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03
Ogni martedì: il giorno speciale di zia Liana tra i ricordi, la metropolitana e un telescopio per coltivare l’amore a distanza
Ogni martedì Giulia si affrettava giù per la metropolitana, stringendo nella mano un sacchetto di plastica vuoto.
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09
Non riesci proprio a entrare in sintonia con lui – Io non lo farò! E non comandare! Tu per me non sei nessuno! Daniele scagliò il piatto nel lavandino, gli schizzi volarono su tutto il piano della cucina. Anna trattenne il fiato per un istante. Il quindicenne la fissava con tale rabbia, come se fosse lei ad avergli distrutto la vita. – Ti ho solo chiesto di aiutarmi con i piatti, – provò a mantenere la calma Anna. – È una richiesta normale. – Mia madre non mi ha mai fatto lavare i piatti! Non sono mica una ragazza! E poi chi sei tu per dare ordini? Daniele si voltò e uscì dalla cucina. Dopo un attimo, dalla sua stanza esplose la musica. Anna si appoggiò al frigorifero e chiuse gli occhi. Un anno fa sembrava tutto diverso… Massimo era entrato per caso nella sua vita. Lavorava come ingegnere in un reparto vicino di una grossa impresa edile. Si incrociavano spesso alle riunioni. Prima caffè nella pausa pranzo, poi cene dopo il lavoro, lunghe telefonate fino a notte. – Ho un figlio, – confidò Massimo al terzo appuntamento, giocherellando con un tovagliolo. – Daniele ha quindici anni. Io e sua madre abbiamo divorziato due anni fa, e per lui… è dura. – Lo capisco, – Anna gli strinse la mano. – I figli soffrono sempre per il divorzio dei genitori. È naturale. – Sei davvero pronta ad accoglierci entrambi? In quel momento Anna lo credeva profondamente. Aveva trentadue anni, un primo matrimonio fallito e nessun figlio, e sognava una vera famiglia. Massimo sembrava davvero l’uomo con cui costruire qualcosa di solido. Dopo sei mesi lui le fece la proposta – timido, impacciato, infilando l’anello dentro una scatola delle sue paste preferite. Anna rise e rispose «sì» senza nessuna esitazione. Il matrimonio fu semplice: genitori da entrambe le parti, pochi amici stretti, ristorantino economico. Daniele passò tutta la serata sul cellulare, senza degnare gli sposi di uno sguardo. – Si abituerà, – sussurrò Massimo percependo il disagio di Anna. – Dagli tempo. Anna si trasferì nel grande trilocale di Massimo già il giorno dopo le nozze. La casa era bella – luminosa, con ampia cucina e balcone affacciato sul giardino interno. Ma fin dai primi minuti Anna si sentì un’ospite nella casa altrui… Daniele la guardava come fosse un mobile – attraverso, senza vedere. Quando Anna entrava in una stanza, lui si metteva ostentatamente le cuffie. Se lei gli chiedeva qualcosa, rispondeva a monosillabi, guardando altrove. Le prime due settimane Anna pensò fosse solo la fase di adattamento. Ci vuole tempo. È difficile accettare che il padre abbia una nuova moglie. Passerà. Non passò. – Daniele, per favore, non mangiare in camera. Poi ci ritroviamo gli scarafaggi. – Mio padre mi lasciava fare. – Daniele, hai fatto i compiti? – Non ti riguarda. – Daniele, puoi mettere in ordine? – Fallo tu. Tanto non hai niente da fare. Anna provò a parlarne con Massimo. Con cautela, scegliendo le parole per non sembrare la solita matrigna cattiva. – Forse dovremmo fissare delle regole di base, – disse una sera a Daniele assente. – Niente cibo in camera, ognuno sistema dopo di sé, compiti fatti entro una certa ora… – Anna, è già sotto pressione, – Massimo si massaggiò il naso. – Il divorzio, una nuova persona in casa… Non creiamo altri traumi. – Non voglio impormi. Vorrei solo un po’ di ordine. – È ancora un bambino. – Ha quindici anni, Massimo. A quell’età si può imparare a lavare almeno la propria tazza. Ma Massimo scrollò le spalle e accese la TV, chiudendo il discorso. La situazione peggiorava ogni giorno. Quando Anna chiese a Daniele di buttare la spazzatura, lui la guardò con vero disprezzo. – Non sei mia madre e mai lo sarai. Non hai il diritto di comandare. – Non comando. Sto solo chiedendo aiuto per una casa che condividiamo tutti. – Questa non è casa tua. È di papà. E mia. Anna tornò dal marito. Lui ascoltava, annuiva, prometteva che ne avrebbe parlato con il figlio. Ma i discorsi non portavano a nulla – o forse non ci furono mai, Anna non ne era più sicura. Daniele cominciò a rientrare a notte fonda. Senza avvisare, senza telefonare. Anna restava sveglia, in ansia per ogni rumore nell’androne. Massimo dormiva sereno, russando accanto a lei. – Almeno chiedigli di scrivere dove va e quando torna, – implorò Anna una mattina. – Potrebbe succedere qualsiasi cosa. – È grande, Anna. Non si può controllare. – Ha quindici anni! – Io alla sua età facevo tardi altrettanto. – Ma potresti almeno parlargli? Spiegargli che ci preoccupiamo? Massimo alzò le spalle e uscì per andare al lavoro… Ogni tentativo di fissare dei limiti sfociava in una crisi. Daniele urlava, sbatteva porte, accusava Anna di devastare la famiglia. E Massimo ogni volta prendeva le parti del figlio. – È difficile per lui dopo il divorzio, – ripeteva come un mantra. – Devi capire. – E per me non è difficile? – sbottò Anna. – Vivo in una casa dove vengo apertamente disprezzata e mio marito fa finta di niente! – Esageri. – Esagero?! Tuo figlio mi ha detto chiaramente che qui non conto nulla. Davvero. – È un adolescente. Sono tutti così. Anna chiamò sua madre, che aveva sempre la parola giusta. – Figlia mia, – la voce della madre era preoccupata. – Sei infelice. Lo sento in ogni tua parola. – Mamma, non so più come fare. Massimo si rifiuta di vedere il problema. – Perché per lui il problema non esiste. Gli va bene tutto così. L’unica che soffre sei tu. Svetlana rimase in silenzio, poi aggiunse piano: – Meriti di meglio, Anna. Pensaci. Daniele, sentendosi impunito, si lasciò andare sempre di più. Musica a tutto volume fino alle tre di notte. Piatti sporchi ovunque: sul tavolino, sul davanzale della camera, perfino in bagno. Calzini nel corridoio, libri di scuola sparsi sul tavolo. Anna puliva, perché non sopportava vivere nel disordine. Puliva e piangeva di impotenza. Dopo un po’ Daniele smise persino di salutarla. Anna esisteva solo quando doveva prenderla in giro o essere sgarbato. – Non riesci a trovare il modo giusto di rapportarti con un ragazzo, – disse un giorno Massimo. – Forse il problema sei tu. – Trovare il modo? – Anna sorrise amaramente. – Ci provo da sei mesi. E lui, davanti a te, mi chiama “quella”. – Esageri. L’ultimo tentativo di stabilire un bel clima costò ad Anna l’intera giornata. Trovò in rete la ricetta del piatto preferito di Daniele: pollo al miele con patate rustiche. Comprò i migliori ingredienti, cucinò quattro ore. – Daniele, è pronto in tavola! – lo chiamò una volta apparecchiato. Lui uscì, guardò il piatto e fece una smorfia. – Questo non lo mangio. – Come mai? – L’hai cucinato tu. Si voltò e uscì. Un minuto dopo sbatté la porta e se ne andò dagli amici. Massimo rincasò dal lavoro, vide la cena ormai fredda e sua moglie affranta. – Cos’è successo? Anna spiegò. Massimo sospirò. – Dai, Anna… Non fartene. Non lo fa apposta. – Non lo fa apposta?! – Anna non si trattenne. – Mi umilia di proposito! Ogni santo giorno! – Sei troppo sensibile. Settimana dopo, Daniele portò cinque amici a casa. Trovarono resti di cibo in ogni angolo della cucina. – Ora tutti fuori! – Anna li raggiunse in salotto, dove la compagnia era sbracata. – Sono già le undici di sera! Daniele nemmeno si voltò. – Questa è casa mia. Faccio quello che voglio. – È casa nostra. E qui ci sono delle regole. – Quali regole? – uno degli amici ridacchiò. – Daniele, chi è questa? – Nessuno. Non darle peso. Anna tornò in camera e chiamò Massimo. Lui arrivò un’ora dopo, a casa ormai svuotata. Vide il disastro, la moglie sfibrata. – Anna, perché fai così? Erano solo quattro amici per poco. – Poco?! – Esageri. E comunque, – Massimo si fece serio, – sembra che tu voglia mettermi contro mio figlio. Anna guardava suo marito senza riconoscerlo. – Massimo, dobbiamo parlare seriamente, – disse il giorno dopo. – Di noi. Del nostro futuro. Lui si irrigidì ma si sedette davanti. – Io non ce la faccio più, – Anna parlava piano, pesando le parole. – Da sei mesi subisco mancanza di rispetto. Daniele è maleducato. Tu ignori quello che provo. – Anna, io… – Fammi finire. Ho provato a diventare parte di questa famiglia. Ma una famiglia non c’è. Ci sei tu, tuo figlio e io – una sconosciuta che si tollera perché cucina e pulisce. – Sei ingiusta. – Ingiusta? Quando è stata l’ultima volta che tuo figlio mi ha detto una parola cortese? E tu, quando mi hai difesa? Massimo restò zitto. – Ti amo, – disse infine a bassa voce, – ma Daniele è mio figlio. È la cosa più importante per me. – Più di me? – Più di qualsiasi relazione. Anna annuì. Il vuoto e il gelo in petto. – Grazie per la sincerità. La goccia che fece traboccare il vaso arrivò due giorni dopo. Anna trovò la camicetta preferita – regalo della mamma – tagliata a pezzi. Sopra il cuscino, senza dubbio su chi fosse stato. – Daniele! – Anna andò da lui stringendo i brandelli. – Che cos’è questo?! Il ragazzo alzò le spalle senza staccare gli occhi dal cellulare. – Non so niente. – Era mia! – E allora? – Massimo! – Anna telefonò. – Torna subito! Massimo arrivò, vide la camicetta, il figlio, la moglie. – Daniele, sei stato tu? – No. – Hai visto? – Massimo allargò le braccia. – Dice di no. – Allora chi? Il gatto? Non ne abbiamo! – Magari per sbaglio… – Massimo! Anna capì che erano parole sprecate. Non sarebbe mai cambiato. Non l’avrebbe mai difesa. Esisteva un solo essere per lui: suo figlio. Lei… solo una comodità in quella casa. – Daniele soffre per la mancanza della madre, – ripeté Massimo per l’ennesima volta. – Cerca di capirlo. – Capisco, – disse Anna con calma. – Ora ho capito tutto. Quella sera prese le valigie. – Che fai? – Massimo si bloccò sulla soglia. – Preparo le mie cose. Me ne vado. – Anna, aspetta! Parliamone! – Sono sei mesi che parliamo. E non cambia mai niente, – Anna piegò con cura i vestiti. – Ho diritto anch’io a essere felice, Massimo. – Cambierò! Parlerò con Daniele! – È tardi. Guardò suo marito: un uomo maturo che non aveva mai imparato a essere marito. Solo padre. Ma uno di quelli che rovinano i figli con un amore cieco. – Settimana prossima chiedo il divorzio, – disse chiudendo la valigia. – Anna! – Addio, Massimo. Uscì dall’appartamento senza voltarsi. Nel corridoio scorse per un attimo il volto di Daniele – per la prima volta non sprezzante, forse smarrito, forse impaurito. Anna ormai non provava più niente. L’appartamentino in affitto era piccolo ma accogliente – mono locale in una zona tranquilla, finestre sul cortile. Anna sistemò le sue cose, si fece un tè, si sedette sul davanzale. Per la prima volta dopo sei mesi si sentiva in pace. … Il divorzio arrivò due mesi dopo. Massimo tentò più volte di telefonare, chiedendo un’altra occasione. Anna fu cortese ma irremovibile: no. Non si spezzò. Non si incattivì. Capì solo che la felicità non è resistere e sacrificarsi all’infinito. La felicità è quando qualcuno ti rispetta e ti apprezza. E un giorno, ne era certa, l’avrebbe trovata. Ma non con quest’uomo.
