Che pace, che quiete… ho sussurrato tra me e me questa mattina.
Amo sorseggiare il caffè allalba, mentre Tommaso ancora dorme e fuori le prime luci cercano la finestra della nostra casa a Firenze. Sono questi i momenti in cui sento che tutto ha un senso. Il lavoro è sicuro. La casa è accogliente. Mio marito è un uomo affidabile. Cosaltro si potrebbe desiderare per essere felici?
Non ho mai invidiato le mie amiche che si lamentavano di mariti gelosi, di litigi inutili. Tommaso non mi ha mai fatto scenate, non ha mai rovistato tra i miei messaggi o si è aspettato che gli raccontassi ogni spostamento. Semplicemente cera. E a me bastava.
Lucia, hai visto le chiavi del garage? Tommaso è entrato in cucina, spettinato, ancora mezzo addormentato.
Sono sulla mensola vicino alla porta. Dai ancora una mano al vicino?
Sì, Giuliano mi ha chiesto unocchiata alla sua Punto. Pare ci sia un problema al carburatore.
Annuii mentre gli riempivo la tazzina. Era la normalità ormai. Tommaso aiutava sempre tutti: colleghi col trasloco, parenti coi lavori in casa, vicini per qualunque guaio. Il mio cavaliere, pensavo a volte, con tenerezza. Un uomo che non sa girarsi dallaltra parte di fronte ai bisogni altrui.
Quella qualità mi aveva conquistata già al nostro primo appuntamento: si era fermato per aiutare una vecchietta a portare le borse su per le scale. Un altro sarebbe passato oltre. Lui no.
La nuova vicina era arrivata tre mesi prima, un piano sotto il nostro. Allinizio non ci avevo fatto caso: la gente viene e va nelle palazzine. Ma Martina così si chiamava era uno di quei tipi che è difficile ignorare.
Risate sonore nel pianerottolo. Tacchi alti a ogni ora su e giù per le scale. E quel modo di parlare al telefono come se tutto il condominio dovesse ascoltare.
Ma ti rendi conto? Oggi mi ha portato la spesa! Un sacco pieno, senza che nemmeno glielo chiedessi! raccontava squillante al cellulare.
Un giorno ci incrociammo davanti alle cassette della posta. Le sorrisi con cortesia. Martina brillava. Lo sguardo tipico delle donne appena innamorate, soddisfatta tra sé e sé.
Nuovo fidanzato? chiesi tanto per dire.
Non proprio nuovo strizzò gli occhi con furbizia , ma quanto è premuroso! Risolve qualunque problema, sa? Se perde acqua il rubinetto lo aggiusta, la presa si rompe e lui sistema tutto. Persino le bollette mi aiuta a pagare!
Beata te.
Non puoi capire! Certo, è sposato. Ma, suvvia, è solo una formalità. Limportante è come si sta insieme, no?
Salendo le scale verso casa mi lasciò un senso di amarezza. Non era la sua morale che mi pesava. Ma qualcosa, in quelle parole, mi dava fastidio e non riuscivo a definirlo.
Nei giorni seguenti ci incontrammo ancora, spesso. Martina sembrava cercare la mia presenza solo per raccontarmi altre meraviglie.
Sempre attento, sempre pronto a chiedere come sto, se ho bisogno di qualcosa…
Ieri ero malata, e lui mi ha portato le medicine. Una farmacia aperta di notte, può immaginare?
Ma il suo mantra è che la cosa più importante è sentirsi necessario. Dice che è lo scopo della sua vita, aiutare gli altri…
Fu un brivido gelido. Sentirsi necessario. Tommaso diceva le stesse identiche parole. Le ricordavo bene, pronunciate ogni volta che rincasava tardi, giustificando i suoi ritardi con lorto della suocera di unamica da sistemare.
Coincidenza? Forse sì. Ce ne saranno tanti di uomini con la vocazione da salvatore. Ma i dettagli sono strani da ignorare. La spesa portata senza chiedere, il fai-da-te, la disponibilità. Cose che faceva anche Tommaso.
Io mi rimproveravo: «Lucia, non impazzire. Non puoi sospettare di tuo marito solo per le chiacchiere di una vicina.»
Finché Tommaso non cambiò. Non di colpo, ma giorno dopo giorno. Uscite di due minuti che duravano unora. Il cellulare, sempre addosso, persino in bagno. Risposte stringate, leggere tracce dinsofferenza.
Dove vai?
Ho da fare.
Cosa?
Lucia, basta con questi interrogatori.
Eppure era felice. Appagato in un modo nuovo. Come se trovasse altrove quella sensazione di essere indispensabile, che forse io non bastavo più a nutrire.
Una sera si stava vestendo per uscire.
Devo aiutare un amico con delle scartoffie.
Alle nove di sera?
Lavora tutto il giorno, è lunica ora.
Non aggiunsi altro. Lo vidi dalla finestra, ma non uscì nemmeno dal portone.
