La quiete di Capodanno
Novembre era stato grigio, umido, intriso della consueta malinconia. Le giornate scorrevano lente e monotone. Anna si era accorta dell’arrivo di dicembre solo grazie all’assalto pubblicitario di spumante, panettone e mandarini.
Milano ardeva nella frenesia pre-natalizia: le vetrine risplendevano di luminarie. La gente, stretta alle borse coi regali, sembrava impegnata in una corsa ad ostacoli. Tutti avevano fretta, si affannavano, programmavano.
Anna non aspettava nulla, né voleva correre da nessuna parte. Sperava solo che quel periodo passasse in fretta.
Quarant’anni. Già. Il divorzio, firmato tre mesi prima, aveva lasciato non una ferita, ma una strana e anestetizzante vuotezza. Niente figli, nessun compromesso o scelte dolorose. Solo due vite parallele che finalmente avevano preso strade diverse.
«Buon anno, Anna!» – urlavano i colleghi, occhieggiando allegri.
Anna rispondeva con un sorriso educato, privo di qualsiasi gioia. Per tutto il giorno si ripeteva: «Niente di speciale. Solo dicembre che diventa gennaio. Un mercoledì che si trasforma in giovedì. Nessuna ragione per festeggiare».
I suoi programmi per Capodanno erano semplici come il cristallo: una doccia, il pigiama consumato, una tisana alla camomilla e a letto alle dieci, come in qualunque altra sera.
Niente insalata russa, niente cinepanettoni, né bottiglie di spumante abbandonate in frigo fino all’anno dopo.
***
Alla fine arrivò la sera fatidica.
Il tempo, quasi a beffarsi della gioia collettiva, aveva organizzato la sua personale, poco festosa, “festa”: una pioggia gelida si mescolava alla poltiglia nevosa sulle strade. Il cielo grigio schiacciava la città e le luci sembravano smorte. La serata perfetta per sparire.
Alle nove e mezza, Anna era già a letto sotto il piumone. Dai vicini, una musica soffusa. Anna chiuse gli occhi e tentò di dormire.
Si svegliò di soprassalto per un rumore deciso: qualcuno bussava, non semplicemente, ma colpiva la porta come se vi fosse in gioco una vita. Anna si sedette imprecando contro i soliti ubriaconi e maleducati. L’orologio segnava:
23.45…
Si alzò, ma non andò ad aprire. Sicuramente qualcuno aveva sbagliato piano o porta. Bussavano e se ne sarebbero andati. Si avvicinò invece alla finestra, e rimase senza parole.
Fuori era candido: niente pioggia, niente sporco, niente asfalto grigio.
Fiocchi grossi e soffici, come quelli dell’infanzia, volteggiavano sotto i lampioni, coprendo la città con una coperta di neve.
Nel giro di poche ore, il mondo si era trasformato in una fiaba.
***
Il bussare si ripeté. Più sommesso, ma costante.
Anna, ancora frastornata dalla magia fuori dalla finestra, andò ad aprire. Non pensò a chi fosse. Era catturata dal momento. Girò la chiave e spalancò la porta.
E lì…
***
C’era il vicino.
Arturo, dell’appartamento di fronte. Un uomo non più giovane, coi capelli sempre spettinati e quegli occhi vivaci e pieni di piccole scintille. Indossava una giacca in tweed consunta, con un vecchio sciarpone di lana avvolto alla buona.
Nella mano teneva una valigetta d’altri tempi, in pelle marrone, e nell’altra un barattolo di vetro pieno fino all’orlo di qualcosa di rosso e invitante.
– Mi scusi se disturbo, – disse con voce roca, – ho sentito… cioè, mi è sembrato che da lei ci fosse… la quiete di Capodanno. È la più rara di tutte le quieti, e non potevo fare a meno di notarla.
Anna lo fissava, poi guardò fuori, dove la neve danzava nel fascio del lampione.
– Arturo… che cosa desidera? – chiese, stranita.
– Ho portato un dono, – porgendo il barattolo. – È succo di mirtillo rosso. Mia moglie diceva che cura ogni malinconia. E poi… – sollevò la valigetta, – voglio mostrarle una cosa. Posso entrare per quindici minuti? Giusto fino al brindisi.
Anna esitò. Tutta la sua apatia, la corazza “niente di speciale” si era incrinata. Prima la neve, ora il vicino eccentrico con la valigetta e il succo. Una curiosità sopita sotto strati di pragmatismo e delusioni tornava a galla.
– Entri pure, – disse, incerta.
