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0297
Avevamo grandi speranze che mia mamma andasse in pensione, si trasferisse in campagna e ci lasciasse a me e a mio marito il suo trilocale!
Avevamo grandi speranze che mia madre andasse in pensione, si trasferisse in campagna e lasciasse a me
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050
Amore Senza Frontiere
Ignazio? Teresa Bianchi guarda il vicino con sorpresa sei a casa? Credevo fossi a Roma. Loredana mi aveva
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0103
L’attesissima nipotina Natalia Michela non smetteva di telefonare al figlio, partito per l’ennesima volta per mare. Ma il segnale, come al solito, mancava. – Guarda che guaio hai combinato, figliolo! – sospirò lei preoccupata, componendo ancora il numero noto. Ma chiamare o meno non faceva differenza, la linea sarebbe tornata solo quando lui sarebbe arrivato nel porto più vicino. E chissà quando sarebbe successo. E adesso, con tutto quello che c’era in ballo! Natalia Michela non riusciva a dormire ormai da due notti – tutto per colpa delle ultime scelte del figlio! * * * Tutto era iniziato anni prima, quando Michele neanche immaginava che la sua carriera sarebbe stata sulle navi. Allora era già uomo fatto, ma con le donne proprio non andava: nessuna sembrava essere quella giusta! Natalia, con dolore nel cuore, assisteva al naufragio delle sue storie con ragazze per bene, secondo lei. – Hai un carattere impossibile! – gli diceva. – Niente ti sta mai bene! Ma chi la trova una donna che riesca a starti dietro? – Non capisco i tuoi rimproveri, mamma. Vuoi una nuora a tutti i costi, e non t’importa che tipo sia? – Non è vero! Mi basta che ti ami, che sia per bene! Michele taceva ostinatamente, e questo faceva infuriare Natalia. Come mai suo figlio, che aveva cresciuto e coccolato da bambino, ora si comportava come se conoscesse la vita meglio di lei? Chi dei due è il più esperto, in fondo? – E cosa aveva che non andava Anastasia?! – sbottava lei. – L’ho già detto. – Va bene… Anastasia forse era stata una scelta sbagliata, ma non mi arrendo. Dici che era falsa… ancora non capisco… – Mamma! Meglio non discuterne. Non era la donna giusta per me. – E Caterina? – Nemmeno. – E Giovanna? Carina, tranquilla, di casa… e sapeva aiutare! Non era perfetta? – Sì, era dolcissima. Ma poi ho scoperto che non mi aveva mai amato. – E tu amavi lei? – Forse nemmeno io. – E Marina? – Mamma! – Eh, ma così sei impossibile! Potresti mettere la testa a posto, sposarti, far figli! – Basta con questa discussione inutile! – a quel punto Michele se ne andava, spazientito. “Testardo come suo padre,” pensava Natalia con stizza. Gli anni passavano, le ragazze cambiavano, ma il sogno di vedere il figlio sistemato e poter coccolare un nipotino sembrava sempre più lontano. Poi Michele cambiò vita, accettando di lavorare sulle navi con un amico. Inutilmente Natalia cercò di dissuaderlo. – Ma dai, mamma! È una grande occasione. Si guadagna bene! Va tutto meglio per noi! – Che me ne faccio dei soldi, se poi non ti vedo mai? Pensa a farti una famiglia! – Anche la famiglia va mantenuta! Quando avrò figli, smetterò col mare. Adesso approfitto finché sono giovane! Dopo ogni viaggio, Michele metteva soldi da parte, regalò a Natalia una carta prepagata. “Così non ti manca niente!” – Ma io ho bisogno solo di un nipotino! – sospirava lei. Natalia non toccava mai quei soldi. Le bastava il suo stipendio da farmacista. “Li lascio lì, così magari un giorno Michele scopre che ha una madre parsimoniosa!” pensava. E così passavano gli anni: i rientri di Michele erano brevi e pieni di amici, birre, ragazze di una sera che ormai non presentava più a casa. Quando Natalia osò farglielo notare, ricevette una risposta brusca: – Meglio così, così non ti dispiace sapere che non ho intenzione di sposarle! La deludeva, ma quello che le fece più male fu quando la chiamò troppo ingenua: – Tu pensi sempre bene di tutti, mamma! Nessuna delle mie “fidanzate” era come sembrava. Quella frase la ferì: “Ingenua=stupida. Mio figlio pensa che io sia stupida!” Poi, una sera, vide Michele con una ragazza: si chiamava Milena, alta, magra, ricciolina, educata. Natalia se ne innamorò subito. Forse finalmente era quella giusta! Milena venne più volte a casa durante la licenza, e Natalia non stava nella pelle dalla gioia. Ma, partito Michele per un nuovo viaggio, Milena sparì. – Non la vedo più, mamma. Non chiedere altro! Natalia non riuscì mai a sapere di più. * * * Passò un anno, le visite di Michele si succedettero, ma di Milena non si parlava più. – Ma che aveva di male anche questa? – sbottò Natalia. – Mamma, riguarda solo me! Se ho chiuso, il motivo c’era. Non immischiarti! Le lacrime le salirono agli occhi. Michele ripartì per il mare, e Natalia, ferita, tornò alla routine. Un giorno, però, in farmacia entrò Milena, con una bimba nel passeggino. Natalia la riconobbe all’istante. – Milena cara! Che piacere vederti! Michele non mi ha detto più nulla, è partito senza dirmi niente! – esclamò Natalia. – Così è la vita – rispose lei piano – Noi stiamo bene così. Natalia la invitò a passare. Piano piano scoprì la verità: Milena era rimasta incinta, Michele le aveva detto di non volere la responsabilità e lei era rimasta sola. Pensava di tornare dai suoi genitori, perché a Milano era troppo difficile mantenersi con una bambina piccola. Natalia, spaventata all’idea di perdere la nipotina, insistette: – Venite a stare da me, Milena, con la piccola Anna! Ti aiuto io a trovare un lavoro stabile, qui avrai tutto! – Ma Michele che dirà? – Chi se ne importa! Ha fatto lui il guaio, ora ci penso io a rimediare! E così Milena e Anna si trasferirono da Natalia. Lei rinunciò a molti turni per stare con la nipotina, e Milena trovò un impiego, tornando tardi la sera, stanca ma felice. Intanto si avvicinava il ritorno di Michele, e Milena era sempre più in ansia. – Sicuro che ci caccerà via! – Non lo permetterò – assicurò Natalia. – Appena torna gliene dico quattro! Natalia voleva addirittura intestare la casa ad Anna, per fare tutto in regola, ma senza il consenso di Michele non si poteva procedere. Milena, però, man mano che si avvicinava il ritorno di Michele, diventava più inquieta, finché un giorno Natalia capì che la ragazza stava per andarsene. Arrivò finalmente il giorno del ritorno di Michele. Natalia sognava la scena: avrebbe sgridato il figlio e