2 ottobre, venerdì Stasera, mentre la cena volgeva al termine, la mia piccola Ginevra mi ha passato di
Vivremo luno per laltro Dopo la morte di mia madre, sono riuscito a riprendermi solo un po.
Per dieci anni ho fatto da cuoca per la famiglia di mio figlio, senza mai ricevere un ringraziamento.
I piatti con la cena ormai fredda restavano ancora sul tavolo. Martina li guardava senza vederli davvero.
Non ci aspettavamo più nessuno
Quando ero in quinta elementare e mia sorella in prima, nostro padre se n’era andato per lavoro e poi sparì del tutto. Prima partiva spesso, restando via mesi, però tornava sempre con soldi e regali. I miei non erano sposati: papà era un vero spirito libero, girava il Paese come voleva e tornava quando gli pareva, sempre però portando doni. Mamma lo sopportava perché lo amava follemente.
«Volevo’ torna presto, Volo’», lo pregava lei.
«Ma dai, non fare la tragica. Aspettami e avrai regali», rispondeva lui, la baciava sbadatamente e spariva.
Quando non c’era, a badare a noi c’era lo zio Nicola, il fratello di papà. Secondo me mamma piaceva a lui, anche se non lo dimostrava mai. Ma noi sapevamo sempre di poter contare su zio Nicola.
«Come va, Taisia? E i piccoli?»
«Urrà! È arrivato zio Nicola!» gridavo, correndo ad abbracciarlo.
«Ciao, Denis», mi stringeva brevemente zio Nicola.
Da parte mia, avrei preferito che fosse lui il nostro vero padre. Nei weekend ci portava al parco mentre mamma si riposava, a volte usciva anche lei, altre restava a pensare alle sue sfortune.
Quando sono cresciuto, zio Nicola ha montato una parete per ginnastica nel corridoio. Papà mancava ormai da quasi sei mesi. Io lo aiutavo con gli attrezzi, mentre Mashka guardava zio Nicola sistemare la sbarra, la corda e gli anelli.
«Zio Ni’, perché non ti sposi? Sei bravo di mani… qualsiasi donna ti vorrebbe!» commentò Mashka, più saggia di quanto la sua età lasciasse pensare.
«Non mi piace nessuna, Maria. Se trovo quella giusta, mi sposo.»
«Ma non ti piacerebbe avere dei figli tuoi?»
«A me bastate voi», rispose serio.
«Che vuoi, ti sto scacciando?»
«Io?! Mai, zio Nicola! Io sono sempre felice quando ci sei!»
La sera chiesi a Mashka: «Ma perché insisti con lui? Si offende e non viene più!»
«Papà almeno ci porta regali…», sospirò Mashka. «Ormai tornerà, dai.»
«Sei proprio sciocca. Ti comprano con i regali, ma sai quanto costa la roba che ci ha portato zio?»
«Io voglio vestiti e bambole, non fare la scimmia sugli attrezzi!»
Quella volta Mashka aspetta papà invano: non tornò.
Un giorno zio Nicola è rimasto a parlare con mamma in cucina. Lei piangeva disperata.
«Taya, non piangere. Non vi lascio. Lo conosci… lui cerca sempre situazioni migliori», diceva zio Nicola.
Mamma si mise a lamentarsi ancor più forte, poi continuò a piangere.
Zio Nicola continuava a venire come sempre. Un giorno si fece coraggio e confessò a mamma i suoi sentimenti. Io origliavo senza rimorsi.
«Nicola, io non ti merito. Sei un brav’uomo, meriti una vera felicità.»
«So io chi mi serve», insistette lui.
«E se lui torna?»
Non rispondeva.
«Io però lo aspetterò… lo amo. Non posso farci nulla. Se credi che potrei essere quella giusta… senza cuore.»
Mi sono allontanato dalla porta sulle punte. Mia madre… che sciocca!
Poi abbiamo cominciato a vivere tutti insieme. Mashka era tutta come il papà: le piace dove c’è chi la vizia. Anch’io ho capito che era inutile aspettare regali da papà. Zio Nicola invece si impegnava, lavorava per noi, mamma gli ha dato un figlio, Vadik. Zio era al settimo cielo. Si sono sposati e le cose si sono sistemate.