Arturo entrò, battendo via la neve dalle scarpe. Non si tolse il cappotto, posò la valigetta al centro della stanza immersa nella penombra. La sola luce era quella del lampione oltre il vetro.
– Qui… è parecchio essenziale, – notò, senza giudicare.
– Non avevo intenzione di festeggiare, – replicò lei.
– Capisco, – annuì Arturo. – Dopo… certe svolte come la sua, le feste sembrano offensive. Tutti gioiscono, e tu no. E pensi sia sbagliato.
Anna lo guardò, colpita dalla precisione delle sue parole.
Non si erano mai confidati. Solo qualche scambio superficiale su posta o meteo.
– Davvero?
– Sono vecchio, Anna. Ho visto tanti inverni e tante vite. So che l’inverno non è la fine, ma il tempo in cui la terra si riposa. Anche una persona ha bisogno di riposare. Ma non per sempre.
Arturo aprì la valigetta: dentro, su un fondo di velluto, c’erano… sfere di vetro. Decine. Una blu con polvere argentata come la Via Lattea, una rossa con una minuscola rosa dorata scolpita a mano, una trasparente in cui, se la si osservava da una certa angolazione, appariva una minuscola arcobaleno di luce.
– Cos’è? – bisbigliò Anna.
– La mia collezione, – disse Arturo. – Non colleziono francobolli, né monete. Colleziono ricordi. Ogni sfera contiene un attimo felice della mia vita. Questa, – prese quella blu, – è il viaggio in montagna con mia moglie a guardare le stelle. Questa rossa… la sua rosa, per il nostro anniversario. Diceva che l’amore è come una rosa che non appassisce.
Anna guardava quei piccoli mondi di vetro, e il suo cuore, ghiacciato da mesi, cominciava a sciogliersi. Non vedeva solo decorazioni: percepiva una vita piena, calda, ricca d’affetto.
– Perché me li mostra?
– Perché da lei è vuoto, – rispose Arturo. – E voglio che capisca che la vuotezza non è una sentenza, ma uno spazio. Un posto dove mettere qualcosa di nuovo. Guardi.
Prese dal taschino una sfera trasparente, semplice, liscia.
– Questa è per lei, – disse, porgendola. Simbolo di questa serata, del suo coraggio di aprire la porta, della neve, del fatto che anche nel silenzio più grigio può accadere un miracolo.
Anna prese la sfera. Era fresca e liscia.
Fuori scoccò la mezzanotte, si levò il primo «Buon Anno!»
Anna guardò Arturo. Gli occhi di lui brillavano: ora le sembravano non solo vivaci, ma incredibilmente saggi.
– Grazie, – disse lei, e per la prima volta dopo tanto tempo le tremò sulle labbra un sorriso vero, seppur timido.
– Non c’è di che, – sorrise Arturo. – Ora può cominciare. Sta a lei decidere quale ricordo metterà in questa sfera. Forse la tazza di caffè di domattina, forse un libro finito, forse qualcosa di più grande. Chi può dirlo? Il nuovo anno è appena iniziato.
Richiuse la valigetta, augurò la buonanotte e se ne andò, lasciandola sola con la quiete.
Ma era una quiete diversa: non soffocante e vuota, ma colma di una sottile gioia e di speranza.
Anna si mise alla finestra con la sfera trasparente in mano. Ancora nevicava, coprendo tutto di bianco. E, per la prima volta da mesi, pensò non al passato, ma a ciò che sarebbe potuto accadere…
Ed era davvero un piccolo miracolo di Capodanno. Il silenzio di Capodanno Novembre si era inchinato al grigiore: pioggia sottile, fredda, un umido che
Quando la porta si chiuse dietro Lucia Bianchi, nella stanza rimasero solo tre persone: Francesca, la
UNA NUOVA VITA ALL’ORIZZONTE
«Signore, la prego, smetta di seguirmi! Le ho già detto che sono in lutto per mio marito. Non mi perseguiti, la prego! Inizio ad avere paura!» urlavo io, esasperata.
«Ricordo perfettamente… Ma ho come l’impressione che lei porti il lutto per se stessa. Mi scusi,» insisteva il mio… corteggiatore.
…Mi trovavo in un centro benessere al lago di Garda. Cercavo solo pace e il canto degli uccelli, non l’assillo di uomini sconosciuti. Mio marito era venuto a mancare da poco. Avevo bisogno di ritrovare me stessa davanti a una perdita immensa.
