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02
COME UNA VECCHIA CARTOLINA POSTALE… —Ilya ha lasciato Katia, – sospirò pesantemente mamma. —Cosa vuol dire? – chiesi incredula. —Nemmeno io ci credo. È stato in trasferta un mese. Tornato a casa, sembrava un altro. Ha detto a Katia: “Scusami, amo un’altra”, – mamma fissava il vuoto, pensierosa. —Ha detto così? Ma è una follia! Che tragedia… – cominciai a infuriarmi con il marito di mia sorella Katia. —Mi ha chiamato Sonia, diceva che la mamma stava male, ha chiamato l’ambulanza. A quanto pare Katia ha avuto un disturbo neurologico per la deglutizione, – aggiunse mamma, battendo le palpebre in fretta. —Mamma, calma. Certo, Katia l’ha messo su un piedistallo sotto l’icona, troppo devota. Adesso paga. Mi dispiace per lei. Spero che Ilya non faccia sul serio con… lei. Lui ama Katia e Sonia, – non volevo crederci. …Tra Ilya e Katia era stata una passione travolgente. Sposati dopo due mesi di fidanzamento, poi la nascita di Sonia. Tutto procedeva sereno, regolare… fino al disastro. La valanga travolge… Ovviamente corsi subito da mia sorella. Parlare di certi argomenti, specie con chi ami, non è mai facile. —Katia, com’è possibile? Ilya almeno ti ha dato spiegazioni? Ma è impazzito? – la tempestai di domande. —Ah, Nina, sono sconvolta anch’io. Da dove è saltata fuori questa donna? Forse gli ha fatto qualche incantesimo! È come ipnotizzato, corre da lei, non lo fermi. Ha detto solo: “Katia, la vita deve scorrere, non stagnare”. Ha preso le sue cose ed è andato via. È come se mi avessero trascinato la faccia sull’asfalto. Non capisco niente… – la voce di Katia era soffocata dalle lacrime. —Coraggio, Katia, aspettiamo. Magari il tuo fuggitivo torna. Succede, – la strinsi forte. …Il fuggitivo non tornò mai. Ilya mise radici in un’altra città. Sposò una nuova donna. Ksenia aveva diciott’anni più di lui. Eppure la differenza non pesava: si amavano, erano felici. “L’anima non ha età”, ripeteva spesso Ksenia. Ilya era accecato da Ksenia, la sua Ksenia, il suo faro. Ksenia aveva carattere… Sapeva amare, ma sapeva anche non amare. Selvaggia e libera. Sapeva essere dolce come miele, ma anche spietata con le parole. Ilya adorava Ksenia. Si sorprendeva ogni volta: —Dove sei stata tutta la mia vita, Ksenia… Ti ho cercata per metà della mia esistenza… …Katia intanto giurò vendetta contro tutti gli uomini. Era bella. Si voltavano tutti al suo passaggio, uomini e donne. Sul lavoro aveva sedotto il capo. —Katia, sposami. Ti renderò ricca! Sarai la mia regina. —Non voglio sposarmi, Dimitri, ho già dato… Portami al mare. Voglio che Sonia stia meglio, – rispose giocosa e ammiccante Katia. —Andiamo, bella… Sandro era più semplice. L’aiutava in casa. Aveva rimesso a nuovo l’appartamento di Katia. Non la chiedeva in sposa. Era già sposato, piuttosto stabilmente… Katia li teneva entrambi in pugno… Non c’era amore. Le davano sostegno, le rendevano la vita meno amara, tutto qui. Ma il cuore di Katia apparteneva a Ilya. Nei sogni lui le appariva. Si svegliava in lacrime. I ricordi la scuotevano. Il desiderio per Ilya era come una catena. “Come si fa a staccarsi da una persona? Cosa non andava in me? Sono stata obbediente, premurosa, gli ho sempre dato tutto ciò che voleva. Non abbiamo mai litigato…” …Passarono gli anni. Katia continuò a sorridere maliziosa a Dimitri, mentre rimandava periodicamente Sandro dalla moglie. …Quando Sonia compì vent’anni, decise di andare a trovare il padre. Prese il treno. Durante il viaggio pensava a cosa dire a Ksenia, la donna che aveva portato via suo padre. Arrivò in città. …Suonò il campanello. —Sei Sofia, vero? – una donna affascinante la accolse sulla soglia. “La mamma è molto più bella…”, pensò Sonia. —Lei è Ksenia? – domandò Sonia. —Sì, entra. Papà non è in casa, torna presto, – Ksenia la condusse in cucina. —Come va? E tua madre? – chiese Ksenia, agitandosi. – Un tè? Un caffè? —Ksenia, mi dica: come ha fatto a portarsi via mio padre dalla sua famiglia? Lui amava la mamma, ne sono sicura, – Sonia la guardò dritta negli occhi. —Tesoro, nella vita non si può prevedere tutto. In amore non ci sono garanzie. A volte scatta una passione inattesa. A volte basta un incontro che cambia tutto. Il destino unisce. A volte non capisci neppure il perché. Allora devi cambiare il passo nella danza, che ti piaccia o no. È inspiegabile, – Ksenia si sedette stanca sulla sedia. —Ma non si può resistere? Trattenersi? C’è un dovere verso la famiglia… – Sonia non accettava quelle spiegazioni. Fissava la donna che odiava. —No, piccola, – rispose secca Ksenia. —Grazie per la sincerità, – Sonia non accettò il caffè. —Sonia, vuoi un consiglio birichino? L’uomo è come un francobollo: più ci sputi sopra, più si attacca… – rise Ksenia, – E comunque, con un uomo a volte bisogna essere acciaio, a volte velluto… Per inciso, ho appena litigato di brutto con tuo padre. —Grazie del consiglio. Allora posso aspettare papà? – Sonia chiese ansiosa. —Non so. Sta vivendo da una settimana in hotel. Vuoi l’indirizzo? – Ksenia scrisse qualcosa su un foglietto, – Ecco, prendi. Sonia fu contenta di quel finale. Così avrebbe parlato col padre senza testimoni. —Arrivederci. Grazie del caffè, – Sofia uscì in fretta. Raggiunse l’albergo. Bussò alla porta del padre. Ilya fu felice di vederla. Sembrava imbarazzato. —Sonia, oggi pensavo di tornare a casa… Sai, il litigio e tutto il resto… —Papà, sono affari vostri. Volevo solo vederti, – Sonia gli prese la mano. —Come sta la mamma? – chiese Ilya senza pensarci. —Tutto bene, papà. Ci siamo abituate senza di te, – sospirò Sonia. Padre e figlia passarono una serata tranquilla in hotel, tra chiacchiere, risate e qualche lacrima… —Papà, ami davvero Ksenia? – chiese all’improvviso Sofia. —Tanto. Perdona, piccola, – rispose sicuro Ilya. —Ho capito. Devo andare. Ho il treno, – disse lei raccogliendo le sue cose. —Torna presto, Sonia. Siamo sempre una famiglia, – Ilya abbassò lo sguardo. —Certo, papà… – Sonia volò via dall’hotel. …Tornata a casa, decise di seguire il consiglio di Ksenia. Non amare, non affezionarsi, non credere alle parole vuote degli uomini. Sputarci sopra… …Ma dopo tre anni trovò un uomo davvero speciale, Kirill. Era fatto per Sonia. Mandato dal cielo… Sofia lo capì subito. Lo sentì nell’anima… Quando incontri ciò che è tuo, tutto il resto perde sapore… Kirill la abbracciò col cuore e non la lasciò più. Sfiorò la sua anima. E Sofia si innamorò. Senza condizioni. Fino in fondo…
FRANCOBOLLO… Matteo ha lasciato Giulia, sospirò pesantemente mia madre. In che senso?