imposto le sue condizioni davanti ad Anna e Milena. Ma quando andò a svegliare le ragazze, trovò Anna sola: Milena era sparita. Suonò il campanello: Michele era tornato. – Mamma, chi è questa bambina? – chiese stranito. – Dovresti saperlo meglio di me! – Non capisco. Cos’è successo mentre non c’ero? – Ho trovato mia nipote, Anna! Ecco cos’è successo! – Quale nipote? Ho fratelli o sorelle che ignoro? – Non fare lo gnorri! Milena mi ha raccontato tutto! Michele rimase sconvolto. – Non è mia figlia, mamma! Milena ti ha solo preso in giro. Le interessavano i soldi. Controlla subito le tue cose: vedrai che si è presa quello che poteva! Il conto era stato svuotato. Milena era sparita nel nulla, lasciando solo la bambina. Natalia, in lacrime, fece denuncia. Passarono mesi, senza notizie di Milena. La piccola Anna fu affidata a Natalia, che ormai non riusciva più a farne a meno. Il test del DNA confermò che Michele non era il padre, ma madre e figlio decisero di adottarla comunque. Natalia riprese il lavoro per poter mantenere la piccola. Un anno dopo, Michele tornò dal mare… con una moglie, Sonia: – Mamma, questa è Sonia. Vivremo qui con te e Anna. – E Anna? – chiese sconcertata Natalia. – So tutto, signora Natalia – sorrise Sonia. – Ammiro quello che ha fatto, e se mi vorrà come aiuto per crescere Anna, sarei felicissima! – Io chiudo con le navi – aggiunse Michele – e insieme adotteremo Anna ufficialmente! Natalia si illuminò di gioia: – Ma che felicità! Entrate tutti, ho preparato di tutto! Adesso si ricomincia davvero, insieme!
La tanto attesa nipotina Maria Grazia non smetteva di chiamare suo figlio Luca, che era in viaggio per
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0215
«Non riesci proprio a entrare in sintonia con lui» – Non lo farò! E non darmi ordini! Tu per me non sei nessuno! Daniele scagliò il piatto nel lavello, facendo schizzare l’acqua dappertutto. Anna rimase senza fiato per un attimo. Il quindicenne la fissava con una rabbia tale, come se lei avesse distrutto la sua vita. – Ti ho solo chiesto una mano con i piatti, – Anna cercò di mantenere la calma. – È una richiesta normale. – Mia madre non mi ha mai obbligato a lavare i piatti! Io non sono una femminuccia! E poi tu chi sei per darmi ordini? Daniele si girò sui tacchi e uscì dalla cucina. Un secondo dopo, musica assordante arrivò dalla sua stanza. Anna si appoggiò al frigorifero e chiuse gli occhi. Un anno fa tutto sembrava diverso… Massimo era entrato per caso nella sua vita. Faceva l’ingegnere nel reparto accanto della più grande impresa edile della città. Si incrociavano spesso alle riunioni. Prima un caffè alla pausa pranzo, poi cene dopolavoro, lunghe chiacchierate al telefono fino a mezzanotte. – Ho un figlio, – aveva confessato Massimo al terzo appuntamento, giocherellando nervosamente con il tovagliolo. – Daniele ha quindici anni. Sono divorziato da sua madre da due anni, e per lui… non è facile. – Capisco, – Anna gli aveva preso la mano. – I ragazzi soffrono sempre quando i genitori si separano. È normale. – Sei davvero pronta ad accoglierci entrambi nella tua vita? In quel momento Anna ci credeva davvero. Aveva trentadue anni, un matrimonio fallito alle spalle senza figli, e il desiderio di una vera famiglia. Massimo le sembrava l’uomo giusto, quello con cui costruire qualcosa di solido. Dopo sei mesi, lui le chiese di sposarlo – impacciato, timido, infilando l’anello in una scatolina con i pasticcini preferiti da Anna. Lei rise e disse «sì» senza esitare. Fu una cerimonia semplice: genitori da entrambe le parti, qualche amico stretto, un ristorante senza pretese. Daniele passò tutta la serata incollato al telefono, senza guardare mai i novelli sposi. – Vedrai che si abituerà, – le sussurrò Massimo, notando lo smarrimento di Anna. – Gli serve tempo. Anna si trasferì nel grande trilocale di Massimo il giorno dopo il matrimonio. L’appartamento era bello – luminoso, con una cucina spaziosa e un balcone affacciato sul cortile. Ma da subito Anna si sentì un’ospite in casa d’altri… Daniele la ignorava del tutto, come fosse un mobile: quando entrava, lui si metteva le cuffie. Se gli chiedeva qualcosa, rispondeva a monosillabi, senza guardarla in faccia. Per le prime due settimane Anna si sforzò di pensare che fosse normale. Gli serviva tempo. Era difficile accettare la nuova moglie del padre. Prima o poi tutto si sarebbe aggiustato. Non si aggiustò. – Daniele, per favore, non mangiare in camera. Poi ci troviamo gli scarafaggi. – Mio padre me lo permetteva. – Daniele, hai finito i compiti? – Fatti i fatti tuoi. – Daniele, puoi mettere a posto dopo cena? – Fallo tu, tanto non hai niente da fare. Anna tentò anche di parlarne con Massimo, scegliendo le parole, per evitare di sembrare la matrigna cattiva delle fiabe. – Credo sia necessario stabilire delle regole, – disse una sera, quando Daniele era già in camera. – Non si mangia in stanza, si mette a posto, si fanno i compiti entro un certo orario… – Anna, è già abbastanza difficile per lui. – Massimo si sfregò la fronte. – Il divorzio, una persona nuova in casa… Non carichiamolo troppo. – Non sto caricando. Vorrei solo un po’ di ordine in casa. – È ancora un ragazzo. – Ha quindici anni, Massimo. A quell’età si può almeno imparare a lavare la propria tazza. Ma Massimo sospirava soltanto, accendeva la tv e chiudeva ogni discussione. La situazione peggiorava di giorno in giorno. Una volta Anna chiese a Daniele di buttare la spazzatura e lui la guardò con disprezzo. – Tu non sei mia madre. E non lo sarai mai. Non hai il diritto di comandarmi. – Non comando nessuno. Chiedo solo una mano in casa, dove viviamo tutti. – Questa non è casa tua. Questa è la casa di mio padre. E mia. Anna tornò di nuovo da Massimo per parlare. Lui ascoltava, annuiva, prometteva che ne avrebbe parlato col figlio. Ma non cambiava nulla – o forse nemmeno parlava, Anna non sapeva più cosa pensare. Daniele iniziò a rientrare a casa a notte fonda, senza avvisare. Anna non dormiva, ascoltando ogni minimo rumore sul pianerottolo. Massimo dormiva profondamente, senza preoccuparsi. – Chiedigli almeno di scrivere un messaggio, di dire dove va, – supplicò Anna la mattina dopo. – Potrebbe succedere qualsiasi cosa. – Ormai è grande, Anna. Non si può controllare. – Ha quindici anni! – Anch’io a quell’età stavo in giro fino a tardi. – Ma almeno mettilo in chiaro, spiega che ci preoccupiamo. Massimo si strinse nelle