«Che bello stare così…» sussurrò Ludmila. Amava gustare il caffè del mattino nel silenzio, mentre E…

Che meraviglia… mormorò Livia sottovoce.

Adorava gustarsi il caffè del mattino nella quiete, quando Stefano ancora dormiva e fuori il cielo cominciava appena a schiarire. In quei momenti le sembrava che tutto fosse al posto giusto. Il lavoro sicuro. Lappartamento accogliente. Il marito affidabile. Cosaltro mai poteva desiderare?

Non nutriva alcuna invidia per le amiche che si lamentavano dei mariti gelosi e delle scenate per questioni banali. Stefano non era mai stato possessivo, mai una scenata. Non le controllava il telefono. Non voleva sapere ogni suo spostamento. Le bastava la sua presenza discreta, e tanto bastava.

Livia, hai per caso visto le mie chiavi del garage? Stefano fece capolino in cucina, ancora spettinato dal sonno.
Sulla mensola vicino alla porta. Vai ad aiutare ancora il vicino?
Marco mi ha chiesto di dare unocchiata alla sua auto. Qualcosa non va col carburatore.

Annì, versandogli il caffè. Era tutto così familiare. Stefano era uno di quelli che non riuscivano a dire di no a nessuno. Colleghi traslocavano? Lui dava una mano. Unamica doveva sistemare casa? Lui cera. I vicini avevano bisogno di un favore? Sempre disponibile. Il mio cavaliere pensava a volte con tenerezza. Un uomo incapace di voltarsi dallaltra parte di fronte a un problema.

Questa caratteristica aveva conquistato Livia già al primo appuntamento, quando lui si era fermato ad aiutare una nonnina sconosciuta a portare la spesa su per le scale. Chiunque altro avrebbe tirato dritto. Stefano, invece, no.

Tre mesi prima era arrivata una nuova vicina, al piano di sotto. Allinizio Livia non ci aveva fatto caso: in un condominio la gente va e viene. Ma Bianca così si chiamava era una di quelle donne che non si possono non notare.

Risate sonore sulle scale. Tacchi che risuonavano a ogni ora. E quellabitudine di parlare al telefono a voce così alta, che pareva volesse farsi sentire da tutto il palazzo.

Immagina, oggi mi ha portato la spesa! Un sacchetto pieno! Senza che gli dicessi niente! raccontava Bianca al telefono a qualcuno.

Livia se la trovò davanti alla cassetta della posta e le rivolse un sorriso cortese. Bianca emanava una felicità che si notava a occhio nudo, quella luminosità tipica delle donne innamorate.

Nuovo fidanzato? chiese Livia solo per gentilezza.
Non proprio nuovo, rispose Bianca con un sorrisetto furbo, ma davvero premuroso. Uno che risolve qualsiasi cosa. Rubinetto che perde? Sistema lui. Presa che fa le scintille? Uguale. Perfino le bollette mi aiuta a pagare!
Beata lei.
Non immagini neanche! Certo, è sposato. Ma sono solo formalità, no? Conta che con me si sente felice.

Livia risalì in casa con un certo fastidio. Non era questione di moralismi. Qualcosa, però, laveva punta in quella conversazione, senza saper bene cosa.

Le settimane successive gli incontri fortuiti si moltiplicarono. Sembrava quasi che Bianca facesse apposta a intercettarla per raccontarle, tutta entusiasta, le ultime novità.

È sempre così attento! Chiede come sto, se ho bisogno di qualcosa…
Ieri mi ha portato le medicine, quando avevo la febbre. È andato a cercare una farmacia di turno nel cuore della notte!
Dice che quello che conta è sentirsi utile agli altri. Che questa è la sua missione…

A questa frase Livia rabbrividì.

Sentirsi utile, è questo il suo senso della vita.

Le venne subito in mente che Stefano aveva usato proprio la stessa espressione, il giorno del loro anniversario, scusandosi per il ritardo perché era passato ad aiutare la suocera di una sua amica nellorto.

Una coincidenza, pensò. Chissà quanti uomini hanno la sindrome del salvatore…
Eppure i dettagli continuavano ad accumularsi. Il modo di portare la spesa senza essere stato pregato: anche Stefano lo faceva. Labitudine ad aggiustare qualsiasi cosa in casa.

Livia scacciò quei pensieri: sciocchezze, solo paranoie. Non si può mica dubitare del marito per delle chiacchiere di una quasi sconosciuta.

Poi, però, Stefano cominciò a cambiare. Non improvvisamente, piano piano. Usciva per un attimo e spariva per ore. Ora portava il cellulare anche in bagno. Alle domande rispondeva secco, quasi infastidito.

Dove vai?
Ho delle cose da fare.
Quali cose?
Livia, ma che interrogatorio è questo?

Sembrava però… felice. Come se avesse ritrovato una pienezza interiore. Come se da qualche altra parte riuscisse finalmente ad avere quella dose di importanza che a casa non bastava…

Una sera stava per uscire di nuovo.

Devo aiutare un collega con dei documenti.
Alle nove di sera?
Quando sennò? Lui lavora tutto il giorno.