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01
Ha messo gli occhi sulla moglie d’altri Durante la convivenza, Dudinov si dimostrò un uomo debole e privo di volontà. Tutti i suoi giorni dipendevano da come si svegliava; a volte allegro e spiritoso, molto più spesso immerso nei suoi pensieri, girava per casa come un’anima in pena – come spesso capita alle persone di indole artistica. E lui lo era: Vittorio Dudinov insegnava disegno, lavori manuali e, talvolta, musica nella scuola rurale del paese. Tachitato dall’arte senza riuscire a esprimere il suo talento a scuola, aveva trasformato la stanza più grande e luminosa della casa (che in effetti Sofia aveva destinato ai futuri bambini) in un vero studio. Ma la casa era di Vittorio, quindi Sofia non ebbe nulla da obiettare. Dudinov riempì la stanza di cavalletti, tubetti di colore, creta e iniziò a creare: dipingeva ossessivamente nature morte singolari, modellava sculture bizzarre… Le “opere” non si vendevano ma affollavano le pareti del salotto e gli scaffali, tra la perplessità di pochi amici artisti che, in visita, evitavano di commentare. Solo Leonida Gerasimo Pezzarini, il decano del gruppo, dopo una bottiglia di grappa, sbottò: “Ma che pasticci sono questi! Non c’è nulla di valido qui, esclusa tua moglie, meravigliosa padrona di casa!”. Vittorio non digerì la critica e fece cacciare l’ospite con insulti e urla. Nonostante tutto ciò, Sofia non contraddiceva mai il marito, pensando che prima o poi sarebbero arrivati i figli e lo sfortunato atelier sarebbe diventato una cameretta. All’inizio, dopo il matrimonio, Vittorio sembrava un marito modello: portava frutta fresca e lo stipendio a casa, si preoccupava della giovane moglie. Ma la fase durò poco: presto si raffreddò nei suoi confronti, smise di condividere i soldi e Sofia si ritrovò a sostenere tutto il peso della casa, del marito, dell’orto, del pollaio e della suocera. La notizia della gravidanza aveva entusiasmato Vittorio, ma quando Sofia perse il bambino in ospedale, cambiò completamente: la accusava, la respingeva, si chiuse in casa e alla fine la cacciò fuori, addossandole la colpa anche per il malessere della madre. Sofia, senza alcun rifugio dato che la madre si era risposata lontano, si ritrovò letteralmente sulla soglia di casa. Finiti i viveri, Sofia decise di vendere la sua amata gallina al mercato del paese e, portando con sé anche alcune brutte statuine di creta di Vittorio, cercò di ottenere qualcosa da mangiare. Qui conobbe Denis, giovane commerciante, che con gentilezza comprò la gallina (promettendo che non l’avrebbe mangiata) e persino le statuine. Ma ciò che realmente lo colpì fu la dignità silenziosa e il fascino malinconico di Sofia. Con la scusa di acquistare altre opere, Denis iniziò a frequentare la casa dei Dudinov, collezionando le “creazioni” di Vittorio e scambiando lunghe conversazioni al cancello con Sofia, finché tra i due nacque una tenera intesa. Ben presto Denis convinse Sofia a seguirlo e la accolse nella sua vita, spalancando per lei la porta di un’esistenza nuova e serena. Alla fine, Denis portò via da casa Dudinov proprio ciò che era venuto a cercare: l’ex moglie di Vittorio. Tornato al villaggio, Denis bruciava i quadri infornati e metteva in un sacco le statuette, ma il suo pensiero era tutto per Sofia, la vera perla che aveva trovato. Vittorio si rese conto troppo tardi di ciò che aveva perduto. Perché trovare una brava moglie, che ti sopporta e ti accudisce come una seconda madre, è davvero difficile. E lui, sciocco, aveva lasciato scappare il suo tesoro. Storia di Vittorio Dudinov, artista incompreso di paese, e di Sofia: quando il vero amore ti trova alla festa del paese – ma è la moglie d’altri.
Durante la convivenza, Vittorio DAngelo si mostrò uomo debole di carattere e senza volontà.
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05
Mi dispiace per come è andata
Oggi ho scritto queste righe con il cuore pesante. “Michele, sei sicuro di aver preso tutto?
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02
Nel bene e nel male: la storia di Antonina tra la campagna italiana, amori traditi, nuovi vicini e (s)fortuna – Dal marito perduto alle seconde nozze, tra latte, pane e tradizione, quando la vita in paese cambia con l’arrivo di un misterioso imprenditore e della sua eccentrica famiglia
Nella buona e nella cattiva sorte Antonella rimase vedova presto, a quarantadue anni. Ormai sua figlia
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017
Il Nido della Rondine
15 aprile 2025 Mi chiamo Giovanni Rossi. Oggi, con la penna in mano, ripenso a quegli anni di cui sono
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028
Liberata dalla prigione delle emozioni
Mi ricordo ancora, già al terzo anno di scuola, quando Ginevra notò che il compagno di classe Alessio
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033
Voglio vivere per me stesso: La mia vita, le mie scelte
**Giorno 1** Oh, Benedetta, ciao! Sei venuta da tua madre? ha gridato la vicina dal balcone.
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048
Un marito vale più delle offese amare: la mia vita tra amori difficili, figli e rinascita – la storia di Tania, tra sacrifici, seconde possibilità e il coraggio di ricominciare in Italia
MIO MARITO, PIÙ IMPORTANTE DELLE AMARE OFFESE Giovanni, questa è stata lultima goccia! Basta, divorziamo!
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017
Incontri al Buio: Una Serata di Emozioni Sconosciute
Caro diario, Oggi mi è tornata in mente la discussione che ho avuto con la collega Yulia prima di tornare
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0109
Il giorno in cui sono andata in pensione, mio marito ha annunciato che mi lasciava per un’altra donna
Il giorno in cui sono andato in pensione, Ginevra mi ha detto che se ne va con unaltra. Non sono svenuto
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041
Un vero miracolo di Capodanno: come un marito distratto, una mamma esasperata e una figlia in attesa di Babbo Natale hanno trovato la felicità grazie a un gattino sotto l’albero e a due clochard dal cuore grande
Un miracolo di Capodanno Marco, spiegami un po, comè che ti sei dimenticato?! Stamattina te lho ricordato
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014
La futura sposa e il padre dello sposo – Segreti scomodi tra tavolate di famiglia, vecchie conoscenze e minacce inconfessabili: quando l’incontro fra Karina e i genitori di Vadim rischia di mandare all’aria matrimoni, amicizie e reputazione nella tranquilla provincia italiana
Moglie e padre Allora, ascolta bene questa storia che ti racconto quasi sottovoce. Sai, Sofia faceva
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0100
Mia madre è convinta che la mia ragazza stia con me solo per l’appartamento
Oggi, ho bisogno di sfogarmi. Mia madre è convinta che la mia ragazza stia con me solo per lappartamento.