…Insieme a mio marito, Oleg—che in quella versione italiana diventa Oliviero—avevamo appena iniziato la ristrutturazione della nostra casa a Verona, risparmiando su tutto. Poi, il destino: Oliviero si è sentito male, e neanche i soccorsi hanno potuto rianimarlo. Era un secondo infarto. Sono rimasta senza marito, senza ristrutturazione… ma con due figli adolescenti. Mi sentivo senza forze.
Sul lavoro mi hanno assegnato un soggiorno premio in centro benessere. Non volevo uscir di casa, ma i colleghi non hanno accettato un no:
«Non sei né la prima né l’ultima vedova. Hai due figli, Caterina! Devi vivere. Vai, distraìti!»
Così, a malincuore, sono partita. Sono passati quaranta giorni dalla morte di Oliviero e il dolore non mollava la presa.
Al centro benessere mi hanno sistemata in stanza con una ragazza, Viviana. Sempre allegra, solare, persino fastidiosa. Non volevo condividere il mio lutto con lei, né con nessuno, tanto meno con animatori insistenti e seduttori da villaggio turistico—lo sappiamo: in questi posti sono tutti single, divorziati o vedovi.
Ho messo in guardia Viviana dall’animatore, un certo Maurizio, certo che fosse sposato almeno al secondo matrimonio. Viviana rideva:
«Ma dài, non si preoccupi, Caterina! Sono un passerotto con molte vite…»
Io, invece, rimanevo chiusa in camera, senza voglia né di leggere né di vivere.
Fino a quella mattina in cui mi sono svegliata serena, ho spalancato la finestra e ascoltato gli uccelli tra i pini del lago.
Così ho incontrato quel tipo—lo avevo già notato a pranzo: bassino, lo sguardo sfacciato, impeccabile nel vestire. Non mi piaceva, ma lui ogni sera si avvicinava, offrendomi una manciata di campanule trovate nel bosco.
Piano piano, con la sua insistenza gentile e la voce calda, è riuscito a intrufolarsi nelle mie giornate. Col passare dei giorni, tra balli, frutta al mercato in città e passeggiate serali, l’ho lasciato entrare un po’ nel mio cuore ferito.
Il suo nome era Valentino. Prima della mia partenza mi invitò nella sua stanza per una tazza di tè. Quella sera capii che c’erano sentimenti veri. Ma poi, dopo il commiato, la distanza ha preso il sopravvento… e a scrivermi è stata addirittura sua moglie, per annunciarmi che lui non era libero e che, comunque, non avevo speranze: «Io ho trent’anni, lei quaranta.»
Ho lasciato perdere, continuando a crescere i miei figli con dignità. Ma dopo sei mesi, Valentino si presentò davanti alla mia porta… con la valigia in mano, gli occhi bassi e il cuore sincero: «Ho divorziato. Vuoi sposarmi, Caterina?»
Non era una favola: io con i miei due ragazzi, lui con una figlia di dieci anni, Arianna, da una donna problematica. Una nuova famiglia da ricostruire, con tutte le difficoltà del caso, i litigi, le incomprensioni tra figli acquisiti.
Poi, il tempo ha fatto il suo corso: mio figlio Andrea e Arianna sono diventati grandi, si sono innamorati e sposati. In un primo momento ci hanno accusato di aver rovinato le loro vite, di aver formato una famiglia «impossibile». Se ne sono andati a vivere per conto loro… Ma col passare degli anni, hanno capito che nella vita bisogna perdonare e che l’amore è più forte.
Quando Andrea e Arianna ci hanno chiamati perché era nato il loro bambino, Mirko (Mirco, da Miroslav), ci hanno chiesto perdono e ci hanno riuniti intorno a una tavola di festa.
Ecco il nostro NATALE DI GIOIA RINATA: una famiglia intrecciata, una nuova felicità nata sulle ceneri del dolore. Oh guarda, che storia ti devo raccontare. Sai quando la vita ti fa girare la testa, e poi ti mette davanti
Fuori di qui! urla Boris. Ma che dici, figliolo la suocera cerca di alzarsi, aggrappandosi al bordo del tavolo.
Caro diario, Ieri ho vissuto una delle serate più assurde della mia vita, tutta racchiusa fra i muri
Pietro mi diceva, con una calma quasi materna: Perché lavori, cara? Io guadagno a sufficienza.
