma in realtà abito nel mio proprio nido.
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«Perdonami, figlio mio, stasera niente cena», sussurra la mamma… Un milionario ascolta «Mamma… ho fame.» Lucia si morde le labbra per non tremare. Matteo ha solo quattro anni, ma il suo stomaco conosce già una lingua che nessun bambino dovrebbe imparare: quel vuoto che le promesse non possono riempire. Gli accarezza i capelli con una mano, mentre nell’altra tiene una busta leggera, quasi ridicola, con bottiglie di plastica vuote raccolte durante la giornata. «Presto mangeremo qualcosa, amore mio», mormora. Ma la bugia le graffia la gola. Ha dovuto mentire troppe volte quella settimana. Non per abitudine, ma per sopravvivere. Perché dire la verità a un bambino è come lasciarlo cadere senza materasso. Il supermercato brilla di lucine natalizie. Ghirlande dorate, musica allegra, gente che spinge carrelli colmi. Il profumo di pane fresco e cannella sembra lusso a Lucia. Milano è bellissima quella sera, come una città vestita a festa… ma lei avanza con scarpe rovinate, attenta a ogni passo, così che Matteo non noti la sua paura. Matteo si ferma davanti a una montagna di panettoni incartati, luccicanti. «Quest’anno lo prendiamo? Come l’anno scorso con la nonna…» L’anno scorso. Lucia sente una fitta al petto. L’anno scorso sua madre era viva. L’anno scorso aveva ancora un lavoro fisso nelle pulizie e, anche senza nulla da perdere, almeno c’era la tavola apparecchiata. Almeno c’era un tetto che non si appannava come il parabrezza della Panda in cui dormono da due settimane. «No, tesoro… non quest’anno.» «Perché?» Perché il mondo può sconvolgersi senza preavviso. Perché la febbre di tuo figlio pesa più di qualsiasi turno di lavoro. Perché un datore di lavoro può licenziarti se ti assenti un giorno… anche se quel giorno tuo figlio ha la febbre e tu lo tieni in braccio al Pronto Soccorso. Perché l’affitto non aspetta, il cibo non aspetta, e nemmeno il dolore. Lucia inghiotte e si sforza di sorridere. «Perché stasera faremo altro. Vieni, aiutami a restituire le bottiglie.» Camminano tra corsie dove tutto sembra dire «sì» e, allo stesso tempo, «non è per te». Succhi, biscotti, cioccolatini, giocattoli. Matteo guarda tutto con occhi enormi. «Posso bere un succo oggi?» «No, amore.» «E i biscotti? Quelli al cioccolato…» «No.» «Quelli semplici…?» Lucia risponde più dura del previsto e vede la faccia di Matteo spegnersi, come una lucina che si arrende. Il cuore le si spezza di nuovo. Quante volte può spezzarsi prima di svanire del tutto? Arrivano alla macchina della raccolta differenziata. Lucia inserisce una bottiglia, poi un’altra. Rumori metallici, numeri che crescono lenti. Dieci bottiglie. Dieci piccoli tentativi. La macchina sputa un buono. Due euro e cinquanta. Lucia lo guarda come se le facesse uno scherzo. Due euro e cinquanta. La vigilia di Natale. Matteo le stringe la mano con una speranza che le fa male. «Ora andiamo a comprare da mangiare, vero? Ho tantissima fame.» Lucia sente qualcosa crollare dentro. Fino a quel momento si era aggrappata al mondo con le unghie, ma lo sguardo del figlio, così fiducioso, le distrugge ogni resistenza. Non può più mentirgli. Non stasera. Lo porta al reparto frutta e verdura. Le mele rosse brillano, le arance sono perfette, i pomodori sembrano gioielli. In mezzo all’abbondanza degli altri, si inginocchia davanti a lui e gli prende le manine. «Matteo… la mamma deve dirti una cosa molto difficile.» «Che succede, mamma? Perché piangi?» Lucia non si era accorta di piangere. Le lacrime scorrono da sole, come se il suo corpo sapesse prima di lei che non può più farcela. «Figlio mio… perdonami. Quest’anno… niente cena.» Matteo si aggrotta le sopracciglia, confuso. «Non mangiamo?» «Non abbiamo soldi, amore. Non abbiamo casa. Dormiamo in