spalle e uscì per andare al lavoro… Ogni tentativo di fissare qualche regola si trasformava in uno scontro. Daniele urlava, sbatteva le porte, accusava Anna di distruggere la loro famiglia. E ogni volta Massimo si schierava dalla parte del figlio. – È dura per lui dopo il divorzio, – ripeteva come un mantra. – Devi capire. – E per me non è dura? – sbottò Anna. – Vivo in una casa dove vengo apertamente disprezzata e mio marito finge che vada tutto bene! – Esageri. – Esagero?! Tuo figlio mi ha detto che qua sono nessuno, parola per parola! – È un adolescente. Sono tutti così. Anna chiamò sua madre, che ha sempre saputo trovare le parole giuste. – Tesoro, – la voce della madre era preoccupata. – Sei infelice. Lo percepisco da come parli. – Mamma, non so più che fare. Massimo nega che ci sia un problema. – Per lui non c’è. A lui va bene così. L’unica che soffre sei tu. La madre rimase in silenzio, poi aggiunse piano: – Meriti di meglio, Anna. Pensaci. Daniele, sentendosi libero di fare tutto, superò ogni limite. Musica a tutto volume fino alle tre di notte. Piatti sporchi trovati nei posti più assurdi – sul tavolino, sul davanzale in camera, perfino in bagno. Calzini per corridoio, libri di scuola in cucina. Anna puliva, incapace di vivere nel disordine. Puliva e piangeva. A un certo punto Daniele smise di salutarla. Per lui Anna esisteva solo come bersaglio di battutine o offese. – Non riesci proprio a trovare il modo giusto con lui, – le disse un giorno Massimo. – Magari il problema sei tu. – Il modo giusto? – Anna rise amaramente. – È da mesi che le provo tutte. Ma lui, davanti a te, mi chiama “quella là”. – Drammatizzi. L’ultimissimo tentativo di fare pace costò ad Anna un’intera giornata: trovò su internet la ricetta del piatto preferito di Daniele – pollo al miele con patate rustiche. Spese una fortuna negli ingredienti, rimase ai fornelli quattro ore. – Daniele, è pronto! – lo chiamò, apparecchiando con cura. Il ragazzo uscì, guardò il piatto e fece una smorfia. – Non lo mangio. – Perché? – Perché lo hai cucinato tu. Si voltò e se ne andò. Dopo un minuto, la porta sbatté: si era già unito agli amici. Massimo, appena tornato dal lavoro, vide la cena fredda e la moglie abbattuta. – Che succede? Anna raccontò. Massimo sospirò. – Dai, Anna… Non te la prendere con un ragazzo. Non lo fa con cattiveria. – Non con cattiveria?! – Anna ormai non riusciva più a trattenersi. – Mi umilia apposta! Tutti i giorni! – Esageri. Una settimana dopo Daniele portò a casa cinque compagni. In cucina trovarono resti di cibo ovunque. – Ora basta, fuori tutti! – Anna si affacciò nel salotto, dove la compagnia bivaccava sul divano. – Sono già le undici di sera! Daniele non si degnò di voltarsi. – Questa è casa mia. Faccio quello che voglio. – È casa nostra. Qui ci sono delle regole. – Quali regole? – uno degli amici di Daniele rise. – Danie’, ma chi è questa? – Niente, lascia perdere. Nessuno. Anna rientrò in camera e chiamò Massimo. Arrivò un’ora dopo, a festa già finita. Guardò il caos, guardò la moglie esausta. – Ma smettila di fare scenate! Sono solo ragazzi… – Solo ragazzi?! – Stai ingigantendo tutto. E poi… – Massimo si rabbuiò, – mi sembra che tu voglia mettermi contro mio figlio. Anna guardò il marito senza riconoscerlo. – Massimo, dobbiamo parlare seriamente, – gli disse il giorno dopo. – Di noi. Del futuro. Lui si irrigidì, ma si sedette davanti a lei. – Non ce la faccio più, – Anna pesò ogni parola. – Sono mesi che subisco mancanza di rispetto. Da Daniele – solo arroganza. Da te – indifferenza. – Anna, io… – Fammi finire. Ho provato a essere parte di questa famiglia. Ma non esiste una famiglia. Esisti tu, tuo figlio e io – la sconosciuta utile per cucinare e pulire. – Sei ingiusta. – Ingiusta? Quand’è che tuo figlio mi ha detto una parola gentile? Quand’è che tu hai difeso me? Massimo tacque. – Ti amo, – disse infine sottovoce. – Ma Daniele è mio figlio. Lui viene prima di tutto. – Prima di me? – Prima di tutto il resto. Anna annuì. Dentro, solo vuoto e gelo. – Grazie per la sincerità. Il vaso traboccò dopo due giorni. Anna trovò la sua blusa preferita – regalatale dalla madre per il compleanno – tagliuzzata in mille pezzi. Era sul cuscino, e non aveva dubbi su chi fosse stato. – Daniele! – Anna lo affrontò con i brandelli in mano. – Cos’è questa roba?! Lui alzò le spalle, senza scollarsi dal telefono. – Non ne so niente. – Era mia! – Embé? – Massimo! – Anna chiamò il marito. – Vieni subito! Arrivò, guardò la camicetta, il figlio, la moglie. – Daniele, sei stato tu? – No. – Vedi? – Massimo fece spallucce. – Dice che non l’ha fatto lui. – E chi allora?! Il gatto?! Non abbiamo un gatto! – Magari è stato un incidente… – Massimo! Anna lo fissò e capì che era inutile. Non sarebbe mai cambiato. Non avrebbe mai difeso lei. Esisteva solo il figlio. E lei… solo una funzione comoda in quella casa. – Per Daniele è difficile senza la madre, – ripeté Massimo per la centesima volta. – Devi capire. – Capisco benissimo, – Anna rispose calma. – Ora capisco tutto. La sera stessa prese la valigia. – Cosa fai? – Massimo la bloccò sulla porta. – Preparo la valigia. Me ne vado. – Anna, fermati! Parliamone! – È da mesi che parliamo. Niente cambia, – Anna piegava i vestiti con calma straordinaria. – Ho diritto anch’io alla felicità, Massimo. – Cambierò! Parlerò con Daniele! – Ormai è tardi. Lo guardò – uomo adulto e affascinante, che però non era mai stato davvero marito. Solo padre. E, come padre, stava rovinando il figlio con il suo amore cieco. – Settimana prossima chiederò il divorzio, – disse Anna chiudendo la valigia. – Anna! – Addio, Massimo. Uscì di casa senza voltarsi. Sul pianerottolo Daniele la fissò – per la prima volta i suoi occhi mostrarono qualcosa che non fosse disprezzo. Sgomento? Paura? Anna ormai non ci pensava più. L’appartamento in affitto era piccolo ma accogliente – un bilocale in una zona tranquilla, finestre sul cortile. Anna sistemò le sue cose, preparò una tazza di tè e si sedette sul davanzale. Dopo sei mesi, finalmente aveva pace. …Il divorzio fu ufficiale dopo due mesi. Massimo provò a chiamarla più volte, chiedendo un’altra possibilità. Anna rispondeva gentile, ma decisa: no. Non si era spezzata. Né inaridita. Aveva solo capito che la felicità non è sopportazione o sacrificio infinito. Felicità è rispetto, è sentirsi importante. E prima o poi Anna sapeva che l’avrebbe trovata. Ma non con quell’uomo.
