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— Che fai, nonno, qui? Hai voglia di passeggiare? Alla tua età, io starei a casa!
Che fai, nonno, qui? Ti piace fare il giro? A questetà dovrei stare a casa! Il vecchio Giuseppe sistemò
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OSSERVANZE O DIAGNOSI?
30 ottobre 2024 Diario Oggi mi sono svegliato con la sensazione di osservare una scena daltri tempi
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Vera rientra a casa carica di borse, già in pensiero per la cena e i compiti dei figli, quando fuori dal palazzo vede un’ambulanza: che sia successo qualcosa al marito? In realtà stanno soccorrendo la vicina, l’anziana e solitaria signora Nina, che chiede a Vera di occuparsi della sua gatta e di avvisare la figlia, con cui non parla da anni. Dopo aver superato la diffidenza della figlia, Vera diventa il ponte per una commovente riappacificazione madre-figlia proprio durante le feste di Natale, riscoprendo quanto valga veramente il tempo passato con chi si ama.
Vittoria si affretta verso casa, con le borse della spesa piene tra le mani. Tutti i suoi pensieri sono
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Un falso per la persona più preziosa: l’inganno perfetto in stile italiano
**Un Falso per la Persona più Cara** Ma gli anelli te li farò io, ricordatelo! Massimo lo disse con una
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Il figlio dell’altro – Suo marito è il padre di mio figlio. Con queste parole, una donna sconosciuta si avvicinò a Cristina mentre pranzava tranquillamente in una caffetteria tipica del centro di Milano. Senza troppi complimenti, la donna si sedette di fronte a lei, in attesa di una reazione alle sue parole. – E quanti anni ha il suo bambino? – rispose Cristina con assoluta tranquillità, come se si trattasse di una situazione ordinaria che le capitava ogni giorno. – Otto, – rispose Marina, stringendo le labbra con disappunto. Non era certo la reazione che si aspettava! Nessuno scandalo? Nessuna accusa di menzogna? Niente disprezzo? – Fantastico, – sorrise appena Cristina, tornando a gustare la sua fetta di straordinaria crostata di visciole, una specialità di quella pasticceria. – Siamo sposati solo da tre anni, tutto ciò che c’era PRIMA di me non mi interessa. Solo una domanda, – aggiunse con una punta di curiosità, – Artur lo sa? – No, – sbottò Marina, contrariata. – Ma non importa! Farò causa per il mantenimento! E dovrà pagare, chiaro? – Ma certo che pagherà, – annuì Cristina. – Mio marito adora i bambini, se l’avesse saputo avrebbe sicuramente voluto far parte della vita di suo figlio. Come si chiama, a proposito? – Egidio, – rispose quasi meccanicamente Marina, per poi aggrottare la fronte. – Ma davvero non ti importa che tuo marito abbia un figlio fuori dal matrimonio? – Lo ripeto, tutto ciò che è stato prima del nostro matrimonio non mi riguarda, – il sorriso gentile di Cristina non spariva. – Ero ben consapevole di sposare un uomo maturo e non un ingenuo ragazzino. È normale che un uomo di trent’anni abbia avuto delle storie. A me non tocca. L’importante è essere l’unica ora. – Va bene, ci vediamo in tribunale. Preparati a spendere, chiederò tutto ciò che spetta a mio figlio per legge. Marina se ne andò, lasciando dietro di sé un profumo così intenso che Cristina dovette trattenersi dal fare una smorfia, sembrava si fosse rovesciata addosso mezza boccetta. – Sì, tenta pure, – sospirò Cristina con filosofia, addentando l’ultimo morso di torta. – Vediamo come la prenderai quando scoprirai che lo stipendio ufficiale di Artur è di appena milleduecento euro… L’azienda è intestata a suo padre e ora deve anche occuparsi della madre malata. Vedrai che spiccioli ti toccheranno… Cristina quasi si dispiacque per il povero bambino. Forse sarebbe il caso di fare loro visita, vedere in che condizioni vivevano, magari proporre una somma dignitosa per il mantenimento. Ma solo se Egidio era davvero figlio di Artur. Ne aveva conosciute troppe di donne così… ********************* Il test del DNA arrivò subito: quando ci sono i soldi, molte cose si ottengono in un attimo. Il risultato era inequivocabile: Egidio era davvero il figlio di Artur. A proposito, il bambino a Cristina