Ho finito la scuola senza voti bassi, avevo il posto in università assicurato. Mamma era raggiante.
«Abbiamo uno scienziato in famiglia, eh Nicola?»
«Beh, anche noi mica siamo da meno!»
«Dai, mamma, sono esagerazioni.»
«Dammi un po’ di spumante, fammi provare!»
«Come se non avessi già…», sbuffava Mashka, io la fulminavo con gli occhi.
Vadik saltava ovunque, zio Nicola lo prendeva e lo faceva sedere con sé.
«Forza, comportati bene, non sei più bebè!»
Vadik afferra un cucchiaio, lo mette al naso e fa il buffone, tutti ridono.
«A quanto pare suonano?» Mashka tende l’orecchio.
Mamma apre la porta e quasi sviene: sullo stipite si affaccia papà. Crolla il silenzio. Lui guarda e dice: «Beh, continuate la festa!»
Noi muti. Vadik va verso papà, che lo ignora. Mamma prende Vadik in braccio come scudo. Zio Nicola si alza, incerto.
«Dove vai?» chiede mamma con voce tremante.
«Mi serve aria.»
Esce, sfiorando il fratello. Io prendo coraggio ed esco dietro di lui. Mashka mi segue.
«Guarda cosa ti ho portato, vestiti alla moda!»
Mashka lo ignora e corre dietro di me: «Vado io da zio Nicola, tu origlia che sei più bravo!»
Ha ragione. Mi nascondo, terrorizzato che mamma ora… abbia avuto quello che aspettava: l’amore della sua vita.
Che ne sarà della nostra famiglia?
«Taya, allora? Ti sei sposata con Nicola?» chiede sardonico papà.
Mamma tace.
«Taya, dai… ormai è stato, capita! Sono tornato!»
Rumore di una schiaffo e il pianto di Vadik.
«Vattene, Vova… sparisci da qui.»
«Ma che ti prende?»
«Ho detto basta! Vai via. Nessuno ti aspettava.»
«Non è vero. Lo vedo dagli occhi. Gli occhi non mentono.»
«Ho detto ciò che dovevo»
Papà mi trova nel corridoio: «Origliavi? Vai avanti così, farai strada.»
Mi importa nulla. Entro: mamma calma Vadik, sistema capelli e tavola come Giulio Cesare.
«Ha rischiato di rovinarci la festa, eh?», sorride storta. «Dove sono tutti?»
Vadik era già tranquillo, spingeva la sedia.
Esco: Mashka e zio Nicola sono sulla panchina nel parco, Mashka si aggrappa a zio e ci poggia la testa, come se temesse che se lo lasciasse andare lui sparirebbe.
Mi avvicino, gli guardo: «Papà, basta stare qui. Andiamo a casa, mamma ci aspetta.»
Le mani di Nicola tremano. Mashka le copre con le sue.
«Davvero, andiamo, papà?»
Andiamo a casa. Dopotutto era il giorno della mia maturità. Non Se Lo Aspettava Nostro padre, mio e di mia sorella Giovanna, partì da qualche parte per lavorare
Durante il divorzio, un marito benestante decise di lasciare alla moglie una fattoria abbandonata, perduta
30 ottobre 2025 Oggi il mio pensiero è ritornato, incollato al letto freddo dell’ospedale, dove
3 aprile 1948 Questa mattina ho avuto un sogno strano: mi sembrava di vedere il mio piccolo, Alessio
Mamma, mi sposo! – annunciò allegramente il figlio.
– Sono contenta. – rispose senza entusiasmo Sofia Pavlovna.
– Ma’, che c’è che non va? – chiese sorpreso Vittorio.
– Nulla… Dove pensate di vivere? – domandò la madre socchiudendo gli occhi.
– Qui. Non ti dispiace, vero? – rispose il figlio. – È un appartamento con tre camere, ci staremo sicuramente tutti.
– Ho forse scelta? – ribatté la madre.
– Non possiamo certo affittare una casa… – disse il figlio abbattuto.
