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06
Fermate il tram a nonna alla prossima fermata. “Sta solo disturbando.” Quel vecchio tram cigolava, stanco come un animale esausto, mentre all’alba la gente stipata scrutava i telefoni, chiusa nei propri pensieri. Alla terza fermata salì l’anziana signora: piccola, con un vecchio cappotto e una borsa di stoffa pesante, si aggrappò insicura, nessuno le cedette il posto e qualcuno brontolò che dava fastidio. Solo quando un controllore, vedendola, esclamò: “Mamma?”, tutti si zittirono e ricordarono chi sono coloro che ci hanno sostenuti per una vita. Una lezione di umanità in un tram mattutino di Milano.
Fate scendere la nonna alla prossima fermata. Blocca il passaggio, dai! Quel vecchio tram cigolava da
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Portalo dove vuoi, fai con lui ciò che preferisci, io non ce la faccio più!
Una volta, durante il mio turno al reparto di assistenza a Milano, ho sentito per caso una telefonata
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— Luciana, sei impazzita alla tua età? Hai già i nipoti grandi che vanno a scuola, che matrimonio vuoi fare? — queste le parole di mia sorella quando le ho detto che mi risposo. Eppure tra una settimana io e Antonio ci sposiamo in comune: niente grande festa, solo una cerimonia intima in due. Dopotutto, cosa aspettare ancora? Lui non accetta di vivere senza il timbro sul documento, dice che vuole un rapporto serio. Per me invece Antonio è un ragazzo, anche con i capelli bianchi: lavoratore stimato, davanti a tutti sempre posato, ma con me torna giovane. Solo mia sorella dovevo ancora avvisare, e temevo mi giudicasse. Invece lei: “Luciana, ma come, è passato solo un anno da quando hai perso Vittorio, e già hai trovato un altro?” Ma chi decide quanto tempo bisogna aspettare per essere felici ancora? Io adesso, dopo una vita da “cavallo da fatica” dedicata a figli e nipoti, voglio finalmente vivere per me stessa! Da quando è entrato Antonio nella mia vita, ho riscoperto la gioia delle piccole cose. Le mie figlie non l’hanno presa bene, mentre i figli di Antonio si sono detti sollevati. Alla fine, al giorno della cerimonia, tutta la famiglia — perfino mia sorella con un mazzo di rose bianche — era fuori ad aspettarci. Oggi festeggiamo il nostro primo anniversario: Antonio è diventato parte della famiglia e io sono scandalosamente felice, quasi non ci credo ancora!
Lucia, ma sei impazzita alla tua età? Hai già i nipoti che vanno a scuola, che matrimonio vai a combinare?
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L’esame dei grandi: tra progetti finiti, gelosie in ufficio e la scelta di rimanere fedele a sé stessi—una storia di sentimenti nascosti, famiglie, e nuove consapevolezze nell’Italia di oggi
Esame per adulti Stella, perché non vieni con noi a festeggiare la fine del progetto? domandò sorridendo
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E cosa dirà papà? Abbigliamento perfetto per lui!
Che dirà il papà? Abbigliamento per papà Federico entrò nellappartamento e subito sentì un brivido: regnava
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05
PER OGNI EVENIENZA Vera osservò senza emozione la collega in lacrime, si voltò indifferente verso il computer e iniziò a digitare freneticamente. – Sei proprio senza cuore, Vera – sentì la voce di Olga, la responsabile d’ufficio. – Io? E perché? – Solo perché nella tua vita privata va tutto bene, non significa che anche agli altri vada così. La vedi? Si dispera, potresti almeno consolare, dare un consiglio, condividere l’esperienza. Visto che a te va tutto così bene. – Io? Consigliare proprio lei? Figurati se a nostra Nadi piace: ci ho provato anni fa, quando veniva a lavoro con gli occhi neri, per vedere meglio la strada, pensavo… tu ancora non lavoravi qui. E no, non era il ragazzo a picchiarla, era lei ad inciampare sfortunatamente. Appena lui è sparito, gli occhi neri sono scomparsi. Era il terzo che scappava. Ho tentato allora di aiutarla, dicono che sia inutile: Nadina sa sempre tutto meglio di tutti. E sarei pure la cattiva… Ci hanno spiegato che con lei è tempo perso. Solo una guastafeste che rovina la sua felicità. Prima correva da maga e fattucchiere, ora si è modernizzata e va dallo psicologo. Elabora i traumi. Non capisce che vive sempre la stessa storia, solo i nomi cambiano. Insomma, no grazie: non compatisco e non porto fazzoletti. – Non si fa così comunque, Vera. A pranzo, tutte attorno allo stesso tavolo, il discorso era sempre su quell’ex di Nadina, il farabutto che l’ha tradita. Vera mangiava in silenzio, poi si fece un caffè e si isolò con lo smartphone a sfogliare i social. – Vera – si avvicinò Tanina, la solita allegra e paffutella, oggi con il broncio – davvero non ti fa pena Nadina? – Tanina, cosa volete da me? – Lasciala stare – intervenne Ilaria di passaggio – lei ha il suo adorato Vasco e una vita da sogno, non può capire cosa vuol dire restare sole con un figlio, senza aiuti, senza niente. E prova tu a farti dare gli alimenti da quei padri… – Non doveva mica farli, soprattutto a quest’età e con chi capita – disse la “zia” Tiziana, la veterana del gruppo – Vera ha ragione, quante volte ha pianto, già quando era incinta quello la tormentava e prima ancora… eh… Le donne, riunite in cerchio intorno alla sempre piangente Nadina, dispensavano consigli. E poi, la “forte indipendente Nadina” decise di rimettersi in sesto: fece venire la mamma dalla provincia per aiutare con il figlio, si fece la frangia, le sopracciglia tatuate, le extension alle ciglia, voleva anche il piercing al naso ma glielo hanno impedito tutte insieme. E via. – Dai, Nadi, fallo vedere tu che sei più forte! Lui rimarrà solo a piangere! – Ma figurati se piange – Vera borbottò tra sé, sentita però dalle colleghe ormai alterate dal vino. – Ma come non piange?! – Non piange, non si pente. E Nadina troverà domani un altro uguale a lui… – Comodo parlare, tu hai il tuo Vasco, che magari non è come gli altri… – Vasco mio? Il migliore uomo del mondo: non alza le mani, non beve, non corre dietro alle donne, mi adora. – Fammelo vedere se è vero! Scommetto che qualcuno di noi riuscirebbe a portartelo via… – Provateci! Venite tutte a casa mia, se ci riuscite. – Andiamo ragazze! Tiziana, vieni anche tu? – No, ho il mio Michele a casa… ma andate pure, ragazze. Festose, piombano tutte in casa di Vera, ridono, cucinano, sistemano. – Dai, prepariamo qualcosa, quando Vasco arriva avrà la tavola imbandita! – Non sperate troppo, è difficile, mangia come un uccellino. Comunque tra poco arriva. Le donne si calmano, ognuna pensa ai fatti propri, poi se ne vanno quasi tutte. Restano Nadina, Olga e Tanina, che bevono il tè in cucina, imbarazzate all’idea di conoscere il misterioso Vasco. Si preparano ad uscire, quando si sente la porta aprirsi. – Vasco, Vasino mio, patatino – gli va incontro Vera festosa. Le colleghe rimangono interdetta vedendo entrare un ragazzo alto e molto giovane. Ecco il trucco: il “marito” di Vera è molto più giovane di lei… – Vi presento Denis, mio figlio. Com’è il “Vasco”, Denis? – Tutto bene, mamma. Ora deve solo riposare qualche giorno, poi tornerà a saltare. L’importante è che non si lecchi… Le donne arrossiscono. – Scusate, noi andiamo… – No, vi presento Vasco: silenzio, ha appena subito un intervento… Denis e mia nuora lo hanno portato a sterilizzare, aveva preso il vizio di segnare le tende… Venite! Ecco qui il mio Vasco, dorme beato. Le colleghe scoppiano quasi a ridere: Vasco è… un grosso gatto. – Ma… e tuo marito? – Non ne ho. Siete state voi a inventarvelo: una volta ho detto “ho un uomo fantastico, Vasco…” e non mi avete lasciata finire. Uscita da una storia giovane giovane, ho avuto Denis, poi un altro matrimonio finito, infine ho trovato uno “speciale” che da troppo amore mi ha dato pure un occhio nero… grazie alle arti marziali di Denis, l’ho spedito fuori casa. Ora sto sola e sto bene con Vasco: si esce insieme, nessun obbligo, quando ceniamo nessuno litiga, nessuno riferisce. Quando Denis mi ha chiesto perché non convivo, gli ho risposto che non c’è bisogno: se non si cresce insieme fin da giovani, come i miei o mio fratello che sono una cosa sola dopo trent’anni, perché ostinarsi? Meglio così, a testa alta ma senza illusioni. Io e Vasco stiamo benissimo insieme. Proprio tu, amore mio, hai capito che alle tende non si fa! Dopo questa lezione, le donne escono pensierose, soprattutto Nadina. Ma lei non ce la fa a rimanere sola: dopo un mese ha già un nuovo fidanzato e riceve mazzi di fiori al lavoro. Vera e Zia Tiziana si sorridono tra loro. – E tuo Michele come sta? – Bene, si è punto una zampina in passeggiata ma ora tutto a posto. E i nipoti vogliono portarlo alle mostre, ma io no: si sta bene così, senza esagerare… – Nadina invece sembra aver ritrovato l’amore! – Eh già, ognuno “adotta” quel che vuole: animali… o mariti! – Be’… la fortuna gira, magari stavolta le va meglio. – Lo spero… – Di che parlate, ragazze? – Di te Nadina: speriamo che sia la volta buona! – Lo so che sembra tutto assurdo, ma non riesco davvero a stare sola! – A noi non devi spiegazioni, ognuno fa la sua vita. – Vera – la chiama Nadina alla macchina – se mai ci fosse… mi insegni qualcosa sui gatti? Meglio un maschio o una femmina? – Vai, sei attesa… se serve, ci pensiamo… – Chiedevo così… per ogni evenienza.