parve tanto silenzioso e impaurito. Non è normale che un bambino di otto anni resti un’ora e mezza immobile, senza chiedere nulla, né un cartone animato, né una corsa per i corridoi… Non si comportava come tutti gli altri nella stessa situazione. Era strano. Cristina si convinse ancora di più: doveva conoscere meglio quel bambino. L’appartamento era in una zona benestante. Portineria. Bilocale di pregio. Ottime rifiniture… Cristina annotava mentalmente quei dettagli e faticava a capire: come può una donna che vive in simili condizioni parlare di difficoltà economiche? – L’udienza è tra una settimana, – disse Marina aprendo la porta dell’appartamento senza gioia, – ci sarà tempo per parlare. – Volevo conoscere meglio Egidio. Artur vuole davvero essere presente nella sua vita, magari portarlo a casa nei fine settimana, quando lui si sentirà pronto. – Come se glielo permettessi! – ribatté Marina seccata. – Il tribunale, – rispose impassibile Cristina. – È suo padre, ne ha diritto. E vedo che qui non c’è nemmeno un giocattolo… – Non ho soldi da sprecare in stupidaggini, – rispose con sufficienza Marina, – già fatichiamo a vestirci decentemente, altro che giocattoli… – Davvero? – Cristina lanciò un’occhiata eloquente alla borsa firmata sulla poltroncina, ai vestiti griffati sparsi sul divano, ai prodotti di cosmetica costosa ordinatamente allineati sul tavolo davanti allo specchio. – I soldi sembrano mancare solo per suo figlio? – Sono ancora giovane, voglio rifarmi una vita, – sibilò Marina. Quel tono non le piaceva per niente. – E comunque non sono affari tuoi! – E con chi rimane suo figlio mentre lei esce? – insisté Cristina, intuendo la ragione della tristezza di Egidio. – Un bambino di otto anni può stare da solo a casa… altre domande? Se no, ci vediamo in tribunale! – Farò in modo che ogni euro destinato a Egidio sia rendicontato, – dichiarò Cristina, già decisa ad andarsene. Non riusciva a tollerare quell’atteggiamento nei confronti del bambino! – Temo che la decisione del giudice non le piacerà… ********************** – …il Tribunale ordina: accoglie in parte la domanda di Marina Lippi, riconosce che Artur Malini è il padre di Egidio Lippi, ordina al Comune di aggiornare l’atto di nascita. Rigetta la richiesta di mantenimento per il minore Egidio Lippi. Accoglie la richiesta congiunta di Artur Malini per l’affidamento esclusivo del minore… Cristina sorrise soddisfatta, aveva raggiunto il suo obiettivo – Egidio avrebbe vissuto con loro. Qualcuno avrebbe potuto giudicare severamente il fatto di aver “tolto” il bambino alla madre, ma era la scelta giusta. Tutti i vicini di Marina dicevano la stessa cosa: il figlio non le interessava, gli urlava contro senza motivo e lo picchiava davanti agli altri. Anche la psicologa infantile consigliava di allontanare il bambino da quella madre. E a favore della decisione si erano pronunciati anche insegnanti e maestre. Ora Egidio avrebbe avuto una stanza tutta sua, giocattoli, un computer… Ma soprattutto, l’amore di due genitori; quello che non aveva mai provato, visto che sia Artur sia Cristina si erano affezionati al meraviglioso ragazzino con tutto il cuore…
Figlio daltri Suo marito è il padre di mio figlio. Con queste parole una donna sconosciuta si avvicinò
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Una donna arrogante strappò il suo vestito pensando di avere a che fare solo con una cameriera, senza sapere che il marito miliardario stava osservando tutto.
Una donna altezzosa strappò il vestito di Lavinia Bianchi credendola solo una cameriera, ignara del fatto
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Igor, il bagagliaio! Si è aperto il bagagliaio, ferma la macchina! – gridava Marina, ma capiva già che ormai era tutto perduto: i regali e le prelibatezze comprate con fatica sono cadute sulla strada e le auto dietro non se ne sono nemmeno accorte. Tutto ciò che avevano risparmiato per mesi, la preziosa bresaola, il salmone affumicato, il panettone per la nonna di Igor, tutto per la festa in paese! La delusione, le lacrime dei bambini, e poi… in un piccolo paese dimenticato da tutti, tre anziani trovano per caso quei doni, trasformando una notte qualunque in un vero miracolo di Capodanno all’italiana.