Non lo farò! E smettila di dare ordini! Tu per me non sei nessuno! Daniele scaraventa il piatto nel lavandino
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«Mi sono sposata con il vicino di casa che ha 82 anni. E lui continua a dire che è stata la sua migliore follia!»
Mi sono sposato con il vicino di casa, un ottantenne con ben 82 primavere alle spalle. Ancora oggi insiste
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Mi sembra che l’amore sia svanito — Sei la ragazza più bella di tutta questa facoltà, — disse lui allora, porgendole un mazzo di margherite comprate dal fioraio accanto alla stazione della metro. Anna rise, accettando i fiori. Le margherite profumavano d’estate e di qualcosa di inspiegabilmente giusto. Davanti a lei, Dario aveva lo sguardo di chi sa esattamente cosa vuole. E quello che voleva era lei. Il loro primo appuntamento fu al Parco Sempione. Dario portò una coperta, un thermos di tè e panini fatti in casa da sua madre. Rimasero seduti sull’erba fino a sera inoltrata. Anna ricordava il suo modo di ridere a testa indietro, il tocco della sua mano apparentemente casuale, lo sguardo come se fosse l’unica persona in tutta Milano. Dopo tre mesi la portò al cinema a vedere una commedia francese che lei non capì appieno, ma rise insieme a lui. Dopo sei mesi — la presentò ai suoi genitori. Dopo un anno — le chiese di andare a vivere da lui. — Tanto ormai dormiamo sempre insieme, — disse Dario, giocando tra le sue ciocche. — Perché pagare due affitti? Anna accettò. Non per i soldi, certo. Ma perché accanto a lui il mondo acquistava senso. Il loro bilocale in affitto profumava di minestrone la domenica e di lenzuola fresche di bucato. Anna imparò a cucinare le sue polpette preferite — con aglio e prezzemolo, proprio come le faceva sua madre. Dario la sera le leggeva ad alta voce articoli di riviste su business e finanza. Sognava un’attività tutta sua. Anna ascoltava con la mano sulla guancia e credeva ad ogni sua parola. Facevano progetti. Prima — risparmiare per la caparra. Poi — una casa tutta loro. Poi — una macchina. E i figli, certo. Due, un maschio e una femmina. — Faremo tutto, — diceva Dario, baciandole la testa. Anna annuiva. Accanto a lui si sentiva invincibile. …Quindici anni di vita insieme si erano trasformati in oggetti, abitudini, piccoli riti. Un appartamento in un bel quartiere che dava sul parco. Un mutuo ventennale che pagavano anticipatamente, rinunciando a vacanze e ristoranti. Una Toyota grigia in cortile — scelta da Dario, che aveva trattato il prezzo e la lucidava ogni sabato. Un’onda di orgoglio le scaldava il petto. Erano riusciti a fare tutto da soli. Senza soldi dei genitori, senza raccomandazioni, senza fortuna. Solo con il lavoro, il risparmio, la pazienza. Non si era mai lamentata. Neanche quando era così stanca da addormentarsi in metrò e svegliarsi al capolinea. Nemmeno quando avrebbe voluto mollare tutto e volare al mare. Loro erano una squadra. Così diceva Dario, e Anna ci credeva. Il suo benessere veniva sempre prima di tutto. Anna aveva imparato quella regola a memoria, intrecciandola al suo stesso DNA. Giornata dura in ufficio? Faceva la cena, serviva il tè, ascoltava. Lite con il capo? Gli accarezzava i capelli, sussurrando che sarebbe passato tutto. Dubbi su se stesso? Trovava le parole giuste, lo tirava fuori dal tunnel. — Sei il mio ancoraggio, la mia base, — diceva Dario in quei momenti. Anna sorrideva. Essere l’ancora di qualcuno — non era forse felicità? I periodi bui arrivavano comunque. La prima volta dopo cinque anni insieme. L’azienda di Dario fallì. Rimase a casa per tre mesi, mandando curricula e diventando sempre più cupo. La seconda volta — peggio ancora. Furono i colleghi a scaricargli una grana: perse il lavoro e una grossa somma di soldi. Furono costretti a vendere l’auto per coprire il debito. Anna non lo rimproverò mai. Né a parole, né con lo sguardo. Accettò progetti extra, lavorò di notte, risparmiò su tutto. L’unica cosa che le importava era lui. Che non si spezzasse. Che non perdesse fiducia in se stesso. …Dario si riprese. Trovò un nuovo impiego, anche meglio del precedente. Comperarono un’altra Toyota, sempre grigia. La vita tornò in carreggiata. Un anno fa erano seduti in cucina e Anna finalmente disse ad alta voce ciò che pensava da tempo: — È ora, no? Non ho più vent’anni. Se aspettiamo ancora… Dario annuì, serio. — Iniziamo a prepararci. Anna trattenne il respiro. Anni a sognare, rimandare, aspettare il momento giusto. Ed eccolo, finalmente arrivato. Se lo era immaginato mille volte. Le manine che stringevano la sua. Il profumo di borotalco. I primi passi nel loro salotto. Dario che leggeva la favola della buonanotte. Un bambino. Il loro bambino. Finalmente. I cambiamenti arrivarono subito. Anna cambiò tutto: alimentazione, routine, abitudini. Fece visite mediche, analisi, iniziò a prendere vitamine. La carriera passò in secondo piano, anche se proprio allora le avevano proposto una promozione. — Sei sicura? — chiese la direttrice, con gli occhiali abbassati sul naso. — Un’occasione così capita una volta nella vita. Anna era sicura. La promozione voleva dire trasferte, orari folli, stress. Non il meglio per una gravidanza. — Preferisco passare in filiale, — rispose. La direttrice alzò le spalle. La filiale era a quindici minuti da casa. Un lavoro noioso, routinario, senza prospettive. Ma si usciva alle sei precise e nel weekend non si pensava all’ufficio. Anna si ambientò subito. I nuovi colleghi erano simpatici, anche se poco ambiziosi. Si preparava il pranzo a casa, camminava in pausa pranzo, andava a dormire presto. Tutto per il futuro bambino. Tutto per la loro famiglia. Il gelo arrivò senza preavviso. All’inizio Anna ci diede poco peso. Dario lavora tanto, è stanco. Succede. Ma smise di chiederle come stava. Niente più abbracci prima di dormire. Niente più quello sguardo di quando, ai primi tempi, la chiamava “la ragazza più bella della facoltà”. La casa era silenziosa. Di un silenzio sbagliato. Un tempo parlavano per ore — di lavoro, di sogni, di sciocchezze. Ora Dario stava al cellulare tutta la sera. Rispondeva a monosillabi. Andava a letto voltato verso il muro. Anna restava sveglia a fissare il soffitto. Tra loro — un abisso largo mezzo materasso. L’intimità sparì. Due settimane, tre, un mese. Anna perse il conto. Lui aveva sempre una scusa: — Sono stanchissimo. Facciamo domani. Ma domani non arrivava mai. Un giorno, con coraggio, lo fermò davanti al bagno: — Che succede? Voglio la verità. Dario fissava il telaio della porta. — Niente, va tutto bene. — Non è vero. — Sei tu che immagini le cose. È solo un periodo così. Passerà. La aggirò e chiuse la porta. L’acqua iniziò a scorrere. Anna rimase nel corridoio, premendosi una mano sul petto, dove faceva male. Un dolore opaco, continuo. Resistette ancora un mese. Poi gli chiese direttamente: — Mi ami ancora? Una pausa. Lunghissima, terribile. — Non… lo so più. Anna si sedette sul divano. — Non lo sai più? Dario finalmente la guardò negli occhi. Vuoti. Spaesati. Non c’era traccia di quel fuoco di quindici anni prima. — Credo che l’amore sia finito. Già da tempo. Non volevo ferirti, per questo ho taciuto. Mesi passati così, incapace di capire la verità. Scrutando i suoi sguardi, analizzando ogni parola, cercando una spiegazione. Forse problemi al lavoro. Forse crisi di mezza età. Forse solo un brutto periodo, un po’ più lungo del solito. E invece semplicemente non la amava più. E taceva, mentre lei pensava al futuro, lasciava la carriera, preparava il corpo alla maternità. La decisione arrivò improvvisamente. Basta “forse”, “magari si sistema”, “aspettiamo ancora”. Bastava. — Chiedo il divorzio. Dario impallidì. Anna vide il pomo d’Adamo muoversi su e giù. — Aspetta. Non così di colpo. Possiamo provare… — Provare? — Facciamo un figlio, dai. Magari cambia tutto. Dicono che i figli uniscono. Anna rise amaramente. — Un figlio complicherebbe solo tutto. Tu non mi ami. Perché dovremmo diventare genitori? Per poi separarci con un neonato tra le braccia? Dario rimase in silenzio. Non aveva nulla da ribattere. Anna se ne andò quel giorno stesso. Prese una valigia con lo stretto necessario, trovò una stanza da un’amica. Dopo una settimana, quando le mani non tremavano più, presentò domanda di separazione. La divisione dei beni si preannunciava lunga. Casa, macchina, quindici anni di acquisti e decisioni comuni. L’avvocato spiegava di quote, di valutazioni, di trattative. Anna ascoltava, prendeva appunti, cercando di non pensare che ora la loro vita si misurava in metri quadri e cavalli motore. Presto trovò un bilocale in affitto tutto per sé. Imparò a vivere da sola. Cucinare per uno. Guardare serie tv senza commenti accanto. Dormire da sola, occupando tutto il letto. La notte la nostalgia la assaliva. Col muso affondato nel cuscino, ricordava. Le margherite del mercato. Le serate al Parco Sempione. La sua risata, le sue mani, la voce che sussurrava “sei la mia ancora”. Un dolore insopportabile. Quindici anni non si buttano via come si fa con la roba vecchia. Ma tra quella sofferenza, nasceva altro. Sollievo. Un senso di giustizia. Ce l’aveva fatta. Aveva avuto la forza di fermarsi in tempo, prima di legarsi a quell’uomo con un figlio. Prima di restare incastrata in un matrimonio vuoto per anni, “per il bene della famiglia”. Trentadue anni. Tutta la vita davanti. Fa paura? Da morire. Ma ce la farà. Non ha altra scelta. Mi sembra che l’amore sia svanito. Una storia di quindici anni, di sogni, sacrifici e coraggio di ricominciare da sola a Milano
Mi sembra che lamore sia finito Sei la ragazza più bella di tutta questa facoltà mi ricordo, le dissi
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Dammi, per favore, un motivo: la storia di Anastasia, del suo matrimonio spento e del lento risveglio di una famiglia italiana tra routine, silenzi e seconde possibilità
8 dicembre, venerdì Buona giornata, Marco si è chinato e ha sfiorato la mia guancia con le labbra.
