C’ERANO DUE NONNE IN UNA PICCOLA CASA…

25 ottobre 2025

Oggi ho acceso la lampada a olio nella piccola stanza annessa alla nostra casa di Pietrasanta e, mentre il fuoco morbido scoppiettava, ho sentito il bisogno di mettere nero su bianco ciò che mi turba il cuore. Siamo due: io, Rosina, e la mia cara amica Maddalena. Entrambe siamo intorno agli ottanta, lei ha ottantun anni, io ottantacinque. Non siamo sorelle di sangue, ma per quindici inverni abbiamo condiviso il focolare, il pane e le parole, perché la solitudine ci ha messo il freddo allanima.

Ci siamo sistemate nella casa di Maddalena perché le pareti sono più spesse, mentre la mia vecchia dimora è stata smantellata per fare legna. Cinque anni di riscaldamento a legna ci hanno tenuto calde, ma il mondo fuori è cambiato: il nostro orto non è più stato arato, la stufa a cherosene ha smesso di scaldare con la stessa facilità, e la pensione, appena un centosettanta euro al mese per due, è lunica voce di sostentamento che sentiamo.

Il nipote di Maddalena, Sergio, è un uomo di trentacinque anni che ogni settimana arriva con la sua moto rossa dal centro di Firenze. Porta una sacca piena di pane casereccio, ciambelle riccamente spolverate di zucchero, qualche bustina di tè e una piccola confezione di zucchero. A volte, con la fiamma della stufa, cuociamo delle patate. Quando lo vediamo, le lacrime scivolano sui nostri volti, ma gli diciamo con voce ferma: Se continui a piangere, non verrai più a trovarci. Lui ci risponde con un sorriso: Va bene, non lo farò più. Poi scarica la merce, riempie la cisterna dacqua, accende la legna e, prima di ripartire, chiede: Che altro vi serve? Torno tra una settimana. Con la moto che ronza, scompare nella campagna.

Le notti destate, quando il caldo non permette il sonno, ci sdraiamo in silenzio sul materasso di paglia. Non dormi, Rosina? mi chiedo. No, ho riposato un po al tramonto, ma il sonno mi è sfuggito. Anchio non riesco a chiudere gli occhi a cosa pensi? A tutto. Io penso alla luce cosa cè lassù? Nessuno lo sa. E nessuno lo saprà mai, risponde Maddalena. Il nostro corpo invecchia, ma la mente resta viva, a volte più nitida di quando eravamo giovani, anche se a volte ci perdiamo in ricordi sbiaditi.

Una notte, Maddalena si alzò improvvisamente, cercando di vestirsi. Dove vai? linterrogo. A casa. Ma la tua casa è qui! No, intendo a casa, a casa, insiste, poi si ferma davanti alla porta, tocca la maniglia, esita, si sveste e si ricade sul letto. Non le dissi nulla, perché capii che la sua mente aveva subito un breve scatto, forse un piccolo sbandamento. Nonostante la paura, non ci lasciammo sopraffare dalla malinconia.

Maddalena, sempre più vivace, mi ricordava: Il mondo non è privo di gente buona. Sergio arriva, porta provviste, noi abbiamo legna, la pensione ci arriva, la nostra casa è calda. Che altro ci serve? Io rispondevo: A te piace cantare, hai un nipote. A me, niente. Se le mie gambe cedessero, finirei in un ospizio. Non ti lascerò, mi diceva, finché camminerò, sarai al mio fianco. Anche in un ospizio ci saranno persone.

Parlavo allora della nostra infanzia, dei figli. Maddalena ha avuto quattro figli, io due. Il marito di Maddalena morì di appendicite durante la raccolta del fieno, quando il ventre gli si fece male e non poté più andare in città. Lo trasportammo su un carro di legno, ma fu tutto vano. I quattro figli di Maddalena morirono uno dopo laltro, una tragedia che mi ha spezzato il cuore più di una volta; ma la sua forza sembrava dacciaio, e ora ha ottantun anni. Io ho perso il marito e un figlio; laltro è tornato invalido, ma è riuscito a sposarsi e a morire a trentasette anni. Il nipote Sergio è rimasto accanto a me, e la sua figlia ha avuto due bambini, così la nostra linea non si è interrotta.

Sai, cara, di cosa abbiamo davvero bisogno? gli chiesi. Solo un pezzo di pane e una tazza di tè. Io risposi: Non chiedo altro, solo che Dio mi porti la fine quando sarà il momento. Il tempo arriverà, mi disse, e allora moriremo.

Con larrivo della primavera, nonostante i nostri mantelli di lana, uscivamo sulla veranda a riscaldarci al sole, a sentire lodore della terra umida. Il profumo primaverile, un tempo segno di rinascita, ora ci ricordava la lenta decomposizione del tempo. Restavamo sedute per ore, le mani appoggiate su un bastone, lo sguardo verso il cielo, gli occhi che a tratti scintillavano di un velo di tristezza.

Un giorno, mentre il sole alto scaldava la pietra, mi prese una vaga ansia. Mi sedetti sulla panca, mi alzai e, con fatica, entrai nella casa. Ogni gradino mi pesava, le mani tremavano come ali di uccello. Raggiunsi il letto, mi adagiai sul fianco sinistro, emettendo un flebile gemito. Rosina, vedendo il mio stato, entrò subito. Il mio volto si fece più scuro, il respiro più lieve. Capì che non mi restava molto di vita.

Dopo qualche ora, mi sollevai a fatica, ma caddi di nuovo, girandomi sul dorso. Il cuore batteva ancora, ma debole. Rosina mi accarezzava la fronte, cercava di darmi conforto. Alla fine, la sua voce si spense. Il silenzio invase la stanza, interrotto solo dal lieve fruscio delle foglie fuori.

Quando Sergio tornò in moto, trovò il mio corpo immobile, la testa poggiata sul piccolo sacco di vestiti che avevo preparato. Il suo grido riecheggiò nella valle e le lacrime bagnarono la terra. Ho scritto queste righe perché, anche se la mia voce non può più parlare, il mio cuore vuole ancora raccontare la nostra storia a chi saprà ascoltare.

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