Io sono un vecchio contadino di San Martino di Lupari e, da decenni, guardo le due zie che abitano il borgo accanto. Mafalda ha 170 anni, ma i suoi anni contano per entrambi; Salvo, il suo nipote, ha 84. Non sono parenti di sangue, ma per più di quindici inverni hanno condiviso il focolare, dividendo legna, legna di ardore e parole, così da non sentire il vuoto che altrimenti li assalgerebbe.
Le due vivono nella casa più robusta di Ustina, perché la dimora di Mafalda è stata smantellata per fare legna. Da circa cinque anni riscaldano il focolare con la poca legna rimasta e non gli manca più nulla. Un tempo avevano capre e galline, ma col tempo è diventato sempre più difficile curare il pollaio; lultima estate non hanno più arato il campo e verso la fine è stato quasi impossibile alimentare il fuoco.
Una volta a settimana Salvo arriva in moto dalla città, portando una grossa borsa di pane, ciambelle, tè e zucchero. Con quello si sostengono, a volte cuocendo patate sul fornello a cherosene. Quando vede il nipote, le due donne piangono.
Se mi versate più lacrime, non tornerò più a trovarvi sbraita Mafalda.
Calma, calma, basta, la rassicura Salvo.
Salvo scarica frettolosamente la provvista, prende lacqua dal pozzo, carica la legna nel focolare e poi, con una voce stanca, chiede:
Che cosa vi serve? Tornerò fra una settimana, ordinate pure e scappa fuori dalla casa come un fulmine, avviando la moto con il piede.
Anche nelle notti estive più brevi non riescono a dormire; rimangono in silenzio sul letto.
Non dormi, Ustina? chiede Mafalda.
No, non riesco a chiudere gli occhi. Ho sonno di notte, ma non riesco a dormire risponde laltra.
Io anchio non dormo A cosa pensi? domanda Mafalda.
A tutto. risponde Ustina.
Io penso al mondo comè laggiù? Nessuno lo sa. dice Mafalda.
E non lo sapranno mai conclude Ustina.
Le due invecchiano, ma la mente resta lucida, talvolta più chiara della giovinezza perché la distanza permette di vedere meglio, anche se qualche ricordo sfuma e le parole si intrecciano. Una notte, Mafalda si alza e inizia a vestire.
Dove vai? la chiama Ustina.
A casa. risponde Mafalda.
Ma la tua casa è qui! ribatte laltra.
No, è a casa, a casa insiste Mafalda, scuotendo la testa, poi raggiunge la porta, afferra la maniglia, si ferma, ritorna indietro, si spoglia e torna a letto. Ustina non dice nulla, capendo che la mente di Mafalda ha subito un breve scatto, un piccolo disorientamento, ma è solo temporaneo.
Nonostante la stanchezza, non si arrendono alla malinconia. Ustina, con la sua aria di bambola, mantiene unallegra spensieratezza.
Ascolta il mio ragionamento sciocco comincia. Il mondo non è privo di persone buone. Salvo viene a trovarci, ci porta provviste, abbiamo legna. Viviamo nella nostra casa, al caldo, alla luce. La nostra pensione in euro ci basta. Che altro ci serve?
Tu canti bene, hai il nipote. Io non ho più nessuno risponde Mafalda. Quando le gambe e le mani cedono, finiremo per il ricovero.
Non ti lascerò, non ti lascerò! Finché sarò in vita, sarai al mio fianco. E lo stesso vale anche per un ricovero, perché anche lì ci saranno persone. dichiara Ustina.
Le parole di Ustina rianimano Mafalda; i suoi occhi si illuminano e anche la sua anima si riempie di gioia.
Entrambe hanno vissuto cento anni, attraversando guerre. I figli di Mafalda erano quattro, quelli di Ustina due. Il marito di Mafalda morì durante la mietitura, quando una colica lo colpì; il contadino non poteva fermarsi per curarsi, ma alla fine fu portato in ospedale dove gli diagnosticò un’appendicite. Uno dopo laltro i quattro figli di Mafalda morirono; la povera non poteva non crollare, ma si rialzava sempre, fino a raggiungere gli ottantacinque anni, senza amarezza ma con un dolore costante nel cuore.
Ustina perse il marito e un figlio; laltro tornò a casa, invalido ma vivo. Si stabilì in città, sposò una donna, ma morì a trentasette anni. La nuora di Ustina si risposò e Salvo rimase a vivere con la nonna. Ustina ringraziava il Signore per la sua discendenza, perché il nipote le garantiva sostentamento e già aveva dei nipotini.
E allora, cara! ribatte Mafalda. Cosa ci serve davvero? Un pezzo di pane e una tazza di tè, ed è tutta la giornata. Hai bisogno di qualcosa?
Non ho bisogno di nulla scuote la testa Mafalda. Che Dio mi porti la morte quando sarà il momento.
Arriverà il tempo, moriremo le promette Ustina.
Con larrivo della primavera, le due anziane, ancora avvolte in cappotti pesanti e scialli, escono in giardino, si siedono sulla panchina, si scaldano al sole e ascoltano lodore della terra. La primavera, nella loro vita senza fine, è un ricordo di rinascita, poi di desiderio, poi di quiete. Stanno sedute per ore, le braccia appoggiate su un bastone, lo sguardo alzato al sole, gli occhi che scintillano di rado.