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027
La nonna coccolava solo un nipote — E a me, nonna? — chiedeva piano lei. — Tu, Caterina, sei già in gamba. Guarda che guanciotte ti sei fatta. Le noci fanno bene al cervello, e a Dima serve per studiare: è lui l’uomo, il pilastro della famiglia. Tu invece vai a spolverare le mensole. Una ragazza deve abituarsi al lavoro. — Cate, sei seria? Sta per andarsene. I medici han detto — pochi giorni, forse ore… Dima stava sulla porta della cucina, stringendo nervosamente le chiavi della macchina. Aveva un’aria distrutta. — Sono assolutamente seria, Dima. Vuoi un po’ di tè? — Cate non si girò nemmeno, continuando a tagliare la mela per la figlia. — Siediti, lo preparo fresco. — Che tè, Cate? — Il fratello entrò nella stanza. — Lei è là, piena di tubi, respira a fatica… Ti ha chiamata stamattina. «Caterina», ha detto, «dov’è Caterina?». Mi si è chiuso il cuore. Davvero non andrai? È pur sempre la nonna! L’ultima occasione, capisci? Cate disponeva le fettine sul piattino, solo allora guardò il fratello. — Per te — è la nonna. Per lei, tu sei Dima, il raggio di sole, l’unico erede e speranza della stirpe. Io… per lei non sono mai esistita. Credi davvero che abbia bisogno di questo “addio”? Che dovremmo dirci, Dima? Cosa mai dovrei perdonarle? O lei a me? — Dai, lascia perdere questi vecchi rancori da bambini! — Dima sbatté le chiavi sul tavolo. — Sì, ti voleva meno bene. E allora? È una donna anziana, con le sue fissazioni. Però sta morendo! Non si può essere così… duri. — Non sono dura, Dima. Semplicemente, non provo niente per lei. Vai tu. Stalle vicino, tienile la mano, per lei la tua presenza conta cento volte la mia. Sei tu l’orgoglio suo, il suo sole. Continua a illuminarle gli ultimi giorni. Dima la guardò ancora, si voltò e senza dire una parola uscì, sbattendo la porta. Cate sospirò, prese il piatto di mele e andò da sua figlia. *** In famiglia, tutto era sempre stato suddiviso chiaramente. I genitori, sì, amavano allo stesso modo Cate e Dima. In casa c’era sempre confusione, risate, profumo di torte e mille gite improvvisate. Ma la nonna, Claudia, aveva un carattere diverso. — Dimino, vieni qui, tesoro mio — bisbigliava la nonna quando arrivavano per il weekend. — Guarda cosa ti ho tenuto da parte. Noci appena sgusciate! E caramelle «Orsetto del Nord». Appena arrivate! Cate, che allora aveva sette anni, rimaneva in disparte a guardare la nonna aprire il cassetto del mobile antico e tirarne fuori il sacchetto prezioso. — E a me, nonna? — chiedeva debolmente. Claudia la fissava con uno sguardo breve e pungente. — Tu sei già in salute, Caterina. Guarda che belle guance. Le noci servono alla mente, Dima deve studiare, è il maschio, il futuro capo famiglia. E tu vai, dai, spolvera quelle mensole. Una donna deve imparare a lavorare. Dima, tutto rosso per l’imbarazzo, prendeva il sacchettino e si allontanava. Cate andava a spolverare. Non ci soffriva. Strano, ma è così — la piccola Cate lo accettava come il tempo: quando piove, piove. E la nonna vuole più bene a Dima. Succede… Suo fratello la aspettava sempre in corridoio. — Tieni, — le metteva in mano metà della caramelle e qualche noce. — Ma non farti vedere, che poi si lamenta. — Ti servono a te, — sorrideva Cate. — Per la mente. — Sì, certo… come no, — sbuffava lui. — Andiamo, mastica veloce. Se ne stavano sui gradini della soffitta a sgranocchiare di nascosto. Dima condivideva sempre. Sempre. Anche quando la nonna gli infilava di nascosto dei soldi per il gelato, lui correva subito da Cate: — Senti, bastano per due «Coni Panna» e anche una gomma con figurina! Vai? Negli anni, il fratello è stato sempre il suo sostegno, compensando coi suoi gesti d’affetto la freddezza della nonna così bene che Cate quasi non sentiva la mancanza. Gli anni passavano. Claudia invecchiava. Quando Dima compì diciotto anni, la nonna annunciò solennemente che gli avrebbe intestato il suo secondo appartamento in centro. — Un uomo deve avere la sua casa, — proclamò al “consiglio di famiglia”. — Così ci porta la moglie, non si arrangia in giro. La mamma sospirò. Conosceva il carattere di sua madre e preferì tacere, ma la sera stessa, quando tutti erano nelle loro stanze, andò da Cate. — Tesoro, non farti problemi… Papà e io abbiamo deciso: i soldi che abbiamo messo da parte per la macchina e per allargarci te li diamo noi. Così hai l’anticipo per una casa tua. Per equità. — Mamma, davvero non serve, — la abbracciò. — Dima ne ha più bisogno, si sta per sposare con Irene. Io sto ancora bene in affitto. — No, Cate, non è giusto. La nonna avrà pure le sue fisime, ma noi siamo genitori. Non possiamo fare preferenze. Prendi e non discutere. Cate non accettò. Dima si trasferì nella casa donatagli dalla nonna appena sposato e l’appartamento dei genitori si fece spazioso. Cate prese la cameretta del fratello, ci mise i libri e il cavalletto, scoprendo quanto fosse bello vivere senza più differenze d’affetto. Il rapporto coi fratello non cambiò con la questione eredità. Anzi, Dima sentiva una piccola colpa dentro. — Cate, vieni a trovarci, — invitava. — Irene ha fatto la torta. E la nonna?… Sai com’è. Ieri ha chiamato, chiedeva se ho speso i “suoi soldi” per te. — Cosa le hai detto? — Che ho sperperato tutto in videopoker e champagne, — rideva Dima. — È rimasta in silenzio, poi fa: “Ecco, sei diventato così per colpa di Cate!” — Ovviamente, — sorrideva lei. *** Quando Cate si sposò con Paolo ed ebbe una bambina, il problema della casa divenne stringente. Qui la mamma ancora una volta trovò la giusta soluzione. — Sentite ragazzi, — disse — abbiamo una casa grande. Dima ha il suo appartamento. Cate, tu e Paolo siete in affitto. Facciamo così: vendiamo il nostro e prendiamo un bilocale e un monolocale. Noi anziani andiamo nel piccolo, Cate tu con marito e figlia nel grande. — Mamma, — intervenne Dima. — Io rinuncio subito alla mia quota nella casa di famiglia. Ho quella della nonna, per me basta. Cate si prende il resto, così crescono, si costruiscono la loro famiglia. Hanno la bimba piccola, serve a loro. — Dima, sei sicuro? — Paolo, il marito di Cate, non credeva alle sue orecchie. — Sono un sacco di soldi… — Sicurissimo. Con Cate abbiamo sempre diviso tutto. E per colpa della nonna lei ha avuto meno affetto. Non discutete. Ho deciso. Cate scoppiò a piangere. Non per la casa, ma perché suo fratello era davvero la persona migliore al mondo. Fecero così — e tutti ebbero la loro parte. La mamma aiutava con la nipotina, Dima con la sua famiglia erano sempre presenti nei weekend. Claudia, la nonna, restava sola. Dima le portava la spesa, aggiustava i rubinetti, ascoltava le lamentele sul suo stato di salute e su “quella ingrata di Cate”. — Ti ha mai chiamata lei? — sbuffava la nonna — Almeno una volta per sapere come sto? — Nonna, ma sei sempre stata tu a rifiutarla, — rispondeva Dima con dolcezza. — In vent’anni mai una parola gentile. Che motivo aveva di chiamarti? — La volevo educare! — diceva con orgoglio la vecchia. — Le donne devono sapere stare al loro posto! E lei… Si è presa casa, ha mandato via la madre. Dima sospirava. Inutile spiegare. *** Cate stava in cucina, sommersa dai ricordi. Ecco la nonna che le toglie la mano dalla marmellata. Ecco che loda un disegno malriuscito di Dima e ignora la sua coppa della gara di matematica. Ecco, al matrimonio di Dima siede come una regina, e al suo non si presenta, dice di stare male. — Mamma, perché non andiamo dalla nonna Claudia? — la figlia spiava dalla cucina. — Zio Dima ha detto che è molto malata. — Perché la nonna vuole vedere solo lui, tesoro, — Cate le accarezza la testa. — Così è più tranquilla. — È cattiva? — la bimba la guarda sospettosa. — No, — Cate riflette. — Non sapeva amare tutti insieme. Nel suo cuore c’era posto solo per una persona. Succede anche questo. La sera richiama il fratello. — È finita, Cate. Un’ora fa. — Mi dispiace, Dima. So che è dura per te. — Fino all’ultimo ha chiesto di te, — mentì Dima. Cate lo capì: era solo per tentare di sanare, almeno in quella parola, le distanze. — Ha detto: “Che a Cate vada tutto bene”. — Grazie, Dima… Domani vieni da noi. Ricordiamo la nonna insieme. Faccio la crostata. — Vengo… Cate, non ti dispiace? Che non sei andata? Cate fu sincera. — No, Dima. Non mi dispiace. Sarebbe stato ipocrita. Né lei voleva me, né io lei… Il fratello tacque un attimo. — Forse hai ragione, — sospirò. — Hai sempre la testa sulle spalle, tu. A