Riccardo Saldini rimase immobile per un bel po. Il mondo in cui era convinto di poter comprare di tutto
Ieri Dove lo posizioni quellinsalatiera? Così copri i crostini! E sposta i bicchieri, che ora arriva
Lina era considerata cattiva. Cattivissima, quasi da far pena, così cattiva da suscitare compassione. Tutti cercavano di farlo capire anche a lei: “Sei una cattiva donna, Lina.” Cattiva, e anche infelice. Certo, senza marito, il figlio ormai grande e con una vita sua. Lina è sola, sembra non servire più a nessuno. Il lunedì al lavoro tutte si vantano di come abbiano pulito casa, cucinato, fatto marmellate o lavorato nell’orto durante il weekend. Lina resta in silenzio: che dovrebbe raccontare? Non ha un uomo, il figlio è cresciuto, così sta zitta. Quando esce prima dal lavoro, le colleghe scuotono la testa: “Si sa dove va!” Pensano che vada a vedere uno dei suoi tanti amanti. Tutte ne sono certe: Lina ha una sfilza di amanti, perché “una così” non può che essere cattiva. Così cattiva, sì. Loro invece sono donne perbene, tutte sposate, sempre impegnate… ma Lina, no, è quella cattiva.
“Mamma, perché sono così secondo te?” chiede Lina.
“Perché non ti sei sistemata,” sospira la madre. “Trova almeno un uomo, magari fai un secondo figlio, oggi tutte partoriscono dopo i quaranta.”
“Mamma, ma perché dovrei?” risponde sinceramente stupita Lina. “Ho già mio figlio… E poi, un altro uomo a cosa mi serve? Io Oleg ce l’ho.”
“Ma Oleg non è il tuo uomo!”
“E allora? Mi porta fuori, mi fa regali, mi invita in vacanza, non mi rompe, non mi costringe ad aiutare la suocera, non pretende cena pronta né mutande stirate. Benedizione.”
“Tutto questo però tocca alla sua povera moglie.”
“Vorresti che capitasse a me? No, grazie. Ho superato i quaranta, sono stata già due volte sposata, mamma, e da tutto ‘sto ‘amore’ sono sempre fuggita a gambe levate.”
Primo marito ricco e più grande, imposto dalla madre, cinque anni da prigioniera. Il secondo, per amore, ma si è ritrovata sempre schiava di casa e lavoro, con uno che si spalmava sul divano mentre a lei toccava tutto.
“Mamma, ero Lina-Angela, sono diventata Lina-tuttofare. Non cambia nulla se l’uomo guadagna più o meno: a stare bene sono tutti, tranne me.”
“Mica solo tu vivi così! Sono tutte nella stessa barca…”
“E io non ci voglio più stare.”
Chiedi a sua madre come ha passato il weekend? Con i nipoti, a cucinare e a sfinirsi in casa. Lina invece no: “Il venerdì mio figlio mi lascia il gatto della fidanzata, io mangio una pizza davanti a una serie TV, sabato mattina mi sveglio tardi, vado al museo, caffè, due chiacchiere. Domenica arriva Oleg e mi porta fuori a cena. Sono libera, mamma. Non mi interessa fare la seconda mamma a nessun uomo divorziato: vogliono solo qualcuno che cucini e cresca i loro figli. E se chiedi aiuto per il tuo, si offendono pure.”
Per tutti, quindi, Lina è quella cattiva, quella calcolatrice, quella con le idee chiare e senza vergogna. Ma lei no, non si pente: le dispiace solo per la madre, consumata da quella stessa routine soffocante che a lei non manca per niente. Così la invita a uscire, la trascina in giro per un po’ di libertà, per riprendersi la vita.
“Mamma, va tutto bene. Ora rilassati con me, pensiamo a noi due.”
Lunedì al lavoro le altre donne si lamentano di come siano stanche “a forza di riposarsi”. Lina invece sorride con malizia, cammina leggera e nessuno sa il suo vero segreto. Tutti sono certi di conoscere i pensieri “cattivi” di Lina. Ma la verità, quella la sa solo lei. Lina era una donna malvista. Lo era talmente tanto che quasi veniva da compatirla, da quanto la giudicavano male.
GUARDANDO NEL VUOTO
Dima e Anja si sono sposati a 19 anni, travolti da un amore folle che non lasciava loro respiro. I genitori, temendo possibili “scandali”, decisero di unirli in matrimonio senza indugi. Lo sposalizio fu sfarzoso – bambola sul cofano dell’auto, fiori a cascata, fuochi d’artificio, sala festeggiamenti, i classici cori: “Bacio, bacio!”…
I genitori di Anja, poveri e dediti alla bottiglia, non poterono contribuire alle spese: toccò a mamma dello sposo, la signora Alessandra Alessandrovna, che preferiva farsi chiamare Sanda Sandrievna. Sanda, vivace e schietta, aveva messo in guardia Dima: “Figlio mio, dalle querce non nascono arance: che il vostro amore non sia corto come il becco di un passero…”
I due ragazzi parevano sulla soglia della felicità, ignari della dura realtà che li attendeva. Sanda e marito regalarono agli sposi un appartamento – “Vivete felici, ragazzi!”