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0177
“Il marito tornò a casa tardi la sera e, senza dire una parola, posò qualcosa sul tavolo”: Fu in quel momento che sentii davvero quanto ci fossimo allontanati.
Il marito tornò tardi, verso lalba dei due, e senza una parola posò qualcosa sul tavolo. Fu in quellattimo
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066
Moglie fa le valigie e sparisce nel nulla: una famiglia divisa tra inganno, rabbia e la lotta per il futuro del figlio
La moglie raccolse le sue cose e sparì senza lasciare traccia Smettila di fare la santa. Tutto si sistema, vedrai.
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067
Lui odiava sua moglie. Odiava… Avevano vissuto insieme per ben 15 anni. Ogni mattina la vedeva al suo risveglio, ma solo nell’ultimo anno le sue abitudini avevano iniziato ad esasperarlo. In particolare una: stendere le braccia, ancora a letto, e dire: «Buongiorno, sole! Oggi sarà una giornata bellissima». Una frase che sembrerebbe innocua, ma le sue mani magre, il suo volto assonnato, gli provocavano fastidio. Si alzava, passava davanti alla finestra e per alcuni secondi guardava fuori. Poi si toglieva la vestaglia da notte e andava in bagno. All’inizio del matrimonio il suo corpo e la sua naturale libertà lo affascinavano, ma con il tempo, anche se era ancora in splendida forma, la sua nudità ora lo faceva arrabbiare. Un giorno arrivò persino a volerla spingere per farle accelerare il “rito del risveglio”, ma alla fine si limitò a dirle bruscamente: — Sbrigati, non ce la faccio più! Lei non aveva fretta di vivere. Sapeva del tradimento di lui, della giovane con cui il marito aveva una relazione da quasi tre anni. Ma il tempo aveva lenito le ferite dell’orgoglio lasciando solo una triste scia di inutilità. Lei perdonava l’aggressività di lui, la sua freddezza, il desiderio di rivivere la giovinezza. Ma non permetteva che questo le portasse via la sua calma ritrovata, assaporando ogni singolo istante. Aveva preso quella decisione quando aveva scoperto di essere malata. La malattia la stava consumando, mese dopo mese, e presto avrebbe vinto. Il primo impulso fu quello di raccontare a tutti della malattia, per alleggerire la durezza della verità condividendola a pezzi con i propri cari. Ma i giorni più difficili li aveva vissuti in solitudine, affrontando la consapevolezza della morte imminente, e già al secondo giorno aveva deciso di tacere. La sua vita se ne andava e con ogni giorno cresceva la saggezza di chi sa contemplare. Trovava rifugio nella piccola biblioteca del paese, a un’ora e mezza di distanza a piedi. Ogni giorno si infilava tra gli scaffali, dove il vecchio bibliotecario aveva scritto “I misteri della vita e della morte”, cercando un libro in cui sperava di trovare tutte le risposte. Lui intanto era a casa dell’amante. Lì tutto era acceso, caldo, familiare. Si vedevano già da tre anni e lui era ossessionato da lei, la amava di un amore folle. Era geloso, la umiliava, si umiliava a sua volta e pareva non poter respirare lontano dal suo corpo giovane. Quel giorno arrivò con la decisione presa: voleva divorziare. Perché far soffrire tutti e tre, se non amava più la moglie, anzi, la odiava? Qui avrebbe ricominciato, sarebbe stato felice. Provò a ricordare i sentimenti di un tempo verso la moglie, ma non ci riuscì. Gli sembrò che era sempre stato infastidito da lei, fin dal primo giorno. Estrasse dalla portafoglio una foto della moglie e, per sancire la sua decisione, la strappò in mille pezzi. Si accordarono per incontrarsi al ristorante, quello dove sei mesi prima avevano festeggiato i quindici anni di matrimonio. Lei arrivò per prima. Lui, prima di andare, passò da casa a cercare i documenti necessari per il divorzio, svuotando nervosamente tutti i cassetti. In uno trovò una cartellina blu scura sigillata che non aveva mai visto prima. Si inginocchiò, strappò il nastro adesivo e dentro trovò una serie di esami, referti, certificati medici tutti a nome della moglie. Un lampo di intuizione lo colpì come una scossa e sentì freddo lungo la schiena. Malata! Corse su Internet, cercò la diagnosi e lesse: “Da 6 a 18 mesi di vita”. Guardò la data: erano già passati sei mesi dall’esame. Il resto lo ricordò confusamente. Nella sua testa una sola frase: “6-18 mesi”. Lei lo aspettò per quaranta minuti. Il telefono muto; pagò il conto e uscì. C’era una splendida giornata autunnale, il sole non bruciava ma scaldava il cuore. “Com’è bella la vita, com’è bello essere sulla Terra, vicino al sole, al bosco.” Per la prima volta da quando conosceva la sua malattia sentì pietà per se stessa. Aveva avuto la forza di tenere il terribile segreto lontano da marito, genitori e amiche, cercando di risparmiargli il dolore, anche a costo di consumare la propria vita. Tanto, presto di quella vita sarebbero rimasti solo i ricordi. Mentre camminava vedeva la felicità negli occhi della gente: il futuro davanti, l’inverno che sarebbe arrivato, seguito dalla primavera! Lei non avrebbe più provato quella felicità. Una tristezza profonda la invase, sfogandosi in un pianto senza fine… Lui si aggirava nella stanza, per la prima volta sentiva fisicamente la brevità della vita. Ricordava la moglie da giovane, quando tutto era speranza. Sì, l’aveva amata allora. Improvvisamente quei quindici anni sembrarono sparire: davanti a lui c’erano felicità, giovinezza, vita… Negli ultimi giorni le fu accanto in ogni momento, provando una felicità mai vissuta. Temeva di perderla, avrebbe dato la sua vita per salvarla. E se qualcuno gli avesse ricordato che solo un mese prima odiava sua moglie e sognava il divorzio, avrebbe risposto: “Non ero io.” Vide la fatica nel dirle addio alla vita, i suoi pianti notturni mentre fingeva di dormire. Capiva che non c’era punizione peggiore che conoscere la propria fine. Vide la sua lotta attaccata anche alle speranze più assurde. Morì due mesi dopo. Lui cosparse di fiori la strada tra casa e cimitero. Pianse come un bambino davanti alla bara, sentendosi invecchiare di mille anni… A casa, sotto il suo cuscino, trovò un biglietto: il desiderio che lei aveva scritto a Capodanno: “Essere felice con Lui fino all’ultimo giorno della mia vita.” Si dice che i desideri di Capodanno si avverino. Forse è vero, perché quello stesso anno, lui aveva scritto: “Essere libero.” Ognuno ottenne ciò che, forse, aveva sempre desiderato…
Odiava sua moglie. Odiava davvero… Avevano vissuto insieme per quindici anni. Quindici anni interi
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040
Mi sono innamorata del vicino. Mio figlio non vuole avere niente a che fare con me.
Mi sono innamorata del vicino. Mio figlio non vuole più dirmi mamma. Che fai, mamma? Sei impazzita?