PER OGNI EVENIENZA Vera guardò la collega in lacrime, fece spallucce con aria annoiata e si rimise a
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033
La Nipote. Fin dalla nascita, Olgica non era mai stata desiderata da sua madre, Zhanna. Per lei era poco più di un oggetto tra le mura domestiche: c’era, ma avrebbe potuto anche non esserci. Le continue liti con il padre di Olgica culminarono nella sua fuga verso la moglie legittima, gettando completamente fuori di testa Zhanna. — È scappato, eh? Quindi non ha mai pensato davvero di lasciare quella sua sguattera! Mi ha solo fatto impazzire! Mi ha mentito — gridava lei al telefono — e ora mi molla con ‘sta piccola peste? La butto dalla finestra o la lascio alla stazione insieme ai barboni! Olgica si tappò le orecchie e pianse piano piano. L’indifferenza della madre la stava risucchiando come una spugna. — Non mi interessa cosa ne farai di tua figlia. Dubito sia persino mia. Addio! — ribatté glaciale il padre, Roman. Fu come impazzire: Zhanna gettò un po’ di vestiti nella borsa della bambina, prese i documenti e caricò la piccola Olgica, di cinque anni, in un taxi. “Ecco, ora vedrete! Gliela faccio vedere io a tutti!” pensava, mentre dettava con aria altezzosa al tassista l’indirizzo della suocera, Nina Ivanovna, che viveva lontano dalla città. Il tassista, già infastidito dalla freddezza della giovane donna verso una bambina spaventata, sbuffava. Anche lui aveva una nipotina dell’età di Olgica, ma sua nuora la copriva d’attenzioni, figurarsi se le urlava contro! — Mamma, mi scappa la pipì — sussurrò Olgica, aspettandosi il peggio. Non si sbagliava. Zhanna le ringhiò con tale violenza che il tassista fu tentato di intervenire. — Tieni! Andrai dalla tua brava nonna! Zhanna si voltò verso il finestrino, le narici palpitanti di rabbia. — Stia calma, signora. Altrimenti la faccio scendere e porto via la bambina dai servizi sociali. — Ma si faccia gli affari suoi! — sibilò Zhanna, minacciando falsamente il tassista. Nonostante la rabbia, il tassista sapeva di non poter dialogare con una donna così fuori controllo. Dopo un viaggio interminabile, arrivarono a destinazione. — Aspetti, torno subito! — urlò Zhanna, sentendo il motore che accelerava e la voce del tassista che se ne andava. — A piedi te la fai, vipera! — si sentì dal taxi. Zhanna, sputando e bestemmiando, strattonò Olgica e, con rabbia, la trascinò nel giardino della nonna, buttando la borsa davanti alla porta. — Ecco qui! Fateci quello che volete. Vostro figlio ha acconsentito. A me non serve! — grugnì, voltandosi e scappando via. Nina Ivanovna la guardò scomparire, impotente. — Mamma! Mamma! Non andartene! — pianse Olgica, correndo dietro alla madre, che la scostò urlando. I vicini si affacciarono incuriositi. Nina Ivanovna, stringendosi il petto, raggiunse con fatica la nipote urlante. — Vieni qui, piccina. Coraggio, amore mio — le lacrime le segnavano il volto pieno di rughe mentre portava Olgica dentro casa. Roman non aveva mai nemmeno accennato a questa figlia illegittima; Nina Ivanovna però non volle dubitare: accettò Olgica come una vera benedizione, riconoscendola subito come sangue suo, tanto assomigliava al piccolo Roman che vedeva ormai di rado. — Ti crescerò io, Olgica. Ti farò diventare qualcuno. Ti darò tutto quello che posso — promise la nonna. E così fu: la crebbe tra amore e cure, la accompagnò al primo giorno di scuola e ogni anno volava via veloce. Arrivò l’ultimo anno delle superiori. Olgica era ormai una splendida ragazza, gentile, intelligente, appassionata di libri. Sognava la Facoltà di Medicina, anche se per il momento avrebbe frequentato un istituto tecnico. — Peccato che papà non mi riconosca — confidò un giorno alla nonna, nei loro cari tramonti in terrazza. Nina Ivanovna, accarezzandola con mano tremante, non sapeva cosa rispondere: suo figlio Roman, sistematosi con la prima moglie e figlio amato, non voleva saperne di Olgica. Ogni volta che la vedeva, la umiliava. — Sei tu quello straccione! — aveva gridato una volta la nonna, cacciando Roman dalla sua vita. — Se è così che la pensi, mamma, nemmeno al tuo funerale verrò! — aveva urlato, portandosi via il figlio Vasilio. — Dio lo giudicherà, Olgica. Andiamo a prendere un tè: domani prendi il diploma. Arrivò l’estate. I preparativi per l’università incalzavano. Nina Ivanovna propose al vicino Vito di accompagnarle al dormitorio con i bagagli. Davanti all’ingresso, la nonna abbracciò Olgica. — Impara, figlia mia… Perché nella vita dovrai contare solo su te stessa. Io ormai sono vecchia… — Dai, che sei ancora in gamba! — la incoraggiò Olgica, trattenendo le lacrime. La nonna sorrise e chiese a Vito di portarla dal notaio: c’era ancora una cosa importante da sistemare. Olgica, tra i libri e le visite a ogni weekend dalla nonna, sognava il grande salto in Medicina. Credeva di poter prolungare la vecchiaia della nonna con le sue conoscenze. Poi le visite si fecero più rare: si era innamorata di Alessandro, un collega serio e con grandi progetti. Nina Ivanovna fu solo felice di questa novità. Finito il college con il massimo dei voti, Olgica e Alessandro si sposarono con cerimonia semplice e la sola nonna a rappresentare la sposa. — Sei stata per me non solo una nonna, ma anche mamma e papà. Mi hai dato una casa vera, calda e piena d’amore. — disse, inginocchiandosi tra le lacrime davanti alla nonna che, commossa, accettò l’abbraccio tra gli applausi. Ben presto la nonna si spense, consumata dopo aver compiuto il suo compito. Alla sua morte, Roman e famiglia si presentarono improvvisamente: — Casa sgombrata! Qui non ci abiti più — tagliò corto Roman. Olgica era scioccata. La perfida moglie, il fratellastro che già sognava di vendere la casa per prendersi la macchina, la misero con le spalle al muro. Fu Alessandro a prendere in mano la situazione: — Oltre al tono poco gentile, vi ricordo che qui Olgica è proprietaria. La donazione è legale. Volete vedere i documenti? — li sfidò. Roman e moglie minacciarono vie legali, urlando che avrebbero provato che Olgica non era figlia né nipote. — Prepara le valigie, stracciona! — ringhiò il fratellastro. Piangendo, Olgica domandò a suo marito: — Ma questa casa è tutto quello che mi resta di lei! Loro non hanno mai fatto nulla per me… Alessandro fu deciso: — Domani mettiamo la casa in vendita. La stessa nonna ce lo ha chiesto: la vendiamo e ci prendiamo un appartamento in città. Non soffrire più, tesoro. La casa fu venduta in fretta a una famiglia benestante, e Olgica con Alessandro si trasferirono in una piccola, accogliente casa in centro. Aspettavano il loro primo bambino, amato e desiderato. Ogni notte, Olgica si rivolgeva col pensiero alla nonna: “Grazie, nonna mia, mi hai dato la vita…” La Nipote. Una storia italiana di abbandono, amore rinato e seconde occasioni sotto il cielo della nostra terra.
