Quale conservatorio? La madre lanciò sul tavolo il dépliant che Giulia aveva portato da scuola. Non se ne parla nemmeno. Non ci pensare neanche.
Giulia stava sulla soglia della cucina, stringendo lo zaino al petto. Sentiva un nodo in gola che non riusciva a mandar giù.
Mamma, ma io davvero vorrei
Certo che vuoi, la interruppe la madre storcendo la bocca. Cosa vuoi capire tu? Tu farai economia. Un mestiere serio, rispettabile. Lo stipendio non manca mai.
Suo padre era seduto a tavola, silenzioso. Ma Giulia lo sapeva: il suo silenzio era sempre un tacito assenso.
Papà, si voltò verso di lui, cercando ancora una speranza. Papà, dillo tu almeno. Mi hai sempre detto che ho talento.
Il padre sollevò gli occhi, guardò la moglie, poi tornò al suo piatto.
La mamma ha ragione, Giulia. La musica non è una professione. È solo un hobby.
Le lacrime scesero da sole, calde e piene di rabbia. Giulia se le asciugò con la manica della divisa scolastica, spalmando le strisce lungo le guance.
Eccola di nuovo che piange, la madre strinse le labbra. Guarda Carlotta, tua cugina. Fa la commercialista, non per niente. E che vita: casa di proprietà, marito sistemato. Vivono bene, come si deve. E tu, che dovresti essere da meno? Vuoi mica passare la vita a suonare nei sottopassi?
Carlotta. Sempre Carlotta. La figlia della zia Maria, la preferita della mamma, modello irraggiungibile. Carlotta così, Carlotta colà. A venticinque già sposata; tu, Giulia, non sai nemmeno lavare i piatti come si deve.
Io non voglio diventare come Carlotta, sussurrò Giulia. Voglio studiare musica.
Basta così, il padre spinse via il piatto, alzandosi pesantemente. È deciso. Farai economia, punto. Noi ti vogliamo bene, non ti consigliamo il male.
Giulia li fissò, la madre col volto sempre corrucciato, il padre che aveva già lasciato la cucina certo di aver chiuso la questione. Erano un fronte compatto e contro di loro non aveva nessuna possibilità. Niente soldi, nessuna voce in capitolo. Solo un sogno che avevano calpestato insieme al dépliant colorato scivolato sul linoleum della cucina.
Annuii. Raccolse in silenzio il dépliant, ne lisciò le pagine stropicciate e lo gettò nel cestino.
Cinque anni di università passarono in ununica lunga macchia grigia. Giulia seguiva le lezioni, mandava giù a forza la contabilità, superava gli esami. Non capì mai davvero nessuna materia, nessuna le fece brillare gli occhi. Dareavere, bilanci, prospetti e rendicontitutto un peso che si accumulava nella mente, schiacciandola a terra.
Alla laurea la madre era raggiante, come se lei avesse conseguito il titolo. Scattava foto sotto i portici delluniversità, chiamava la zia Maria raccontando fiera.
Ha già trovato lavoro? chiese la zia al telefono, e la madre sorrise trionfante.
Tutto sistemato. Un ottimo studio la vuole. Vedrai che la nostra Giulia farà strada.
La nostra Giulia. Come fosse un progetto familiare, un investimento.
Il primo giorno di lavoro fu esattamente quel che si aspettava. Un ufficio piccolo, senza finestre, il monitor, una pila di scartoffie, odore di caffè solubile. Le colleghe, due donne sulla cinquantina, a parlare di offerte allEsselunga e di divorzi.
Giulia passò otto ore fissando tabelle. I numeri si confondevano, si scioglievano in una poltiglia priva di senso. A sera la testa doleva e avrebbe voluto solo piangere.
La prima busta paga arrivò il ventisette. Giulia controllò il saldo sul cellulare, fece due conti. Bastava. Se prendeva una stanza in periferia, se risparmiava sul cibo, senza nessun lusso sì, bastava.