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0137
Ha rimesso in piedi mia suocera, ma io sono furiosa perché non ho diserbato l’orto. – Cosa ci fai qui? – mia suocera urlò in mezzo ai letti delle sue amate aiuole. – Una tale vergogna non era mai successa prima d’ora. Io non ho mai dovuto nascondermi dietro a un bambino, ne ho cresciuti sette – e non c’era una sola erbaccia! Al suo urlo accorsero i vicini. Si attaccarono alla recinzione come corvi e in un attimo commentarono tutto quello che sentivano. Vedendo il pubblico, mia suocera si esibì con piacere. Disse di tutto e di più, io rimasi impietrita. Alla fine, sfinita dal trambusto, si prese fiato e forte, perché la sentissero tutti i vicini, dichiarò: Io non risposi nemmeno una parola. Passai accanto a mia suocera e strinsi il bambino ancora più forte tra le braccia. Tornata in casa, andai all’armadio e separai, nella scatola speciale, tutto ciò che mia suocera doveva prendere quella sera e la mattina dopo. Senza piegare nulla, infilai nella borsa le cose di mio figlio e le mie. Uscii senza rivolgerle la parola. Tre giorni dopo mi chiamò mia suocera: – Che hai fatto con tutte quelle cose che il professore le ha preparato? Ho chiesto alla vicina di comprarne un po’, ma ha detto che un vasetto costa tantissimo. E quelle scritte in lingua straniera, quelle proprio non le tocchiamo o cambiamo. Allora, cosa dovrei fare? Te ne sei andata offesa per qualcosa e io qui sto per rendere l’anima a Dio? Non risposi. Spensi il telefono e tolsi la SIM card. Basta, non ce la facevo ad andare avanti, né fisicamente né psicologicamente. Un anno fa, poco prima che nascesse mio figlio, mio marito perse il controllo della macchina su una strada bagnata. Ricordo vagamente come l’ho accompagnato nel suo ultimo viaggio, come lo portò via l’ambulanza e che il mattino dopo sono diventata mamma… Non avevo più voglia di niente. Tutto attorno a me sembrava inutile e insignificante senza il mio amato marito. Davo da mangiare e cullavo mio figlio come un automa, perché così mi dicevano di fare. Mi scosse fuori dallo stordimento una telefonata. “La tua suocera è messa male. Pare che non sopravvivrà a lungo alla morte di suo figlio”. La decisione la presi subito. Dopo il funerale vendetti subito il mio appartamento a Milano. Parte dei soldi li misi nella costruzione di una nuova casa, perché mio figlio avesse qualcosa tutto suo quando crescerà. E io andai a salvare mia suocera. Quest’anno non ho vissuto – sono sopravvissuta. Non avevo tempo nemmeno di dormire, perché accudivo mia suocera e il mio piccolo. Il bambino era agitato, e mia suocera aveva bisogno della mia presenza 24 ore su 24. Per fortuna avevo dei soldi. Chiamai i migliori specialisti da tutta Italia, perché visitassero la paziente. Comprai tutto ciò che prescrivevano e alla fine mia suocera è tornata a vivere normalmente. All’inizio la spingevo sulla sedia a rotelle per la casa, poi in giardino. Alla fine, si è tanto ripresa che ha ricominciato a camminare da sola – e poi… Non voglio più sapere nulla di lei né sentirla nominare. Che si arrangi d’ora in poi a capire cosa le serve per stare bene. Almeno sono stata abbastanza saggia da non spendere tutti i soldi per lei. Io e mio figlio ci siamo trasferiti nel nuovo appartamento. Non pensavo che sarebbe finita così. Volevo costruirmi una famiglia con la madre di mio marito, perché sono orfana. Ma ora ho capito. Devo solo insegnare una cosa a mio figlio: non tutti meritano di essere trattati bene. C’è chi pensa solo a un orto senza erbacce.
Ho messo in piedi mia suocera. Ma io sono furiosa, perché non ho estirpato le erbacce dallorto.
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024
La badante per la moglie — In che senso? — Lidia pensò di aver capito male. — Dove dovrei andare via? Perché? Che succede? — Dai, risparmiami queste scenate, — fece una smorfia lui. — Cosa c’è di così difficile da capire? Non c’è più nessuno di cui tu debba prenderti cura. E dove andrai a vivere non mi interessa proprio. — Edy, ma che dici? Noi dovevamo sposarci, o no?.. — Questo te lo sei immaginata tu. Non ho mai detto una cosa simile. A trentadue anni, Lidia decise di cambiare completamente vita e lasciare il suo paese natale. Che cosa ci faceva ancora lì? Solo a sentire i continui rimproveri della madre? Quella non si dava mai pace e la incolpava sempre per il divorzio. Come aveva potuto farsi scappare il marito? E poi quel Vasco non valeva neanche una parola buona: un ubriacone e un donnaiolo! Come aveva fatto a sposarlo otto anni prima? Nemmeno il divorzio la buttò giù—anzi, si sentiva quasi liberata. Solo che con la madre litigavano proprio per quello. E anche per i soldi, che mancavano sempre. Così decise di trasferirsi in centro e rifarsi una vita! Guarda la sua amica Silvana—si era già sistemata, sposata da cinque anni con un vedovo. E chissenefrega se lui aveva sedici anni più di lei e non era certo un bellone, almeno aveva casa e soldi. E Lidia, in fondo, non era certo peggio di Silvana! — Finalmente! Hai deciso! — l’aveva incitata Silvana. — Prepara le valigie, per un po’ puoi stare da noi e poi il lavoro lo troviamo. — Ma tuo marito, il signor Vadim, non si arrabbierà? — si preoccupò Lidia. — Ma figurati! Fa tutto quello che gli chiedo! Fidati, ce la faremo! Eppure da Silvana non restò a lungo. Dopo un paio di settimane, quando guadagnò i primi soldi, si prese una stanza in affitto. Ma solo dopo due mesi le andò una fortuna incredibile. — Ma come mai una donna come te lavora al mercato? — le chiese compassionevole un cliente fisso, Edoardo Borri. Lidia i clienti abituali li conosceva ormai tutti per nome. — Freddo, fame, e poi, non è cosa, — sospirò. — Che vuoi che ti dica? I soldi bisogna pure guadagnarli, — si scrollò lei. Poi aggiunse, scherzando: — O magari hai una proposta migliore? Edoardo Borri non era certo il tipo dei suoi sogni: vent’anni più vecchio, faccia un po’ gonfia, ormai sulla via della calvizie, e con uno sguardo tagliente. Sceglieva sempre la verdura con attenzione e pagava fino all’ultimo centesimo, ma vestiva bene e guidava una bella macchina — niente barboni o ubriaconi insomma. C’era solo l’anello nuziale: quindi come marito, Lidia non lo prendeva proprio in considerazione. — Vedo che sei una donna affidabile, precisa, pulita, — passò subito al “tu” Edoardo Borri, — hai mai assistito persone malate? — Mi è capitato, sì. Ho fatto compagnia alla vicina. Era stata colpita da un ictus, i