Non riesci proprio a trovargli la chiave giusta Io non lo faccio! E poi basta comandare! Tu non sei nessuno per me!
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017
Credo che l’amore sia finito: quindici anni insieme, una vita costruita a due, e il coraggio di ricominciare quando lui confessa di non amarmi più
Mi sembra che lamore sia finito Sei la ragazza più bella di tutta questa facoltà, le dissi allora, porgendole
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077
Dammi, ti prego, una ragione — Buona giornata, — Denis si chinò e le sfiorò la guancia con un bacio. Anastasia annuì distrattamente. La pelle rimase fredda e asciutta: nessun calore, nessun fastidio. Solo pelle, solo un gesto. La porta si chiuse, e il silenzio riempì l’appartamento. Rimase nell’ingresso qualche secondo, ascoltando dentro di sé. Quando era successo? Quando qualcosa dentro di lei si era spezzato e spento? Anastasia ricordava bene di aver pianto nella vasca da bagno, due anni prima, perché Denis si era dimenticato il loro anniversario. Di essersi arrabbiata l’anno dopo, quando ancora una volta lui non aveva preso Vasilla all’asilo. Di aver provato fino a qualche mese fa a parlarne, spiegare, chiedere. Ora, il vuoto. Un campo bruciato, liscio, senza più nulla. Anastasia andò in cucina, si versò un caffè e si sedette al tavolo. Ventinove anni. Sette passati da sposata. E adesso, eccola lì, sola in casa davanti a una tazza che si raffredda, a pensare a quanto aveva smesso di amare il marito così silenziosamente e senza accorgersene. Denis continuava con la solita routine. Diceva che sarebbe andato a prendere la figlia – e non lo faceva. Garantiva che avrebbe aggiustato il rubinetto del bagno – ma perdeva ancora dopo tre mesi. Prometteva una gita allo zoo ma poi il sabato c’erano sempre “cose urgenti” con gli amici, e la domenica crollava sul divano. Vasilla aveva smesso di chiedere quando il papà avrebbe giocato con lei. A cinque anni aveva capito: la mamma – quella sì, affidabile. Papà? Una presenza che compare la sera, davanti alla tv. Anastasia non urlava più. Non piangeva nel cuscino. Non faceva più progetti per salvare la situazione. Aveva semplicemente cancellato Denis dall’equazione della sua vita. C’era da portare la macchina dal meccanico? Lo faceva lei. Un lucchetto rotto? Chiamava lei un tecnico. Vasilla aveva bisogno di un costume per la recita? Anastasia lo cuciva la notte, mentre il marito russava nella stanza accanto. La loro era diventata una strana famiglia: due adulti che vivono vite parallele sotto lo stesso tetto. Una notte Denis si avvicinò a letto. Anastasia si scostò, scusandosi prima con un mal di testa, poi con la stanchezza, poi con malesseri inesistenti. Mattone dopo mattone, sollevava un muro sempre più alto tra loro. “Che si trovi un’altra”, pensava fredda. “Almeno mi darà un motivo. Un vero motivo che possa spiegare a mia madre, ai suoi. Un motivo chiaro, che non richieda spiegazioni”. Perché come si fa a dire che lasci il marito solo perché, semplicemente, non è niente? Non la picchia, non beve, porta lo stipendio a casa. Che non aiuti in casa? Come tanti. Che non sappia occuparsi della bambina? Gli uomini, si sa, non sono portati… Anastasia aveva aperto un conto a parte per mettere da parte un po’ del suo stipendio. Aveva cominciato ad andare in palestra – non per lui, per se stessa. Per una vita nuova che per adesso era solo una macchia all’orizzonte. La sera, quando Vasilla dormiva, Anastasia indossava le cuffie e ascoltava podcast in inglese: frasi per conversare, mail di lavoro. La sua azienda aveva clienti stranieri: conoscere bene la lingua poteva aprire altre porte. Due sere a settimana frequentava corsi d’aggiornamento. Denis si lamentava che doveva occuparsi lui di Vasilla, anche se “occuparsi” significava solo accendere i cartoni e perdersi sul cellulare. I fine settimana Anastasia li passava con la figlia: parchi, giostre, cinema, bar con frappè. Vasilla aveva imparato che quello era il momento per stare con la mamma. Papà? Semplice mobilio sullo sfondo. “Non se ne accorgerà nemmeno”, si diceva Anastasia pensando al divorzio. “Per lei cambierà poco”. La cosa le dava conforto. Ci si aggrappava come a un salvagente. Finché qualcosa cambiò. Anastasia non capì subito. Una sera, Denis si offrì spontaneamente di mettere Vasilla a letto. Poi si propose di prenderla lui all’asilo. Poi, senza nemmeno essere sollecitato, cucinò la cena – semplice, pasta al burro e parmigiano, ma la preparò lui. Anastasia lo guardava sospettosa. Ma che gli è preso? Sensi di colpa? Un momento di follia? Ha fatto qualcosa che non so e si sente in dovere di rimediare? Ma i giorni passavano, e Denis non tornava più al suo vecchio disinteresse. La mattina si alzava presto per portare Vasilla all’asilo. Aggiustò davvero il rubinetto. Iscrisse la bambina a nuoto, e il sabato la portava lui agli allenamenti. — Papà, papà, guarda come so tuffarmi! — Vasilla correva per la casa facendo finta di nuotare. Denis la prendeva al volo, la lanciava verso il soffitto e la bambina rideva felice e squillante. Anastasia osservava da lontano, quasi incredula. — Posso