macchina… e la mamma ha perso il lavoro.» Matteo guarda il cibo intorno a lui, come se il mondo lo avesse tradito. «Ma… qui c’è da mangiare.» «Sì, ma non è nostro.» E allora Matteo piange. Non urlando, ma con quel pianto silenzioso che fa più male di qualunque capriccio. Le spalle piccole tremano. Lucia lo abbraccia disperata, come se stringendolo potesse compiere un miracolo. «Perdonami… perdonami se non posso darti di più.» «Mi scusi, signora.» Lucia alza lo sguardo. Un addetto alla sicurezza li osserva, imbarazzato, come se la povertà sporcasse il pavimento. «Se non compra nulla, deve uscire. Sta disturbando i clienti.» Lucia si asciuga il viso in fretta, mortificata. «Usciamo subito…» «No, signora, rimanete pure. Sono con me.» La voce risuona alle spalle, ferma, calma. Lucia si volta e vede un uomo alto in abito scuro, con i capelli grigi sulle tempie. Ha il carrello vuoto e un’aria autorevole, che basta a far indietreggiare il vigilante. «Sono la mia famiglia. Sono venuto a cercarli per fare la spesa insieme.» Il vigilante esita, guarda i vestiti laceri di Lucia, il bambino affamato, l’uomo elegante… e alla fine si arrende. «Va bene, signore. Mi scusi.» Rimasti soli, Lucia non sa se ringraziare o scappare. «Non so chi lei sia», dice tirandosi su, «e non abbiamo bisogno di…» «Invece sì, ne avete davvero bisogno.» Non è crudele. È sincero. La guarda negli occhi. «Vi ho sentito. Nessuno dovrebbe soffrire la fame a Natale. Soprattutto un bambino.» Si accovaccia davanti a Matteo, con un sorriso gentile. «Ciao. Mi chiamo Sebastiano.» Matteo si nasconde dietro la mamma, ma sbircia. «E tu come ti chiami?» Silenzio. Sebastiano non insiste. Chiede solo: «Dimmi… se potessi scegliere una cena stasera, quale sarebbe?» Matteo guarda Lucia per cercare il permesso. Non capisce, ma negli occhi dell’uomo non c’è scherno, né compassione sporca, né curiosità offensiva. Solo umanità. «Puoi rispondere, amore», sussurra Lucia. «Polpette al sugo… con purè di patate», dice Matteo, quasi sottovoce. Sebastiano annuisce come se avesse ricevuto l’ordine più importante del mondo. «Perfetto. Anche la mia cena preferita è quella. Vieni, aiutami.» E comincia a riempire il carrello con carne, patate, pane, insalata, succhi, frutta. Ogni volta che Matteo indica qualcosa, Sebastiano aggiunge senza contare, senza sospirare, senza guardare il prezzo. Alla cassa paga come fosse una caffè. Lucia vede il totale e sbianca: più di quanto guadagnava in due settimane. «Non possiamo accettare», tenta di dire, tremando. Sebastiano è serio. «Quello che hai detto a tuo figlio… nessuna madre dovrebbe essere costretta a dirlo. Lasciami fare, ti prego.» Nel parcheggio Lucia si avvicina alla vecchia Panda della signora Pesa. La vettura appare ancora più triste vicino alla Mercedes nera di Sebastiano. Lui capisce tutto con uno sguardo: i segni della miseria, la coperta, la borsina di vestiti. «E ora dove andrete?», chiede. Il silenzio è una caduta. «Da nessuna parte», ammette Lucia. «Dormiamo qui.» Sebastiano poggia le borse a terra, si passa una mano tra i capelli, come se la realtà lo schiacciasse. «Il mio hotel ha un ristorante. È aperto stasera. Venite a cenare con me. Dopo… vediamo. Ma almeno non restate bloccati in macchina.» Le lascia un biglietto: Hotel Imperiale. Lucia lo tiene come se bruciasse. Quando Sebastiano se ne va, Matteo lo tira per la manica. «Dai mamma, andiamo. Mangiamo le polpette.» Lucia guarda il figlio, la macchina, il biglietto. Non ha scelta. E, senza saperlo, accettando quella cena apre una porta immensa… che potrebbe salvarli o farli precipitare se fosse solo una promessa. Il ristorante sembra un altro mondo: tovaglie bianche, luce calda, musica morbida, fiori freschi. Matteo non molla la mano della mamma. Lucia, nei suoi abiti consunti, pensa che tutti la fissino, anche