Luca, il bagagliaio! Si è aperto il bagagliaio, ferma la macchina! urla Loredana, ma ormai capisce che
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La Malvagia Vicina
In ogni condominio cè sempre quella signora che urla dal balcone se accendi una sigaretta sotto le finestre
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0261
Non voglio che tuo figlio viva con noi dopo il matrimonio: la storia di come ho scelto mio figlio invece della mia futura moglie egoista e dei suoi crudeli piani per mandarlo via di casa
Zia Caterina, mi aiuti per favore con la matematica? sussurrò timidamente Matteo, fissando con speranza
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«La nuora mi chiese di stare lontana – Poi all’improvviso fu lei a chiedermi aiuto»
Nora, mia nuora, mi ha chiesto di stare un po più alla larga. Io ho rispettato il suo desiderio ma poi
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Quando una sconosciuta irrompe nella vita di Svetlana: il ricatto, la verità nascosta e la sorprendente proposta che cambierà per sempre il destino di una coppia milanese senza figli
Svetlana spense il computer e si preparò ad andare via. Signora Svetlana, cè qui una ragazza che chiede
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054
La Malvagia Vicina
In ogni condominio cè sempre quella signora che urla dal balcone se accendi una sigaretta sotto le finestre
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Io da lui farò un uomo! «Mio nipote non sarà mai mancino!» – sbottò la signora Tamara. Denis si voltò verso la suocera, lo sguardo carico di irritazione. «E cosa ci sarebbe di male? Ilario è nato così, è la sua peculiarità.» «Peculiarità!» – snobbò Tamara, – «Non è una peculiarità, è una mancanza. Da sempre la mano destra è quella giusta. La sinistra porta solo sfortuna.» Denis trattenne a stento una risata: eppure siamo nel XXI secolo, ma la suocera ragiona ancora come in un paesino del Medioevo…
«Farò di lui un uomo» Mio nipote non sarà mancino, esclamò offesa la signora Tamara. Denis si voltò verso
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Verso una nuova vita — Mamma, ma quanto ancora dobbiamo restare in questa palude? Non siamo nemmeno in provincia, siamo nella provincia della provincia! — intonò la figlia, appena tornata dal bar. — Ma Margherita, te l’ho già detto cento volte: qui c’è la nostra casa, le nostre radici. Io da qui non mi muovo. Mamma era sdraiata sul divano, con le gambe indolenzite appoggiate sul cuscino. Chiamava questa posizione “il Lenin-ginnasta”. — Basta con ‘sta storia delle radici, mamma! Ancora dieci anni qui e ti si secca tutta la pianta, e poi spunta un altro coleottero che vorrai farmi chiamare papà. Dopo quelle parole mamma si alzò e si guardò nello specchio dell’armadio. — Guarda che la mia pianta è ancora bella, non dire sciocchezze… — Te lo dico solo per ora, perché tra poco ti toccherà scegliere: rapa, zucca o patata dolce — scegli tu, come cuoca cosa ti ispira di più. — Figlia mia, se proprio ci tieni così tanto, trasloca pure da sola. Sei adulta da due anni e puoi fare tutto nel rispetto della legge. Io a che ti servo? — Per la coscienza, mamma. Se io vado via verso una vita migliore, chi si prende cura di te? — L’assicurazione sanitaria, stipendio fisso, il Wi-Fi e magari si trova anche un altro coleottero, come dicevi tu. Per te è facile andare via, sei giovane, moderna, sai come gira oggi il mondo e ti piacciono ancora i ragazzini. Io ormai sono a metà strada verso il paradiso! — Ecco, vedi! Scherzi come i miei amici, e hai solo quarant’anni… — Ma perché devi dirlo così ad alta voce? Vuoi farmi sentire vecchia? — Se lo traducessi in anni di gatto, avresti solo cinque anni, — rise la figlia. — Perdonata. — Allora mamma, prima che sia troppo tardi, saltiamo su un treno e andiamocene. Qui non c’è nulla che ancora valga la pena. — Un mese fa ho ottenuto che mettessero finalmente il nostro cognome giusto sulla bolletta del gas, e poi siamo associate a questa Asl… — rispose mamma con ultima resistenza. — Con la tessera sanitaria ti ricevono ovunque, la casa la teniamo. Se va male possiamo sempre tornare. Ti faccio vedere io come si vive davvero. — Me l’aveva detto il dottore all’ecografia: “questa non vi darà pace!”. Pensavo scherzasse. E poi l’ho visto vincere il bronzo a “Italia’s Got Talent”. Va bene, partiamo, ma se va male, prometti che mi lasci tornare senza troppe scene. — Parola d’onore! — Anche tuo padre mi aveva dato la stessa parola in Comune… siete uguali! Margherita e la madre non si sono fermate in un’anonima città di provincia, sono andate direttamente a conquistare Roma. Hanno svuotato tutti i risparmi di tre anni, si sono sistemate in un monolocale alla periferia, incastrato tra un mercato e la stazione degli autobus, e hanno pagato quattro mesi di affitto anticipato. I soldi sono finiti prima ancora di iniziare a spenderli. Margherita era serena e piena di energia. Non perse tempo con scatoloni e arredamento, ma si buttò a capofitto nella vita romana — creativa, mondana e notturna. Sembrava nata nella capitale: parlava e si vestiva da insider, conosceva tutti i posti più trendy, faceva amicizia ovunque, come se si fosse materializzata dal nulla direttamente tra snob e polvere di stella. La mamma, invece, tra calmanti mattutini e sonniferi serali, già il primo giorno aveva cominciato a sfogliare annunci di lavoro. Roma offriva opportunità e stipendi che sembravano uno scherzo, e ogni offerta nascondeva una fregatura. Senza bisogno di maghi, fece i suoi conti: massimo sei mesi e si torna a casa. Ignorando le critiche della figlia, ripercorse la sua via e si fece assumere come cuoca in