stare io con lei domenica, — disse Denis — Tu hai quell’appuntamento con le tue amiche, no? Anastasia annuì piano. Nessun appuntamento: solo il sogno di starsene da sola in un bar con un libro. Ma… come faceva a sapere delle amiche? Forse ascoltava quando parlava al telefono… I giorni diventavano settimane. Settimane in mesi. Denis non mollava, non tornava a essere quello di prima. — Ho prenotato un tavolo in quel ristorante italiano che ti piace — annunciò una volta – per venerdì. Mia madre viene a stare con Vasilla. Anastasia sollevò lo sguardo dal portatile. — Cosa c’è da festeggiare? — Niente. Voglio solo cenare con te. Lei accettò. Per curiosità, si disse. Solo per vedere che cosa avesse in mente. Il ristorante era accogliente, con luce soffusa e musica dal vivo. Denis ordinò il suo vino preferito – e Anastasia si stupì: si ricordava ancora quale fosse. — Sei cambiato — disse lei, senza preamboli. Denis girò il bicchiere tra le dita. — Sono stato cieco. Di manuale, proprio. — Eh… — Lo so — sorrise appena. — Pensavo di lavorare per la famiglia. Di darvi soldi, una casa, una macchina. In realtà solo… scappavo. Dalle responsabilità, dalla routine. Anastasia tacque, lasciandolo parlare. — Ho notato che anche tu eri cambiata. Che non ti importava più. Questo… mi ha spaventato molto più di qualunque litigio. Mi gridavi, piangevi, chiedevi – tutto normale. Poi hai smesso. Era come non esistessi più. Appoggiò il bicchiere. — Ho rischiato di perdervi. Te e Vasilla. Solo allora ho capito di aver sbagliato tutto. Anastasia lo guardò a lungo. Quell’uomo, lì davanti, diceva quello che aveva sperato di sentirsi dire da anni. Era troppo tardi? O forse no? — Stavo per chiederti il divorzio — mormorò. — Ero solo in attesa che mi dessi un motivo. Denis impallidì. — Oddio, Anastasia… — Stavo risparmiando. Cercando casa. — Non sapevo fosse così grave… — Dovevi saperlo — lo interruppe lei. — Questa è la tua famiglia. Dovevi vedere. Tra loro calò un silenzio pesante. Il cameriere, fiutata l’aria, si tenne a distanza. — Sono pronto a lavorarci su — disse Denis, piano. — A lavorare su di noi. Se mi dai una possibilità. — Una sola. — Una sola va già oltre quello che merito. Rimasero nel ristorante fino a tardi. Parlarono di tutto — di Vasilla, dei soldi, di come dividere le responsabilità, dei loro desideri. Per la prima volta dopo anni, un dialogo vero. La strada era lunga. Anastasia non tornò nelle braccia del marito il mattino dopo. Aspettava, osservava, pronta a cogliere segni di cedimento. Ma Denis non mollava. Si prese la cucina del weekend. Scoprì come funzionavano le chat delle mamme dell’asilo. Imparò a fare le trecce a Vasilla – male, storte, ma da solo. — Mamma, guarda! Papà mi ha fatto un drago! — Vasilla entrò in cucina mostrando un mostro fatto di scatole e carta colorata. Anastasia guardò quella cosa sgangherata e sorrise… …Il tempo volò. Arrivò dicembre e andarono tutti e tre insieme alla casa dei genitori di Anastasia: vecchia, di legno e profumata di dolci, immersa nella neve. Anastasia sedeva con il tè vicino alla finestra, osservando Denis e Vasilla fare il pupazzo di neve. La figlia dava ordini – il naso, gli occhi, la sciarpa! – mentre Denis eseguiva e poi scattava a sollevarla tra le risate. — Mamma, vieni anche tu! – gridava Vasilla. Anastasia indossò la giacca e uscì nel gelo e nel sole basso. Un colpo di neve la colse di lato. — È stato papà! – lo denunciò subito Vasilla. — Traditrice — fece Denis. Anastasia raccolse la neve e la scagliò verso il marito. Mancò il bersaglio. Risero, si rincorsero, rotolarono tutti nella neve, dimenticando il freddo e il tempo. La sera, Vasilla si addormentò sul divano davanti ai cartoni. Denis la portò piano a letto. Anastasia osservava mentre la copriva, le sistemava la federa, le accarezzava i capelli. Si sedette vicino al camino, le mani scaldate dalla tazza. Fuori la neve cadeva ancora, lieve, avvolgendo tutto nel bianco. Denis le si sedette accanto. — A cosa pensi? — A quanto sono contenta… di non aver fatto in tempo. Non le chiese cosa intendesse. Aveva capito. Una relazione si costruisce giorno dopo giorno. Non con gesti eroici, ma con le piccole cose: ascoltare, aiutare, notare, esserci. Anastasia lo sapeva: ci sarebbero ancora giorni difficili, equivoci, discussioni inutili. Ma in quel momento, suo marito e sua figlia erano lì. Vivi, veri, amati. Vasilla si svegliò e corse da loro, si infilò tra i genitori sul divano. Denis le abbracciò entrambe e Anastasia pensò che, sì, certe cose valgono la pena di essere difese…
Buona giornata, Daniele si chinò e le sfiorò la guancia con le labbra. Giulia annuì senza pensarci.
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069
Finché c’è vita, non è mai troppo tardi: Racconto sulla riscoperta della felicità e dei legami familiari italiani
Finché cè vita, non è mai troppo tardi. Allora, mamma, come avevamo detto, domani passo a prenderti e
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033
Quando la porta si aprì, per un attimo pensai di vedere un fantasma del passato.
Quando la porta si aprì, per un attimo credetti di aver incrociato un’ombra del passato.