se nessuno lo fa davvero. «Sono miei ospiti», dice Sebastiano al cameriere. «Ordinate ciò che volete.» Matteo all’inizio mangia lentamente, quasi temendo che qualcuno gli porti via il piatto. Poi accelera, con quella fame che non si guarisce in una notte. Lucia lo osserva, la gola secca: il figlio dice che è «la cosa più buona che abbia mai mangiato», ma per lei è una tragedia travestita da promessa. Sebastiano non fa domande subito. Parla di argomenti semplici, chiede a Matteo dei dinosauri. Matteo tira fuori una piccola figura di Tyrannosaurus rex, segnata dalle zampe. «Si chiama Rex», dice fiero. «Mi protegge quando dormo.» Sebastiano lo guarda con una tristezza trattenuta. «I tirannosauri sono i più forti», risponde. Più tardi, dopo il dolce, Sebastiano chiede infine, rispettoso: «Lucia… come sei arrivata fin qui?» E Lucia racconta la sua storia. La madre morta. Il lavoro perso. L’ospedale. Lo sfratto. Il padre di Matteo sparito quando era piccolo. Sebastiano ascolta senza interrompere, come se ogni parola confermasse qualcosa. «Nel mio hotel cerco personale ai piani», dice alla fine. «Assunzione regolare, orari fissi, tutto come si deve. E ci sono appartamenti per i dipendenti. Piccoli, ma dignitosi.» Lucia lo guarda sospettosa, perché anche la speranza fa paura. «Perché lo fai?» «Perché ho bisogno di personale», risponde, aggiungendo piano: «e perché nessun bambino dovrebbe vivere in macchina.» Il giorno dopo Lucia torna. La manager, Patrizia Mendez, le fa un colloquio normale, nulla di strano. Tre giorni dopo Lucia e Matteo entrano per la prima volta in un appartamento con finestre vere. Matteo corre da una stanza all’altra come se fosse un pianeta nuovo. «È davvero nostro, mamma?» «Sì, siamo a casa.» La prima notte Matteo dorme in un letto… ma si sveglia più volte piangendo, controllando che la mamma ci sia. Lucia trova biscotti nascosti sotto il cuscino. Matteo conserva il cibo, temendo di tornare alla fame. Capisce che la povertà non se ne va solo col trasloco: resta dentro, come un rumore di fondo. Sebastiano viene di tanto in tanto. Porta libri, gioca a calcio in giardino, fa parlare Lucia. E un giorno porta una torta a forma di dinosauro. «Vorrei che lo zio Sebas restasse per sempre», dice Matteo ad alta voce. Sebastiano si inginocchia, commosso. «Farò di tutto.» Poi arriva il problema di una voce di corridoio… e la voce arriva all’uomo sbagliato. Roberto, il padre biologico, si presenta un martedì nella hall dell’hotel, odore di birra e sorriso falso. «Voglio vedere mio figlio», dice. «Ne ho diritto.» Lucia sente la gola chiudersi. Sebastiano è davanti a lui come un muro. Roberto urla, minaccia, promette cause legali. E porta i documenti: richiesta di visita, affidamento condiviso. Per la legge Lucia è «una donna in condizioni discutibili», Sebastiano «datore di lavoro che confonde il bambino». Tutto elegante sulla carta. Tutto veleno. La prima visita controllata è un incubo. Matteo non molla la gamba di Sebastiano. Roberto prova a prenderlo, Matteo urla. Quella notte Matteo sogna che lo portino via, che non riveda mai la mamma, che perda «papà Sebas». «Vorrei che tu fossi davvero il mio papà», confessa Sebastiano un mattino, seduto sul letto. «E allora… perché non puoi esserlo?» Non c’è risposta semplice. Solo una scelta difficile. L’avvocato spiega: da sposati, Sebastiano può avviare l’adozione. In tribunale la famiglia apparirebbe stabile. Lucia ha paura, ma la verità cresce da mesi: Sebastiano resta per amore, non per obbligo. «Non sarebbe una bugia», dice un pomeriggio, con la voce che trema. «Mi sono innamorato di te vedendoti mamma. E mi sono innamorato di lui… perché è impossibile non farlo.» Lucia, che per anni non si era mai permessa di sognare, dice «sì» tra lacrime di sollievo e non di sconfitta. Il matrimonio è