una scuola privata, la sera lavava i piatti nel bar sotto casa. — Mamma, stai di nuovo ai fornelli tutto il giorno! Così non capirai mai cosa significa vivere a Roma. Ma studia qualcosa! Fai la designer, la sommelier, o almeno l’estetista. Prendi la metro, bevi un caffè e adattati! — Margherita, non sono pronta a mettermi a studiare. Ma non preoccuparti per me, tanto mi sistemo. Pensa alla tua vita, come volevi. Dopo aver sospirato per la mentalità tradizionale della madre, Margherita si sistemava “a modo suo” nei bar pagata dai ragazzi fuori sede, nei salotti dove si discuteva di successo e di soldi, nei rapporti con la città e le sue energie secondo la runologa su Instagram… senza fretta di trovarsi né un lavoro vero, né una storia seria. Lei e Roma dovevano imparare a conoscersi e, magari, piacersi. Dopo quattro mesi sua madre riuscì a pagare l’affitto con il suo stipendio, lasciò il lavapiatti e prese a cucinare anche per un’altra scuola. Margherita, nel frattempo, mollò diversi corsi, fece un provino radio, apparve in un cortometraggio pagato in pasta col ragù e uscì con due “musicisti di strada”, uno più asino che altro e l’altro un “gatto di vita” allergico alla parola stabilità. Una sera… — Mamma, vuoi uscire stasera? Ordiniamo una pizza e guardiamo un film? Sono a pezzi, non mi va di fare nulla, — sbadigliò Margherita nella posa del “Lenin-ginnasta” mentre la madre si faceva bella davanti allo specchio. — Ordinatela pure, ti accredito i soldi. A me non lasciarne, non avrò fame quando torno. — In che senso “torno”? Da dove torni? — la figlia spalancò gli occhi dal divano. — Mi ha invitata a cena uno… — la mamma esplose in una risata emozionata, come una ragazzina. — Chi sarebbe? — Margherita non sembrava felice come ci si aspetterebbe. — In scuola è venuta una commissione, ho preparato i tuoi amatissimi polpette. Il presidente della commissione mi ha chiesto di presentarlo allo chef. Ho riso, “lo chef a scuola, proprio!”. Comunque, mi ha poi invitata a bere un caffè, come dici sempre tu. E stasera vado a cena da lui, portando qualcosa di fatto in casa. — Ma sei matta? A casa di uno sconosciuto? A cena?! — E allora? — Non ti viene in mente che magari non sia la cena il suo vero interesse? — Figlia mia. Ho quarant’anni e sono single. Lui ne ha quarantacinque, è bello, intelligente, non è sposato. A me andrebbe bene tutto quello che mi offre! — Parli proprio da provinciale. Sembra che tu non abbia scelte! — Non ti riconosco più… sei tu che mi hai portata qui per farmi vivere, non solo sopravvivere. Margherita capì all’improvviso che i ruoli si erano invertiti, e fu troppo per lei. Con la pizza maxi ordinata per consolarsi, passò la serata fra cibo e rimorsi. Verso mezzanotte rientrò la mamma, raggiante senza nemmeno accendere la luce. — Com’è andata? — domandò cupa Margherita. — Un bravo coleottero, per nulla “straniero”, — rispose la mamma andando a farsi la doccia. Col tempo la mamma cominciò a uscire sempre più spesso: teatro, stand up comedy, jazz, circolo di lettura, club del tè, medico di base. Dopo sei mesi si iscrisse a corsi di aggiornamento, prese certificati, iniziò a cucinare piatti gourmet. Intanto Margherita, stanca di vivere alle spalle della madre, provò a lavorare in prestigiose aziende, ma le “grandi opportunità” le voltavano sempre le spalle. Perse anche i nuovi amici che la invitavano, così finì a fare la barista e infine la barlady di notte. La routine la soffocava: occhiaie, stanchezza, solitudine. Al bar tanti approcci dubbi, ma di vero amore nemmeno l’ombra. Alla fine Margherita non ne poté più. — Avevi ragione, mamma, qui non c’è proprio niente per noi. Scusa se ti ho trascinata, dobbiamo tornare a casa! — esclamò entrando dopo un’altra notte difficile al bar. — Di cosa parli? Tornare dove? — le chiese la mamma, proprio mentre stava facendo la valigia. — A casa nostra! Lì dove il cognome è scritto giusto sulle bollette e abbiamo la nostra Asl. Avevi ragione su tutto. — Ormai io sono iscritta qui e non voglio tornare, — la interruppe la madre fissandola negli occhi stanchi per capire. — Ma io no! Voglio tornare a casa! Qui non mi piace: la metro è assurda, il caffè costa come una bistecca, e i clienti del bar sono insopportabili. A casa almeno ho amici, la mia stanza, e qui non mi lega più niente. Anche tu stai preparando le valigie! — Mi trasferisco a casa di Giovanni, — disse mamma, all’improvviso. — In che senso? — Ormai ti sei sistemata, puoi anche pagarti l’affitto, tesoro. È un regalo che ti faccio! Sei indipendente, bella, con un lavoro, vivi a Roma. Le occasioni qui non mancano! — disse la mamma senza alcuna ironia. — Ti sono davvero riconoscente che mi hai portato via da quella palude. Senza di te, sarei marcita lì. Qui invece la vita scorre! Grazie! — la baciò sulle guance, ma Margherita faticava a gioire. — Ma mamma… e io? Chi si prende cura di me? — chiese la figlia in lacrime. — Assicurazione sanitaria, stipendio fisso, il Wi-Fi e magari un altro coleottero lo trovi pure tu… — rispose la mamma, citando se stessa. — Quindi mi abbandoni così? — Non ti abbandono, ma tu stessa mi avevi promesso: niente scenate. — Mi ricordo… Va bene, dammi le chiavi di casa. — Le trovi in borsa. Ho solo una richiesta. — Quale? — Anche la nonna sta pensando di trasferirsi. Ho già parlato con lei al telefono. Passa ad aiutarla, che di traslochi te ne intendi. — La nonna qui? — Le ho venduto la storia della vita migliore, del coleottero e della palude, e in posta qui cercano personale. Sai che la nonna, quarant’anni alle poste, ti spedisce una lettera sulla Luna senza affrancatura, e arriva pure. Che rischi pure lei, finché la pianta non è appassita.