figli lontani e nessuno a cui affidarla. Hanno chiesto a me. — Perfetto! — si illuminò lui, poi si fece serio: — La mia cara moglie, Tamara Ivani, è a letto. Ictus anche lei. I medici dicono che le speranze sono poche. L’ho riportata a casa ma io non ho tempo per assisterla. Mi aiuti tu? Ti pago come si deve. Lidia non ci pensò su due volte. Meglio starsene in un appartamento caldo, anche se doveva occuparsi del vasino, che stare dieci ore al mercato al freddo e ai capricci della gente! In più, Edoardo Borri le offrì anche di vivere da loro, così non doveva nemmeno pagare l’affitto. — Hanno tre stanze separate! C’è spazio da giocare a pallone! — raccontava tutta entusiasta Lidia all’amica. — E niente figli. La madre di Tamara, una vera tipa mondana, a 68 anni si dava ancora arie. S’era appena risposata ed era sempre presa dal marito. Nessuno, insomma, che si occupasse della malata. — È messa così male? — Eh, sì… Povera donna. Sta come un tronco e ci riesce solo a mugugnare. Non si riprenderà mai. — Ma mi sembri quasi contenta, — la fissò Silvana improvvisamente. — Figurati se sono contenta, — abbassò lo sguardo Lidia, — ma se Edoardo Borri restasse solo dopo… — Ma sei fuori, Lidia? Speri che muoia solo per avere una casa?! — Non auguro niente a nessuno, ma non mi lascerò scappare l’occasione! Facile parlare con una vita tutta in discesa! Litigarono di brutto e solo sei mesi dopo Lidia raccontò all’amica che tra lei ed Edoardo era nato un romanzo. Non potevano più stare l’uno senza l’altra, ma certo lui non avrebbe mai abbandonato la moglie—non era quel tipo di uomo!—così sarebbero rimasti amanti per ora. — Quindi tu stai con lui, e sua moglie è lì, morente nella stanza accanto? — ancora una volta Silvana non era d’accordo. — Ma ti rendi conto di che schifo è? O è solo la voglia dei suoi soldi e della casa? — Da te una parola buona mai! — si offese Lidia. E di nuovo smisero di parlarsi. Ma lei non si sentiva colpevole (solo un pochino, forse). Tutti santi, eh! Chi è sazio non capisce chi ha fame. Pazienza, farà a meno dell’amica, chi se ne importa! Si prese cura di Tamara Ivani con devozione e responsabilità. Da quando si mise con Edy, prese in mano anche tutte le faccende domestiche. A un uomo non bisogna solo dare piacere a letto, ma anche cucinare bene, lavargli e stirargli le camicie, tenere la casa pulita. Credeva che Edy fosse soddisfatto, e anche lei si godeva la vita. Quasi non ci fece caso che Edy aveva smesso di pagarla per assistere la moglie. E che soldi? Erano ormai quasi marito e moglie! L’amante le consegnava i soldi per la spesa e per il resto, e lei gestiva il bilancio senza accorgersi che a malapena ce la faceva. Eppure lo stipendio di un capo reparto era buono. Ma tanto, una volta sposati, avrebbero sistemato tutto. La passione tra loro si era un po’ raffreddata e lui non aveva più tanta fretta di rientrare, ma Lidia dava la colpa alla stanchezza per via della moglie malata. Perché lui fosse così stanco mentre si avvicinava a mala pena una volta al giorno alla moglie, questo non lo sapeva, ma lo compativa. Anche se era prevedibile, quando Tamara Ivani morì Lidia non poté trattenere le lacrime. Per un anno e mezzo aveva dedicato la vita a quella donna—e il tempo, si sa, non torna indietro. Anche del funerale si occupò lei—lui era distrutto dal dolore. Certo, i soldi glieli passò a malapena, ma lei si ingegnò e fece tutto come da manuale. Nessuno avrebbe potuto rimproverarla. Persino le vicine, che la guardavano male per la storia con Edy — in paese si sa, le voci girano — ai funerali approvarono con cenni di testa. Piacque anche alla suocera di lui. Davvero, Lidia non si aspettava quello che Edy le disse. — Come capisci, di te non c’è più bisogno; quindi ti do una settimana per liberare casa — fu lui, freddo, dieci giorni dopo il funerale. — Come sarebbe? — a Lidia sembrò di non aver udito bene. — Dove dovrei andare? Per quale motivo? — Ti prego, risparmiami scenate, — ribadì l’amante. — Che c’è da capire? Non c’hai più nessuno da assistere. Dove andrai non mi interessa. — Edy, ma che dici? Dovevamo sposarci… — Era tutta una tua fantasia. Io non l’ho mai detto. L’indomani, dopo una notte insonne, Lidia provò a parlare ancora con lui, ma ripeté le stesse identiche parole e aggiunse solo di fare in fretta col trasloco. — La mia nuova fidanzata vuole ristrutturare casa prima delle nozze, — aggiunse Edy. — Fidanzata? Chi sarebbe? — Non sono affari tuoi. — Ah, non sono affari miei? Va bene, me ne vado, ma prima ti fai i conti con me. Sì, sì! E non guardarmi così! Hai promesso di pagarmi quarantamila euro al mese. Li ho presi da te solo due volte. Quindi mi devi seicentoventimila euro. — Guarda come fai presto i conti! — rise lui. — Non farti illusioni… — Ah, e ci devi mettere anche la paga per la domestica! Ma guarda, non sto neanche lì a fare i calcoli precisi: mi dai un milione e andiamo ognuno per la sua strada! — Altrimenti? Vai in tribunale? E dove sarebbe il contratto? — Lo racconto a Tamila Andreani, — rispose secca Lidia. — Lo sai che l’appartamento ve l’ha comprato lei. Credimi — se glielo dico, perdi pure il lavoro. Dovresti conoscere tua suocera meglio di me. Edoardo Borri cambiò faccia, ma si ricompose. — Ma chi vuoi che ti creda? Mi vuoi solo spaventare. Anzi sai che c’è, non ti voglio più vedere — vattene subito. — Tre giorni ti do, tesoro. Se non vedo un milione, sarà guerra, — raccolse le sue cose e si trasferì in un ostello. Qualcosina era riuscita a metterla da parte. Il quarto giorno, vedendo che Edy non le aveva fatto sapere niente, si presentò a casa sua. E guarda la fortuna: c’era pure Tamila Andreani. Dal volto di Edy, Lidia capì che non le avrebbe dato una lira, allora raccontò tutto alla suocera. — Ma sta inventando tutto! Non credetele! — si ribellò il vedovo. — A dire il vero, qualcosa avevo sentito ai funerali, ma non ci credevo… — lo trafisse la suocera con gli occhi. — Ora mi è tutto chiaro. E spero anche a te, caro. Hai dimenticato che la casa è intestata a me? Edy si bloccò. — Quindi, sparisci nel giro di una settimana. No, anzi: tre giorni. Tamila Andreani si avviò verso l’uscita, ma si fermò davanti a Lidia. — E tu, cosa resti qui a guardare? Aspetti una medaglia? Fuori subito! Lidia filò fuori di corsa. Ora i soldi poteva proprio scordarseli. Le toccava tornare al mercato — lì almeno, il lavoro non manca mai…
Badante per mia moglie In che senso? Lucia pensava di aver capito male. Dove dovrei andare?