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066
Credo che l’amore sia finito: quindici anni insieme, una vita costruita a due, e il coraggio di ricominciare quando lui confessa di non amarmi più
Mi sembra che lamore sia finito Sei la ragazza più bella di tutta questa facoltà, le dissi allora, porgendole
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017
Non di questo mondo
15 aprile, giovedì Diario Da piccolo, Ginevra Rossi era una bambina dolce e delicata. Mia madre, la signora
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053
Questa non è casa tua Alena osservò con malinconia la casa in cui era cresciuta fin da bambina. A diciott’anni era ormai completamente delusa dalla vita. Perché il destino era stato così crudele con lei? La nonna era morta, all’università non era riuscita a entrare per colpa di una ragazza seduta al banco accanto durante gli esami. Aveva copiato tutto da lei e, consegnando il compito per prima, aveva sussurrato qualcosa all’orecchio all’esaminatore. Quello si fece serio, si avvicinò ad Alena, le chiese di mostrare le sue risposte e poi le comunicò che era stata esclusa per aver copiato. Non riuscì mai a dimostrare la sua innocenza. Poi scoprì che quella ragazza era la figlia di un notabile locale. Come si fa a competere con certi poteri forti? Ed ecco che, dopo tanti insuccessi, nella sua vita era comparsa la madre con due fratelli e un nuovo marito. Chissà dove erano stati tutti quegli anni? Alena era stata cresciuta dalla nonna, e la mamma l’aveva avuta accanto solo fino ai quattro anni, senza lasciare nemmeno un ricordo gradevole di quel periodo. Finché il padre lavorava, la mamma la lasciava sempre sola per andare a divertirsi. Anche da sposata, continuava a cercare “un uomo all’altezza” e non l’aveva mai nascosto, nemmeno dopo la morte improvvisa del padre di Alena. Rimasta vedova, Tamara si disperò ben poco. Prese le sue cose, lasciò la figlia di quattro anni sulla soglia della casa materna e, venduto l’appartamentino lasciato dal marito, sparì chissà dove. Invano nonna Rachele aveva fatto appello alla sua coscienza. Tamara tornava solo di rado, senza mai interessarsi davvero ad Alena. Una volta, quando Alena aveva dodici anni, arrivò con il figlio minore, Sviatoslav, che allora aveva sette anni, e pretese che la casa fosse intestata a lei. — No, Tamara! Non avrai nulla! — si rifiutò categoricamente la madre. — Tanto quando crepi sarà tutto mio! — ribatté Tamara, guardò irritata la figlia che assisteva alla scena dalla stanza accanto, raccolse Sviatoslav e se ne andò con uno sbattere di porta. — Nonna, perché ogni volta che viene la mamma finisce che vi litigate? — chiese allora Alena. — Tua madre è un’egoista! L’ho educata male! Le avrei dovuto dare più di qualche sculacciata! — rispose corrucciata Rachele. La nonna si ammalò all’improvviso. Non aveva mai lamentato problemi di salute, eppure un giorno, tornando da scuola, Alena la trovò pallida e seduta sul balcone, lei che non stava mai con le mani in mano. — Che succede, nonna? — Non mi sento bene… Chiama subito l’ambulanza, Alenuccia… — chiese con calma la nonna. Poi fu solo ospedale, flebo, e la morte. Gli ultimi giorni Rachele li trascorse in rianimazione e nessuno poteva andare a trovarla. Alena, impazzita dalla paura, chiamò la mamma, inizialmente restia a venire, ma che accettò solo dopo aver saputo della gravità; arrivò però solo per il funerale. Tre giorni dopo le mise davanti al naso il testamento: — Ora questa casa appartiene a me e ai miei figli! Presto arriverà Oleg. Lo so che non andate d’accordo, quindi vai per un po’ da zia Carla, okay? Nella voce della madre non v’era traccia di dolore. Sembrava quasi felice che Rachele fosse morta ed essere lei ora la beneficiaria. Alena, sconvolta dal lutto, non seppe opporsi. D’altronde il testamento era chiaro. Quindi si trasferì davvero da zia Carla, la sorella del padre: una donna frivola, ancora in cerca di un marito benestante, sempre circondata da ospiti rumorosi e mezzi ubriachi. Alena proprio non poteva resistere a quell’ambiente, anche perché alcuni cominciavano a mostrare interesse per lei, cosa di cui aveva il terrore. Parlandone col suo ragazzo, Paolo, la sua reazione fu un vero sollievo: — Non posso tollerare che certi vecchi ti fissino o ti mettano le mani addosso! — sbottò lui, e deciso, aggiunse: — Parlo subito con papà; abbiamo un monolocale ai margini di città. Mi aveva promesso che ci avrei potuto vivere quando avrei iniziato l’università. Ho mantenuto la mia parte, ora tocca a lui. — Ma, e io?, — chiese confusa Alena. — Come “e io”? Noi ci vivremo insieme! — Ma i tuoi genitori saranno d’accordo? — Non hanno scelta! Considera questa una proposta: vuoi diventare mia moglie e vivere insieme a me? Alena quasi scoppiò a piangere dalla gioia: — Sì, certo! Quando la zia seppe del matrimonio, fu contenta, mentre la madre quasi digrignò i denti: — Ti sposi? Eh, guarda che faccia tosta! Non sei nemmeno entrata in università e già trovi un altro modo per sistemarti! Sappi che da me non avrai un euro. E questa casa è mia! Tu non avrai nulla! Alena ne fu profondamente ferita. Paolo riuscì a stento a capire tra i suoi singhiozzi cosa fosse accaduto. La portò dai suoi, dove i futuri suoceri si adoperarono subito per consolarla. Andrea, il padre di Paolo, ascoltò tutta la sua storia: — Povera ragazza! Ma che genere di donna è questa? — esclamò la mamma di Paolo. — A me interessa altro… — rifletté