Quella sera, in silenzio, preparò la valigia vecchia. La madre entrò mentre chiudeva la zip.
Che stai facendo?
Me ne vado.
Per qualche secondo la madre la fissò, incredula. Poi il volto le si incendiò.
Dove pensi di andare? Sei impazzita?
No, Giulia sollevò la valigia. È una mia decisione.
E la casa? E la tua auto? la madre si aggrappò allo stipite, come se le venisse meno la terra sotto i piedi. Avevamo già fissato tutto col papà! Metti da parte per lanticipo, il mutuo, poi ti sposi bene
Avete deciso voi. Questa è la mia vita. Non la vostra.
Il padre provò a intervenire.
Giulia, non fare sciocchezze. Dove vai?
Da qualche parte.
Giulia aprì la porta dingresso. Attraversò la soglia, la porta si richiuse dietro di lei, sbattuta dal vento.
La valigia le urtava le gambe mentre scendeva le scale. Al piano terra abbaiava un cane, al secondo piano la radio a tutto volume. Una sera come tante, in una casa qualsiasi.
Giulia uscì nel cortile, respirò a fondo e si incamminò verso la fermata dellautobus. In tasca la busta paga, in valigia le sue cose. Davanti a sé, una vita tutta nuova, vuota, misteriosa, finalmente solo sua.
Nei primi mesi il cellulare non smetteva mai di squillare. La madre le mandava messaggi infiniti, mischiando minacce e suppliche. Il padre chiamava la sera, quando Giulia rincasava nella sua minuscola stanza in affitto.
Torna a casa, diceva lui. Basta così, siamo una famiglia.
Giulia ascoltava la sua voce roca e scuoteva il capo, anche se lui non la vedeva.
No, papà. Non torno.
Allora non sei più nostra figlia, scandì la madre, strappando il telefono di mano. Hai capito? Dimentica la nostra porta. Non esisti per noi.
La linea cadde. Giulia guardò lo schermo, posò il telefono sul davanzale e restò a lungo al buio, fissando le luci di quella zona estranea. Nessuna lacrima, nessun dolore. Solo un vuoto limpido, che poi con gli anni guarì da solo.
Dieci anni volarono. Giulia cambiò tre appartamenti, cinque lavori, passò notti intere tra spartiti e software audio. Studiò da sola, la notte, mentre Milano dormiva. Accettò lavori scarsamente pagati musica per spot, cortometraggi di studenti, qualsiasi cosa. E, piano piano, si fece strada.
Ora il suo nome appariva nei titoli di tre lungometraggi e due serie tv trasmesse sui principali canali nazionali. Il suo home studio occupava una stanza dellampio appartamento, e da tre mesi portava lanello al dito anulare.
Luca entrò in studio mentre Giulia finiva un brano, posò una tazza di caffè fumante accanto alla tastiera.
Cè qualcuno al citofono, le disse, baciandola sulla testa.
Non aspettiamo nessuno. Avranno sbagliato appartamento.
Ma il campanello suonò ancora. Poi unaltra volta, insistente, come se chi era sotto sapesse bene chi cercava.
Giulia posò le cuffie e andò al videocitofono. Lo schermo mostrò due figure mature una donna ingobbita in un vecchio cappotto, un uomo in giacca lisa. Li riconobbe subito, anche se dieci anni li avevano cambiati. La madre invecchiata, il padre ingrassato.
Premette il tasto.
Cosa volete?
Giulia, la madre si avvicinò alla telecamera. Tesoro, siamo noi. Apri, ti prego.
Giulia non si mosse. Luca le si avvicinò, le pose una mano sulla spalla.
Sono i tuoi? chiese piano.
Sì.
Premette di nuovo il tasto.
Come avete scoperto il mio indirizzo?
Tramite amici la madre rispose in fretta. Carlotta aveva visto su internet del tuo matrimonio, lì dicevano il quartiere poi
Ho capito.