– Capisco, la scelta non ce l’ho. – disse rassegnata Sofia Pavlovna.
– Mamma, oggi gli affitti sono alle stelle. Non ci resterebbe nemmeno per mangiare. – spiegò Vittorio. – E non è per sempre, lavoreremo e metteremo da parte per comprare casa. Così sarà più veloce.
Sofia Pavlovna alzò le spalle.
– Speriamo… – disse. – Allora ascolta: entrate, vivete qui quanto vi serve, ma con due condizioni: dividiamo le spese in tre e non sarò la colf di nessuno.
– Va bene, mamma, come vuoi. – accettò subito Vittorio.
I giovani fecero una semplice cerimonia di nozze e iniziarono a vivere tutti insieme: Sofia Pavlovna, Vittorio e la nuora Irene.
Dal primo giorno, appena i giovani si trasferirono, Sofia Pavlovna cominciò ad avere sempre qualche impegno. I ragazzi tornavano dal lavoro, lei non c’era, pentole vuote e la casa in disordine, come l’avevano lasciata.
– Mamma, dove sei stata? – chiese il figlio la sera.
– Capisci Vittorio, mi hanno chiamato dal Centro Culturale! Mi vogliono nel Coro di canti popolari: la voce ce l’ho, lo sai…
– Davvero?! – si stupì lui.
– Ma certo! Hai solo dimenticato, te lo avevo detto. Sono tutti pensionati come me, cantiamo insieme. Mi sono divertita un sacco, domani ci torno! – disse allegra Sofia Pavlovna.
– E domani c’è ancora coro? – chiese il figlio.
– No, domani serata letteraria: leggiamo Leopardi! Lo sai quanto mi piace Leopardi!
– Davvero?! – si stupì di nuovo.
– Certo! Te l’ho ripetuto! Che distratto con tua madre! – lo rimproverò bonariamente la madre.
La nuora osservava silenziosa il dialogo.
Da quando il figlio si era sposato, Sofia Pavlovna aveva ritrovato nuove energie: frequentava circoli per anziani, aveva nuove amiche che venivano spesso in visita, occupavano la cucina fino a notte, chiacchieravano con biscotti portati al volo e giocavano a tombola, o tornava a passeggiare o guardava fiction così rapita da non accorgersi nemmeno dei figli che salutavano rientrando.
Alle faccende domestiche, Sofia Pavlovna non si dedicava mai, lasciando tutto a nuora e figlio. All’inizio loro non si lamentarono, poi Irene cominciò a lanciare occhiatacce, dopo si lamentarono sottovoce, infine il figlio sospirava a voce alta. Sofia Pavlovna non badava per niente a questi dettagli, continuando a vivere attivamente la sua età.
Un giorno rientrò a casa raggiante, canticchiando “Finché la barca va”. Entrò in cucina, dove i giovani mangiavano mestamente la zuppa appena fatta e annunciò:
– Ragazzi, statemi a sentire! Ho conosciuto un uomo meraviglioso e domani partiamo insieme per le terme! Vi sembra una bella notizia?
– Sì. – risposero in coro figlio e nuora.
– E… è una storia seria? – chiese il figlio, temendo un altro membro in famiglia.
– Ancora non lo so, spero dopo le terme di capirne di più. – disse Sofia Pavlovna, si servì la zuppa e la gustò con appetito, prendendone anche il bis.
Dopo il viaggio, tornò delusa: Alex non era alla sua altezza, si erano lasciati, ma aggiunse subito che per lei, la vita cominciava adesso. Circoli, passeggiate e serate continuarono a pieno ritmo.
Alla fine, una sera, i giovani rientrarono di nuovo in una casa in disordine, pentole vuote: Irene sbottò sbattendo il frigorifero e disse stizzita:
– Sofia Pavlovna! Non potrebbe occuparsi anche della casa? Qui è un caos! Il frigo è vuoto! Come mai tocca a noi sistemare tutto e lei niente?!
– Ma perché siete così nervosi? – rispose Sofia Pavlovna stupita. – Se viveste da soli, chi farebbe i lavori al vostro posto?
– Però lei sta qui! – ribatté la nuora.
