«Che importa chi ha accudito la nonna! Lappartamento è legalmente mio!», mi grida la mamma.
E così mi minaccia di fare causa. Perché? Perché lappartamento della nonna non era né suo né mio, ma della mia bambina. Mamma la trova uningiustizia clamorosa, convinta che la casa dovesse andare a lei. Ma la nonna ha deciso diversamente, probabilmente perché io e Luca abbiamo vissuto con lei per gli ultimi cinque anni, facendo da babysitter e cuoco.
Mia madre è una tipa davvero egoista; i suoi desideri sono sempre stati più importanti di quelli di chiunque altro. Si è sposata tre volte, ma ha avuto solo due figli: me, Elisa, e la mia sorellina più piccola, Silvia. Tra noi due andiamo daccordo, ma con la mamma la cosa è un po più complicata.
Il papà? Non lo ricordo più. Si è separato da Rosa quando avevo due anni. Fino a sei anni ho vissuto con la mamma da casa di nonna Maria a Roma. Per qualche motivo trovavo la nonna un po pesante; forse era il pianto costante di Rosa. Solo da adulta ho capito che era una donna danimo buono, che voleva solo che la figlia diventasse indipendente.
Poi Rosa si è risposata, e io e Luca abbiamo iniziato a vivere col nuovo patrigno, Carlo. È così che è nata Silvia. Rosa è rimasta sette anni con Carlo, poi si è di nuovo divorzata. Stavolta non siamo tornati da nonna Maria; Carlo ha cominciato a lavorare, e noi abbiamo temporaneamente abitato nel suo appartamento. Dopo tre anni Rosa si è risposata di nuovo e ci siamo trasferiti con il suo nuovo marito, Alessandro.
Alessandro non era certo entusiasta di avere figli prescelti, ma non ci ha mai fatto del male, semplicemente ci ha ignorati. Anche Rosa era distratta, presidiata dal nuovo marito, gelosa e pronta a fare scenate con piatti rotti.
Una volta al mese Rosa iniziava a preparare le valigie, ma Carlo la fermava sempre. Silvia e io ci siamo abituate e abbiamo smesso di farci notare. Mi sono occupata delleducazione di Silvia, perché Rosa non aveva tempo. Fortunatamente avevamo le nonne: ci hanno dato una mano enorme. Poi io sono andata al dormitorio universitario, Silvia è rimasta da nonna Maria, e il nonno Antonio ci ha sempre aiutati. Rosa ci chiamava solo durante le vacanze.
Ho accettato Rosa così comè: distante, senza preoccupazioni. Silvia, invece, non lo tollerava. Prendeva sempre tutto a cuor leggero, soprattutto quando Rosa non è andata al suo diploma.
Siamo cresciute. Silvia si è sposata e si è trasferita a Firenze con il marito. Io e Luca non avevamo fretta di sposarci, ma viviamo insieme in un appartamento in affitto. Visitavo spesso nonna Maria; eravamo molto legate, ma cercavo di non disturbarla.
Poi nonna Maria è stata ricoverata a Bologna. In ospedale le hanno detto che avrebbe avuto bisogno di cure costanti. Da quel momento ho iniziato a farle visita tutti i giorni: spesa, cucina, pulizie, chiacchiere e, soprattutto, fare in tempo a prendere le medicine. Per sei mesi lho accompagnata, a volte con Luca, che aggiustava qualche elettrodomestico e metteva ordine nellappartamento. Un giorno la nonna ha proposto di farci trasferire da lei, così da risparmiare sullaffitto e non spendere un centesimo di euro in più.
Ci siamo dati subito una mano. Nonna Maria e io avevamo un rapporto speciale, e lei adorava Luca. Così ci siamo trasferiti. Sei mesi dopo ho scoperto di essere incinta. Abbiamo deciso di tenere il bambino; la nonna è scoppiata di gioia per il futuro pronipote. Abbiamo festeggiato con un salto al bar di famiglia, ma Rosa non è apparsa e non ha nemmeno fatto una telefonata di congratulazioni.
Quando la bambina, Maddalena, aveva due mesi, nonna Maria è caduta e si è rotto una gamba. È stato un pugno nello stomaco dover gestire nonna e neonato contemporaneamente. Ho chiesto aiuto a Rosa, ma lei ha rifiutato, dicendo che non stava bene e che sarebbe venuta più tardi. Quel promesso aiuto non è mai arrivato.
Sei mesi dopo, nonna ha avuto un ictus. È finita a letto, totalmente dipendente. Prendersi cura di lei è stato un lavoro titanico; senza Luca non so come avrei fatto. Dopo levento, la nonna ha cominciato a migliorare: ha ripreso a parlare, a camminare, a mangiare. Ha vissuto altri due anni e mezzo, ha potuto vedere la pronipote Maddalena imparare a camminare. È morta tranquilla, nel sonno, e per noi è stato un colpo al cuore. Labbiamo amata tanto.
Mia madre è venuta solo al funerale. Un mese dopo è tornata per cercare di scacciarmi e prendere lappartamento per sé. Credeva di averne diritto, ma non sapeva che nonna aveva già lasciato limmobile a me subito dopo la nascita di Maddalena. Quindi Rosa non ha ricevuto nulla.
Naturalmente Rosa non è contenta. Ci ha chiesto di cedere lappartamento, minacciando di farci causa. «Che inganno! Hai tradito la vecchia, le hai negato la casa e ora ci vivi dentro! Non importa chi ha accudito la nonna, lappartamento è mio!»
Io so bene che non otterrà nulla: ho già parlato con un notaio e un avvocato. Lappartamento è stato donato da nonna Maria a noi, e resterà nostro. Se dovesse nascere una seconda figlia, la chiameremo senzaltro Maddalena, in onore della nostra cara nonna.