domani. Il funerale fu intimo. Cate c’era — per la mamma e il fratello. Era un po’ in disparte, nel suo cappotto nero, guardando il cielo triste che incombe sempre sui cimiteri. Quando la bara fu calata, non pianse. Il fratello la raggiunse e la abbracciò. — Come stai? — Bene, Dima. Sul serio. — Senti, — dopo una pausa. — In casa sua ho trovato una scatola. Vecchie fotografie. C’erano anche le tue. Tante. E tutte ritagliate dagli album di famiglia, tenute separate. Cate alzò le sopracciglia sorpresa. — Perché? — Non so. Forse provava qualcosa ma non sapeva mostrarlo? Magari temeva che se ti avesse “riconosciuta”, a me sarebbe toccato meno. Gli anziani sono strani. — Forse, — scrollò le spalle Cate. — Ma ormai non conta più. Uscirono insieme dal cimitero, sotto lo stesso ombrello: Dima, alto e robusto, e Cate esile. — Senti, — disse Dima arrivati alle auto. — Quell’appartamento, lo metto in vendita. Mi prendo un trilocale, ai ragazzi una cameretta ciascuno appena crescono, e il resto… Voglio fare una donazione, un fondo magari, per l’ospedale dei bambini, così quei soldi della nonna portano un po’ di gioia, finalmente, a qualcuno. Cate lo guardò e per la prima volta in quei giorni sorrise davvero, con calore. — Sai Dima… Sarebbe la migliore “vendetta” contro Claudia. La più benevola del mondo. — Allora è deciso? — Deciso. Si allontanarono ognuno per la sua strada. Cate guidava in città, ascoltava la musica e sentiva finalmente la pace dentro di sé. Forse aveva ragione Dima: che parte di quei soldi vada davvero a curare un bambino. Così è giusto.
Diario di Caterina, giugno, Firenze Non riesco a smettere di pensare a quello che è successo oggi.
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025
— Tatu, ti prego… oggi non venire a scuola, va bene?
Ricordo che, tanti anni fa, ero lunico padre di una bambina di nome Maddalena. Una mattina dautunno la
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090
È andato via, e forse è meglio così — “In che senso ‘l’utente non è raggiungibile’? Cinque minuti fa stava parlando con qualcuno!” — Natasha era ferma nell’ingresso, il telefono stretto all’orecchio. Lanciò un’occhiata alla credenza. Il portagioie dove teneva i suoi gioielli era al suo posto, ma qualcosa non andava — il coperchio non era chiuso bene. — Roby! — gridò verso il bagno. — Sei lì? Natasha si avvicinò piano alla credenza. Sfiorando il legno lucido, un brivido freddo le percorse la schiena — la scatola era vuota. Completamente. Neanche lo scontrino che usava come segnalibro era rimasto. Insieme ai gioielli erano spariti anche i soldi. In realtà, glieli aveva dati lei… — Oddio… — sospirò scivolando a terra. — Ma come è possibile? Ieri litigavamo sul colore delle pareti… Avevi promesso che ad agosto andavamo al mare insieme… Era iniziato tutto in modo banale. L’anno scorso, a giugno, la sua “Cinquecento” aveva il pistone bloccato. In officina le avevano sparato una cifra impossibile, così si era sfogata sul gruppo Facebook “Auto-Soccorso Lombardia”. “Ragazzi, qualcuno sa se posso sistemare da sola il pistone pinzato dei freni? Allego foto della ruota zozza.” I commenti sono arrivati subito. Qualcuno le ha detto “lascia perdere che è meglio”, qualcun altro le ha consigliato di comprarne uno nuovo. Poi è arrivato un messaggio da un certo Roman85: “Signorina, non dia retta. Compri uno spray WD-40 e un kit di riparazione che costa un’inezia. Togli la ruota, premi il pistone con il pedale (ma non tutto fuori!), pulisci tutto col liquido freni e ingrassa bene. Se il cilindro è ok, torna come nuovo.” Natasha ha fatto caso al consiglio: scritto chiaro, senza arie da sapientone. “E se il cilindro è rovinato dentro?” — ha risposto lei. “Allora si cambia. Ma dalla foto l’auto è curata, non dovrebbe essere messa così male. Se vuoi scrivimi in privato, ti aiuto volentieri.” E così si sono agganciati. Romano si è rivelato un vero esperto di motori. In una settimana le aveva spiegato tutto: cambio olio, candele, quale liquido antigelo evitare. Natasha si accorgeva di aspettare i suoi messaggi. “Ascolta, Roby, sei un angelo, — scrisse a fine luglio. — Ho pensato… perché non ci incontriamo? Offro io il caffè. O qualcosa di più forte, per i soldi che mi hai fatto risparmiare.” La risposta arrivò dopo ore: “Natasha, mi farebbe piacere, davvero. Ma ora sono… in trasferta. Una trasferta lunga, all’estero diciamo.” “Eh? Così lontano?” “Più lontano di così non si può. Non voglio mentirti. Mi piaci tanto, sei una bella persona, ma non sono in trasferta. Sono detenuto. All’Opera, non so se ti dice qualcosa.” Natasha lasciò cadere il telefono sul divano. Un colpo secco in petto. Un carcerato? Lei, una donna a posto, impiegata in una grossa azienda, da due settimane a chattare con un galeotto?! “Perché?” — scrisse con le mani tremanti. “Truffa. Ho fatto una cavolata, mi hanno incastrato, un po’ colpa mia, un po’ no… Manca meno di un anno alla fine. Se vuoi cancella tutto, capirò.” Natasha non rispose. Lo bloccò e per tre giorni stette malissimo. Al lavoro le chiesero se fosse malata. E pensava: “Ma come mai? Perché uno così intelligente, in gamba, è finito lì?!” Dopo una settimana ricevette un’email – Roby le aveva chiesto l’indirizzo. Lei non aveva cancellato i contatti, solo chiuso la chat. “Naty – non ce l’ho con te. Davvero. Lo sapevo che sarebbe finita così. Sei una persona splendida. Persone come me non servono nella tua vita. Volevo solo dirti grazie. Sono state le due settimane migliori degli ultimi tre anni. Ti auguro ogni felicità. Addio.” Natasha lo lesse in cucina e scoppiò a piangere. Le dispiaceva per lui, per sé, per la vita che aveva. “Perché tutte le altre sembrano fortunate, e io solo uomini sposati o mammoni? L’unico decente dietro le sbarre?” si chiedeva. E non rispose nemmeno stavolta… *** Provò ad uscire con altri uomini, ma nulla andava. Uno parlava solo di francobolli, l’altro aveva le unghie nere e voleva dividere il conto. A marzo, per il suo trentacinquesimo compleanno, Natasha si sentiva particolarmente sola. Al mattino arrivò una notifica. “Buon compleanno, Natasha! – scriveva Roberto. – So che non dovrei scriverti, ma non ho resistito. Ti auguro ogni bene. Meriti che qualcuno ti porti in braccio. Qui, con il pane e un po’ di fil di ferro, ti avrei fatto un regalo… Se potessi, te lo darei. Solo sappi che oggi, qui sul Lago Maggiore, uno beve una tazza di pessimo tè alla tua salute.” “Grazie, Roby – rispose lei, cedendo. – Mi fa piacere.” “Hai risposto! – sembrava esultare. – Come va? E la tua ‘bambina’? Ha retto il freddo?” E ricominciarono. Ora si sentivano ogni giorno. Roby telefonava quando poteva. Aveva una voce calda, leggermente rauca. Le raccontava la vita: il fratello che ora cresce i nipotini, i suoi sogni di cominciare da capo. “Non torno a casa mia, Naty, — diceva lui mentre lei scaldava la cena. — Brutte compagnie. Preferisco un posto dove mi conosce nessuno. So lavorare, in edilizia o in officina qualcuno mi prende.” “E dove andresti?” — lei lo interrogava trattenendo il fiato. “Da te. Affitto una stanza, anche piccola. Solo per sapere che respiriamo la stessa aria. Poi si vedrà. Non voglio forzare niente, credimi…” A maggio Natasha era completamente presa. Conosceva i suoi orari, sapeva quando aveva la doccia o la mensa. Gli mandava pacchi: tè, dolci, calze di lana, pezzi di ricambio. “Roby, mi raccomando, resisti fino alla fine – lo supplicava. – Non metterti in guai.” “Per te sarò uno stinco di santo” – rideva lui. – “Ad aprile esco.” “Ti aspetto.” *** Ad aprile, Natascia si presentò fuori dal carcere. Gli aveva comprato una giacca, jeans e scarpe nuove. Le batteva il cuore come una matta. Quando lo vide uscire, basso, robusto, con i capelli già un po’ brizzolati, rimase stupita. In foto era diverso. Ma quando sorrise e disse: — Ciao, padrona di casa — lei gli saltò al collo. — Dio mio, sei qui davvero… — mormorava lei, stringendo la sua guancia ruvida. — Ti pare che scappo? – disse lui sorridendo – Profumi di fiori… Andarono a casa sua. La prima settimana fu un sogno. Roby si mise subito al lavoro: sistemò il rubinetto che perdeva, aggiustò la serratura della porta. La sera stavano in cucina, un bicchiere di rosso e storie divertenti “della vita precedente”, evitando con cura i dettagli amari. “Senti, Roby, — disse lei il decimo giorno. — Ma la casa? Non serve che ti cerchi niente. Spazio ce n’è, da soli è più triste. E risparmi. Ti devi sistemare…” “Naty, non