All’inizio andava tutto bene; nacquero due figlie, Tania e Sveta, adorate da Dima, che si sentiva realizzato. Ma in meno di cinque anni Anja iniziò a sparire misteriosamente da casa, spesso tornando con odore di alcol. Alla richiesta di spiegazioni, Anja divenne sfrontata: dichiarò di non aver mai amato Dima e di avere finalmente trovato l’uomo dei suoi sogni, seppur sposato e padre di tre figlie. Anja abbandonò marito e figli, rifugiandosi in un remoto paesino con il nuovo compagno: “Se il cuore è contento, il paradiso può stare anche in una capanna”, diceva.
Le due bambine rimasero con i nonni paterni.
Dima, disperato, si unì a una setta religiosa che gli trovò una nuova moglie, Klava, vedova con due figli. Da allora non ebbe più tempo per le sue bimbe.
Sette anni dopo, Anja ricomparve sulla soglia della casa di Sanda Sandrievna, con una bimba di quattro anni, Masha. Anja, malridotta dalla vita, chiese ospitalità per sé e la piccola. Sanda acconsentì, ma dopo un mese Anja sparì di nuovo, lasciando Masha ai nonni.
Passarono gli anni: Sanda e marito morirono, le ragazze presero strade diverse – una senza figli, una solitaria, la terza diventata madre prematuramente.
Anja finì sola e disprezzata nel paese; Dima, abbandonata la setta e Klava, trascorse il resto dei suoi giorni in compagnia di tre gatti nell’appartamento della madre.
Eppure, un tempo, la felicità aveva bussato forte alla porta di Anja e Dima… GUARDANDO NEL VUOTO Mi chiamo Marco, e la storia che scrivo oggi è una ferita che non si è mai rimarginata.
Dove la metto questa insalatiera di testina? Nel frigo non cè più posto, tutto occupato dalle tue cosine
Quando ho scritto sul foglio bianco Dimissioni Maria Bianchi, non è stato per debolezza. Lho fatto perché
Diario, venerdì sera, Milano. Oggi è stato il giorno del mio compleanno: trentacinque anni, da non credere.
Davanti allingresso mi osservava una limousine nera, lucente come loscurità che rispecchiava le luci di Roma.
“Mamma, siamo noi, i tuoi figli… Mamma…” Lei li guardò.
Anna e Roberto avevano vissuto tutta la vita nella povertà. Lei aveva ormai perso la speranza di una vita felice e prospera. Un tempo era stata giovane e innamorata, sognando un futuro luminoso insieme. Ma la vita non era andata come immaginava. Roberto lavorava duro ma guadagnava poco. E poi lei era rimasta incinta. Nacquero tre figli, uno dopo l’altro. Anna non lavorava più da tempo. Solo lo stipendio del marito non bastava. I bambini crescevano, avevano bisogno di vestiti e scarpe.
Tutto lo stipendio andava in cibo, poi bollette e altre necessità. Dodici anni vissuti così segnarono la famiglia. Roberto iniziò a bere. Portava a casa tutto lo stipendio, ma ogni giorno tornava ubriaco. Anna perse ogni fiducia in lui per quella vita. Un giorno lui tornò a casa ubriaco, con una bottiglia di grappa in mano. Non resistendo più, Anna gliela strappò di mano e bevve lei. Da quel momento anche lei iniziò a bere.
Col tempo si sentì meglio, i problemi sembravano sparire, quasi si rallegrava. Da quel giorno, quasi ogni giorno, aspettava che il marito le portasse da bere. Cominciarono a bere insieme.
Anna si dimenticò dei figli. In paese, la gente si chiedeva come potesse la grappa cambiare così una persona. Nel frattempo, i ragazzi andavano in giro a chiedere cibo. Un giorno, un vicino non riuscì più a tacere e disse:
– Anna, sarebbe meglio portarli in orfanotrofio piuttosto che lasciarli morire di fame. Quanto pensate di bere ancora senza pensare ai vostri figli?
Anna ricordò bene quelle parole, che la tormentavano. Forse sarebbe stato meglio se i figli non fossero stati tra i piedi. Dopo qualche tempo, Anna e Roberto si arresero e lasciarono andare i figli. Così i ragazzi finirono in orfanotrofio. Piangevano, aspettavano la mamma e il papà, ma nessuno veniva a prenderli. Anna e Roberto non si ricordavano nemmeno più di loro.