Verso una nuova vita Mamma, ma quanto dobbiamo restare in questo buco sperduto? Non siamo nemmeno in
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Tre destini spezzati: tra ricordi nascosti, amori perduti e scelte che segnano la vita – Una figlia, un album fotografico dimenticato e il segreto di famiglia che cambierà tutto
Tre destini spezzati Vediamo… ma qui cè decisamente qualcosa di strano! Tutto cominciò durante
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Quando mio padre ci abbandonò, la mia matrigna mi strappò dall’abisso infernale di un orfanotrofio.
Quando mio padre ci abbandonò, la mia matrigna mi strappò dallinferno di un orfanotrofio. Da piccola
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Ma che sciocca sei!
10 aprile 2025 Oggi mi è bastata una frase di Eleonora: «Non ne posso più, Massimo, voglio divorziare».
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Il rapimento del secolo – “Voglio che gli uomini corrano dietro a me disperati perché non riescono a prendermi!” – Marina lesse ad alta voce il desiderio scritto su un foglietto, accese un fiammifero e lo bruciò, gettando la cenere nel bicchiere che poi finì tra le risate delle amiche. Le luci dell’albero di Natale sembravano ammiccare e, un attimo dopo, brillarono ancora più forte. La musica si fece più alta, i brindisi tintinnarono, i volti si fusero in un fuoco d’artificio di festa. Dai rami cadeva polvere dorata – oppure, forse, è solo come se lo ricordasse… “Mamma… Ma-mma, svegliati!” Marina socchiuse un occhio con fatica. Davanti a lei una vera squadra di calcio. “Chi siete? Vi conosco, bambini?” I piccoli, ridendo, si presentarono: “Mamma, dai! Matteo – 9 anni, Luca – 7, Sacha – 5, Davide – 3!” Presenti tutti, senza cambi, con quelle faccette furbe e decise. Non erano proprio questi gli uomini che sperava inseguendola nella notte di Capodanno… “E il vostro allenatore?… Cioè, papà, dov’è?” borbottò lei con la voce secca. “Portate un goccio d’acqua alla mamma…” Bastò chiudere un attimo gli occhi che subito: “Ma-mma!” Le porsero due bicchieri d’acqua, una clementina e una tazza con la salamoia dei cetriolini sottaceto. Il maggiore già sapeva perfettamente come rianimare una madre dopo le feste. Crescono bene. “Mamma, alzati, avevi promesso…” insistevano i più piccoli. Marina provò onestamente a ricordare dove si trovasse e cosa avesse promesso. “Cinema?” “Nooo.” “McDonald’s?” “No!” “Il negozio di giocattoli?” “Ma mamma! Dai, smettila di fare finta! Siamo quasi pronti e tu dormi ancora!” “Ma dove volete andare almeno? Ditelo a vostra madre!” S’arrese infine. “Tesoro, svegliati,” si sentì una voce di uomo. Nella stanza entrò un uomo alto, bruno; nei suoi occhi color nocciola danzavano scintille dorate. Che bel tipo! “Siamo pronti, ho già caricato i bagagli in macchina. Passiamo dal supermercato e via!” Marina tentò davvero di ricordare chi fosse quel ragazzo e perché questi bambini la chiamassero mamma. Nella mente, neanche una traccia. “Mamma, non dimenticare i nostri costumi! E il tuo!” gridò qualcuno. “Allora… c’è anche la piscina?” pensò. “Che vita è questa e perché non ricordo nulla?” Marina aprì gli occhi e scrutò la stanza. Ogni oggetto le era estraneo. La sola cosa familiare era un fiore di Natale rosso: una stella di Natale in un vaso bianco decorato di perline, bizzarramente familiare. Chiuse gli occhi e provò a ricostruire la notte precedente. Con le amiche erano uscite per Capodanno, giocando a Secret Santa come ai tempi universitari, ma ora con borse firmate e acconciature moderne. Tutte elegantissime e radiose di quella libertà rara che solo le madri sanno apprezzare. Solo Marina era calma; l’eterna single prendeva la vita come veniva: nessuno da avvisare, nessun resoconto, nessuna attesa. Ultima tra le spose, scherzavano le amiche, brindando al suo spirito libero. Lei aveva regalato un set di cosmetici “al caviale nero e fili d’oro”; si era riso che quella crema sarebbe andata bene persino spalmata su un crostino a colazione con lo spumante. In cambio aveva ricevuto un fiore natalizio – la stessa stella di Natale – e una bottiglia di spumante rara, portata da una amica dalla Francia. Aveva letto il bigliettino dell’augurio e… stop! Da lì più nulla. Il solito blackout post-festa. Al risveglio, il riflesso le suggeriva la stessa giovane donna, truccata come per il veglione. Ma allora, da dove i bambini? Il marito? Non ricordava