Andrea — Perché tua mamma tiene tanto a questa casa se c’è già un testamento, e ti rinfaccia sempre questa cosa? — Non lo so… — rispose in lacrime Alena — Per questo motivo litigava sempre con la nonna, ogni volta che veniva. Prima voleva che la vendesse e le desse i soldi, poi pretendeva l’intestazione. Ma la nonna non accettava mai. Diceva che se avesse ceduto, saremmo finite entrambe in mezzo alla strada. — Strana storia! Sei andata da un notaio dopo la morte della nonna? — No… Perché? — Per richiedere il riconoscimento degli eredi. — Ma l’erede è mia madre. Io sono solo la nipote. E poi ho visto anch’io il testamento. — La cosa è un po’ più complicata, — disse Andrea. — Dopo il weekend andiamo assieme al notaio. Intanto riposati! Nel frattempo Alena incontrò la madre. Portò dei documenti e tentò di farle firmare qualcosa, ma Paolo si oppose: — Non firmerà niente! — E tu che c’entri? È maggiorenne, decide lei! — ribatté seccata Tamara. — Sono il suo futuro marito e credo che potrebbe nuocerle. Nessuna firma, per ora. Tamara esplose in insulti, ma dovette abbandonare il campo a mani vuote. Questo non fece che rafforzare i sospetti di Andrea. Qualche giorno dopo, come promesso, Andrea accompagnò Alena dal notaio: — Ascolta bene cosa dice e, prima di firmare, controlla tutto! Il notaio fu corretto. Prese la richiesta di Alena e già il giorno dopo arrivò la risposta: era stata aperta la successione a lei. Si scoprì che Rachele aveva un conto su cui aveva risparmiato una somma per pagare gli studi alla nipote. Alena non ne sapeva nulla. — E per la casa? — chiese Andrea. — Per quanto riguarda l’immobile, c’è una donazione di anni fa a favore della ragazza. Nessun altro documento. — Come, una donazione? — sì meravigliò Alena. — Sua nonna l’aveva fatta qui da noi anni fa. Ora che ha compiuto diciotto anni, può gestire il bene lasciatole. — E il testamento? — Era precedente e poi annullato. Probabilmente sua madre non lo sa. La casa è sua e ne ha il pieno diritto d’uso. Andrea aveva visto giusto. — E ora che si fa? — domandò Alena uscendo dallo studio. — Semplice: avvisa tua madre che la casa è tua, lei deve andare via. — Non lo farà mai! Ha già inscatolato tutte le mie cose per buttarle fuori! — Beh, c’è la polizia per queste cose! Alla notizia, Tamara impazzì di rabbia: — Ah, mi vuoi cacciare, ingrata! Pensi che ti creda? Chi ti ha messo in testa tutto questo? Il tuo fidanzatino col padre? Io ho il documento che dice che questa casa è mia, il testamento mi dà ragione! — Appunto! Quindi smammate, o vi spezzo le gambe per insegnarvi a stare lontani! — si inserì Oleg, che guardava la scena con odio. Andrea e Alena non si mossero. — Guardi, signore, per minacce e aggressioni si rischia l’arresto. — dichiarò pacato ma fermo Andrea. — Tu chi diavolo sei per darmi lezioni? Avanti, fuori di qui! Questa casa si vende! E tra poco vengono i compratori! Ma invece dei compratori arrivò la polizia. Chiarita la situazione, intimarono agli abusivi di liberare la casa o sarebbero stati perseguiti penalmente. Tamara, il marito e i figli dovettero arrendersi. Alena tornò finalmente nella sua casa. Paolo non vollle lasciarla sola per paura che il patrigno la molestasse di nuovo e si trasferì con lei. E fece bene: Tamara e Oleg continuarono a tormentarla ancora a lungo. Quando vennero a sapere dell’esistenza del conto corrente, Tamara tentò di rivendicarlo dal notaio. Non poté farci nulla: una parte le spettava, ma non riuscì mai a mettere le mani sulla casa, nonostante ogni tentativo. Solo dopo essersi consultata con tutti i possibili avvocati, Tamara si arrese e se ne andò con la propria famiglia, per non tornare mai più in contatto con Alena. Col tempo, Alena e Paolo si sposarono. L’estate successiva Alena fu ammessa in università sulla facoltà che desiderava, e al terzo anno nacque il loro primo figlio. Fu grata per sempre al marito e alla sua famiglia che l’avevano sostenuta nei momenti più bui, e visse finalmente felice. Autrice: Odette
Questa non è casa tua Marianna vagava tra le stanze del vecchio appartamento milanese in cui aveva passato
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Sei tu quella nei guai, sorellina, questa non è casa tua.
E tu hai dei problemi, sorellina, questo non è il tuo appartamento. La sorella di mia madre non ha mai
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Nonne di riserva: la storia di Elena e Caterina, tra silenzi, telefonate mattutine e il coraggio di riprendersi la propria vita
Nonne disponibili Giuseppina Marini si sveglia di soprassalto, disturbata da una risata. Non si tratta
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Non posso più vivere nella menzogna – la mia amica si è aperta durante una cena.
12 ottobre 2025 Diario Stasera ho cenato al Ristorante Il Paradiso, nel centro di Milano, con la vecchia
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Ha già 35 anni e non ha né figli né moglie: Storia di una madre italiana che si interroga sul futuro del figlio cresciuto da sola e sul ruolo dell’amore materno nell’autonomia dei figli
Ha già compiuto 35 anni e non ha né figli né moglie Una settimana fa mi sono ritrovata con mio figlio
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Nessuno Credeva perché un Senza Fissa Dimora Avrebbe Schiaffeggiato una Mamma Billionaria Fino a Quando Non È Uscita la Verità
Nessuno credeva perché un senzatetto schiaffeggiò una madre miliardaria finché la verità non emerse.