Passarono così diversi anni. Uno dopo l’altro, i ragazzi lasciarono l’orfanotrofio. Ognuno ottenne un piccolo monolocale, almeno avevano un posto dove vivere. Trovarono tutti un lavoro e si sostennero sempre a vicenda. Non parlavano dei genitori, ma desideravano rivederli e chiedere perché avessero fatto loro tutto questo.
Un giorno si riunirono, andarono in auto verso la vecchia casa. Lungo la strada incontrarono la madre, che arrancava verso casa. Lei passò accanto senza nemmeno guardarli.
– Mamma, siamo noi, i tuoi figli… Mamma…
Lei li guardò con occhi vuoti. Poi li riconobbe.
Cominciò a piangere, a chiedere perdono. Ma come poteva essere perdonata? I figli restavano immobili, senza parole. Poi decisero che, chiunque fosse stata, era sempre la loro madre. E la perdonarono. Mamma, siamo noi i tuoi figli Mamma Ci rivolse lo sguardo. Lucia e Roberto avevano vissuto nella povertà
Ma hai preso di nuovo questo servizio? Ti avevo detto di usare quello con il bordo dorato, quello che
Mio marito mi ha sempre detto che non sono abbastanza femminile. All’inizio lo buttava lì quasi per scherzo: che dovrei truccarmi di più, indossare abiti, essere “più delicata”. Io non sono mai stata così. Sono sempre stata pratica, diretta, poco vanitosa. Lavoro, risolvo problemi, faccio ciò che serve. Così mi ha conosciuta. Non mi sono mai finta diversa.
Col tempo questi commenti sono aumentati. Ha iniziato a paragonarmi alle donne che vedevamo sui social, alle mogli dei nostri amici, alle colleghe. Diceva che sembro più un’amica che una moglie. Lo ascoltavo, qualche volta discutevamo, poi si andava avanti. Non ho mai pensato che fosse qualcosa di serio. Lo consideravo una normale differenza di vedute in una coppia.
Il giorno in cui ho seppellito mio padre, tutto questo ha smesso di sembrarmi insignificante. Ero sotto choc. Non dormivo, non mangiavo, non pensavo ad altro che a come sopportare il funerale. Ho indossato il primo vestito nero trovato, niente trucco, e ho fatto il minimo con i capelli. Semplicemente non avevo la forza.
Prima di uscire di casa, mio marito mi ha guardata e mi ha detto:
“Così esci? Non ti sistemi almeno un po’?”
In un primo momento non ho capito. Gli ho risposto che non mi interessava l’aspetto, avevo appena perso mio padre. Ha replicato:
“Sì, ma comunque… la gente parlerà. Sembrerai trascurata.”
Ho sentito qualcosa spezzarsi dentro, come se qualcuno mi avesse schiacciato il petto.
Al funerale era con gli altri, stringeva mani, faceva le condoglianze, appariva serio. Ma con me era distante. Niente abbracci, non mi chiedeva come stessi. A un certo punto, passando davanti a uno specchio in salotto, sottovoce mi ha detto che dovevo “darmi una sistemata”, che mio padre non avrebbe voluto vedermi così.
Dopo il funerale, a casa, gli ho chiesto se davvero quello fosse stato l’unico aspetto che aveva notato quel giorno. Se avesse visto che ero distrutta. Lui ha detto che esageravo, che aveva solo espresso la sua opinione, che una donna non deve trascurarsi “nemmeno in certi momenti”.
Da allora lo guardo con occhi diversi.
Ma non riesco a lasciarlo.
Sento che senza di lui non posso stare.