né gravidanze né il matrimonio con quell’uomo affascinante! Eppure conosceva i nomi dei bambini, ma non quello di lui. Strano davvero… Fuori dalla stanza, vide valigie di marca e tre zainetti sportivi da bambino. Quindi, niente picnic. Viaggio vero, direzione ignota. Proprio in quel momento, il “marito” entrò e cominciò a caricare i bagagli, mentre la guidava dolcemente verso la porta. “Finiamo per fare tardi,” disse calmo. Marina guardò la mano: niente fede. Né sua, né sua. Stranezze su stranezze… Tutti salirono su un comodo minivan; lui si mise alla guida con sicurezza. A lei passò subito un caffè – tiepido, macchiato, proprio come non le piace. Partirono. Più lasciavano la città, più Marina sentiva salire l’ansia. I bambini in coro ridacchiavano e bisbigliavano. Il “marito” ogni tanto le lanciava uno sguardo complice, come se sapesse qualcosa che doveva ancora ricordare. Ormai viaggiavano su una strada fuori città. Dentro, Marina sapeva: quelli non erano i suoi figli, né suo marito. Era stata rapita. O forse l’avevano rapita loro… Ma allora, perché conosceva i nomi dei bambini? Alla fine decise: quello era un estraneo, e doveva trovare una soluzione! Si irrigidì sulla poltrona, impugnando forte il caffè, facendo finta di guardare la strada. Dentro, però, si accendeva l’istinto di sopravvivenza. Dopo mezz’ora, la banda di bambini insorse: “Papà, dobbiamo fare pipì!” “Ho sete!” “Una merenda?” Si fermarono al distributore. Tutti corsero dentro. Ecco il momento! Il cuore di Marina impazziva. Mentre erano distratti, sgattaiolò fuori e corse verso la macchina. Ma le chiavi non c’erano. “Eccoti, ti stavamo cercando,” arrivò la voce calma dalla finestra aperta. “Visto che ci siamo tutti, si riparte,” concluse lui con dolcezza. Un’ora dopo arrivarono all’aeroporto. Marina, tesa, non aveva intenzione di farsi portare via! Iniziò a defilarsi sempre più dal gruppo. Un passo, un altro… poi scattò: “È un rapimento! Aiutatemi!” gridò, correndo da un agente. Il vigilante intervenne in un istante; lei si ritrovò a terra in manette, circondata da uomini armati. “Fermi! È tutto un gioco, un pesce d’aprile! Siamo disarmati, non è un rapimento!” gridava l’uomo. Tutto si confuse, poi vide dietro un tabellone pubblicitario le sue amiche – sconvolte e insieme felici. I “bambini” corsero da un’altra delle donne. Le amiche si facevano avanti, ridendo e spiegando che andava tutto bene. Era uno scherzo. Un grande, follissimo, costoso scherzo orchestrato insieme, degno di un thriller. Le amiche da tempo volevano presentarle “un bravo ragazzo”, quello che la guardava ma non osava avvicinarla vedendo quanto era indipendente Marina. Così invece di insistere, decisero di catapultarla in una “full immersion” familiare, con mattine caotiche, caffè, bambini organizzati e un uomo attento e ironico. “Volevamo solo che sentissi il calore senza pensarci troppo,” ammisero. Marina non riusciva più ad arrabbiarsi. Il metodo era pazzesco, forse, ma il risultato ineccepibile: a volte bastano una mattina, tre bambini e un caffè sbagliato per capire se un uomo ti serve davvero. In fondo alla sala, lui – il “rapitore”, con il sorriso da gatto di Shrek e gli occhi nocciola pieni di scintille. I “bambini” erano in realtà suoi nipoti, entusiasti del gioco. “Dai che rischiate di perdere l’aereo!” incalzavano le amiche, ammiccando. Lui le porse la mano: “Piacere, sono Vlad. Ti va di lasciarti rapire… ancora un po’?” Marina guardò le amiche e le valigie, poi negli occhi di lui. E pensò: cosa mi trattiene davvero? “Andiamo!” rispose lei, sorridendo e capendo che a volte il più piacevole dei rapimenti è un invito all’avventura. E sottovoce aggiunse: “Ma i bambini stavolta restano a casa…” Risero tutti, e in quell’attimo la vita sembrò voltare pagina – verso ciò che Maria non aveva mai osato immaginare: qualcosa di buffo, caldo e incredibilmente dolce. Perché a volte la vita non ci rapisce. Semplicemente ci trasporta, tutto d’un tratto, esattamente dove avremmo dovuto essere da tanto tempo. Il rapimento del secolo — Capodanno, un desiderio folle, una mattina da mamma di quattro figli che non ricorda, un marito sconosciuto e un viaggio verso l’ignoto (tra gag, “piscina”, aeroporto e un finale che è anche un nuovo inizio: la più grande sorpresa orchestrata dalle amiche italiane)
Il Rapimento del Secolo Voglio che gli uomini corrano dietro a me e piangano perché non riescono a raggiungermi!