17 maggio Mia nipote. Dal momento in cui è venuta al mondo, la piccola Giulia non è mai stata desiderata
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018
CENARE INSIEME: Un’Esperienza Indimenticabile di Gastronomia Italiana
Cena Sergio. Cinque anni dopo il divorzio Sergio decide di tuffarsi di nuovo in una relazione seria.
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A soli tre anni, Vitale ha dovuto affrontare la perdita della madre
Caro diario, ho tre anni quando la vita mi ha strappato la madre. Lho persa davanti ai miei occhi, mentre
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0125
«Senza di me non ce la farai! Non sei capace di nulla!» – urlava suo marito mentre infilava le sue camicie nella valigia. Ma lei ce l’ha fatta. Non è crollata. Forse, se avesse avuto il tempo di pensare a come sarebbe stato crescere due bambine da sola, si sarebbe immaginata mille paure e magari avrebbe perdonato il tradimento. Invece non c’era tempo: le figlie da portare all’asilo, il lavoro che la aspettava. E il marito, tornato a casa solo mezz’ora prima, felice della sua nuova fiamma, convinto e sicuro di sé. Così, indossando il cappotto, Tania impartiva ordini con voce ferma: «Olia, aiuta Ania a chiudersi la giacca e controlla che all’asilo mangi bene. La maestra ha detto che salta la colazione. Alessio, prendi tutta la tua roba e non trascinare la situazione. Lascia le chiavi nella buca delle lettere. Addio.» Olia era nata mezz’ora prima di Ania e si considerava la maggiore. Ora hanno quattro anni. Due bambine autonome, ognuna con il proprio carattere: Olia mangia la crema di semolino senza storie, Ania protesta per i grumi. Meno male che l’asilo è vicino casa, dieci minuti a piedi. Le bimbe chiacchierano e la distraggono dalle preoccupazioni per il futuro. Anche al lavoro, nessun tempo per pensare: in ambulatorio i pazienti sono sempre in fila, poi le visite a domicilio. Solo la sera, vedendo le stampelle vuote dove di solito pendevano le giacche del marito, realizza che da oggi sarà sola. Ma arrendersi e lamentarsi non è nel suo stile: tutto deve essere come sempre, anzi meglio. In ogni situazione si può scegliere se lasciarsi andare o cercare un lato positivo. Si tagliano verdure per cena. «Cosa è cambiato con le bambine?» pensa Tania. «Mi è rimasto tutto addosso? Forse, ma ce la farò. Basta riadattare la giornata. Va tutto bene. Andrà anche meglio. Meglio da sola, è più difficile ma anche più tranquillo». Letto un’altra storia delle “Avventure di Pinocchio” e baciate le figlie, corre a stendere il bucato. Poi, una tazza di tè alla melissa, pianifica l’indomani. Le gemelle sono identiche, mai Tania ha temuto la fatica. «Tutto bene,» rispondeva a chi la compativa. Il bollitore fischia, la casa è calda e silenziosa nonostante fuori nevichi e piova, solo il ticchettio dell’orologio si sente… Ed ecco il campanello. Inaspettatamente, la vicina: una pensionata che Tania trova antipatica, sempre a spasso col suo cagnolino spelacchiato, sempre silenziosa, mai un sorriso. Eppure ora è lì, sotto la sciarpa di lana: «Scusa il disturbo, ho visto tuo marito andare via con le valigie… ti ha lasciata?» «Non sono affari suoi», replica Tania. Ma la signora, gentile: «Il tuo ex marito non è affare mio, ma sappi che, se hai bisogno d’aiuto con le bambine, puoi contare su di me». «Venga, si accomodi. Come si chiama?» e le versa il tè, allunga i biscotti. «Mi chiamo Eugenia, ma tu chiamami pure nonna Giulia. Non voglio importi nulla, ma sappi che aiutarti mi farebbe piacere. Non per soldi. Solo per il piacere di aiutare». Gusta il tè: «E’ melissa? Ne coltivo tanta all’orto. Devi venire d’estate, ci sono le mele, l’orto, il lago…» E Tania si chiede come aveva potuto giudicarla male: forse perché non era mai invadente, mai polemica, non si era interessata dei problemi, non aveva chiesto del marito e non aveva messo il dito nella piaga. Tania la vede ora con occhi diversi: elegante, profumata, gentile. La ascolta raccontare del lago e delle anatre golose, e le paure si allontanano… E’ passato già cinque anni da quel giorno. Ora Eugenia taglia mele per la torta, il pranzo per la festa di compleanno è pronto. È agosto. Il casale di campagna è inondato dal profumo di torta di mele, le porte spalancate sul verde, la cucina allegra. «Cosa avrei fatto senza di lei?» pensa Tania, guardando la vicina divenuta nonna. Le bambine, ormai nove anni, d’estate vivono qui: amici, lago e la loro amata nonna. Tania esce a raccogliere mele, in giardino la cagnolina dorme: chi l’avrebbe detto che quel randagio spelacchiato sarebbe diventato una splendida labrador? «L’amore, solo l’amore ci salva», pensa Tania, offrendo una carezza e un biscotto alla cagnolina…
Senza di me non ce la farai! Non sei capace di combinare nulla! urlava suo marito piegando di fretta
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019
Destini di Donne. Marianna Quando è morta la nonna Anastasia, Marianna è sprofondata nella malinconia. Alla suocera non era mai andata a genio: troppo magra, poco lavoratrice, e chissà se una così fragile avrebbe mai dato eredi alla famiglia. Marianna sopportava tutto. Quando il dolore era insostenibile, correva dalla sua vecchietta. Nonna Nastasia era per Marianna la persona più cara al mondo: aveva preso il posto del papà scomparso, e della mamma, portata via dalla tisi dieci anni dopo. Dio solo sa cosa passò per la mente di Daniele quando vide Marianna orfana e sola. Bello, forte, la casa abbondante di ogni bene – eppure si era innamorato di una poverella senza radici che solo la madre, Avdotia, dietro le spalle chiamava “la sguattera”. Marianna si dava da fare: si muoveva come una trottola per la casa, lavorava senza fiatare. Ma mai era abbastanza. Finché c’era Daniele tutto filava, ma bastava che lui oltrepassasse la porta per le campagne vicine, che veniva voglia di scappare. “Abbi pazienza, Mariannina,” la consolava la vecchietta, “stringi i denti, passerà.” Ora neppure la nonnina c’era più. E anno dopo anno, l’odio della suocera crebbe. Non aveva mai perdonato al figlio di aver portato a casa una senza casato: per lui aveva già in mente una bella ereditiera, famiglia benestante e cognome importante… Ma Daniele aveva il carattere di un toro: quanto decideva, nessuno lo faceva cambiare idea. Era uomo, padrone! E un padrone vero si fece: da quando il padre morì, aveva preso in mano tutto e portato la fattoria all’apice. Rispettava la mamma, ma non si lasciava mettere i piedi in testa. Di Marianna si era innamorato