semplice. Civile. Patrizia fa da testimone. Matteo, in un vestitino piccolo, porta gli anelli come proteggesse un tesoro. «Ora siamo una vera famiglia!», grida il bambino mentre vengono dichiarati marito e moglie. Ridono tutti, tra le lacrime. L’udienza però è decisiva. Roberto in completo fa la vittima. Sebastiano parla di quella vigilia di Natale al supermercato, di Lucia in ginocchio che chiede scusa per la cena, del suo cuore che non chiude più gli occhi. Lucia racconta quattro anni di assenza e silenzi. Il giudice guarda tutto: carte, lettere, cartelle cliniche dove Roberto non compare mai. Testimonianze di scuola, hotel, video di routine: fiabe, risate, colazioni. Chiede di parlare da solo con Matteo. Lucia trema dal panico. Nello studio il giudice offre succo e biscotti. Matteo risponde con la verità: «Prima vivevo in macchina e non era bello. Ora ho la mia stanza. Ho da mangiare. La mamma ride.» «Chi è tuo papà?», chiede il giudice. Matteo non esita. «Sebas. Il mio papà è Sebas. L’altro signore… non lo conosco. Fa piangere la mamma. E io non voglio che la mamma pianga.» Il giudice annuncia la decisione: affidamento esclusivo a Lucia. Visite controllate solo se il bambino vuole e solo per un tempo limitato. Autorizzazione per Sebastiano all’adozione. Roberto esce furioso, minacciando nel corridoio. Non tornerà più. Non chiederà visite. Non vuole un figlio. Vuole controllo, vantaggio, soldi. E quando non li ottiene, sparisce. Sulle scale del Tribunale Matteo abbraccia i suoi genitori, in un abbraccio che finalmente non porta più paura. «Allora… posso stare sempre con voi?», chiede. «Per sempre», rispondono insieme. Qualche mese dopo arriva il certificato di adozione, coi timbri che ufficializzano ciò che il suo cuore già sapeva. Matteo Romano Ortisi. Sebastiano lo incornicia, come una medaglia conquistata nella battaglia più importante. Cambiano l’appartamento con una casetta e il giardino. Matteo sceglie la sua stanza e mette Rex in un posto speciale — ogni tanto lo porta ancora con sé «giusto in caso». Non perché dubiti della sua famiglia, ma perché il bambino che fu c’è ancora: lo sta solo imparando che la sicurezza può essere vera. Un sabato Sebastiano propone di andare al supermercato. Lo stesso della vigilia. Entrano mano nella mano. Matteo in mezzo, che salta e chiacchiera. Sceglie arance, mele, e cereali con il dinosauro sulla scatola. Lucia lo guarda e sente il petto riempirsi di qualcosa che pensava impossibile: pace. Al reparto frutta, Matteo si ferma nel punto dove lei una volta pianse in ginocchio. Tocca una mela, la mette nel carrello e dice fiero: «Per la nostra casa.» Lucia sbatte le palpebre per trattenere le lacrime. Sebastiano le stringe la mano. Non dicono nulla, perché a volte le cose più grandi non si dicono: si vivono. Quella sera cenano tutti e tre insieme. Matteo fa battute sciocche sul giardino, Sebastiano finge che siano le migliori del mondo, e Lucia ride di cuore — quel riso che viene quando il corpo non vive più in allerta. Poi, come sempre, Sebastiano legge le storie. Tre. Matteo si addormenta alla seconda, con Rex tranquillo sul petto. Lucia resta un po’ sulla soglia. Pensa alla donna che era: quella che chiedeva scusa per non aver portato la cena, quella che dormiva in una macchina, quella che pensava che vivere fosse solo resistere. E capisce una cosa che non sta sui documenti o nelle sentenze: a volte, nel momento più buio, un gesto di umanità può avviare una serie di miracoli. Non miracoli da film. Miracoli veri. Un lavoro. Un tetto. Pane fresco. Fiabe della buonanotte. Una mano. E, più di tutto, un bambino che non ha più fame… né paura… perché finalmente ha ciò che merita: una famiglia che non se ne andrà via.
«Perdonami, figlio mio, stasera non cè la cena», gridò mia madre Un imprenditore ricco sentì tutto.