– Non sono la vostra schiava, ho già dato per una vita. E poi, l’ho detto subito a Vittorio che non sarei stata la governante. Se non ti ha avvisata lui, non è colpa mia. – disse Sofia Pavlovna.
– Pensavo scherzassi… – ammise Vittorio.
– Quindi volete vivere comodamente e che io ripulisca sempre e cucini pentolate? No! Ho detto che non lo faccio, punto! Se non vi piace, potete tranquillamente andare a vivere per conto vostro! – concluse Sofia Pavlovna e si ritirò in camera.
Il mattino dopo, come se nulla fosse, Sofia Pavlovna canticchiava “Quella sera, quella sera, poco sonno avevo…”, si mise una bella camicetta, rossetto rosso e corse al Centro Culturale, dove l’aspettava il Coro popolare… Mamma, mi sposo! disse con entusiasmo il figlio. Sono contenta rispose con poca convinzione Anna Capuano.
Sono proprio arrivati alla frutta Lucia, ma hai smesso di passare laspirapolvere del tutto?
“Volete mio marito? È vostro!” disse la moglie con un sorriso rivolto alla sconosciuta apparsa
Mamma, mi sposo! – annunciò allegramente il figlio.
– Sono contenta. – rispose senza entusiasmo Sofia Pavlovna.
– Ma’, che c’è che non va? – chiese sorpreso Vittorio.
– Nulla… Dove pensate di vivere? – domandò la madre socchiudendo gli occhi.
– Qui. Non ti dispiace, vero? – rispose il figlio. – È un appartamento con tre camere, ci staremo sicuramente tutti.
– Ho forse scelta? – ribatté la madre.
– Non possiamo certo affittare una casa… – disse il figlio abbattuto.
– Capisco, la scelta non ce l’ho. – disse rassegnata Sofia Pavlovna.
– Mamma, oggi gli affitti sono alle stelle. Non ci resterebbe nemmeno per mangiare. – spiegò Vittorio. – E non è per sempre, lavoreremo e metteremo da parte per comprare casa. Così sarà più veloce.
Sofia Pavlovna alzò le spalle.
– Speriamo… – disse. – Allora ascolta: entrate, vivete qui quanto vi serve, ma con due condizioni: dividiamo le spese in tre e non sarò la colf di nessuno.
– Va bene, mamma, come vuoi. – accettò subito Vittorio.
I giovani fecero una semplice cerimonia di nozze e iniziarono a vivere tutti insieme: Sofia Pavlovna, Vittorio e la nuora Irene.
Dal primo giorno, appena i giovani si trasferirono, Sofia Pavlovna cominciò ad avere sempre qualche impegno. I ragazzi tornavano dal lavoro, lei non c’era, pentole vuote e la casa in disordine, come l’avevano lasciata.
– Mamma, dove sei stata? – chiese il figlio la sera.
– Capisci Vittorio, mi hanno chiamato dal Centro Culturale! Mi vogliono nel Coro di canti popolari: la voce ce l’ho, lo sai…
– Davvero?! – si stupì lui.
– Ma certo! Hai solo dimenticato, te lo avevo detto. Sono tutti pensionati come me, cantiamo insieme. Mi sono divertita un sacco, domani ci torno! – disse allegra Sofia Pavlovna.
– E domani c’è ancora coro? – chiese il figlio.
– No, domani serata letteraria: leggiamo Leopardi! Lo sai quanto mi piace Leopardi!
– Davvero?! – si stupì di nuovo.
– Certo! Te l’ho ripetuto! Che distratto con tua madre! – lo rimproverò bonariamente la madre.
La nuora osservava silenziosa il dialogo.
Da quando il figlio si era sposato, Sofia Pavlovna aveva ritrovato nuove energie: frequentava circoli per anziani, aveva nuove amiche che venivano spesso in visita, occupavano la cucina fino a notte, chiacchieravano con biscotti portati al volo e giocavano a tombola, o tornava a passeggiare o guardava fiction così rapita da non accorgersi nemmeno dei figli che salutavano rientrando.