follemente: bastò uno sguardo a quella ragazzina bionda, magrolina, dagli occhi azzurri e il nasino all’insù: tutto avrebbe dato per lei. E lei accettò, sapendo di avere con sé un uomo leale e innamorato. Sapeva della fama della suocera, del suo caratteraccio e dell’avarizia. Ma confidava nella forza di Daniele, e accettò la proposta. Si trasferì nella casa del marito e sopportava tutto, e se la suocera infieriva troppo, cercava rifugio sulla tomba della nonna, piangendo come un cucciolo. Sulle ginocchia della nonna, un po’ di pace tornava. Ora non c’era più nessuno a cui correre. Il tempo non curava il dolore: le mani care della nonna riaffioravano nei ricordi ogni volta che il dolore tornava a stringerle il cuore. Intanto in casa, la tensione raggiungeva il culmine. “Tre anni che vive a nostre spese,” ripeteva la suocera velenosa, “e ancora niente nipotini!” Per Marianna, questo era peggio dell’Inferno. Si diceva in paese che la moglie di Daniele fosse “guasta”, “Maledetta”, che mai gli avrebbe dato eredi. Daniele se ne infischiava, ma la maldicenza scava – “non si può mettere un fazzoletto sulla bocca della gente”, pensava. Appena a casa però, l’amore per Marianna cancellava ogni fatica. Forse Dio ascoltò le preghiere di Marianna – forse fu il miracolo dell’amore –, e lei finalmente rimase incinta. Ma la suocera si fece ancora più crudele. Un giorno la sorprese seduta un attimo sulla panca, e le sibilò: “Cosa credi, che solo perché sei incinta non devi far più niente? Qui non siamo mica signori, va’ a prendere l’acqua, devi preparare la casa per il ritorno di Daniele!” E Marianna, in silenzio, trascinava secchi pesanti mentre le anziane del paese scuotevano la testa: “Poveraccia, anche incinta la fa lavorare come una bestia” Nacque infine il bambino, ma non fu festa. Era debole, di una fragilità inquietante. Spesso diventava cianotico e smetteva di respirare. “Proprio come sua madre, un’inetta”, sibilava Avdotia guardando il neonato con disprezzo. Marianna piangeva: “È sangue del tuo sangue, mamma…” “Dubito che arriverà a ereditare qualcosa!” ribatteva la suocera perfida. Il dolore di queste parole era un tormento. La suocera ormai sperava che il bambino morisse, così finalmente Daniele avrebbe potuto sposare una sposa “vera”, sana, ricca, robusta… Daniele tornava, coccolava moglie e figlioletto e portava un po’ di pace nella casa. Quando fu il momento, battezzarono il piccolo: Venanzio. Ma niente migliorava, sembrava che il bambino si spegnesse ogni giorno un po’ di più. Poi Daniele, per lavoro, dovette andare via per settimane. E la suocera sfogò tutta la sua rabbia su Marianna, costringendola a lavorare di più mentre il piccolo peggiorava. La situazione in autunno era disperata. E la suocera, vedendola allo stremo, cominciò a sussurrarle che forse era il caso di lasciare Daniele, di togliere il disturbo, tanto il figlio sarebbe morto e un giorno lui avrebbe avuto una “vera” famiglia. Marianna si disperava, il pensiero divenne realtà nella sua testa confusa. Non reggendo oltre, una notte Marianna avvolse Venanzio e uscì di casa. Avdotia lasciò che accadesse senza muovere un dito: aveva già ricevuto notizia che il figlio era vivo, solo ricoverato in città a causa di un attacco di briganti. Ma perché dirlo a Marianna? Lasciasse pure la casa. Al mattino disseminò la voce che la poverina aveva perso la testa per il dolore e si era persa nella notte con il bambino morto… Le chiacchiere durarono poco: l’inverno e il gelo spinsero tutti in casa. Marianna camminava senza meta, col figlioletto malato in braccio. Sperava solo di trovare un po’ di pane e calore per il piccolo. Finalmente, una donna – Acquilina – la trovò e la portò a casa sua, salvandole la vita. Acquilina prese il bambino e lo portò dalla madre, la misteriosa nonna Aglaia: una guaritrice di cui tutti dicevano fosse una strega, fuggita nel bosco anni prima, stanca della cattiveria della gente. Aglaia curò Venanzio: “In gravidanza non si va ai cimiteri, Marianna! Hai portato a casa una presenza che succhiava la vita a tuo figlio…” Dopo qualche giorno, il bambino rifiorì, e la donna restituì il bambino alla madre. Nel frattempo, Daniele era tornato e aveva creduto alla versione della madre, piangendo moglie e figlio perduti. Gli anni passavano, nessuna consolazione. La madre si ammalò e morì, portando con sé il segreto. Daniele, disperato, pensò al suicidio. Ma proprio sulla soglia della morte, nel mezzo della palude, gli parve di vedere Marianna: la vera, in carne e ossa, non un fantasma. Lui le corse incontro, liberandosi dalla morsa della morte. Quando scoprì che anche il figlio era vivo – e sano! – Daniele impazzì di gioia. Rimasero con Acquilina, che ormai era più madre per loro di chiunque altro. Le loro vite cambiarono: lasciarono la vecchia casa e si trasferirono nel villaggio dove Marianna aveva trovato salvezza. La tomba della suocera si perse tra le erbacce, il ricordo svanì… Nessuno sa se la sua anima trovò pace dopo tanto male seminato, tanti destini spezzati per un po’ di egoismo e cattiveria…
Destini di donne. Mariangela Quando nonna Agnese se ne andò, un vuoto profondo avvolse il cuore di Mariangela.
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0212
D’inverno, Valentina decide di vendere la casa e trasferirsi dal figlio.
In inverno Valentina Rossi decise di vendere la casa e trasferirsi dal figlio. La nuora e il figlio lavevano
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022
Il dono di Dio… Una mattina grigia e carica di nubi: tra i primi tuoni della primavera, la natura attende la pioggia come segno di rinascita, mentre Sasha e Vika, dopo la dolorosa scoperta dell’impossibilità di avere figli a causa delle conseguenze di Chernobyl, affrontano la loro sofferenza e trovano nuova speranza, decidendo di adottare una bambina della casa famiglia. Tra emozioni, pianti e incertezze, scelgono la piccola Elena, dagli occhi azzurri e con le gambe malformate, abbandonata appena nata da genitori poveri e senza speranza. Malgrado le avversità, numerose operazioni e tanta dedizione trasformano la vita della bambina, che sboccia vivace e talentuosa, amata come il sole dopo la tempesta. Sotto la benedizione della pioggia e del destino, la famiglia rinasce: il cuore di Sasha e Vika si colma di felicità e il loro percorso verso la vita in una nuova città si intreccia al successo e all’amore ritrovato, mentre la loro Elena cresce circondata da amici, arte e affetto. Un dono inaspettato, una figlia, una nuova primavera della vita.