è giusto – lui scosse la testa girando lo zucchero. – Sono un uomo, dovrei provvedere io. Ora mi mantieni tu, non va.” “Piantala! — gli prese la mano. — Siamo una coppia. Troverai lavoro, vedrai che andrà tutto bene.” “Mi ha chiamato mio fratello — disse serio, evitando i suoi occhi. — Mio nipote sta male, ci vorrebbe un’operazione a pagamento. Serve una mano, io sono al verde, mi vergogno.” “Quanti soldi?” — lei sussurrò preoccupata. “Parecchi… Cinquemila euro, ma qualcosa hanno già raccolto. Forse potrei andare a Milano per lavorare: lì si fa in fretta a guadagnare.” Natascia tacque. Proprio quei cinquemila euro erano nella scatola. Li aveva messi da parte per anni, volendo rifare il bagno, cambiare piastrelle e mettere la doccia idromassaggio. “Io li ho — disse sottovoce. Roberto alzò di scatto la testa. “Ma non se ne parla! Sono tuoi. Non li prendo.” “Roby, è la tua famiglia. Sono sacri, hai detto tu. Li accetti, poi mi restituisci. Siamo insieme, no?” Lui resistette, due giorni l’umore nero, riprese pure a fumare sul balcone. Alla fine, fu Natasha che prese i soldi e glieli mise davanti. “Vai. Portali a tuo fratello. O mandali.” “Vado da lui — promise abbracciandola. — E magari trovo anche lavoro là.” Solo due giorni, le disse. Poi sarebbe tornato. *** Era già un’ora che Natasha stava seduta per terra nell’ingresso. Le gambe immobili, ma il dolore non lo sentiva. Rivide la sera prima: una commedia sciocca in tv, lui che rideva, il braccio sulle sue spalle. Un momento felice. “Magari parto un giorno prima — aveva detto lui prima di dormire. È scappato con un giorno d’anticipo. Lei dormiva, non sentì uscire. Aveva solo sognato una porta che sbatteva, pensando fossero i vicini. Alle due del pomeriggio chiamò il fratello di lui. Quel numero che Roberto le aveva dato “per sicurezza”. “Pronto?” — voce ruvida. — Chi parla? “Salve, sono… l’amica di Roberto. È venuto da voi oggi?” Silenzio. Poi un lungo sospiro. “Signora, quale Roberto? Mio fratello si chiama diverso, ed è ancora dentro per altri sei mesi. Esce a ottobre.” Natascia sentì girare tutto. “Come… a ottobre? Ma ha già finito. L’ho preso davanti al carcere!” “Ascolti — la voce si fece fredda. — Mio fratello, Alessio, è a Bollate. Roby… Roby era un mio ex compagno di cella, uscito due mesi fa. Mi ha fregato il telefono e copiato tutti i contatti. Lei sarà l’ennesima, ne ha già fatte parecchie. Laurea tecnica, una parlantina…” Natasha appoggiò il telefono sul pavimento. Ricordò come lui le insegnava a cambiare la candela. “Non stringere troppo — diceva. — Altrimenti spacchi la filettatura ed è finita.” “L’ho rovinata — sussurrò. — Tutta ‘sta faccenda l’ho rovinata da sola.” All’improvviso capì di non sapere nulla dell’uomo che aveva accanto. Il passaporto non l’aveva mai visto, né nessun documento dal carcere. E se neppure si chiamava davvero Roby?! *** Alla fine, Natasha è andata in commissariato e ha denunciato. Ha mostrato la foto e ha scoperto molte cose sul suo compagno. Si chiamava davvero Romano — ed era l’unica cosa detta giusta: un passato pesante, la metà della vita passata dentro. Con Natasha si era fatto conoscere al terzo giro. Lei si fece il segno della croce, cambiò la serratura di casa e pensò che in fondo le era pure andata bene — rispetto alle altre, almeno…
Sparito e meglio così Come sarebbe utente irraggiungibile? Cinque minuti fa stava parlando con qualcuno!
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017
La Bambola Abbandonata
Io, Carlo Bianchi, sono salito nellandrone dove abitano i figli miei, il cuore gonfio di una gioia che
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030
Mi sembra che l’amore sia svanito — Sei la ragazza più bella di tutta questa facoltà, — disse lui allora, porgendole un mazzo di margherite comprate dal fioraio accanto alla stazione della metro. Anna rise, accettando i fiori. Le margherite profumavano d’estate e di qualcosa di inspiegabilmente giusto. Davanti a lei, Dario aveva lo sguardo di chi sa esattamente cosa vuole. E quello che voleva era lei. Il loro primo appuntamento fu al Parco Sempione. Dario portò una coperta, un thermos di tè e panini fatti in casa da sua madre. Rimasero seduti sull’erba fino a sera inoltrata. Anna ricordava il suo modo di ridere a testa indietro, il tocco della sua mano apparentemente casuale, lo sguardo come se fosse l’unica persona in tutta Milano. Dopo tre mesi la portò al cinema a vedere una commedia francese che lei non capì appieno, ma rise insieme a lui. Dopo sei mesi — la presentò ai suoi genitori. Dopo un anno — le chiese di andare a vivere da lui. — Tanto ormai dormiamo sempre insieme, — disse Dario, giocando tra le sue ciocche. — Perché pagare due affitti? Anna accettò. Non per i soldi, certo. Ma perché accanto a lui il mondo acquistava senso. Il loro bilocale in affitto profumava di minestrone la domenica e di lenzuola fresche di bucato. Anna imparò a cucinare le sue polpette preferite — con aglio e prezzemolo, proprio come le faceva sua madre. Dario la sera le leggeva ad alta voce articoli di riviste su business e finanza. Sognava un’attività tutta sua. Anna ascoltava con la mano sulla guancia e credeva ad ogni sua parola. Facevano progetti. Prima — risparmiare per la caparra. Poi — una casa tutta loro. Poi — una macchina. E i figli, certo. Due, un maschio e una femmina. — Faremo tutto, — diceva Dario, baciandole la testa. Anna annuiva. Accanto a lui si sentiva invincibile. …Quindici anni di vita insieme si erano trasformati in oggetti, abitudini, piccoli riti. Un appartamento in un bel quartiere che dava sul parco. Un mutuo ventennale che pagavano anticipatamente, rinunciando a vacanze e ristoranti. Una Toyota grigia in cortile — scelta da Dario, che aveva trattato il prezzo e la lucidava ogni sabato. Un’onda di orgoglio le scaldava il petto. Erano riusciti a fare tutto da soli. Senza soldi dei genitori, senza raccomandazioni, senza fortuna. Solo con il lavoro, il risparmio, la pazienza. Non si era mai lamentata. Neanche quando era così stanca da addormentarsi in metrò e svegliarsi al capolinea. Nemmeno quando avrebbe voluto mollare tutto e volare al mare. Loro erano una squadra. Così diceva Dario, e Anna ci credeva. Il suo benessere veniva sempre prima di tutto. Anna aveva imparato quella regola a memoria, intrecciandola al suo stesso DNA. Giornata dura in ufficio? Faceva la cena, serviva il tè, ascoltava. Lite con il capo? Gli accarezzava i capelli, sussurrando che sarebbe passato tutto. Dubbi su se stesso? Trovava le parole giuste, lo tirava fuori dal tunnel. — Sei il mio ancoraggio, la mia base, — diceva Dario in quei momenti. Anna sorrideva. Essere l’ancora di qualcuno — non era forse felicità? I periodi bui arrivavano comunque. La prima volta dopo cinque anni insieme. L’azienda di Dario fallì. Rimase a casa per tre mesi, mandando curricula e diventando sempre più cupo. La seconda volta — peggio ancora. Furono i colleghi a scaricargli una grana: perse il lavoro e una grossa somma di soldi. Furono costretti a vendere l’auto per coprire il debito. Anna non lo rimproverò mai. Né a parole, né con lo sguardo. Accettò progetti extra, lavorò di notte, risparmiò su tutto. L’unica cosa che le importava era lui. Che non si spezzasse. Che non perdesse fiducia in se stesso. …Dario si riprese. Trovò un nuovo impiego, anche meglio del precedente. Comperarono un’altra Toyota, sempre grigia. La vita tornò in carreggiata. Un anno fa erano seduti in cucina e Anna finalmente disse ad alta voce ciò che pensava da tempo: — È ora, no? Non ho più vent’anni. Se aspettiamo ancora… Dario annuì, serio. — Iniziamo a prepararci. Anna trattenne il respiro. Anni a sognare, rimandare, aspettare il momento giusto. Ed eccolo, finalmente arrivato. Se lo era immaginato mille volte. Le manine che stringevano la sua. Il profumo di borotalco. I primi passi nel loro salotto. Dario che leggeva la favola della buonanotte. Un bambino. Il loro bambino. Finalmente. I cambiamenti arrivarono subito. Anna cambiò tutto: alimentazione, routine, abitudini. Fece visite mediche, analisi, iniziò a prendere vitamine. La carriera passò in secondo piano, anche se proprio allora le avevano proposto una promozione. — Sei sicura? — chiese la direttrice, con gli occhiali abbassati sul naso. — Un’occasione così capita una volta nella vita. Anna era sicura. La promozione voleva dire trasferte, orari folli, stress. Non il meglio per una gravidanza. — Preferisco passare in filiale, — rispose. La