Alle faccende domestiche, Sofia Pavlovna non si dedicava mai, lasciando tutto a nuora e figlio. All’inizio loro non si lamentarono, poi Irene cominciò a lanciare occhiatacce, dopo si lamentarono sottovoce, infine il figlio sospirava a voce alta. Sofia Pavlovna non badava per niente a questi dettagli, continuando a vivere attivamente la sua età.
Un giorno rientrò a casa raggiante, canticchiando “Finché la barca va”. Entrò in cucina, dove i giovani mangiavano mestamente la zuppa appena fatta e annunciò:
– Ragazzi, statemi a sentire! Ho conosciuto un uomo meraviglioso e domani partiamo insieme per le terme! Vi sembra una bella notizia?
– Sì. – risposero in coro figlio e nuora.
– E… è una storia seria? – chiese il figlio, temendo un altro membro in famiglia.
– Ancora non lo so, spero dopo le terme di capirne di più. – disse Sofia Pavlovna, si servì la zuppa e la gustò con appetito, prendendone anche il bis.
Dopo il viaggio, tornò delusa: Alex non era alla sua altezza, si erano lasciati, ma aggiunse subito che per lei, la vita cominciava adesso. Circoli, passeggiate e serate continuarono a pieno ritmo.
Alla fine, una sera, i giovani rientrarono di nuovo in una casa in disordine, pentole vuote: Irene sbottò sbattendo il frigorifero e disse stizzita:
– Sofia Pavlovna! Non potrebbe occuparsi anche della casa? Qui è un caos! Il frigo è vuoto! Come mai tocca a noi sistemare tutto e lei niente?!
– Ma perché siete così nervosi? – rispose Sofia Pavlovna stupita. – Se viveste da soli, chi farebbe i lavori al vostro posto?
– Però lei sta qui! – ribatté la nuora.
– Non sono la vostra schiava, ho già dato per una vita. E poi, l’ho detto subito a Vittorio che non sarei stata la governante. Se non ti ha avvisata lui, non è colpa mia. – disse Sofia Pavlovna.
– Pensavo scherzassi… – ammise Vittorio.
– Quindi volete vivere comodamente e che io ripulisca sempre e cucini pentolate? No! Ho detto che non lo faccio, punto! Se non vi piace, potete tranquillamente andare a vivere per conto vostro! – concluse Sofia Pavlovna e si ritirò in camera.
Il mattino dopo, come se nulla fosse, Sofia Pavlovna canticchiava “Quella sera, quella sera, poco sonno avevo…”, si mise una bella camicetta, rossetto rosso e corse al Centro Culturale, dove l’aspettava il Coro popolare… Mamma, mi sposo! disse con entusiasmo il figlio. Sono contenta rispose con poca convinzione Anna Capuano.
Sono proprio arrivati alla frutta Lucia, ma hai smesso di passare laspirapolvere del tutto?
Metti il cappello, fuori ci sono meno dieci gradi. Prenderai freddo. Lucia mi porse un berretto di lana
Ti racconto questa storia come se ci stessi facendo due chiacchiere davanti a un caffè, perché sembra
I nostri nipoti sono adorabili, ma non abbiamo più la forza per occuparci di loro. Si dice spesso che
Nel palazzo numero sei, dove sulle scale permaneva sempre un odore di ombrelli bagnati e vecchio cemento
Tradita dalla sorella Giulia, davvero non ce la faccio più sbuffò Martina, lasciandosi cadere sulla sedia
Ti racconto una cosa che mi è successa, così come se fossi lì accanto a te, con la voce un po agitata
Ciao tesoro, devo raccontarti una cosa che è successa a casa nostra, così come se ti stessi parlando
16 dicembre, ore 16:00. Il cenone di Capodanno nella nostra casa a Roma era ormai un campo di battaglia.
Ho scoperto che qualcuno aveva lasciato un neonato nella Culla per la Vita accanto al reparto maternità
**Diario Personale** Il cortile del mio condominio alla periferia di Milano si svegliava tra rumori e
«Luca non è un tipo strano, ma mi guarda sempre serio», penso mentre esco dal piccolo negozio di alimentari
Ognuno per sé Mamma, non hai idea di cosa stia succedendo adesso nel mercato immobiliare, Marco tamburellava