Dono di Dio La mattina era grigia e cupa, nuvoloni bassi strisciavano sul cielo, mentre in lontananza
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051
La suocera al quadrato — Ma guarda chi si vede! — esclamò Emanuele, sorpreso, vedendo sulla porta una signora anziana, minuta e asciutta, in jeans, che gli rivolse un sorriso malizioso stirando le labbra sottili. Sotto le palpebre socchiuse brillavano occhi vivaci e ironici. «La nonna di Chiara, la signora Valentina Colombo… ma come mai è arrivata così, senza nemmeno una telefonata?» pensò tra sé. — Ciao, nipotino! — salutò lei sempre sorridendo. — Mi fai entrare, o resto sul pianerottolo? — Sì, certo! Prego, accomodatevi, — si affrettò a rispondere Emanuele. La signora Valentina entrò tirandosi dietro un piccolo trolley con le rotelle… — Un tè ben forte, — ordinò quando Emanuele le offrì da bere. — Chiara lavora, la piccola Anna all’asilo, e tu che fai? Te la spassi? — Mi hanno mandato in ferie d’ufficio per due settimane… — rispose lui mogio, vedendo svanire il sogno di quindici giorni di relax. Scrutò la suocera: — Vi fermate molto? — Giusto: mi fermo a lungo, — confermò lei, stroncando ogni speranza. Emanuele sospirò. Con la signora Valentina aveva avuto a che fare solo di sfuggita, la ricordava appena al matrimonio con Chiara: veniva da un’altra città. Ne aveva però sentito parlare spesso dal suocero, che, accennando alla suocera, abbassava la voce e si guardava intorno con aria timorosa. Si capiva che la rispettava… fin troppo. — Lava i piatti — comandò lei — e preparati: ti porto a fare un giro in città, io davanti, tu accompagni! Emanuele non trovò nulla da obiettare: il tono gli ricordava quello del sergente al militare: contraddirla sarebbe stato peggio. — Mi mostrerai il Naviglio! — ordinò la signora Valentina. — Come ci si arriva più in fretta? — In taxi, — alzò le spalle Emanuele. Lei portò due dita alle labbra e fischiò forte. Un taxi sterzò di botto e si fermò. — Ma che figura, fischiare così! — borbottò Emanuele aiutandola a sedersi davanti — Cosa penserà la gente? — Niente! — rise la signora Valentina. — Penseranno che sei tu il maleducato. Il tassista scoppiò a ridere e diede il cinque alla nonnina, complici come amici di vecchia data. — Emanuele, sei un brav’uomo, — gli disse lei mentre passeggiavano lungo i Navigli. — Tua nonna era una signora elegante, vero? Io invece sono un tornado. Mio marito, il nonno di Chiara, che riposi in pace, ne ha viste di tutte con me: lo portavo in montagna, gli ho insegnato a lanciarsi col paracadute… Solo il deltaplano non ha mai voluto provarlo. Gli faceva troppa paura: restava giù con nostra figlia mentre io sorvolavo la sua testa! Emanuele ascoltava, affascinato: Chiara non gli aveva mai raccontato niente del genere sulla nonna. Iniziava a capire molte cose. — E tu, hai mai saltato con il paracadute? — In militare, quattordici lanci, — confessò malcelando l’orgoglio. — Bravo! — disse lei, annuendo e canticchiando: «Dovremo cadere a lungo, in quest’avventura che dura.» Emanuele riconobbe la canzone e si unì volentieri: «Nuvola di seta bianca, vola come gabbiano dietro.» Quella canzone li unì, e sparì ogni imbarazzo per quella nonnina fuori dagli schemi. — Adesso sediamoci e facciamo uno spuntino! — propose lei. — Senti il profumo di quella grigliata? Ho fiuto per gli spiedini buoni! Lo spiedinaro era un uomo bruno dalla faccia fiera, che infilzava carne marinata con la destrezza di un duellante. Guardandolo sarebbe venuta voglia di urlare “Forza!” e lanciarsi in una tarantella scatenata. Appena seduti, la signora Valentina cantò con voce sorprendentemente limpida: «O bella tarantella, che bellezza nella festa!» Lo spiedinaro, stupito ma divertito, rispose improvvisando e alla fine le offrì il meglio: spiedini, pane fresco, insalatina, due calici di vino ghiacciato. Un gattino grigio uscì da un cespuglio, si avvicinò speranzoso. — Tu sei quello giusto per noi, — lo accolse Valentina. — Vieni qui, piccolo! Scusi, padrone, porta un po’ di carne cruda al nostro amico, tagliala fine, per favore! Mentre il gattino divorava avidamente, la signora Valentina ammonì Emanuele: — Con una bimba in casa, come pensate di insegnarle sensibilità senza un gatto? L’amore si impara così, nei gesti semplici. Questo micetto è perfetto per voi! Dopo la passeggiata, portò il gattino a casa e ordinò a Emanuele di comprare tutto l’occorrente. Quando tornò carico di accessori, trovò la casa piena di risate: Chiara e Anna abbracciavano la nonna che distribuiva regali, mentre il gattino — ribattezzato Leo — osservava perplesso. — Questa è per te, Annina, un completino estivo! E per te, Chiaretta… niente risveglia la donna agli occhi del marito come la biancheria nuova… — spiegò la nonna fra baci e sorrisi. Per una settimana intera Anna non andò all’asilo: al mattino usciva con la nonna e tornava a pranzo esausta e felice. A casa, Emanuele e il gatto Leo li aspettavano. La sera si univa anche Chiara e insieme andavano tutti a passeggio, portandosi dietro anche Leo. — Emanuele, devo parlarti, — disse una sera la signora Valentina, insolitamente seria. — Domani riparto, è il momento. Dopo che sarò andata, consegna questo a Chiara, — porgendogli una busta. — È il mio testamento. Lascio l’appartamento e tutto il resto a lei, a te invece la biblioteca di mio marito. Ci sono rarità con autografi di grandi scrittori… — Ma perché? Nonna, — provò a protestare Emanuele, ma lei lo interruppe con un gesto. — A Chiara non ho detto niente, a te sì: il cuore mi dà problemi seri. Potrei spegnermi da un momento all’altro, meglio mettere a posto le cose. — Non dovreste restare da sola! — insisté Emanuele. — Non sono mai sola. C’è sempre qualcuno vicino. Tu però promettimi che proteggerai Chiara, crescerai bene Anna. Sei un bravo ragazzo, affidabile. In fondo, per te sono la suocera… al quadrato! — disse scoppiando a ridere e dandogli una pacca. — Restate ancora un po’? — supplicò Emanuele. La signora Valentina sorrise, ma scosse la testa. L’accompagnarono tutti insieme alla stazione; anche il piccolo Leo in braccio ad Anna sembrava triste. La signora Valentina portò le dita alle labbra e fischiò con energia. Il taxi si fermò di colpo. — Andiamo, genero, accompagna la nonna al treno! — ordinò lei, baciò figlia e nipote e salì davanti. Il tassista la fissò ammirato. — Cosa c’è da guardare? — borbottò Emanuele. — Mai visto una signora in gamba? La nonnina, sbarazzina, scoppiò a ridere, diede il cinque a Emanuele e la famiglia la salutò con un sorriso commosso.
12 maggio Non posso credere ai miei occhi! Quando ho aperto la porta, davanti a me si è presentata una
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0281