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0183
La mia pazienza è esplosa: Perché la figlia di mia moglie è bandita per sempre dalla nostra casa
**Il mio limite di tolleranza è esploso: Perché la figlia di mia moglie è bandita per sempre dalla nostra
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0203
Per due anni Maria fu solo l’infermiera della madre di suo marito: la storia sorprendente di una donna che sposò un imprenditore di successo e visse tra lusso, solitudine, e il tradimento nascosto in una casa italiana
Per due anni, Teresa fu soltanto linfermiera della madre di suo marito. Teresa riuscì a sposare un uomo
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0119
Non abbiamo fatto entrare nostra figlia in casa — E perché non l’avete fatta entrare? — Veronica trovò il coraggio di chiedere ciò che la tormentava di più. — Prima l’avete sempre accolta… La madre sorrise amaramente. — Ho paura per te, Nica. Pensi che non vediamo come ti chiudi in un angolo quando tua sorella torna a casa nel cuore della notte? Come nascondi i libri per non farteli rovinare? Lei ti guarda e si arrabbia. Si arrabbia perché tu sei “normale”. Ti aspetta un’altra vita, la sua l’ha annegata nella bottiglia… Veronica rannicchiata sui libri, sentì di nuovo iniziare l’ennesimo litigio nella stanza accanto. Il padre neanche si tolse la giacca: in corridoio, strinse il cellulare e urlò. — Non provarci a prendermi in giro! — ruggì. — Dove sono finiti i soldi? Sono passate due settimane dallo stipendio! Due settimane, Larisa! Dalla cucina sbirciò Tatiana. Si fermò ad ascoltare, poi chiese: — Di nuovo? Valerio scosse la mano e mise il vivavoce: dall’altoparlante arrivarono subito i singhiozzi. La sorella maggiore di Veronica aveva il dono naturale di commuovere anche le pietre. Ma dopo tanti anni, i genitori erano diventati di ferro. — “Ti ha sbattuta fuori”? — Valerio cominciò a camminare avanti e indietro. — Ha anche ragione. Chi sopporterebbe questo stato perenne? Hai mai provato a guardarti allo specchio? Hai trent’anni, e la faccia è come quella di un cane bastonato. Veronica aprì la porta della sua camera di qualche centimetro. — Papà, ti prego… — I singhiozzi di Larisa si fermarono. — Ha buttato le mie cose in strada. Non ho un posto dove andare. Fuori piove e fa freddo… Posso venire da voi solo per qualche giorno? Giusto per dormire… La madre fece per afferrare il telefono, ma Valerio si allontanò bruscamente. — No! — tagliò corto. — Tu qui non metti più piede. Ce lo siamo detti l’altra volta? Dopo che ti sei venduta la TV al monte dei pegni mentre noi eravamo in campagna, questa casa per te è chiusa! — Mamma! Mamma, digli qualcosa! — urlò nella cornetta. Tatiana si coprì il viso con le mani. Le spalle tremavano. — Larisa, come hai potuto… — sussurrò la madre, senza guardare il marito. — Ti abbiamo portata dai migliori medici. Avevi promesso. Hanno detto che l’ultima cura sarebbe durata tre anni. Non hai resistito neanche un mese! — Quelle sono cavolate! — sbottò Larisa, subito aggressiva. — Vi fregano solo i soldi! Io sto male, capite? Dentro mi brucia tutto, non respiro! E voi pensate alla TV… Vi dispiace per lei! Ve la ricompro, la TV! — E con quali soldi? — Valerio si fermò fissando un punto sul muro. — Con chi hai preso ancora soldi in prestito? O hai venduto qualcosa nell’appartamento di quello lì… come si chiama? — Non importa! — gridò Larisa. — Non ho un posto dove dormire! Volete che resti sotto un ponte? — Vai in un dormitorio. Dove vuoi tu, — la voce del padre diventò pericolosamente calma. — Ma qui non entri. Cambio le serrature se ti vedo giù per strada. Veronica rimase seduta sul letto, le ginocchia tra le braccia. Di solito, quando la sorella maggiore portava i genitori all’esasperazione, la rabbia si riversava su di lei. — Che fai lì seduta? Ancora col telefono? Diventerai come tua sorella, una buona a nulla! — Le stesse frasi degli ultimi tre anni. Ma oggi sembravano dimenticarsi di lei. Nessuno gridava, nessuno la rimproverava. Il padre chiuse la chiamata, si tolse la giacca e i genitori andarono in cucina. Veronica uscì timidamente in corridoio. — Valerio, non si fa così — supplicava la madre. — Si perderà. Davvero si perderà. Lo sai com’è quando sta male… Non ragiona. — Ma io dovrei ragionare per lei? — ribatté il padre trafficando col bollitore. — Ho cinquantacinque anni, Tatiana. Voglio solo tornare a casa e sedermi. Non voglio più nascondere il portafoglio sotto il cuscino! Né sentire i vicini lamentarsi per quelle sue compagnie losche! — È nostra figlia, — disse piano la madre. — È stata figlia fino a vent’anni. Ora è solo una che ci prosciuga. È andata, Tatiana. Non si guarisce, se non lo vuole. E lei non vuole. Le piace così: si sveglia, trova da bere e si annulla! Il telefono squillò di nuovo. I genitori smisero di parlare, poi rispose il padre. — Pronto. — Papà… — era ancora Larisa. — Sono in stazione. Qui gira la polizia, mi portano via se resto. Per favore… — Ascoltami bene, — la interruppe il padre. — A casa non torni. Punto. — Allora devo farla finita? — chiese provocatoria. — Vuoi che ti chiamino dall’obitorio?! Veronica si bloccò. Questo era il ricatto che Larisa usava sempre quando finiva gli argomenti. Prima funzionava. La madre scoppiava in lacrime, il padre si sentiva male, gli davano soldi o l’accoglievano in casa. Ma oggi il padre non abboccò. — Non minacciare, — disse. — Ti vuoi troppo bene per quello. Facciamo così. — Cosa? — nella voce di Larisa un filo di speranza. — Ti trovo una stanza. La più economica in periferia. Pago il primo mese. Ti lascio un po’ di spicci per mangiare. Stop. Dopo ci pensi tu. Trovi lavoro, smetti con le cavolate, vivi. Altrimenti, tra un mese sei in strada. — Una stanza? Non un appartamento? Papà, io non ce la faccio da sola. Ho paura. E se ho coinquilini strani? E senza niente? Neanche le lenzuola, quell’infame tutto è rimasto da lui! — La mamma ti prepara il necessario in una borsa. Lo lasciamo alla portineria. Passi a prenderlo. In casa non sali, ti ho avvertito. — Siete delle bestie! — urlò Larisa. — Mi buttate ai margini! Voi in un trilocale, e io come una ratta! La madre perse il controllo, afferrando il telefono. — Larisa, basta! — gli urlò, Veronica si spaventò. — Tuo padre ha ragione! O stanza, o strada. Deciditi ora, poi non ci penso più! Dall’altra parte: silenzio. — Va bene, — brontolò infine Larisa. — Mandate l’indirizzo. E soldi… mandatemeli ora, ho fame. — Non prendi un euro, — tagliò Valerio. — Ti porto io da mangiare. So benissimo cosa ci faresti coi soldi. Chiuse la chiamata. Veronica capì che era ora di andare in cucina, facendo finta di volere solo un bicchiere d’acqua. Aspettava la raffica di rabbia repressa. Il