direttrice alzò le spalle. La filiale era a quindici minuti da casa. Un lavoro noioso, routinario, senza prospettive. Ma si usciva alle sei precise e nel weekend non si pensava all’ufficio. Anna si ambientò subito. I nuovi colleghi erano simpatici, anche se poco ambiziosi. Si preparava il pranzo a casa, camminava in pausa pranzo, andava a dormire presto. Tutto per il futuro bambino. Tutto per la loro famiglia. Il gelo arrivò senza preavviso. All’inizio Anna ci diede poco peso. Dario lavora tanto, è stanco. Succede. Ma smise di chiederle come stava. Niente più abbracci prima di dormire. Niente più quello sguardo di quando, ai primi tempi, la chiamava “la ragazza più bella della facoltà”. La casa era silenziosa. Di un silenzio sbagliato. Un tempo parlavano per ore — di lavoro, di sogni, di sciocchezze. Ora Dario stava al cellulare tutta la sera. Rispondeva a monosillabi. Andava a letto voltato verso il muro. Anna restava sveglia a fissare il soffitto. Tra loro — un abisso largo mezzo materasso. L’intimità sparì. Due settimane, tre, un mese. Anna perse il conto. Lui aveva sempre una scusa: — Sono stanchissimo. Facciamo domani. Ma domani non arrivava mai. Un giorno, con coraggio, lo fermò davanti al bagno: — Che succede? Voglio la verità. Dario fissava il telaio della porta. — Niente, va tutto bene. — Non è vero. — Sei tu che immagini le cose. È solo un periodo così. Passerà. La aggirò e chiuse la porta. L’acqua iniziò a scorrere. Anna rimase nel corridoio, premendosi una mano sul petto, dove faceva male. Un dolore opaco, continuo. Resistette ancora un mese. Poi gli chiese direttamente: — Mi ami ancora? Una pausa. Lunghissima, terribile. — Non… lo so più. Anna si sedette sul divano. — Non lo sai più? Dario finalmente la guardò negli occhi. Vuoti. Spaesati. Non c’era traccia di quel fuoco di quindici anni prima. — Credo che l’amore sia finito. Già da tempo. Non volevo ferirti, per questo ho taciuto. Mesi passati così, incapace di capire la verità. Scrutando i suoi sguardi, analizzando ogni parola, cercando una spiegazione. Forse problemi al lavoro. Forse crisi di mezza età. Forse solo un brutto periodo, un po’ più lungo del solito. E invece semplicemente non la amava più. E taceva, mentre lei pensava al futuro, lasciava la carriera, preparava il corpo alla maternità. La decisione arrivò improvvisamente. Basta “forse”, “magari si sistema”, “aspettiamo ancora”. Bastava. — Chiedo il divorzio. Dario impallidì. Anna vide il pomo d’Adamo muoversi su e giù. — Aspetta. Non così di colpo. Possiamo provare… — Provare? — Facciamo un figlio, dai. Magari cambia tutto. Dicono che i figli uniscono. Anna rise amaramente. — Un figlio complicherebbe solo tutto. Tu non mi ami. Perché dovremmo diventare genitori? Per poi separarci con un neonato tra le braccia? Dario rimase in silenzio. Non aveva nulla da ribattere. Anna se ne andò quel giorno stesso. Prese una valigia con lo stretto necessario, trovò una stanza da un’amica. Dopo una settimana, quando le mani non tremavano più, presentò domanda di separazione. La divisione dei beni si preannunciava lunga. Casa, macchina, quindici anni di acquisti e decisioni comuni. L’avvocato spiegava di quote, di valutazioni, di trattative. Anna ascoltava, prendeva appunti, cercando di non pensare che ora la loro vita si misurava in metri quadri e cavalli motore. Presto trovò un bilocale in affitto tutto per sé. Imparò a vivere da sola. Cucinare per uno. Guardare serie tv senza commenti accanto. Dormire da sola, occupando tutto il letto. La notte la nostalgia la assaliva. Col muso affondato nel cuscino, ricordava. Le margherite del mercato. Le serate al Parco Sempione. La sua risata, le sue mani, la voce che sussurrava “sei la mia ancora”. Un dolore insopportabile. Quindici anni non si buttano via come si fa con la roba vecchia. Ma tra quella sofferenza, nasceva altro. Sollievo. Un senso di giustizia. Ce l’aveva fatta. Aveva avuto la forza di fermarsi in tempo, prima di legarsi a quell’uomo con un figlio. Prima di restare incastrata in un matrimonio vuoto per anni, “per il bene della famiglia”. Trentadue anni. Tutta la vita davanti. Fa paura? Da morire. Ma ce la farà. Non ha altra scelta. Mi sembra che l’amore sia svanito. Una storia di quindici anni, di sogni, sacrifici e coraggio di ricominciare da sola a Milano
Mi sembra che lamore sia finito Sei la ragazza più bella di tutta questa facoltà mi ricordo, le dissi
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053
Ha già 35 anni e non ha né figli né moglie: la storia di una mamma italiana che si interroga sul ruolo dell’amore materno nell’autonomia dei figli
Ha già 35 anni e non ha né figli né moglie. La settimana scorsa mi trovavo con mio figlio a casa di mia suocera.
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088
La cuculatrice diurna ha cantato più a lungo — Ma questa mi prende in giro! — sbottò Alessandra. — Yuri, vieni subito qui! Il marito, appena liberatosi dalle sneakers in ingresso, si affacciò sulla soglia della porta, slacciandosi il colletto della camicia. — Ale, ma che è successo stavolta? Sono appena rientrato, ho un mal di testa tremendo… — Che è successo?! — Alessandra indicò il bordo della vasca da bagno. — Guarda bene. Dov’è il mio shampoo? E la maschera per capelli che ho comprato ieri? Yuri strizzò gli occhi da miope, fissando la fila di boccette ordinate. Troneggiavano un enorme flacone di shampoo al catrame, una tanica di “Bardana” formato famiglia e un pesante barattolo di crema dal colore marrone intenso, chissà perché. — Eh… sono i prodotti che ha portato la mamma. Forse le è più comodo avere tutto a portata di mano… — borbottò, evitando lo sguardo della moglie. — Più comodo? Yuri, qui non ci vive! Ora guarda sotto. Alessandra si chinò e tirò fuori da sotto la vasca un catino di plastica. I suoi costosi prodotti francesi erano ammucchiati lì, insieme alla sua spugna e al suo rasoio. — Ma ti pare normale, Yuri? Ha buttato le mie cose in questa bacinella lurida e ha sistemato le sue! Ha deciso che le mie cose devono stare accanto allo straccio del pavimento, mentre il suo “Bardana” occupa il posto d’onore in bagno! Yuri sospirò pesantemente. — Ale, non farne un dramma. La mamma adesso sta davvero male, lo sai bene. Dai, rimetto tutto a posto e andiamo a cena, ok? Tra l’altro ha preparato gli involtini di verza. — Non ne voglio sapere dei suoi involtini — tagliò corto Alessandra. — E poi, perché sta sempre qui appiccicata? Per quale motivo si comporta da padrona in casa mia, Yuri?! Mi sento un’inquilina a cui è stato concesso il permesso di usare il bagno. Alessandra, respingendo il marito, uscì di corsa, mentre Yuri spinse con il piede il catino delle sue cose di nuovo sotto la vasca. La questione dell’alloggio, che ha rovinato la vita a milioni di italiani, a Yuri e Alessandra nemmeno li aveva sfiorati. Yuri aveva un ampio bilocale nuovo in periferia, lasciato dal nonno paterno. Ad Alessandra era invece toccato un gradevole appartamentino in centro ereditato dalla nonna. Dopo il matrimonio avevano deciso di trasferirsi da Yuri: l’appartamento era ristrutturato di fresco e c’era il condizionatore. L’appartamento di Alessandra era stato affittato a una coppia referenziata. I rapporti con i genitori di Yuri erano improntati a una neutralità armata, che sfociava in educata simpatia. Svetlana Anatol’evna e il marito, l’intellettuale e taciturno Vittorio Pietrović, abitavano dall’altra parte della città. Una volta a settimana, tè di rito, domande di circostanza su salute e lavoro, scambio di sorrisi cortesi. — Ma tesoro mio Ale, sei dimagrita — diceva Svetlana Anatol’evna, aggiungendole una fetta di torta. — Yuri, non sfami tua moglie? — Mamma, andiamo solo in palestra, — la liquidava Yuri. E finiva lì. Mai visite a sorpresa, mai consigli non richiesti sulla gestione della casa. Alessandra si vantava persino con le amiche: — Che fortuna con mia suocera. Una vera perla, non si intromette mai, non mi dà lezioni di vita, non stressa Yuri. Tutto crollò in un martedì uggioso, quando Vittorio Pietrović, dopo trentadue anni con Svetlana, fece la valigia, lasciò un biglietto sulla tavola (“Me ne vado al mare, non cercarmi!”), bloccò ogni contatto e sparì. Si venne a sapere che “colpo di testa” non era solo una frase fatta, ma una giovane amministratrice termale a Rimini dove negli ultimi anni la coppia villeggiava. Per Svetlana Anatol’evna, sessantenne, il mondo andò in frantumi. Prima le