— Siamo in stazione, hai mezz’ora per chiamarci un taxi di lusso per me e i bambini! — ha ordinato la parente — Ma tu sei mia sorella o solo una sconosciuta di passaggio? Non ti vergogni a comportarti così, soprattutto davanti ai tuoi figli? Ti pesa tanto comprare abiti ai tuoi adorati nipotini? Perché dovrei essere io a chiederti di pensare a loro? Dovresti offrirti spontaneamente! E poi dovresti aiutarmi anche economicamente! Tu, che non sei mai riuscita ad avere figli e forse mai li avrai! Io invece faccio tutto da sola, sono una mamma single! — Angela lanciava parole taglienti come frecce alla sorella Nadia, cercando di ferirla sempre più e invadere i suoi spazi privati. Nadia non era mai stata la figlia “preferita” in famiglia. La madre l’aveva avuta da sola; quando poi si sposò, la primogenita diventò una presenza scomoda. Il patrigno la rimproverava continuamente, la madre sfogava su di lei la frustrazione di essersi sistemata alla meno peggio pur di non restare madre single. Solo quando nacque la sorellina, Nadia trovò un fragile equilibrio: le venne affidato il compito di prendersi cura della piccola Angela. Doveva occuparsi della sorella, nutrirla, intrattenerla, educarla, tutto questo a discapito della sua infanzia, dei compiti della scuola, e del suo tempo libero. Se non riusciva a vestire o a dare da mangiare alla piccola in tempo, non poteva uscire con le amiche o andare alle feste di compleanno. Crescendo, anche Angela iniziò a trattare Nadia come la serva di casa, proprio come facevano i genitori. A diciotto anni, Nadia decise di cambiare vita: scelse di iscriversi all’università più lontana che trovò, fece le valigie e se ne andò decisa a non tornare più. Per dieci anni seppe ben poco della sua famiglia. Le telefonate, rare, arrivavano solo per chiedere soldi, che naturalmente non restituivano mai. Le richieste erano sempre per i bisogni dei figli di Angela. — Nadia, a Paoletta si è rotta la giacca. Mandaci subito cinquemila euro, non ha niente da mettere per andare all’asilo! — Nadia, i gemelli hanno bisogno di regali per il compleanno! Angela ha trovato quelli giusti, ci vogliono diecimila euro! — Nadia! Angela è di nuovo senza lavoro, non capiscono che con tre figli ha altro a cui pensare. Ora dovrai pagare tu il nido dei gemelli e anche i corsi di preparazione di Paoletta per la scuola! Ogni richiesta era un ordine e nessuno si chiedeva come stesse Nadia o se poteva davvero permetterselo. Ai loro occhi, la sua “fortuna” le imponeva di aiutare tutti. L’orgoglio della madre per i suoi successi era inesistente: piuttosto, la rimproverava perché avrebbe potuto lavorare ancora di più per aiutare ancor più la famiglia. Nadia, tuttavia, non riusciva ad annullare il senso di colpa martellatole fin da piccola. Non riusciva a negarsi alla madre; ogni volta che riceveva una chiamata metteva mano ai conti per vedere a cosa avrebbe dovuto rinunciare ogni mese. La vita sentimentale di Nadia era molto più tranquilla di quella della sorella. Anche lei, però, aveva vissuto un matrimonio finito male: poco prima delle nozze il futuro marito scoprì che Nadia non poteva avere figli e la lasciò. Lei superò il dolore da sola, raccontandone alla madre solo dopo anni. Da allora la sua “sterilità” divenne argomento costante nelle conversazioni familiari. — La nostra Nadia è proprio un’orchidea sterile… Che sfortuna! Meno male che Angela ci ha dato dei nipotini… — diceva la madre. Per un po’ la lasciarono stare; finché, un giorno, la sorella decise di mostrare a Nadia cosa significasse davvero essere “una vera sorella”. Una mattina, uno dei rari giorni liberi, Nadia si trovò la sorella con figli al seguito alla porta di casa. — Nadia, ma dove sei? Devo per forza andare in autobus con i bambini? Chiamaci subito un taxi! E non prenderne uno qualsiasi, solo un’auto elegante. I piccoli non sopportano certi ambienti! — Ma dove sei? E poi, perché dovrei chiamarti un taxi? — rimase basita Nadia. — Non te l’ha detto la mamma? Ho deciso, mi trasferisco da te. Non c’è niente da fare nel nostro paesino! Verrò a vivere con te. Sono in stazione, hai mezz’ora per farci arrivare un taxi di livello. — La sorella riattacca e Nadia resta paralizzata: neanche andandosene a mille chilometri era riuscita a sfuggire all’invadenza di Angela. La sera stessa Angela distribuiva ordini: — Domani mi troverai un impiego nel tuo ufficio, tu sei capo adesso! Che sia ben pagato ma senza troppo stress, e ci voglio dei bei ragazzi tra i colleghi! Ah, assicurati anche che possa uscire in qualsiasi momento! Per i gemelli compra un letto a castello; non penserai certo che possiamo stare tutti su un solo divano! Stasera, dài, io dormo nel tuo letto con i bambini, tu e Paola sul divano. E visto che arriva il freddo, compra indumenti caldi ai miei figli, mi raccomando! Devono essere belli quanto quelli degli altri, ché non voglio essere etichettata come “la divorziata col rimorchio”! Nadia ascoltava e non capiva perché non aveva ancora buttato fuori casa quella sorella viziata. Perché sopportava tutto questo? Perché non aveva mai difeso i suoi spazi, permettendo che la situazione degenerasse così? Improvvisamente, la rabbia montò, mischiata a rancore verso i genitori e il desiderio di cambiare le cose. Decisa, interruppe la sorella e disse: — Stanotte restate qui, ma domani mattina ti accompagno in stazione e torni a casa dai nostri! Non ti manterrò più, né pagherò le spese per i tuoi figli! Li hai fatti tu, te li cresci tu! Ho finito di sopportare! Io non ti ho messo al mondo, non spetta a me risolvere i tuoi problemi. Considera annullato ogni debito della vostra allegra famigliola! Se domattina non te ne vai, chiamo i carabinieri e non mi importa che ci siano dei bambini: sono tuoi figli, non miei problemi! E dormi con i tuoi figli sul divano, io voglio il mio letto! La sicurezza di Nadia tolse fiato ad Angela, che rimase senza parole, lamentandosi poi tutto il tempo con la madre al telefono — senza però ottenere reazione. Il mattino dopo, Nadia la buttò letteralmente fuori di casa, lasciandole solo pochi soldi per il taxi e il treno. — Finisce qui. Puoi dimenticare la strada per casa mia, e la parola “dovere”. Io ho la mia vita e non coincide coi tuoi problemi, — chiuse la porta mentre una lacrima le scendeva sul volto. Ma capì di aver preso la decisione giusta: se non l’avesse fatto, quei “meravigliosi” parenti l’avrebbero letteralmente consumata. Liberatasi da obblighi che di fatto l’avevano sempre soffocata, Nadia tornò finalmente a respirare a pieni polmoni. Cominciò a frequentare un uomo e, dopo due anni, si sposarono. Insieme adottarono due bambini e riuscirono a costruirsi una vita davvero felice.
Siamo in stazione, hai mezzora per chiamarmi un taxi business class per me e i bambini! proclamò con
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099
Il cane si apprestava a lasciare questo mondo crudele e sembrava non importargli più nulla…
Cinzia Bianchi vive da anni in una casetta piccola ai margini del borgo di San Pietro. Quando qualcuno
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065
Gente Diversa A Igor è toccata una moglie… insolita. Bellissima, sì: bionda naturale con occhi neri, formosa, prosperosa, gambe lunghe. E a letto… una vera fiamma. All’inizio solo passione, niente tempo per riflettere. Poi la gravidanza. Così si sono sposati, come da prassi. È nato un figlio, anche lui biondo e con occhi nerissimi. Tutto normale: pannolini, prime parole, primi passi. E Jana si comportava da mamma tipica: premurosa, affettuosa, attenta al bambino. Ma quando il figlio è diventato adolescente, Jana ha iniziato con la fotografia. Sempre a scattare, ha persino seguito dei corsi. Sempre con quella maledetta macchina fotografica. — Ma cosa ti manca? — domandava lui. — Sei avvocata, fai il tuo lavoro. — Avvocato, — lo correggeva Jana. — Ok, avvocato. Ma dedica più tempo alla famiglia invece di andare chissà dove. Lui stesso non capiva cosa lo stesse irritando. Jana non trascurava la casa: cibo pronto, tutto pulito, seguiva anche lo studio del figlio — tornava a casa, si buttava sul divano davanti alla TV, come si usa. Ma lo infastidiva: aveva l’impressione che la moglie sparisse in un luogo in cui lui non aveva posto. Lei c’era e insieme non c’era. Mai una volta viste una serie o parlato con lui delle cose che gli interessavano. Lo nutriva — poi spariva ancora. — Ma sei mia moglie o no? — si arrabbiava Igor, trovandola ancora davanti al computer. Jana taceva. Si chiudeva sempre più in se stessa. Amava anche viaggiare, viaggi esotici se possibile. Prendeva ferie e partiva con lo zaino in spalla e la sua macchina fotografica. Igor non capiva. — Dai, andiamo invece dagli amici alla casa di campagna: si sono fatti la sauna nuova, e il loro vino è fenomenale! Era anche ora di prenderci una bella casetta pure noi. Jana rifiutava, ma lo invitava a seguirla nei suoi viaggi. Una volta ha provato: una vera delusione! Tutto strano, lingua incomprensibile, cibo troppo speziato. E lui insensibile alle bellezze del