Indossai il giubbotto e scesi, senza fretta. Mi fermai davanti alla porta che ormai conoscevo bene.
Premetti il campanello senza aver pianificato alcun discorso. Nessuna accusa studiata in anticipo. Solo attesi.
La porta si spalancò subito, come se mi aspettassero. Martina era lì, in vestaglia di seta, bicchiere in mano; la sua espressione da esultanza si sciolse appena mi riconobbe.
Dietro di lei, in fondo allingresso illuminato, vidi Tommaso. Senza maglietta, i capelli bagnati di doccia, a suo agio come fosse casa sua.
I nostri sguardi si incrociarono. Tommaso si irrigidì, spalancò la bocca ma non disse nulla. Martina ci scrutava nessun imbarazzo, solo una spallucciata di stanca noncuranza.
Senza una parola mi voltai e salii le scale. Sentii dietro di me dei movimenti, la sua voce: «Lucia, aspetta, ti spiego». Ma a casa mia non lo feci entrare
La mattina dopo arrivò la suocera. Non restai sorpresa: Tommaso aveva senzaltro raccontato la sua versione alla mamma.
Lucietta, ma non è il caso di fare tanto rumore! La signora Maria prese posto in cucina. Gli uomini, sono come bambini, devono sentirsi utili. Quella ragazza del piano di sotto aveva bisogno daiuto e Tommaso non sa dire di no.
Non sapeva dire di no nemmeno alla sua camera da letto, intende?
La signora inacidì, come se avessi pronunciato qualcosa di sconcio.
Non essere esagerata! Tommaso è un bravo ragazzo, gli dispiace per gli altri. Non sarà mica un reato, no? Queste cose succedono. Mio marito pure alzò le mani limportante è la famiglia. Supera, chiudi un occhio. Sei una donna intelligente, Lucia. Non rovinarti la vita per una sciocchezza.
Guardando mia suocera, vedevo chi avrei potuto diventare. Comoda, rassegnata, pronta a ingoiare qualsiasi cosa pur di preservare la scenografia della famiglia.
Grazie del consiglio, Maria. Ma ora preferisco restare da sola.
Andò via offesa, mormorando qualcosa sulle donne di oggi che non sanno perdonare.
La sera Tommaso tornò a casa. Si aggirava in punta di piedi, occhi bassi, tentava di prendermi la mano.
Lucia, non è come pensi. Mi ha chiamato per sistemare il rubinetto, poi abbiamo parlato era così sola, così fragile
Eri senza vestiti.
Ho rovesciato lacqua addosso. Mentre aggiustavo il rubinetto. Lei mi ha dato una maglietta, e proprio in quel momento sei arrivata tu
Guardandolo, mi resi conto che non aveva il minimo talento per mentire. Tutto era goffamente trasparente. Ogni parola stonava, ogni gesto trasudava paura.
Senti, ma anche se poniamo cè stato qualcosa, cosa vuoi che significhi? Io amo te. Lei era solo un diversivo. Un errore. Una debolezza da uomo.
Cercò di stringermi, sedendosi accanto. Tentava abbracci impacciati.
Dimentichiamo tutto, ti prego? Non si ripeterà più. Ormai è diventata anche pesante, non fa che chiedere favori, lamentarsi
E lì finalmente capii. Non era pentimento il suo, era paura di perdere la tranquillità. Terrorizzato allidea di restare legato a una donna che realmente lo reclama ogni giorno, invece di una compagna che gli lasciava indossare i panni di eroe solo quando meglio gli conveniva.
Sto chiedendo il divorzio, dissi con semplicità, come avrei potuto dire ho spento il ferro da stiro.
Cosa? Lucia, sei impazzita? Per un errore solo?!
Mi alzai, andai in camera, presi la valigia, iniziai a raccogliere i documenti.
Il divorzio fu ufficiale dopo due mesi. Tommaso si trasferì subito da Martina, che lo accolse a braccia aperte. Ma in fretta le braccia si mutarono in liste infinite: Aggiustare. Comprare. Pagare. Risolvere. Aiutare.
Ogni tanto qualcuno mi aggiornava, tra amici comuni. Annuii senza compiacimento. Ognuno ha ciò che merita.
Io mi sistemai in un piccolo appartamento dallaltra parte di Firenze. Ogni mattina bevo il mio caffè in silenzio. Nessuno che chieda delle chiavi del garage, nessuno che esca un attimo e torni profumato daltrui. Nessuno che mi inviti ad essere docile e accomodante.
Pensavo sarebbe stato doloroso. Che la nostalgia e la solitudine mi avrebbero schiacciata. Invece, è arrivata una strana leggerezza. Come se mi fossi tolta di dosso un cappotto indossato per anni senza capire quanto mi pesasse.
Per la prima volta, Lucia apparteneva solo a se stessa. Ed era più dolce di ogni sicurezza.