Giulia li fissava nello schermo: stavano scomodi, impacciati, scrutando verso la telecamera. Dieci anni di silenzio. Dieci anni senza una chiamata, un messaggio, nemmeno sapere se fosse viva. Ora, eccoli, sul portone, a sperare.
Scendo io, disse a Luca. Aspettami qui.
Al portone, Giulia si prese qualche secondo prima di aprire, raccogliendo il coraggio. Poi si fece avanti, ma restò sulla soglia, impedendo lingresso.
Giulia, la madre le prese le mani. Sei diventata bellissima! Siamo felici per te! Il matrimonio, che festa abbiamo visto le foto, tuo marito così distinto, di buona famiglia…
Perché siete qui?
La madre si fermò, guardò il padre. Lui tossicchiò, infilò le mani nelle tasche.
Giulia, noi restiamo tuoi genitori, iniziò. Quel che è stato ormai è passato. Tu ora hai fatto fortuna. Potresti darci una mano.
Una mano?
Sì, alzò le spalle. La casa ha bisogno di lavori, il bagno è tutto crepato. E ci piacerebbe andare una volta al mare ora che ci puoi aiutare, con tuo marito così in gamba
La madre lo strattonò, irritata, ma il padre non si lasciò fermare.
Che cè di male? Sei nostra figlia. Hai il dovere di aiutarci.
Giulia si appoggiò allo stipite, incrociando le braccia. Un sorriso amaro le piegò le labbra.
Ho il dovere, huh? ripeté lentamente. Interessante. Per dieci anni non sono più stata figlia, dimentica la strada di casa avete detto. Ora che mi è andata bene, il legame di sangue vi interessa di nuovo, eh?
Volevamo solo che tu capissi lerrore, la madre parlava veloce. Che tornassi. Era solo per il tuo bene
Per il mio bene, Giulia annuì. Sapete perché ce lho fatta? Perché non ho rinunciato al mio sogno. Non ho fatto la commercialista, come volevate. Non ho passato la vita tra i numeri in uno studio senza finestre. Ho seguito la mia strada, e questo è il risultato.
Indicò latrio luminoso alle sue spalle, la vita che si era costruita.
Quindi, cosa volete da me? Soldi per il bagno? Una vacanza? Dopo dieci anni di silenzio ve ne uscite così, a chiedere?
Dai Giulia, basta così, borbottò il padre. A che serve rinfacciare il passato?
Non è rinfacciare. È la verità. Mi avete cancellata quando ho detto no ai vostri piani. Ora che sto meglio di come avete programmato, siete tornati. Facile, no?
Gli occhi della madre si riempirono di lacrime.
Siamo pur sempre i tuoi genitori. Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo cresciuto
Se volete il meglio per me, la interruppe Giulia, obbligandola al silenzio, allora andatevene. Dimenticatevi di me. Vivete come se non aveste una figlia, come avete detto allora.
Fece un passo indietro e cominciò a chiudere la porta. Il padre si mosse accennando a fermarla, ma si bloccò davanti al suo sguardo.
Giulia
Arrivederci.
La porta si richiuse con un piccolo scatto.
Giulia risalì le scale, entrò in casa. Luca laspettava nellingresso, scrutandola con apprensione.
Tutto ok?
Sì, sospirò lei, poggiandosi a lui con la fronte. Ora sì.
Lui la strinse, accarezzandole la schiena in silenzio. E Giulia capì che sì, ora era meglio di Carlotta, la cugina perfetta. Aveva tutto: una casa, un marito, una carriera. Ma non era questo il punto. Non lo era mai stato.
Per arrivarci ci aveva messo dieci anni. Era caduta, si era rialzata, aveva lavorato fino a sentire le stelle negli occhi. Ora era davvero felice. Felice fino in fondo al cuore. E aveva imparato che la felicità sta soprattutto nellessere fedeli a sé stessi e nel seguire la propria strada, costi quel che costi.