padre avrebbe commentato la sua maglietta, chiamandola sciatta. La madre le avrebbe rinfacciato la sua indifferenza ai problemi di casa. Ma stavolta nessuno la guardò. — Veronika, — la chiamò piano la madre. — Sì, mamma? — Nell’armadio, sullo scaffale in alto, ci sono lenzuola e federe vecchie. Prendile, per favore. E mettile nella borsa blu del ripostiglio. — Va bene, mamma. Veronica si mise subito all’opera. Tirò fuori la borsa, la svuotò dalla roba inutile. Non poteva crederci: come farà Larisa a vivere da sola? Non sa neanche cucinare la pasta. E la sua dipendenza… Veronica sapeva che la sorella non reggerà nemmeno due giorni senza bere. Tornò dai genitori, salì sulla sedia, e iniziò a prendere il corredo. — Prendi pure gli asciugamani! — gridò il padre dalla cucina. — Già messi, — rispose Veronica. Vide il padre calzare le scarpe e uscire senza dire altro. Probabilmente stava andando a cercare la famosa “topaia”. Veronica tornò in cucina. La madre nella stessa posizione. — Mamma, vuoi la pastiglia? — chiese dolcemente avvicinandosi. La mamma la guardò. — Sai, Nica… — disse in tono spento. — Da piccola pensavo: crescerà, mi aiuterà. Parleremo di tutto… Ora vorrei solo che non si dimenticasse l’indirizzo della stanza. Che almeno ci arrivi… — Ci arriverà, — Veronica si sedette vicino. — Se la cava sempre. — Stavolta non se la cava, — la madre scosse la testa. — Ha gli occhi vuoti. Come se dentro fosse rimasto solo il guscio, che ha bisogno continuamente di quella porcheria. Io vedo che tu hai paura di lei… Veronica tacque. Le era sempre sembrato che i genitori non notassero la sua paura, troppo presi a salvare “la perduta” Lariska. — Pensavo che non vi importasse di me, — sussurrò. La madre le accarezzò i capelli. — Ci importa eccome. Ma non abbiamo più forze. Sai come in aereo? Prima la mascherina a te, poi al bambino. È da dieci anni che proviamo a mettergliela a lei. Dieci anni, Nica! L’abbiamo disintossicata, l’abbiamo portata da maghi, l’abbiamo ricoverata nelle migliori cliniche. E alla fine… quasi soffocavamo anche noi. S’udì il campanello. Veronica trasalì. — È lei? — chiese spaventata. — No, tuo padre ha le chiavi. Sarà la spesa che ha ordinato. Veronica andò ad aprire. Il corriere portava due borse. Le mise in cucina e cominciò a sistemarle. Pasta, conserve, olio, tè, zucchero. Nulla di superfluo. — Non mangerà mai questa roba, — osservò Veronica togliendo il pacco di grano saraceno. — Vuole sempre tutto pronto. — Se vorrà vivere, cucinerà da sola, — rispose la madre infilandosi di nuovo la forza in voce. — Abbiamo finito di coccolarla. Così la portiamo alla rovina con la nostra pena. Un’ora dopo rientrò il padre. Sembrava avesse lavorato tre turni di fila. — Trovata, — disse secco. — Le chiavi sono qui. La padrona è una vecchia maestra severa. Ha subito detto: fuori al primo odore o rumore. Le ho risposto: faccia pure. — Valerio… — sospirò la madre. — Basta bugie. Che sappia tutto! Prese la borsa con la biancheria e i sacchetti col cibo e uscì. — Li porto alla portinaia. Poi le dico dov’è. Veronica, chiudi bene tutte le porte. E se chiama sul fisso, non rispondere. Uscì, e la madre scoppiò in lacrime chiudendosi in cucina. A Veronica si strinse il cuore. Ma come si fa? Ormai non vive più, sopravvive solo fra un’ubriacatura e l’altra, distruggendo anche la vita dei suoi… *** Le speranze dei genitori furono vane: una settimana dopo la padrona chiamò Valerio per dire che aveva mandato via Larisa con la polizia. Larisa aveva portato tre uomini in stanza, facendo baldoria tutta la notte. E anche stavolta i genitori non riuscirono ad abbandonare la figlia — la portarono in un centro di riabilitazione. Struttura chiusa, ben sorvegliata: promettevano di curare l’alcolismo in un anno. Chissà, forse il miracolo accadrà davvero?..
Non hanno fatto entrare la figlia Ma perché non lavete fatta entrare? Enrica si decise finalmente a chiedere
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099
Alle 7:15 del mattino ho sentito il rumore di una valigia che si chiudeva. Ancora assonnata, sono uscita dalla camera da letto, pensando che mio marito si stesse preparando per un viaggio di lavoro.
Alle 7:15 del mattino sentii il clangore della valigia che si chiudeva. Addormentata mi alzai dal letto
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056
Dopo anni di vita insieme, ha rivelato di essersi innamorato. Non di me – e non ha intenzione di nasconderlo.
Dopo anni di convivenza mi ha detto, con voce ferma, che si è innamorato. Non di me e non ha intenzione
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095
La villetta della discordia: la figlia si riprende ciò che è suo — Ksyusha, capisci la situazione è disperata — sospirò pesantemente Valentino Boriso, passandosi una mano sulla fronte. — Marina mi assilla da due mesi… Hai presente? A Cipro ha trovato un corso per Denis, nostro figlio. Dice che deve dargli una spinta, migliorargli l’inglese. E i soldi dove li troviamo? Lo sai che adesso sono fuori dai giochi. Ksyusha alzò lentamente lo sguardo su suo padre. — Così hai pensato che vendere la villetta fosse la soluzione migliore? — chiese sottovoce. – E cos’altro dovrei fare? — si animò il padre. — La villetta non la usa nessuno. Marina nemmeno ci va: si annoia, dice che ci sono le zanzare… Non sa nemmeno che da tanto la villetta non è più intestata a me. Crede che la metteremo all’asta e poi vivremo felici. Ksyusha, sei una ragazza intelligente. Facciamo così: la vendi tu, ora ufficialmente. Riprendi i tuoi soldi, quelli che mi hai dato dieci anni fa — fino all’ultimo centesimo! E il resto, la differenza sul prezzo di mercato attuale, lo dai a me. Fra di noi, come in famiglia. Dai, per te non è una perdita. Prendi ciò che era tuo, e aiuti anche tuo padre. Il padre si era presentato senza avvisare. Ultimamente si sentivano poco: lui aveva da tempo una seconda famiglia e altre preoccupazioni, dove la figlia maggiore non rientrava quasi più. Ksyusha sospettava che non fosse venuto per caso. Pensava che avrebbe chiesto di nuovo dei soldi… Ma la proposta di suo padre suonava decisamente strana. — Papà, ricordiamoci cosa è successo dieci anni fa — rispose Ksyusha dopo averlo ascoltato. — Quando sei venuto da me chiedendo soldi per l’operazione e la riabilitazione. Ti ricordi? Valentino Boriso fece una smorfia. — Eh, adesso cosa tiriamo fuori il passato? In fondo sono guarito, grazie a Dio… — Il passato? — Ksyusha sorrise amaro, scuotendo la testa. — All’epoca avevo messo da parte quei soldi per cinque anni, un euro dopo l’altro. Era la caparra per il mio appartamento a Milano… Facevo doppio lavoro, non andavo nemmeno in vacanza, risparmiavo su tutto. E poi sei arrivato tu. Senza lavoro, senza