lacrime, le telefonate nel cuore della notte e l’analisi infinita della situazione: — Come ha potuto? Perché? Alessandra, perché proprio a me?! Alessandra all’inizio provò sincera compassione. Le portava tranquillanti, ascoltava sempre le stesse storie e annuiva pazientemente mentre la suocera malediva “quel vecchio farfallone”. La pazienza, però, si esaurì presto: la suocera con le sue lamentele croniche cominciò a irritarla. — Yuri, stamattina ha chiamato già cinque volte — sbottò Alessandra a colazione. — Ha chiesto che andassi io a cambiare la lampadina del corridoio. Capisco tutto, ma… quanto deve durare questa storia? Il marito si rabbuiò subito: — È sola, Ale. Pensa che ha vissuto sempre all’ombra dell’uomo, e papà l’ha… Non arrabbiarti con lei, ti prego… — La lampadina può cambiarla anche da sola o chiamare un elettricista. Ma lei vuole che lo faccia tu. O io. E io non ci tengo proprio! Poi iniziarono i pernottamenti — il marito prese a dormire dalla mamma. — Ale, la mamma ha paura di addormentarsi da sola — diceva Yuri facendo la borsa. — Dice che il silenzio la opprime. Dormo da lei un paio di notti, ok? — Un paio di notti? — si aggrottò Alessandra. — Yuri, siamo sposati da poco e tu già scappi! Non voglio dormire da sola metà della settimana. — È solo per un po’. Quando si riprenderà, tutto tornerà normale. Quel “per un po’” si trascinò per un mese. Svetlana Anatol’evna pretendeva che il figlio passasse quattro sere e notti la settimana con lei. Fingeva crisi di pressione, attacchi di panico, inscenava pure gli ingorghi nel lavandino. Alessandra vedeva il marito sfinito, diviso tra due case, e commise l’errore di cui poi si sarebbe pentita ogni giorno. *** Decise di parlare chiaro con la suocera. — Senta, signora Svetlana Anatol’evna, — disse durante l’ennesimo pranzo domenicale. — Se proprio non ce la fa a stare sola, perché non viene da noi di giorno? Yuri è al lavoro, io spesso lavoro da casa. Così viene qui, è in centro, fa due passi al parco e si trattiene qui da noi. Prima di dormire, Yuri la riaccompagna a casa. Svetlana Anatol’evna guardò la nuora con uno sguardo strano. — Ma certo, Alessandra, che idea! Brava, hai ragione. Che ci faccio io tra quelle quattro mura? Alessandra si aspettava due visite a settimana, pensava che la suocera sarebbe arrivata verso mezzogiorno e andata via prima del ritorno di Yuri… Ma Svetlana Anatol’evna aveva una sua idea della questione — si presentò alle sette precise del mattino. — Chi è? — bofonchiò mezzo addormentato Yuri, all’udire il campanello insistente. Apre lui. — Sono io! — cinguettava il citofono con la voce di Svetlana Anatol’evna. — Vi ho portato la ricotta fresca! Alessandra si tirò la coperta sulla testa. — Ma che diamine… — sibilò. — Yuri, sono le sette! Dove l’ha trovata la ricotta a quest’ora?! — La mamma si sveglia presto, — Yuri già infilava i pantaloni. — Dormi, apro io. Da quel giorno la vita diventò un inferno. Svetlana Anatol’evna non si limitava a venire — abitava di fatto in casa per otto ore al giorno. Alessandra provava a lavorare al pc, ma sempre: — Ale, perché non hai spolverato la tv? Guarda, ecco uno straccio, ora passo io. — Signora Svetlana Anatol’evna, sono impegnata, ho una call tra cinque minuti! — Ma va là, una call… Te ne stai lì a guardare le figurine. E poi, cara, a Yuri non stiri bene le camicie. Le pieghe devono essere da tagliarsi. Dai, ti faccio vedere mentre aspetti ‘sti “clienti”. Tutto veniva criticato. Come tagliava le verdure: “Yuri le preferisce a julienne, tu le fai a cubetti come in mensa.” Come rifaceva il letto: “Il copriletto deve arrivare a terra, così fa tristezza.” L’odore del bagno: “Il profumo deve essere piacevole, qui sa di muffa.” — Ale, non ti offendere — diceva la suocera, sbirciando nella pentola. — Ma hai salato troppo la zuppa. Yuri da piccolo mangiava leggero, aveva lo stomaco delicato, non lo sapevi? Lo rovini tu, con la tua cucina. Fatti da parte, ora cucino io. — La zuppa è buona — ribatteva Alessandra a denti stretti. — E a Yuri piace, ieri ne ha mangiate due scodelle! — Ma lui è educato. Non vuole farti dispiacere, e mangia, poverino. Verso pranzo Alessandra era sempre più vicina al collasso nervoso. Scappava al bar per ore, pur di non sentirsi addosso quella voce pedante. E al ritorno, la rabbia aumentava. Prima comparve “la tazza preferita” della suocera: una tazzona variopinta con scritto “Alla miglior mamma”. Poi l’impermeabile appeso all’entrata, e dopo una settimana un’intera mensola sgomberata nell’armadio per le sue cose e un paio di vestaglie. — Perché qui le sue vestaglie? — chiese Alessandra, scoprendo l’orrido accappatoio rosa accanto alle sue sottovesti di seta. — Ma cara, sto qui tutto il giorno. Mi stanco e voglio mettermi comoda. Siamo una famiglia ormai, che ti musoni così? Yuri nel frattempo alle lamentele rispondeva sempre uguale: — Ale, sii comprensiva. Sta male. Ha perso il marito, ha bisogno di sentirsi utile. Che ti costa una mensola nell’armadio? — Non mi pesa la mensola, Yuri! È che tua madre mi sta spingendo fuori da casa mia! — Non esagerare. Aiuta, cucina, pulisce. Hai sempre detto di odiare stirare. — Meglio stropicciata, che stirata da lei! — sbottò Alessandra. E Yuri come se non sentisse. *** I flaconi in bagno furono la goccia. — Yuri, vieni giù che si freddano gli involtini! — gridò Svetlana Anatol’evna dalla cucina. — Alessandra, anche tu, ti ho messo meno peperoncino, so che non ti piace. Alessandra corse in cucina, dove la suocera già sistemava i piatti con indifferenza. — Signora Svetlana Anatol’evna — chiese con calma ostentata. — Perché ha messo le mie cose sotto la vasca? La suocera non fece una piega. Sistemò il cucchiaio vicino al piatto di Yuri e sorrise. — Ah, Alessandra, quei flaconcini? Erano quasi vuoti, occupavano posto. E avevano un odore… troppo forte, mi veniva mal di testa. Ho messo i miei, che so che vanno bene. I tuoi li ho infilati sotto, così non disturbano. Non avrai nulla in contrario, tanto andava messo ordine. — Io invece sì, — si avvicinò Alessandra. — Questo è il mio bagno. Le mie cose. E casa mia! — Ma quale casa tua, cara? — si accomodò la suocera, sospirando teatralmente. — L’appartamento è di Yuri. Tu qui sei la padrona, certo, ma bisogna avere rispetto per la madre del marito. Yuri, appoggiato sulla porta, impallidì. — Mamma, dai, basta… Anche Alessandra ha il suo appartamento, viviamo solo qui per comodità… — Ma che appartamento — scartò la suocera con la mano. — Una topaia da nonna. Yuri, siedi e mangia. Vedi come tua moglie ti fa il muso, sicuramente è a digiuno. Alessandra guardò suo marito. Sperava. Sperava che dicesse: “Mamma, adesso basta. Hai passato il limite. Rifai le valigie e torna a casa tua”. Yuri rimase immobile ancora un attimo, lo sguardo incerto tra madre e moglie, poi… si sedette a tavola. — Ale, dai, siediti anche tu. Parliamone con calma. Mamma, anche tu hai sbagliato, non dovevi toccare le sue cose… — Visto?! — trionfò la suocera. — Lui capisce. Tu, Alessandra, invece sei troppo gelosa. In famiglia tutto deve essere condiviso. A quel punto la pazienza di Alessandra si spezzò. — Tutto condiviso? — ribatté. — Perfetto. Si voltò ed uscì dalla cucina. Yuri le gridò dietro qualcosa, ma lei non ascoltò. Prese le sue cose in venti minuti, ficcandole alla rinfusa in un paio di valigie. I flaconi in bagno li lasciò: avrebbe ricomprato tutto daccapo. Se ne andò tra le lamentele del marito che la supplicava di fermarsi, e la suocera che non mancava certo di lanciare frecciate velate. *** Alessandra non aveva alcuna intenzione di tornare — chiese il divorzio quasi subito dopo la fuga. Il marito, ancora legato legalmente, continua a chiamarla ogni giorno e a supplicarla di tornare, mentre la suocera sta già traslocando in pianta stabile nel bilocale del figliolo. Alessandra è certa che fosse proprio questo il suo obiettivo.
Il cuculo del pomeriggio ha cantato di più Ma questa mi sta prendendo in giro! scattai, irritato.
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025
Il Figlio Minore. Un Racconto.
Io ero quelluomo che, con la moglie Chiara, non capiva davvero come avessimo potuto avere un figlio così sveglio.
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076
Hai comprato un appartamento per tua figlia maggiore? È ora di andarci a vivere, ha dichiarato Federico ai suoi genitori!
Se avete comprato un appartamento alla figlia maggiore, fatevi un giro da lei disse Federico ai genitori.