mondo. Allora Jana ha iniziato a viaggiare da sola. E poi ha anche lasciato il lavoro. — E la pensione allora? — si indignava Igor. — Ma chi credi di essere? Una grande fotografa? Sai quanti soldi ci vogliono per sfondare in quel settore? Jana non rispondeva. Solo una volta, timidamente, condivise: — Ho la mia prima mostra. Tutta mia. — Tutti hanno una mostra, — borbottò Igor. — Gran risultato, davvero. Però all’inaugurazione ci andò. Ma non capì nulla. Volti, non certo belli. Mani rugose, gabbiani su un lago. Tutto strano, come lei. Rise di lei, quella volta. Lei invece gli comprò una macchina. “Ecco, siamo una famiglia, usala”. Lei nemmeno la patente aveva preso, ed era riuscita a guadagnare abbastanza coi suoi servizi fotografici. Allora lui cominciò ad avere paura. Gli sembrava di vivere con uno sconosciuto anziché una moglie. Da dove venivano tutti quei soldi? Glieli dava qualcuno? Impossibile che con la fotografia si compri una macchina. La sta tradendo? Anche se non ora, lo farà di sicuro. Provò persino a rimetterla in riga — le diede uno schiaffo, così, leggero. Lei prese il coltello da cucina, lo sfiorò di taglio — due punti di sutura sulla pancia. Per fortuna non colpì più a fondo. Poi chiese scusa. Da allora però lui non diede più libero sfogo alle mani. Amava tantissimo i gatti, sempre ne salvava, li portava a casa, li curava, trovava loro nuove famiglie. In casa ne avevano sempre due. Niente di male, erano affettuosi, buoni… Ma si possono amare così degli animali, perfino più che il marito? Un giorno uno dei suoi gatti morì tra le sue braccia in clinica, non fu possibile salvare la bestiola. Jana era disperata, piangeva e si scolava il brandy, incolpandosi di tutto. Durò giorni e giorni. Igor era ormai sfinito e le urlò: — Adesso piangi anche per gli scarafaggi? Incrociò uno sguardo durissimo, poi tacque e uscì. “Faccia quello che vuole.” Gli amici gli davano ragione, anche le amiche di Jana stavano dalla parte di Igor. Dicevano che Jana ormai aveva perso la testa, senza più confini. Così lui trovò conforto nella vicina, che era anche amica d’infanzia di Jana. Irka era molto più semplice e comprensibile. Faceva la commessa, non si interessava d’arte, sempre disponibile per il sesso e la compagnia. Certo, beveva parecchio, ma non ci voleva mica sposare… Aspettava che Jana se ne accorgesse e si arrabbiasse, facesse una scenata di gelosia, rompesse qualche piatto. Avrebbe poi detto: «E tu? Dov’eri tu?» Poi si sarebbero perdonati a vicenda e la famiglia sarebbe tornata come prima. Irka si sarebbe defilata. Ma Jana taceva. Solo lo guardava male. Anche a letto ormai era tutto finito. Lei si ritraeva solo a sfiorarla. Dormiva in una stanza separata. Il figlio era ormai adulto, laureato all’università. Tutto sua madre: occhi neri, capelli biondi, strano. — Quando mi dai dei nipoti? — chiedeva Igor. Denis rideva solo: “Prima voglio fare qualcosa di mio nella vita, e magari trovare il vero amore. Allora, poi, avrai i tuoi nipoti, papà.” Un estraneo, incomprensibile. Sangue di madre. Loro due, Jana e il figlio, erano sempre in perfetta armonia, capivano tutto senza neanche parlare. Igor si sentiva inutile, e quello sguardo nero lo terrorizzava. Sempre più spesso cercava conforto da Irka. Poi Jana scoprì tutto. Glielo disse una vicina. Igor in fondo non si nascondeva nemmeno. Un giorno tornò a casa e la trovò seduta al tavolo a fumare. In silenzio, gli sussurrò: — Te ne vai! Fuori di casa ora! E quegli occhi neri, spaventosi, cerchiati di blu. Se ne andò da Irka. Si aspettava che la moglie lo richiamasse presto. Dopo una settimana ricevette un messaggio su WhatsApp: dobbiamo parlarci. Si affrettò, si fece la doccia, si spruzzò il profumo più buono. Ma quella, appena entrato in casa: — Domani andiamo a firmare per il divorzio. E dopo tutto fu come in sogno. Divorzio, scartoffie, firme, rinunciò pure alla quota di appartamento che era della moglie, le era venuta dai suoi genitori… — E ora che fai, vivi da divorziata? — le chiese secco uscendo dal Comune. Voleva dirle pure: “Ma a chi pensi di servire tu adesso?” — ma si trattenne. Jana sorrise. Per la prima volta da anni gli sorrise davvero, sinceramente: — Vado a Milano. Mi hanno proposto un progetto importante, là. — Almeno non vendere la casa, — le chiese, chissà perché. — Dove tornerai? — Non tornerò mai, — rispose calma la moglie, ormai ex. — Sai, da tempo amo un altro. È anche lui fotografo, di Milano. Con lui sto benissimo, ma avevo sempre fatto resistenza: sono sposata, non mi piace tradire, e nemmeno sapevo se aveva senso divorziare solo per questo. In fondo siamo solo… persone diverse. Si divorzia per questo? Oppure no? — No, — confermò Igor. — E invece eccoci qui, — rise Jana. — All’inizio mi sono arrabbiata, quando ho saputo di Irka. Poi ho pensato che era meglio così. Io sarò felice e anche tu. Sposati con Irka e che vi vada tutto bene. Se ne andò. — Non mi sposo, — le disse Igor alle spalle. Ma Jana non sentì. Da allora nessuna notizia. Solo una volta all’anno un breve messaggio WhatsApp: “Buon compleanno! Salute e felicità! Grazie per nostro figlio.”
DIARIO DI GIORGIO Ho sempre pensato che mia moglie, Bianca, fosse… strana. Bellissima, certo: una
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014
Il rumore secco di un ramo spezzato sotto il suo piede, Vanni nemmeno lo percepì: il mondo gli si rovesciò davanti agli occhi in un caleidoscopio di colori, poi scoppiò in milioni di stelle luminose che si radunarono tutte quante insieme, un dolore acuto poco sopra il gomito sinistro. — Ahia… — Vanni si aggrappò al braccio ferito e gemette per il dolore. — Vanni! — la sua amica Sasy corse subito verso di lui e si inginocchiò, — Fa tanto male? — Ma no, figurati, è una carezza! — rispose lui tra i denti, cercando di mascherare il dolore. Sasy allungò la mano e sfiorò delicatamente la spalla di Vanni. — Lascia stare! — sbottò lui, con uno sguardo infuocato — Fa male, non toccarmi! Vanni era doppiamente arrabbiato. Primo, si era chiaramente rotto un braccio e il mese successivo l’avrebbe trascorso con il gesso, bersaglio delle prese in giro degli amici. Secondo, era stato lui stesso a salire su quell’albero per dimostrare a Sasy la sua forza e agilità. Accettare la prima era già dura, la seconda lo faceva impazzire: si era coperto di ridicolo davanti a una ragazza e ora lei cercava anche di consolarlo! No, grazie… Rialzandosi e tenendo il braccio dolorante, Vanni si incamminò deciso verso l’ospedale. — Dai, Vanni, non ti abbattere! Andrà tutto bene, vedrai! — Smettila — si fermò e le lanciò uno sguardo pieno di disprezzo, — Che andrà bene? Non capisci che mi sono rotto il braccio? Ma sei scema? Vai a casa, mi hai già stufato! Così dicendo, se ne andò senza voltarsi, lasciando la sua amica a ripetere le stesse parole sussurrate: — Andrà tutto bene, Vanni… Andrà tutto bene… *** —Ivan Vittorio, se entro ventiquattrore non vedremo il bonifico, ci dispiacerà moltissimo. Ah, dimenticavo: domani previso ghiaccio sulle strade, stia attento alla guida. Sa com’è, a volte capitano incidenti davvero sgradevoli… Tanti saluti. La voce scomparve e calò il silenzio. Ivan lasciò cadere il telefono e, stringendosi i capelli fra le dita, si appoggiò alla poltrona. —Ma dove li trovo quei soldi? Quel trasferimento era previsto solo per il mese prossimo… Sospirò, riprese il telefono e compose un numero. —Olga Visconti, possiamo oggi fare il bonifico ai nostri partner del gruppo per la fornitura delle attrezzature? —Ma… Ivan Vittorio… —Possiamo o no? —Sì, ma così salterebbe tutto il programma pagamenti… —Chi se ne importa! Ci penseremo dopo! Mandate i soldi al gruppo oggi stesso. —Va bene, ma poi ci saranno problemi con… Ivan chiuse la telefonata prima di ascoltare la fine e colpì con rabbia il bracciolo della poltrona. —Maledetti vampiri… Qualcosa di morbido e inaspettato gli sfiorò la