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039
La strada verso l’umanità: La storia di Massimo, la sua nuova auto tanto desiderata, una serata speciale, e l’incontro inaspettato con due fratellini in pericolo che cambierà il senso di una festa e il valore della gentilezza quotidiana
3 ottobre Stasera ho finalmente realizzato uno dei miei sogni: sono al volante della mia macchina nuova
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Mio figlio non è pronto a diventare padre… «Svergognata! Ingrata! Porca!», strillava la mamma contro la figlia Natalia ogni volta che poteva. La pancia ormai evidente della ragazza non fermava la rabbia materna, anzi, la aggravava. «Fuori di casa! Non tornare mai più! Non voglio vederti!». La madre la cacciò davvero. Era già successo per altri motivi, ma questa volta la colpa era imperdonabile: Natalia era rimasta incinta. Le disse di non tornare più, solo forse quando tutto sarebbe finito. Fra le lacrime, con una piccola valigia, Natalia si rifugiò dalla persona che amava – un ragazzo confuso. Nazar non aveva neanche raccontato ai suoi genitori della gravidanza. La madre di lui chiese subito se non fosse troppo tardi per “fare qualcosa”. Ma la pancia parlava da sé: ormai era tardi. Natalia era in uno stato di shock, pronta a tutto pur di essere aiutata. Un mese prima aveva respinto categoricamente la proposta della madre, ora provava solo disperazione e paura. «Mio figlio non è pronto per essere padre», disse la madre di Nazar con tono deciso. «È giovane, rovineresti la sua vita. Noi ti aiutiamo come possiamo, ma intanto ti ho trovato un posto in un centro di accoglienza per ragazze come te». Al centro, Natalia ricevette una stanzetta, finalmente poté respirare e riposare. Nessuno la tormentava. Le psicologhe la aiutavano a prepararsi moralmente e fisicamente al parto. E quando le misero tra le braccia il fagottino – una piccola bambina – fu presa dal panico. Poi, piano piano, iniziò a guardarla, ad imparare chi fosse davvero quel miracolo che aveva generato. Arrivava il Natale, ma invece della gioia, avvisarono Natalia che presto avrebbe dovuto lasciare il centro. Ormai c’era una lista d’attesa. Con la piccola Eva in braccio, che aveva appena un mese, Natalia sedeva nella sua camera e non sapeva come andare avanti: senza soldi, senza casa, senza sostegno. Il cuore della madre rimaneva freddo: non voleva né vedere la nipotina, né riabbracciare la figlia. «Che triste Vigilia che abbiamo, piccolina…», sussurrò Natalia alla figlia. Lei amava tanto questo periodo, da bambina andava sempre a cantare le canzoni natalizie di porta in porta – le mitiche ‘strine’ – insieme agli altri bambini del quartiere, guadagnando qualche soldino. Ora più che mai desiderava rivivere quell’atmosfera: andare in giro per le case, cantare, sentire di nuovo il calore umano. «Perché no?», pensò. «La bambina è tranquilla, la avvolgo bene, la porto con me e vado a cantare. E chi non apre? Pazienza…». La mattina dopo la Vigilia, Natalia scelse un quartiere residenziale tranquillo. Non era facile farsi aprire la porta: la tradizione vuole che a bussare siano dei bambini, specialmente maschi. Però a volte le veniva permesso di entrare, e allora cantava con tanta passione e sincerità che veniva ricompensata non solo con monete, ma anche con dolci e qualche carezza per la bimba. I cuori più sensibili capivano che non era per scelta se una madre si mette a girovagare a cantare con una neonata. Girava casa per casa: «Ancora una villa, poi basta – là ci vivono i ricchi, magari mi danno qualcosa in più», pensava soddisfatta Natalia, con il portafoglio già un po’ più pesante. «Possiamo cantare una strina?» chiese quando un signore la fece entrare. Ma qualcosa nel suo sguardo colpì Natalia. L’uomo la fissò, poi guardò la bambina. Sbiancò, vacillò e si sedette sul divano. «Nadia?» chiese piano. «No, mi chiamo Natalia… forse mi confonde con qualcun’altra». «Natalia… sei identica a mia moglie… e anche questo è una bambina?» «Sì». «Anche io avevo una figlia così… Ma morirono entrambe in un incidente. Poco fa le ho sognate… e ora vi trovo qui». «Io… non so che dire…» «Entra pure, raccontami la tua storia…» All’inizio Natalia fu spaventata da questo sconosciuto così emozionato, poi pensò che non aveva comunque dove andare. Entrò in una bella stanza della casa di quest’uomo solo. Sulla parete c’era una foto di una donna con una bambina: la moglie scomparsa le assomigliava davvero tanto… Natalia si mise a raccontare la sua storia, nei minimi dettagli, senza riuscire a fermarsi. Per la prima volta qualcuno voleva davvero ascoltarla. L’uomo rimase in silenzio, ascoltava ogni parola, e ogni tanto guardava la piccola che dormiva beata, sorridendo nel sonno. Forse anche la bambina sentiva, finalmente, di essere arrivata in una casa che presto sarebbe diventata la loro…
Svergognata! Ingrata maiale! urlava la madre contro la figlia, Martina, senza un briciolo di compassione.