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071
La cuculatrice diurna ha cantato più a lungo — Ma questa mi prende in giro! — sbottò Alessandra. — Yuri, vieni subito qui! Il marito, appena liberatosi dalle sneakers in ingresso, si affacciò sulla soglia della porta, slacciandosi il colletto della camicia. — Ale, ma che è successo stavolta? Sono appena rientrato, ho un mal di testa tremendo… — Che è successo?! — Alessandra indicò il bordo della vasca da bagno. — Guarda bene. Dov’è il mio shampoo? E la maschera per capelli che ho comprato ieri? Yuri strizzò gli occhi da miope, fissando la fila di boccette ordinate. Troneggiavano un enorme flacone di shampoo al catrame, una tanica di “Bardana” formato famiglia e un pesante barattolo di crema dal colore marrone intenso, chissà perché. — Eh… sono i prodotti che ha portato la mamma. Forse le è più comodo avere tutto a portata di mano… — borbottò, evitando lo sguardo della moglie. — Più comodo? Yuri, qui non ci vive! Ora guarda sotto. Alessandra si chinò e tirò fuori da sotto la vasca un catino di plastica. I suoi costosi prodotti francesi erano ammucchiati lì, insieme alla sua spugna e al suo rasoio. — Ma ti pare normale, Yuri? Ha buttato le mie cose in questa bacinella lurida e ha sistemato le sue! Ha deciso che le mie cose devono stare accanto allo straccio del pavimento, mentre il suo “Bardana” occupa il posto d’onore in bagno! Yuri sospirò pesantemente. — Ale, non farne un dramma. La mamma adesso sta davvero male, lo sai bene. Dai, rimetto tutto a posto e andiamo a cena, ok? Tra l’altro ha preparato gli involtini di verza. — Non ne voglio sapere dei suoi involtini — tagliò corto Alessandra. — E poi, perché sta sempre qui appiccicata? Per quale motivo si comporta da padrona in casa mia, Yuri?! Mi sento un’inquilina a cui è stato concesso il permesso di usare il bagno. Alessandra, respingendo il marito, uscì di corsa, mentre Yuri spinse con il piede il catino delle sue cose di nuovo sotto la vasca. La questione dell’alloggio, che ha rovinato la vita a milioni di italiani, a Yuri e Alessandra nemmeno li aveva sfiorati. Yuri aveva un ampio bilocale nuovo in periferia, lasciato dal nonno paterno. Ad Alessandra era invece toccato un gradevole appartamentino in centro ereditato dalla nonna. Dopo il matrimonio avevano deciso di trasferirsi da Yuri: l’appartamento era ristrutturato di fresco e c’era il condizionatore. L’appartamento di Alessandra era stato affittato a una coppia referenziata. I rapporti con i genitori di Yuri erano improntati a una neutralità armata, che sfociava in educata simpatia. Svetlana Anatol’evna e il marito, l’intellettuale e taciturno Vittorio Pietrović, abitavano dall’altra parte della città. Una volta a settimana, tè di rito, domande di circostanza su salute e lavoro, scambio di sorrisi cortesi. — Ma tesoro mio Ale, sei dimagrita — diceva Svetlana Anatol’evna, aggiungendole una fetta di torta. — Yuri, non sfami tua moglie? — Mamma, andiamo solo in palestra, — la liquidava Yuri. E finiva lì. Mai visite a sorpresa, mai consigli non richiesti sulla gestione della casa. Alessandra si vantava persino con le amiche: — Che fortuna con mia suocera. Una vera perla, non si intromette mai, non mi dà lezioni di vita, non stressa Yuri. Tutto crollò in un martedì uggioso, quando Vittorio Pietrović, dopo trentadue anni con Svetlana, fece la valigia, lasciò un biglietto sulla tavola (“Me ne vado al mare, non cercarmi!”), bloccò ogni contatto e sparì. Si venne a sapere che “colpo di testa” non era solo una frase fatta, ma una giovane amministratrice termale a Rimini dove negli ultimi anni la coppia villeggiava. Per Svetlana Anatol’evna, sessantenne, il mondo andò in frantumi. Prima le lacrime, le telefonate nel cuore della notte e l’analisi infinita della situazione: — Come ha potuto? Perché? Alessandra, perché proprio a me?! Alessandra all’inizio provò sincera compassione. Le portava tranquillanti, ascoltava sempre le stesse storie e annuiva pazientemente mentre la suocera malediva “quel vecchio farfallone”. La pazienza, però, si esaurì presto: la suocera con le sue lamentele croniche cominciò a irritarla. — Yuri, stamattina ha chiamato già cinque volte — sbottò Alessandra a colazione. — Ha chiesto che andassi io a cambiare la lampadina del corridoio. Capisco tutto, ma… quanto deve durare questa storia? Il marito si rabbuiò subito: — È sola, Ale. Pensa che ha vissuto sempre all’ombra dell’uomo, e papà l’ha… Non arrabbiarti con lei, ti prego… — La lampadina può cambiarla anche da sola o chiamare un elettricista. Ma lei vuole che lo faccia tu. O io. E io non ci tengo proprio! Poi iniziarono i pernottamenti — il marito prese a dormire dalla mamma. — Ale, la mamma ha paura di addormentarsi da sola — diceva Yuri facendo la borsa. — Dice che il silenzio la opprime. Dormo da lei un paio di notti, ok? — Un paio di notti? — si aggrottò Alessandra. — Yuri, siamo sposati da poco e tu già scappi! Non voglio dormire da sola metà della settimana. — È solo per un po’. Quando si riprenderà, tutto tornerà normale. Quel “per un po’” si trascinò per un mese. Svetlana Anatol’evna pretendeva che il figlio passasse quattro sere e notti la settimana con lei. Fingeva crisi di pressione, attacchi di panico, inscenava pure gli ingorghi nel lavandino. Alessandra vedeva il marito sfinito, diviso tra due case, e commise l’errore di cui poi si sarebbe pentita ogni giorno. *** Decise di parlare chiaro con la suocera. — Senta, signora Svetlana Anatol’evna, — disse durante l’ennesimo pranzo domenicale. — Se proprio non ce la fa a stare sola, perché non viene da noi di giorno? Yuri è al lavoro, io spesso lavoro da casa. Così viene qui, è in centro, fa due passi al parco e si trattiene qui da noi. Prima di dormire, Yuri la riaccompagna a casa. Svetlana Anatol’evna guardò la nuora con uno sguardo strano. — Ma certo, Alessandra, che idea! Brava, hai ragione. Che ci faccio io tra quelle quattro mura? Alessandra si aspettava due visite a settimana, pensava che la suocera sarebbe arrivata verso mezzogiorno e andata via prima del ritorno di Yuri… Ma Svetlana Anatol’evna aveva una sua idea della questione — si presentò alle sette precise del mattino. — Chi è? — bofonchiò mezzo addormentato Yuri, all’udire il campanello insistente. Apre lui. — Sono io! — cinguettava il citofono con la voce di Svetlana Anatol’evna. — Vi ho portato la ricotta fresca! Alessandra si tirò la coperta sulla testa. — Ma che diamine… — sibilò. — Yuri, sono le sette! Dove l’ha trovata la ricotta a quest’ora?! — La mamma si sveglia presto, — Yuri già infilava i pantaloni. — Dormi, apro io. Da quel giorno la vita diventò un inferno. Svetlana Anatol’evna non si limitava a venire — abitava di fatto in casa per otto ore al giorno. Alessandra provava a lavorare al pc, ma sempre: — Ale, perché non hai spolverato la tv? Guarda, ecco uno straccio, ora passo io. — Signora Svetlana Anatol’evna, sono impegnata, ho una call tra cinque minuti! — Ma va là, una call… Te ne stai lì a guardare le figurine. E poi, cara, a Yuri non stiri bene le camicie. Le pieghe devono essere da tagliarsi. Dai, ti faccio vedere mentre aspetti ‘sti “clienti”. Tutto veniva criticato. Come tagliava le verdure: “Yuri le preferisce a julienne, tu le fai a cubetti come in mensa.” Come rifaceva il letto: “Il copriletto deve arrivare a terra, così fa tristezza.” L’odore del bagno: “Il profumo deve essere piacevole, qui sa di muffa.” — Ale, non ti offendere — diceva la suocera, sbirciando nella pentola. — Ma hai salato troppo la zuppa. Yuri da piccolo mangiava leggero, aveva lo stomaco delicato, non lo sapevi? Lo rovini tu, con la tua cucina. Fatti da parte, ora cucino io. — La zuppa è buona — ribatteva Alessandra a denti stretti. — E a Yuri piace, ieri ne ha mangiate due scodelle! — Ma lui è educato. Non vuole farti dispiacere, e mangia, poverino. Verso pranzo Alessandra era sempre più vicina al collasso nervoso. Scappava al bar per ore, pur di non sentirsi addosso quella voce pedante. E al ritorno, la rabbia aumentava. Prima comparve “la tazza preferita” della suocera: una tazzona variopinta con scritto “Alla miglior mamma”. Poi l’impermeabile appeso all’entrata, e dopo una settimana un’intera mensola sgomberata nell’armadio per le sue cose e un paio di vestaglie. — Perché qui le sue vestaglie? — chiese Alessandra, scoprendo l’orrido accappatoio rosa accanto alle sue sottovesti di seta. — Ma cara, sto qui tutto il giorno. Mi stanco e voglio mettermi comoda. Siamo una famiglia ormai, che ti musoni così? Yuri nel frattempo alle lamentele rispondeva sempre uguale: — Ale, sii comprensiva. Sta male. Ha perso il marito, ha bisogno di sentirsi utile. Che ti costa una mensola nell’armadio? — Non mi pesa la mensola, Yuri! È che tua madre mi sta spingendo fuori da casa mia! — Non esagerare. Aiuta, cucina, pulisce. Hai sempre detto di odiare stirare. — Meglio stropicciata, che stirata da lei! — sbottò Alessandra. E Yuri come se non sentisse. *** I flaconi in bagno furono la goccia. — Yuri, vieni giù che si freddano gli involtini! — gridò Svetlana Anatol’evna dalla cucina. — Alessandra, anche tu, ti ho messo meno peperoncino, so che non ti piace. Alessandra corse in cucina, dove la suocera già sistemava i piatti con indifferenza. — Signora Svetlana Anatol’evna — chiese con calma ostentata. — Perché ha messo le mie cose sotto la vasca? La suocera non fece una piega. Sistemò il cucchiaio vicino al piatto di Yuri e sorrise. — Ah, Alessandra, quei flaconcini? Erano quasi vuoti, occupavano posto. E avevano un odore… troppo forte, mi veniva mal di testa. Ho messo i miei, che so che vanno bene. I tuoi li ho infilati sotto, così non disturbano. Non avrai nulla in contrario, tanto andava messo ordine. — Io invece sì, — si avvicinò Alessandra. — Questo è il mio bagno. Le mie cose. E casa mia! — Ma quale casa tua, cara? — si accomodò la suocera, sospirando teatralmente. — L’appartamento è di Yuri. Tu qui sei la padrona, certo, ma bisogna avere rispetto per la madre del marito. Yuri, appoggiato sulla porta, impallidì. — Mamma, dai, basta… Anche Alessandra ha il suo appartamento, viviamo solo qui per comodità… — Ma che appartamento — scartò la suocera con la mano. — Una topaia da nonna. Yuri, siedi e mangia. Vedi come tua moglie ti fa il muso, sicuramente è a digiuno. Alessandra guardò suo marito. Sperava. Sperava che dicesse: “Mamma, adesso basta. Hai passato il limite. Rifai le valigie e torna a casa tua”. Yuri rimase immobile ancora un attimo, lo sguardo incerto tra madre e moglie, poi… si sedette a tavola. — Ale, dai, siediti anche tu. Parliamone con calma. Mamma, anche tu hai sbagliato, non dovevi toccare le sue cose… — Visto?! — trionfò la suocera. — Lui capisce. Tu, Alessandra, invece sei troppo gelosa. In famiglia tutto deve essere condiviso. A quel punto la pazienza di Alessandra si spezzò. — Tutto condiviso? — ribatté. — Perfetto. Si voltò ed uscì dalla cucina. Yuri le gridò dietro qualcosa, ma lei non ascoltò. Prese le sue cose in venti minuti, ficcandole alla rinfusa in un paio di valigie. I flaconi in bagno li lasciò: avrebbe ricomprato tutto daccapo. Se ne andò tra le lamentele del marito che la supplicava di fermarsi, e la suocera che non mancava certo di lanciare frecciate velate. *** Alessandra non aveva alcuna intenzione di tornare — chiese il divorzio quasi subito dopo la fuga. Il marito, ancora legato legalmente, continua a chiamarla ogni giorno e a supplicarla di tornare, mentre la suocera sta già traslocando in pianta stabile nel bilocale del figliolo. Alessandra è certa che fosse proprio questo il suo obiettivo.
Il cuculo del pomeriggio ha cantato di più Ma questa mi sta prendendo in giro! scattai, irritato.
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