spalla, facendolo sobbalzare. —Sasy, ti avevo chiesto di non disturbarmi quando lavoro, ricordi? Sua moglie Alessandra si avvicinò e gli sfiorò i capelli con la mano. —Vanni, cerca di non agitarti, per favore. Andrà tutto bene. —Basta con questo “andrà tutto bene”! Sei stancante, capisci? Domani mi faranno fuori, poi sarà tutto bene anche per te? Ivan si alzò di scatto, spinse Sasy via da sé, —Non devi cucinare il brodo? Vai, non stressarmi! Lei sospirò, si avviò alla porta; già sulla soglia, si voltò e ripeté quelle tre parole… *** —Sai… ora sono qui e ripenso alla nostra vita insieme… Il vecchio socchiuse gli occhi e guardò la sua anziana moglie. Il suo volto, un tempo bellissimo, era segnato dalle rughe, le spalle curve, la postura sfiorita. Senza lasciare la sua mano, gli sistemò piano il catetere della flebo e sorrise. —Ogni volta che mi cacciavo nei guai, che rischiavo la vita, che mi capitavano cose tremende… tu arrivavi e ripetevi sempre la stessa frase. Nemmeno immagini quanto mi dava sui nervi. Mi veniva voglia di strangolarti per la tua ingenuità. — Provò a sorridere ma fu preso da una lunga tosse. Quando si calmò, continuò — Mi sono rotto ossa, hanno minacciato di uccidermi mille volte, ho perso tutto, sono finito in abissi da dove pochi escono… e tu per tutta la vita mi hai ripetuto “Andrà tutto bene”. Mai una volta che mi hai mentito, incredibile. Ma come facevi a saperlo prima degli altri? —Ma io non sapevo niente, Vanni — sospirò la donna — Ti pare che lo dicevo a te? Lo ripetevo a me stessa, per farmi coraggio. Ti ho amato come una pazza tutta la vita. Quando stavi male, quando succedevano disgrazie, sentivo l’anima che si rovesciava. Quante lacrime ho pianto, quante notti senza dormire… E mi dicevo solo: “Che piova anche grandine, ma se lui è vivo, allora andrà tutto bene”. Il vecchio chiuse un attimo gli occhi e strinse la sua mano. —E io… mi arrabbiavo pure con te. Perdonami, Sasy. Ho vissuto una vita intera e non ho mai pensato davvero a te. Che sciocco che sono… Lei scacciò di nascosto una lacrima e si chinò su di lui. —Vanni, non ti preoccupare… Si fermò per un attimo, scrutò i suoi occhi e poggiò la testa sul petto ormai immobile del marito, continuando a carezzare quella mano che si raffreddava. —È ANDATO tutto bene, Vanni… È andato tutto bene…
Lo schiocco di un rametto secco sotto il piede, Giovanni nemmeno lo sentì. Tutto il mondo, allimprovviso
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079
IL CAVALLO INDOMABILE STAVA PER ESSERE SACRIFICATO, MA LA BAMBINA ABBANDONATA HA FATTO QUALCOSA DI INCREDIBILE…
Il cavallo indomabile doveva essere sacrificato, ma una bambina abbandonata fece qualcosa di incredibile
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010
«Ti voglio così bene, mamma» – le dicevo a colazione quando avevo quattordici anni. «Davvero? – mi sorrideva mamma – Allora la prossima volta, invece di dirmelo, pelami un po’ di patate per quando torno dal lavoro, e lo sentirò senza bisogno di parole». «Adoro il mio gatto!» – mi strofinavo la guancia sulla sua morbida pelliccia. «Allora magari gli cambi la sabbietta? – proponeva papà – Gli dispiace usare la lettiera bagnata»… Ascoltavo i miei genitori e rimanevo stupita: parlavo d’amore, e loro rispondevano con patate e sabbia per gatti!
«Ti voglio così tanto bene, mamma», le dicevo durante la colazione, quando avevo circa quattordici anni. «Davvero?
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066
L’amante di mio marito Mila era seduta in macchina e guardava lo schermo del navigatore: sì, l’indirizzo era quello giusto. Bisognava solo trovare il coraggio, scendere e fare ciò che aveva deciso. Fece un respiro profondo, scese dall’auto e si avviò a passo incerto verso l’insegna “Paradiso del Caffè”, una piccola caffetteria di quartiere. “Paradiso, eh… che ironia”, pensò Mila tra sé. Doveva entrare e affrontare finalmente LEI: l’amante di suo marito e distruttrice della sua famiglia. Sapeva poco della ragazza—il marito la chiamava “Micetta”, ma il suo vero nome era Katia e faceva la cameriera in quel locale. Mila scelse un tavolino vicino alla finestra e attese il suo turno, con i nervi a fior di pelle. Eccola: era proprio lei. Katia si avvicinava sorridente con la divisa della caffetteria, identica alla ragazza della foto che Mila aveva visto nello smartphone del marito. I pochi secondi di attesa sembrarono interminabili, pieni di pensieri a raffica. — Buongiorno! — la salutò Katia. Mila sbirciò il badge: “Katia”. Ecco dunque chi era la famosa “Micetta”. Katia si allontanò lasciando il menu, e Mila la scrutò con attenzione, domandandosi: “Come sono arrivata a questo punto? Come sono finita faccia a faccia con l’amante di mio marito?” Era una lunga storia da dieci anni di matrimonio con Alessio, una figlia di otto anni, una quotidianità rassicurante: mutuo, macchina, una villetta in periferia. E poi, come un fulmine a ciel sereno: un messaggio sbagliato, una chiamata sospetta, una foto inequivocabile. Da allora la vita di Mila era diventata un incubo. Dopo giorni di insonnia e tormento, aveva deciso: doveva vedere con i propri occhi chi fosse questa Katia. Seduta in quel locale pressoché vuoto di metà mattina, Mila ordinò svogliatamente un latte e una fetta di torta. Quando Katia glieli portò, lei la interrogò: “Da quanto lavori qui? Studi?”, fino a una domanda pungente: “E lei sa cosa si prova a sentirsi tradita?”. Katia rimase in silenzio, imbarazzata. Mila capì che non avrebbe ottenuto risposte, pagò con una generosa mancia e lasciò la caffetteria. Ma il confronto vero doveva ancora arrivare. Era il giorno del decimo anniversario di nozze. Mila e Alessio con la loro bambina erano seduti nel loro locale preferito di Milano. La cena scorreva finta e tesa, quando Alessio con uno sguardo complice fece arrivare la torta. A servire il dolce: Katia. L’emozione di Mila si trasformò in sconcerto. Il marito allora vuotò il sacco: “Non esiste nessuna amante. Katia è una giovane attrice, tutto organizzato da un’agenzia per farti uno scherzo… volevo scuotere un po’ le cose fra noi”. Katia confermò: “Molte reagiscono malissimo, lei invece è stata incredibilmente composta”. Mila però non la prese affatto bene. “Questo per te è uno scherzo? È così che si festeggia un anniversario?” Senza dire altro, afferrò la torta e la spalmò in faccia ad Alessio: “Ecco la tua dose di brio!”. Poi prese sua figlia per mano, lasciando il locale fra lo sconcerto generale. “Meglio una verità dolorosa che una menzogna così”, si disse Mila respirando l’aria fresca della sera e avviandosi verso il domani incerto, ma finalmente sincero. L’Amante di mio marito: una storia milanese di tradimenti, sospetti, verità e dolce vendetta in un “Paradiso del Caffè”
L’amante di mio marito Mila sedeva nella sua Fiat e fissava lo schermo del navigatore.
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0291
Sul divano in lacrime: tradita dal marito alla vigilia di Capodanno, tra ricordi di infanzia e una magica sorpresa che riporta il primo amore della scuola con una scatola musicale venuta dalla Germania
Giulia era sdraiata sul divano e piangeva a dirotto. Suo marito, un paio di mesi fa, le aveva confessato
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084
RIFLESSIONI A VOCE ALTA.
Stamattina Domenico quasi ha dormito sul lavoro. Non gli veniva voglia di alzarsi dal suo nido accogliente
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043
Il Peccato Altrui
Ciao tesoro, ti racconto una cosa che è successa nella nostra piccola frazione di San Pietro, lì dove
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018
Destini di donne: La storia di Lucrezia, la guaritrice delle campagne – Tra magia, sacrificio e legami di famiglia nell’Italia rurale dell’Ottocento
Destino di donne. Livia Oh, Livia, per lamor di Dio, ti supplico, prendi con te il mio Andreino si disperava Daria.