Livia non replicò. Guardò dalla finestra, ma il marito non uscì mai dal portone.

Si mise la giacca e scese piano le scale, senza fretta. Andò dritta verso la porta familiare al primo piano.

Il dito si posò sul campanello. Livia non aveva preparato discorsi, non pensava alle accuse. Semplicemente premette e aspettò.

La porta si aprì quasi subito, come se laspettassero già. Bianca era avvolta in una vestaglietta di seta, un bicchiere in mano, e il sorriso sul suo volto si spense lentamente quando riconobbe lospite.

Alle sue spalle, dentro il corridoio illuminato, Livia vide Stefano. Senza maglietta. I capelli ancora bagnati di doccia. A proprio agio in una casa che non era la sua.

Si incrociarono con lo sguardo. Stefano si irrigidì, la bocca aperta a metà parola. Bianca guardò luno e laltra, senza scomporsi, solo scrollando le spalle con unindifferenza quasi annoiata.

Livia si voltò e risalì le scale. Dietro di sé sentì passi affrettati e la voce di Stefano: Livia, aspetta, ti posso spiegare…. Ma a casa quella sera non entrò.

…La mattina dopo arrivò la signora Teresa, la suocera. Livia non si stupì affatto. Ovviamente il figlio aveva chiamato la mamma per raccontare la sua versione.

Livia, via, non fare la bambina! La suocera si sistemò in cucina. Gli uomini sono come bambini: devono sentirsi eroi. Quella vicina tua, aveva bisogno daiuto. Stefano non sa voltarsi dallaltra parte.
Non sa voltare la schiena nemmeno al suo letto, se è per questo?

La signora Teresa si rabbuiò, come scandalizzata.

Non esagerare. Stefano è un bravuomo. Lui è buono. Sarà scappata la mano, capita. Mio marito, pace allanima sua, anche lui… Fece un gesto vago. Limportante è la famiglia. Passa tutto. Sei una donna intelligente, Livia. Non rovinarti la vita per una sciocchezza.

Livia guardava quella donna e rivedeva in lei tutto ciò che non voleva mai diventare. Una donna accomodante. In silenzio. Pronta a chiudere un occhio pur di difendere una parvenza di famiglia.

Signora Teresa, la ringrazio. Ma ho bisogno di stare sola.

La suocera se ne andò stizzita, lanciando una frecciatina sui giovani doggi che non sanno perdonare.

La sera tornò Stefano. Si aggirava per casa come un gatto colpevole, la cercava con lo sguardo, timidamente le sfiorò la mano.

Livia, non è come pensi. Bianca mi aveva solo chiesto aiuto col rubinetto, poi abbiamo parlato, sai, è così sfortunata, sola…
Eri senza vestiti.
Ho… rovesciato dellacqua mentre lavoravo al rubinetto! Lei mi ha dato una maglietta da mettere, e proprio in quel momento sei arrivata tu…

Livia lo guardava, sorpresa di non aver mai notato quanto fosse incapace di mentire. Ogni parola suonava più falsa della precedente.

Senti, anche se… anche se fosse successo qualcosa. Non conta! Io amo solo te. Con lei è stato solo… unavventura. Una sciocchezza da uomo.

Si sedette vicino a lei sul divano, provò ad abbracciarla.

Dimentichiamo tutto, dai. Non succederà più, giuro. A dirla tutta, mi ha anche già stancato. Sempre a chiedere, sempre a lamentarsi…

E lì, Livia comprese finalmente. Non era rimorso, il suo. Era paura di perdere la comodità. Paura di dover restare con una donna che davvero aveva bisogno di lui non solo per farlo sentire un cavaliere ogni tanto.

Sto chiedendo la separazione, disse semplicemente, come avrebbe detto ho spento il ferro.
Cosa? Livia, ma sei impazzita? Per un errore?

Lei si alzò e andò in camera. Tirò fuori la valigia e iniziò a mettere dentro i documenti.

…La separazione fu ufficiale due mesi dopo. Stefano si trasferì da Bianca, che lo accolse a braccia aperte. Ma ben presto quelle braccia si trasformarono in elenchi di cose da fare: aggiustare, comprare, pagare, risolvere, aiutare.

Livia lo veniva a sapere per caso, tramite amici comuni. Anniva senza malignità. Ognuno raccoglie ciò che semina.

Lei si prese un piccolo appartamentino dallaltra parte della città. Ogni mattina si godeva il caffè in silenzio e nessuno le chiedeva dove fossero finite le chiavi del garage, nessuno spariva un attimo per poi tornare con odore di profumo non suo. Nessuno la pregava di esser paziente e accomodante.

Strano a dirsi: aveva pensato che sarebbe stato doloroso. Che si sarebbe sentita sola, invasa dalla nostalgia, dai rimpianti. Invece, arrivò un senso di leggerezza. Come quando ci si toglie un cappotto pesante, indossato per anni senza capire quanto gravasse.

Per la prima volta Livia apparteneva solo a se stessa. E questa era una libertà che valeva più di qualunque stabilità.

A volte, la vera felicità arriva solo quando trovi il coraggio di liberarti dalle aspettative e inizi a vivere davvero la vita che ti somiglia.

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