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Quando mia figlia mi ha spinta contro il muro della mia cucina e ha detto: “Andrai in una casa di cura.
Caro diario, questa sera mi trovo a ripensare a quel pomeriggio in cui mia figlia, Fiorenza, mi ha spinto
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Valeria stava lavando i piatti in cucina quando entrò Ivan, che prima aveva spento la luce: «C’è ancora abbastanza luce, non sprechiamo elettricità», borbottò cupo. «Volevo mettere su una lavatrice», disse Valeria. «La farai stanotte, quando costa meno», rispose secco Ivan. «E non usare così tanta acqua, Valeria, sprechi troppo. Così butti via i nostri soldi…» Ivan abbassò il getto. Valeria, triste, smise di lavare, si asciugò le mani e si sedette al tavolo. «Ivan, ti sei mai visto da fuori?» «Ogni giorno, altro che», replicò Ivan arrabbiato. «E che pensi di te?» «Come marito? Come padre? Sono normale, come tutti.» «Tutti gli uomini sono come te?» «Vuoi litigare?» Valeria capì che ormai non si poteva più tornare indietro: «Sai perché non mi hai mai lasciata?» «E perché mai dovrei?» «Perché non mi ami. Né i nostri figli. E non dire che non è vero: non ami nessuno. Sai invece perché sei ancora qui? Perché sei troppo tirchio per lasciarmi e affrontare una perdita economica. Che abbiamo combinato in quindici anni insieme, oltre ad avere figli e diventare marito e moglie? Mai una vacanza, nemmeno al mare nel nostro Paese, mai fuori città, nemmeno a funghi. Perché? Perché tutto costa troppo…» «Stiamo risparmiando per il nostro futuro!» «Nostro? Forse il tuo. Dammi dei soldi allora, per comprare abiti nuovi a me e ai bambini. Sono quindici anni che porto i soliti vestiti, quelli che mi ha passato tua cognata, e i bambini quelli dei cugini. Anche per l’appartamento, sono stanca di vivere nella casa di tua madre. Può bastare?» Ivan ribadisce che risparmia per loro, ma Valeria incalza: «Ma almeno dammi una data: quando potremo vivere davvero? Quando potrò comprare una buona carta igienica o accendere la luce senza sensi di colpa? Quarant’anni, cinquanta, sessanta?» Ivan tace. Alla fine, Valeria prende la sua decisione: «Me ne vado, Ivan. Voglio vivere adesso. Affitto una casa, lavoro, e non ascolterò più le tue prediche sul risparmio. Comprerò tutto quello che voglio, anche la carta igienica migliore, comprerò abiti, e porterò i bambini a casa tua nei weekend. Andrò a teatro, al ristorante, in vacanza al mare. E divideremo i soldi sul conto che hai accumulato: metà a testa. E li spenderò tutti. Voglio arrivare a fine vita senza un soldo, sapendo di aver speso tutto per vivere davvero.» Due mesi dopo, Ivan e Valeria divorziarono.
Valeria stava lavando i piatti in cucina, quando nella stanza entrò Ivano. Prima di entrare, aveva spento la luce.
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L’Anima non Soffre più e non Piange più
Lanima non piange più, non fa più male Dopo la tragica scomparsa di Zaccaria, Regina decise di lasciare
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061
La lezione della moglie: quando il marito decide il divorzio e la famiglia (e anche la suocera) gli dà ragione
Diario di Lucia Un Giorno Che Ha Cambiato Tutto Non ne posso più! ho urlato, sbattendo il cucchiaio sul
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Una Casa Senza Benvenuto: Quando la Madre Trasforma la Casa in un Campo di Battaglia
**Una casa senza benvenuto: Quando una madre trasforma la casa in un campo di battaglia** Lappartamento