❓ Cosa direste a questa donna se fosse davanti a voi? Mio marito mi ha sempre detto che non sono abbastanza femminile. Allinizio lo buttava lì come se fosse
Il mio sguardo si posò sulla divisa blu, sul volto che riconobbi subito. Era il maresciallo Stefano Ricci
Ma hai preso di nuovo questo servizio? Ti avevo detto di usare quello con il bordo dorato, quello che
Vittoria stava lì a lungo, telefono stretto alla mano. La voce di sua madre si insinuava nelle orecchie
Il matrimonio era fissato per la settimana successiva quando lei mi ha confessato che non voleva più sposarsi: tutto era già pagato – location, documenti, fedi, persino parte della festa di famiglia. Per mesi avevo organizzato ogni dettaglio credendo di fare la cosa giusta: lavoravo a tempo pieno e ogni mese destinavo il 20% dello stipendio per lei – parrucchiere, estetista, quello che desiderava – pur avendo lei la sua indipendenza economica. Non ho mai chiesto nulla indietro, ho pagato uscite, cene, viaggi, perfino una vacanza al mare con tutta la sua famiglia, cugini compresi, sacrificando ogni mio desiderio. Eppure quando mi ha lasciato mi ha detto che ero “troppo”: desideravo troppo amore, attenzioni, vicinanza, mentre lei si è sempre sentita soffocata da tutto ciò che facevo. Mi ha confidato che non aveva mai voluto davvero sposarsi, ma aveva accettato per compiacermi, soprattutto dopo la proposta davanti a tutta la sua famiglia in trattoria. Cinque giorni prima delle nozze, con tutto ormai pronto, ha scelto la sincerità e se n’è andata: niente litigi, niente possibilità di recuperare, solo una lista di pagamenti inutili e una festa annullata. Così ho capito che essere l’uomo che paga tutto, risolve tutto ed è sempre presente non garantisce che qualcuno vorrà davvero restare al tuo fianco. Il matrimonio era previsto per la settimana successiva quando Martina mi disse che non voleva più sposarsi.
Ma che importanza chi si è presa cura della nonna! Secondo la legge, quell’appartamento dovrebbe essere mio! – così litiga con me mia madre.
Mia madre mi minaccia di portarmi in tribunale. Perché? Perché l’appartamento della nonna non è andato né a lei né a me, ma a mia figlia. Mia mamma lo trova profondamente ingiusto. È convinta che la casa della nonna spettasse di diritto a lei. Ma la nonna ha deciso diversamente. Perché? Probabilmente perché io e mio marito abbiamo vissuto con lei, occupandoci di tutto, negli ultimi cinque anni.
Mia madre si potrebbe senz’altro definire egoista. I suoi desideri e interessi sono sempre stati più importanti di tutto il resto. Ha avuto tre mariti, ma solo due figlie: io e la mia sorella minore. Io e mia sorella andiamo molto d’accordo, ma con nostra madre… un po’ meno.
Addirittura non ricordo neppure mio padre. Si è separato da mia madre quando avevo solo due anni. Fino ai sei ho vissuto con lei a casa della nonna. Per qualche motivo la vedevo antipatica; forse perché la mamma piangeva sempre. Crescendo ho capito che nonna era una persona davvero buona, voleva solo che la figlia si rimettesse in piedi.
Mamma si è risposata e io ho vissuto con lei e il nuovo marito, dal quale è nata mia sorella. Dopo sette anni anche quel matrimonio è finito. Stavolta non siamo tornate dalla nonna: l’ex patrigno è partito per lavoro e ci ha lasciate restare temporaneamente a casa sua. Tre anni dopo, mamma si è sposata di nuovo e siamo andate a vivere con il terzo marito.
Naturalmente, a lui non faceva piacere una moglie con figli. Ma non ci ha mai maltrattate; semplicemente ci ignorava, come faceva inoltre anche la mamma, tutta assorbita dal nuovo amore, scenate di gelosia, piatti infranti – era la normalità. Ogni mese mamma faceva le valigie per andarsene ma poi, puntualmente, il marito la fermava. Io e mia sorella ormai non ci facevamo nemmeno più caso. Alla fine, sono stata io a occuparmi della sorella, perché mamma non aveva mai tempo. Per fortuna c’erano le nonne che ci aiutavano parecchio.
Poi sono andata a vivere in un collegio e mia sorella si è trasferita dalla nonna. Nostro padre l’aiutava sempre; mamma si faceva sentire solo per le feste. Mio rapporto con mamma era quello che era; mia sorella invece ci soffriva, specie quando lei non andò nemmeno alla sua festa di diploma.
Col tempo, mia sorella si è sposata ed è andata a vivere altrove, mentre io e il mio ragazzo, senza fretta di sposarci, convivevamo in affitto. Spesso però passavo dalla nonna: eravamo molto legate, ma cercavo di non disturbarla.
Poi la nonna si è ammalata ed è finita in ospedale. Mi dissero che serviva assistenza, così andavo ogni giorno: la spesa, i pasti, la pulizia, la compagnia, e soprattutto assicurarsi che prendesse le medicine. Ho continuato così sei mesi – a volte c’era anche il mio ragazzo che dava una mano con riparazioni e faccende. Allora la nonna ci propose di andare a vivere con lei, per risparmiare in vista di una casa nostra.