risparmi, ma con seconda moglie Marina e figlio Denis. Mi hai chiesto tutto quello che avevo! — Ero disperato, cosa potevo fare? — provò a giustificarsi il padre. — Ti avevo proposto aiuto, ma ti avevo pure detto la mia paura: restare senza un soldo e senza casa se non ce l’avessi fatta. Avevi già un’altra erede, Marina. Lei non mi avrebbe più fatto mettere piede in villetta. Ti ricordi come litigammo allora? Tu non volevi firmare la ricevuta e ti offendevi: “Come fai a non fidarti di tuo padre?” Io volevo solo delle garanzie. – E le hai avute! — la interruppe. — Abbiamo fatto l’atto di vendita: la villetta è diventata tua. Te l’ho venduta di fatto per una cifra simbolica, quella dell’operazione. Ma avevo detto che era solo una soluzione temporanea: io la usavo e appena aveva i soldi, la riprendevo. — Sono passati dieci anni, papà. Mai parlato di ricomprarla, nemmeno un euro mi hai ridato. Anzi: ogni estate sei stato lì, hai coltivato l’orto, hai fatto il barbecue con la legna che pagavo io. Le tasse sulla villetta, la manutenzione del tetto — sempre a me. Tu vivevi lì da padrone mentre io pagavo il mutuo sull’appartamento. Valentino si asciugò la fronte. — Non ho lavorato, lo sai, dopo la chemio ci è voluto tanto a riprendermi… E poi l’età, non mi prendevano da nessuna parte. Anche Marina… è sensibile, l’ufficio la sta distruggendo. Viviamo di quello che vende online, appena basta. — Sensibile? — Ksyusha cominciò a camminare nervosamente per la cucina. — E io invece sono dura, è così? Io che ho tirato avanti con due lavori per pagare mutuo e tua “villeggiatura”? E adesso Marina ha deciso che la villetta si vende, così il figliolo va a Cipro a studiare? La MIA villetta, papà! — Ksyushina, sì, formalmente è tua. Ma era una cosa temporanea… Io sono tuo padre! Ti ho dato la vita! Vorresti davvero attaccarti a qualche metro quadro proprio adesso che tuo fratello ha bisogno di una mano per partire? — Fratello? L’ho visto sì e no due volte in tutta la mia vita. Non mi ha mai fatto nemmeno gli auguri. E Marina, l’hai mai sentita chiedere come sto, come faccio ad arrivare a fine mese? Lei ancora crede che tu sia il padrone di fabbriche e navi, solo un po’ sfortunato. Le hai mentito per dieci anni, papà. Valentino abbassò lo sguardo, imbarazzato. — Volevo solo proteggerla… Avrebbe cominciato a lamentarsi, chiedermi perché avessi intestato tutto “fuori”. — “Fuori”? — Ksyusha, non attaccarti ai dettagli! — sbottò alzando la voce. — Ti sto facendo una proposta! Oggi la villetta vale cinque volte di più. Tu riprendi i tuoi centomila euro, tutto il resto — a me. Così è giusto, no? Devo sistemare Denis, rimettere i denti a Marina, cambiare macchina… A te quei soldi non cambiano niente, hai comprato casa a Milano. Aiuta la famiglia! Ksyusha ormai non lo riconosceva più. Dov’era quell’uomo che le raccontava le favole da bambina? — No. — “No”? — il padre sbiancò. — Non vendo la villetta. E tantomeno ti darò soldi in più. La villetta è mia, per diritto e per coscienza. Ci hai vissuto per dieci anni gratis, ti sei ripreso — considerali il mio mantenimento. Fine. — Sei seria? Vuoi portare via tutto a tuo padre? Se non fosse stato per me nemmeno ci sarebbe! L’ha costruita mio padre, tuo nonno! — Esatto, il nonno. Si rivolterebbe nella tomba a sapere che vuoi svendere la casa di famiglia per un corso su un’isoletta per uno che a diciannove anni non ha mai lavorato. — Ksyusha, svegliati! — urlò lui alzandosi. — Mi devi tutto! Ti ho cresciuta! Se non accetti adesso lo dico a tutti che sei una tirchia. Marina verrà qui e vedrai cosa succede! Andiamo in tribunale! L’atto non è valido! Hai approfittato della mia malattia per spillarmi la villetta! Ksyusha sorrise amaramente. — Prova, papà. Ho tutti i documenti clinici, i bonifici, l’atto notarile firmato da te in piena coscienza. Marina si stupirà di sapere che la villetta l’hai venduta prima ancora che Denis andasse a scuola. A lei hai raccontato che era un’eredità? — Ksenia… — la voce del padre si fece quasi supplichevole. — Ti prego. Marina ora è fragile… Se scopre la verità mi butta fuori di casa… Vuoi davvero vedere tuo padre vecchio a dormire alla stazione? — Non ci hai pensato prima? Quando non lavoravi, quando lasciavi che Marina si indebistasse pensando che tu fossi ricco? Quando promettevi mari e monti a suo figlio con i miei sacrifici? — Quindi non mi aiuterai? — chiese il padre, tirandosi su. — Brava figlia sei! Mi sono rovinato per te… — Vai a casa, papà. Dille la verità. È l’unico modo per salvare quello che resta della tua dignità. — Mangiati pure quella villetta! — sbottò lui passando davanti a lei. — Ma sappi che non hai più un padre, hai capito!? Dimentica il mio numero! Se ne andò, mentre Ksyusha pensava che forse un padre non l’aveva mai avuto davvero. L’aveva lasciata quand’era una bambina. *** Sabato mattina squillò il telefono: numero sconosciuto. — Pronto? — Sei Ksenia? — Ksyusha riconobbe subito la voce della matrigna. — Cosa credi di essere? Pensi che non sappiamo come hai ingannato Valerio? Gli hai fatto firmare tutto appena uscito dall’anestesia! — Marina, buongiorno — rispose calma Ksenia. — Se vuole parlare, almeno senza urlare. — Buongiorno un accidente! Abbiamo già pronto l’atto di citazione! Il mio avvocato dice che lo annulliamo in un attimo. Hai approfittato della malattia di tuo padre per prendere la casa di famiglia per due spiccioli. Ti lasceremo in miseria! — Marina, ascolti. Ho tutte le prove che i soldi sono stati spesi per curare suo marito. E tutti i messaggi in cui, in questi dieci anni, mi ringrazia perché la villetta c’è ancora per lui… Se vuole, ne parliamo davanti a un giudice. Dall’altra parte, silenzio. — Sei una strega — sibilò Marina. — Non ti basta la tua casa? Vuoi togliere tutto anche a tuo fratello? Lui deve studiare! — Denis dovrebbe lavorare, come ho fatto io alla sua età. E lei, Marina, dovrebbe sapere la verità. Suo marito le ha raccontato di azioni e dividendi, giusto? Guardi meglio: erano solo i soldi che gli davo io per aiutarlo, spacciati per ricavi suoi. Guardi i movimenti, se non crede a me. Marina chiuse senza salutare. La sera stessa, Ksyusha ricevette solo un messaggio dal padre: “Hai rovinato tutto”. *** Non rispose. Poco dopo, dai vicini della villetta, seppe che Marina aveva dato in escandescenze: urlava e lanciava fuori gli oggetti del marito dalla finestra, finché arrivò la polizia. Aveva già fatto debiti contando sulla vendita della villetta per mandare Denis a Cipro. Ora sapendo tutto, Marina chiese il divorzio. Denis fece fagotto. Dov’è finito il padre, Ksyusha non lo sa. E non ha nessuna intenzione di scoprirlo.
La Casa di Campagna dell’Inciampo la figlia si è ripresa ciò che era suo Giulia, devi capire, la