Quando nasce il bisogno di parlare, i loro volti si animano, mordono le labbra.
È ora che moriamo! dice una. Fa caldo, i fiori sbocciano, lerba è verde, gli uccelli cantano.
Sì, risponde laltra. La terra è soffice come piuma, facile da scavare.
Una mattina, Mafalda è presa da unansia. Si siede un attimo sulla panchina, poi entra nella casa, salendo con difficoltà ogni gradino, le mani tremanti come zampe di uccello. Arrivata alla soglia, si appoggia al muro, scivola su una tavola di legno e si adagia goffamente sul letto, emettendo un flebile gemito.
Ustina, subito, capì che qualcosa non andava e la seguì. Il volto di Mafalda si fece più scuro, gli occhi più spenti; Ustina comprese che il tempo di Mafalda stava per finire e iniziò a vegliare su di lei.
Mafalda cercò di sollevarsi, ma cadde di nuovo sul fianco sinistro, poi si girò sulla schiena, ansimando, muovendo la testa sul cuscino. Ustina tornò più volte a soccorrerla; vedendo la sua impotenza, si sedette accanto al letto per osservare.
La sera, Mafalda aprì gli occhi, il volto pallido, e guardò intorno senza capire perché fosse così tranquilla. Il suo cuore batteva a malapena. Ustina, per non disturbarla, si allontanò; Mafalda non si risvegliò più.
Ustina rimase al suo fianco, ascoltando lunico respiro che usciva dalla casa. Non si aspettava quella forza, come se qualcuno lavesse sollevata dal letto e lavesse posta accanto a Mafalda. Il cuore di Ustina riprese a battere per qualche istante, poi si fermò, per sempre.
Che fatica! gridò in tutta la casa. E a chi mi ha lasciato?
Come potevo dimenticarmi di te! Come sorelle abbiamo vissuto! urlò, piangendo. Quando arriverà Salvo? Ho qualcuno da rimproverare ma chi?
Queste riflessioni la tennero sveglia tutta la notte, finché non vide lalba, tra i canti dei tordi.
Al mattino, il rombo della motocicletta di Salvo risuonò sotto la finestra; le gambe di Ustina, quasi ringiovanite, la portarono al portico.
Gli angeli ti hanno portato qui, Salvo disse Ustina. Mafalda è morta.
Cosa? il volto di Salvo si fece bianco.
Come vivrò da sola? chiese Ustina, sedendosi sul gradino e piangendo.
Non pensarci, non ti lascerò. Ti prendo a casa per linverno le rispose Salvo.
Che Dio mi porti la morte in questo estate. sospirò.
Ancora la stessa cosa! sbuffò Salvo. Io ti sono cara, ma la tua moglie è unaltra, e io sarò solo un tronco nella vostra famiglia, che vi ostacolerà.
Non cè motivo di discuterne.
Ustina e Salvo trascorsero due giorni in frenetici preparativi; Ustina non si riconosceva più, doveva darsi da fare per la prima volta in dieci anni, come se lo spirito di Mafalda fosse entrato in lei e le avesse restituito la forza.
Da sola, Ustina fu assalita da una tristezza che non sapeva come gestire. Quindici anni di convivenza le avevano legato più di quanto fossero parenti; ciascuna vedeva nellaltra il proprio secondo io. Mai si erano arrabbiate senza rimproverarsi, perché sapevano che la vita continuava solo grazie allaltra e temevano di restare sole.
Che fortuna per te! invidiava Ustina Mafalda. E per me, che fare?
Salvo la visitava spesso, quasi tutti i giorni, talvolta passando la notte. Portava ciambelle e biscotti secchi, che Ustina inzuppava nel tè. Ma nemmeno quelle prelibatezze riuscivano a consolarla.
Un pomeriggio, a metà estate, mentre sistemava la casa, Ustina udì chiaramente la voce di Mafalda:
Ehi, vecchia! Non stare lì a fare la gatta!
Ustina aprì la porta del portico, ma non cera nessuno. Girò intorno alla casa, spostò i tarassaco con un bastone, ma non trovò nessuno. Eppure la voce sembrava reale, come se Mafalda fosse ancora lì. Pensò che fosse il suo desiderio di compagnia, e le sue braccia e gambe si indebolirono. Si trascinò fino al baule, tirò fuori un fagotto di vestiti, lo posò sul tavolo e si coricò.
Non sapeva se fosse giorno o notte, né quanto tempo fosse rimasta così; forse ore, forse un giorno intero. Sentiva la vita spegnersi dentro di sé, ma senza dolore, solo una strana pace. In un lampo, la sua mente rivisse brevi scene: una bambina di tre anni sul prato con la nonna, il marito giovane in camicia bianca, i figli, il lavoro nei campi, il rumore del ferro che batte, gli odori di paglia, di fieno e di olio di lino. La sua vita sembrava a tratti infinita, a tratti fugace in un istante.
Salvo arrivò in motocicletta, trovò la nonna senza vita, lasciò cadere la testa sul tavolo accanto al fagotto e scoppiò in un lungo pianto.