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Cuore di genitori: un racconto sulle sfide, le rinunce e le ansie della mamma e del papà italiani tra figli cresciuti, difficoltà quotidiane, sogni infranti, incidenti improvvisi e, infine, l’abbraccio di una famiglia che si riscopre unita nonostante tutto
Il Cuore di un Genitore Grazie di cuore per il vostro sostegno, per i like, lattenzione, le vostre opinioni
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«Finché vendiamo la casa, vai a vivere in una casa di riposo» — disse la figlia Ludmila si sposò molto tardi. Per anni la sfortuna l’aveva perseguitata e, ormai quarantenne, aveva perso le speranze di incontrare, secondo i suoi canoni, un uomo degno. A quarantacinque anni, Edoardo sembrava un principe: aveva già divorziato più volte e tre figli, a cui, su “suggerimento” del tribunale, aveva ceduto il suo appartamento. Così, dopo qualche mese trascorso tra affitti provvisori, Ludmila fu costretta a portare il marito a casa della madre, Maria Andrejevna, sessantenne. Edoardo già dall’ingresso fece una smorfia: «Qui puzza di vecchio», borbottò con disprezzo. «Bisognerebbe arieggiare.» Maria Andrejevna sentì benissimo il commento, ma finse di non aver ascoltato. «Dove abiteremo?» sospirò Edoardo, manifestamente insoddisfatto della nuova sistemazione. Ludmila iniziò subito a darsi da fare per compiacere il marito e chiamò la madre da parte. «Mamma, io ed Edoardo prenderemo la tua stanza,» sussurrò la figlia, «e per qualche tempo tu potresti sistemarti nella più piccola.» Quello stesso giorno, Maria fu sfacciatamente trasferita nella stanzetta, a malapena abitabile. E dovette portarsi le cose da sola, poiché il genero rifiutò di aiutarla. Da quel momento, la vita per Maria divenne molto difficile. Edoardo era scontento di tutto: cucina, pulizia, colori delle pareti. Ciò che lo infastidiva di più era l’odore. Diceva che la casa puzzava di vecchio e che gli stava causando un’allergia. Edoardo tossiva in modo esagerato ogni volta che Ludmila entrava in casa. «Così non si può più vivere! Bisogna trovare una soluzione!» dichiarò indignato. «Non abbiamo i soldi per un affitto…» balbettò Ludmila. «Allora manda via tua madre,» borbottò l’uomo. «Qui non si respira.» «Dove vuoi che la mandi?» «Non lo so, arrangiati! Tanto quando lei morirà, la casa sarà tua. Acceleriamo solo i tempi,» suggerì Edoardo con freddezza. «Non mi sembra giusto…» «Chi conta di più per te? Io o lei? Ti ho raccolta io a quarant’anni. A chi saresti servita, zitella!» la incalzò Edoardo, toccando il tasto giusto. «Se me ne vado, resterai sola. Difficile che qualcuno voglia prendersi una come te.» Ludmila, abbassando lo sguardo, andò dalla madre nella nuova minuscola stanza. «Mamma, sicuramente qui non ti trovi bene, vero?» iniziò la figlia con cautela. «Hai liberato la mia camera?» chiese preoccupata Maria. «No, abbiamo un’altra proposta. Tanto questa casa la intesterei a me, vero?» domandò Ludmila con speranza. «Certo.» «Allora anticipiamo i tempi! Voglio vendere questa casa e prenderne una nuova, in un bel palazzo.» «Non potremmo solo ristrutturarla?» «No, meglio comprare qualcosa di più grande.» «E io, figlia?» le labbra di Maria tremavano. «Intanto vai in una casa di riposo,» annunciò Ludmila con un sorriso forzato. «È solo temporaneo, poi tornerai con noi.» «Davvero?» domandò la donna con una scintilla di speranza. «Certo. Sistemiamo tutto, facciamo i lavori e poi ti riportiamo a casa,» mentì Ludmila stringendo la mano della madre. Maria non poté fare altro che fidarsi e cedere la casa. Con i documenti firmati, Edoardo si fregò le mani compiaciuto: «Prepara le cose della nonna! La portiamo in casa di riposo.» «Subito?» balbettò Ludmila, sconvolta dal rimorso. «Perché aspettare? Non serve a nulla neanche la sua pensione. Tua madre ha già vissuto abbastanza, ora tocca a noi,» dichiarò Edoardo pragmaticamente. «Ma la casa non è ancora venduta…» «Fai come dico, o resto solo io!» la minacciò. Due giorni dopo, le valigie di Maria Andrejevna e la loro proprietaria furono caricate in macchina verso la casa di riposo. Durante il viaggio, Maria in silenzio si asciugava le lacrime, il cuore carico di presagi. Edoardo non accompagnò neppure le due donne: preferiva “arieggiare la casa”. Maria fu rapidamente accolta in casa di riposo, e Ludmila, dopo un addio veloce e vergognoso, se ne andò. «Tornerai a prendermi davvero, figlia?» domandò Maria con un’ultima speranza. «Certo, mamma,» Ludmila distolse lo sguardo. Sapeva che Edoardo non avrebbe mai permesso il ritorno della madre. Una volta preso possesso dell’abitazione, la coppia la vendette e comprò un nuovo appartamento a nome di Edoardo: Ludmila, secondo lui, non meritava fiducia. Dopo qualche mese Ludmila provò a parlare della madre, ma Edoardo reagì con rabbia. «Se nomini ancora tua madre, ti caccio di casa!» la minacciò. Ludmila, silenziosa, non menzionò più la madre. A volte pensava di andarla a trovare, ma il pensiero delle sue lacrime la frenava. Per cinque anni Maria Andrejevna ogni giorno aspettò che la figlia tornasse. Ma Ludmila non arrivò mai. Maria, non sopportando la solitudine, morì in casa di riposo. Ludmila lo scoprì solo un anno dopo, quando Edoardo la cacciò di casa e lei si ricordò della madre. Il senso di colpa fu così schiacciante che Ludmila entrò in convento per espiare il suo peccato.
Finché vendiamo lappartamento, vai a stare un po in una casa di riposo pronunciò la figlia Donatella
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Trasferire papà in una casa di riposo: il tormento di Elisa tra sensi di colpa, ricordi dolorosi e un destino segnato da una vita famigliare difficile
Ma che ti sei messa in testa, un ospizio? Assolutamente no! Non mi muovo dalla mia casa! urlò il padre
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Anna passava da lei ogni due giorni. Le lasciava cibo e acqua accanto al letto e se ne andava.
Era una volta, molti anni fa, in un piccolo paese tra le colline toscane. Anna andava da lei ogni due
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Perché dovrei compatirvi? Voi non avete avuto pietà per me, rispose Tiziana.
Caro diario, Perché dovrei provare pietà per te? Tu non mi hai mai provato pietà mi diceva sempre la
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5 giugno 2023 Sono sposato da dieci anni. Vivo con mia moglie Teresa in un bilocale a Torino.
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Sempre connessi: la mattina di Nadia iniziava sempre allo stesso modo, con il tè nel vecchio bollitore e le notizie alla radio, mentre il telefono fisso suonava ormai di rado e i figli comunicavano solo via chat. Il giorno del suo settantacinquesimo compleanno, tra figli e nipoti occupati e messaggi nel gruppo di famiglia, Nadia riceve in regalo uno smartphone e inizia la sua avventura fra touchscreen, app, chat di famiglia e ricette condivise, scoprendo che anche tra codici, password e nuovi linguaggi digitali può ancora sentirsi parte della vita dei suoi cari, tessendo un nuovo filo invisibile che la tiene sempre in contatto con chi ama.
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Dopo il divorzio dei miei genitori mi hanno allontanata: la vera storia di una figlia rifiutata dalla famiglia, tra solitudine, errori e riconciliazione finale
Chiesi ancora una volta, ma mia madre fu irremovibile: infilò in fretta le mie cose nello zaino, mi diede
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Sei una vera scoperta, davvero! Ancora? Ascolta, Ginevra, per chi ha avuto la bambina? Per sé o per noi?