Abbiamo accettato subito. Il mio ragazzo piaceva molto alla nonna, e il rapporto tra me e lei era ottimo. Dopo sei mesi sono rimasta incinta, abbiamo deciso di tenere la bambina: la nonna era al settimo cielo. Abbiamo fatto un matrimonio intimo, una festa in caffetteria… mia madre neppure si è presentata, né mi ha fatto gli auguri.
Quando la bambina aveva due mesi, la nonna cadde e si ruppe una gamba. Ero sfinita tra lei e la neonata. Ho chiesto aiuto a mamma, ma ha detto che non si sentiva bene e sarebbe venuta più avanti. Non mantenne mai la parola.
Dopo sei mesi, la nonna ebbe un ictus: era completamente immobilizzata. Solo grazie a mio marito sono riuscita a cavarmela. Poi la nonna migliorò, ricominciò lentamente a parlare, camminare, mangiare. Dopo l’ictus visse altri due anni e mezzo, giusto il tempo per vedere la pronipotina muovere i primi passi. Morì serenamente nel sonno. Per me e mio marito fu un dolore enorme, la nonna era tutta la nostra famiglia.
La mamma venne solo al funerale. Dopo un mese si presentò pretendendo che lasciassi la casa e la cedessi a lei, certa che sarebbe stata sua di diritto. Non sapeva che la nonna, subito dopo la nascita della mia bambina, aveva già intestato la casa. E così a mia madre non spettava nulla.
Ovviamente le cose non le piacquero affatto. Pretese che le restituissi la casa, minacciando una causa legale:
“Guarda che furbastra! Hai imbrogliato la vecchia, ti sei presa la casa, e ora ci vivi tu! Non la passerai liscia! Non importa chi si è presa cura della nonna! La casa doveva essere mia!”
Mia mamma non avrà mai quella casa. Questo è certo: ho consultato sia notaio che avvocato. Noi continueremo a vivere nella casa che ci ha lasciato la nonna. E se il prossimo figlio sarà una bambina, porterà sicuramente il suo nome. Che importanza ha chi si è presa cura della nonna! Lappartamento, secondo la legge, dovrebbe spettare a me!
Mio marito non mi ha mai tradita, ma anni fa ha smesso di essere davvero mio marito. Diciassette anni insieme: ci siamo conosciuti giovani, pieni di sogni e progetti, complici in tutto. All’inizio era premuroso, presente, innamorato. Poi sono arrivati il matrimonio, le responsabilità, la casa, il lavoro, le bollette. Tutto è cambiato, senza che potessi capire il momento esatto. Nessun tradimento, nessun messaggio nascosto, nessuna donna improvvisa: solo un giorno mi sono accorta che non mi guardava più come prima. I nostri dialoghi erano ormai solo liste della spesa, scadenze, orari da rispettare. Se raccontavo qualcosa, annuiva distrattamente, immerso nel telefono o nel televisore. Se tacevo, non chiedeva nulla. La complicità è scivolata via nel silenzio, senza un vero confronto. All’inizio pensavo fosse solo stress, poi stanchezza, poi abitudine. Settimane senza intimità, dormendo nello stesso letto ma ognuno dal suo lato. Provavo ad avvicinarmi, a dialogare, a fare progetti, ma era sempre troppo stanco o preso dal lavoro: “Ne parliamo domani.” Domani non arrivava mai. Ho capito che ormai era solo un coinquilino: dividiamo spese, routine, facciamo gli “sposi perfetti” davanti agli altri, ma nessuno immagina il vuoto dietro la porta chiusa. Nessuna scenata, nessuna voce alta: solo risposte brevi, rassicuranti come uno schermo spento. “Non esagerare”, “È normale dopo tanti anni”, “Siamo tranquilli, no?”. Ecco, nessun motivo per andarmene, nessun tradimento, ma nemmeno amore. In quegli anni sono diventata invisibile nella mia stessa casa. Ho smesso di provare, di confidarmi, di aspettare qualcosa. Ho imparato a non aspettarmi nulla, a vivere senza aspettative. A volte, credevo che il problema fossi io, a volere troppo. Ora ho capito: non ogni addio si porta via con la valigia. Mio marito non mi ha mai tradito, ma anni fa ha smesso di essere mio marito. Diciassette anni con lui.
Marianna era alla cucina, le mani immerse nellacqua gelida del lavandino. Dalla finestra si intravedeva
«Signora, non ha il biglietto. Per favore scenda dallautobus», sibilò il conducente, il volto teso, mentre