Ho cambiato idea sul matrimonio
Ultimamente passo le mie serate fino a tardi nel laboratorio dell’università di Milano, immerso in provette e polveri che studio con la speranza che un giorno la mia fatica venga ripagata. Credo davvero che tra poco potrò finalmente presentare ai miei colleghi il risultato ricavato dalle radici di una rara pianta mediterranea.
Il mio entusiasmo e la determinazione, a quarantanni suonati, mi fanno perdere di vista tutto il resto. Così, non ho quasi mai notato gli sguardi insistenti di Caterina, la giovane donna delle pulizie assunta solo qualche settimana fa.
Assorbito dalla frenesia dei miei esperimenti, non mi sono accorto di come Caterina, spesso, resti nel mio studio anche dopo aver terminato le sue mansioni, appoggiata al manico dello spazzolone a fissarmi con aria assorta.
Alla fine, una sera, la ragazza si fa coraggio e rompe il silenzio:
Professore Arcangelo, lei è sempre qui, inchiodato alla sedia… Se le va, prendiamo un tè insieme? Per sbaglio ho portato con me il bollitore. E ci sono anche delle salsicce fatte in casa.
Appena sento la parola “salsicce”, distolgo lo sguardo dai miei liquidi e mi alzo:
Un tè? Con salsicce? Sarebbe davvero un peccato rifiutare.
Caterina prende il suo zaino con le mani tremanti e tira fuori prima il bollitore, poi un contenitore pieno di cibo.
Giusto ieri mia madre mi ha portato della carne fresca dalla campagna, così ho preparato delle salsicce al forno.
La ragazza mette il vassoio sul tavolo, raggiante.
Io guardo con attenzione il contenitore di plastica:
Mi scusi, da quanto tempo tiene questo cibo nello zaino?
Caterina si intimidisce:
Dalla mattina, credo. Perché?
E il coperchio era sempre chiuso come ora?
Certo risponde lei, un po preoccupata. Pensa che sia già andato a male? In spogliatoio cera fresco, i termosifoni non li hanno ancora accesi.
Combatto con i dubbi:
Allora… meglio se beviamo solo il tè. Le salsicce le porti a casa, mi raccomando.
Caterina, che aveva passato tutta la sera precedente a impastare carne, se la prende e si riappropria con decisione del vassoio.
Capisco dalle sue sopracciglia accigliate che non ha gradito.
Oh, non apra quel contenitore! esclamo agitato, stringendomi il fazzoletto sul naso e allontanandomi.
Lei lo apre comunque, inspira, e con aria offesa dice:
Ma non profuma di nulla! Voi cittadini ve la tirate troppo. Se non volete, mangio io.
Poi si mette a versare il tè nelle tazze sbattendo rumorosamente il vassoio sul tavolo.
Mi riavvicino piano.
Il tè caldo mi scalda un po anche lumore. Guardo Caterina che addenta la salsiccia con trasporto.
Di manzo? chiedo, curioso.
Lei annuisce, senza smettere di masticare.
Profuma un sacco… aggiungo.
Il mio stomaco brontola. Al corpo, a volte, non puoi mentire.
Respiro a fondo:
A dire il vero, secondo le norme, la temperatura dello spogliatoio non dovrebbe superare i ventidue gradi, quindi in teoria nessun batterio…
Lei mi interrompe:
Cosa sta dicendo, professore?
Vedo una goccia dolio colare dal mento di Caterina e uno scintillio di unto sul naso.
I miei pensieri si scontrano:
“Chissà quanto sarà saporita… e il profumo è davvero irresistibile.”
“No, Arcangelo, lo sai che mangiare cibo conservato chissà come è rischioso. E quella ragazza, tanto simpatica quanto ingenua, di certo non ha pensato allimportanza della catena del freddo!”
Intanto bevo il tè, rassegnato, mentre il mio stomaco rumoreggia.
Ma poi succede lincredibile: la mano si muove da sola, prendo una salsiccia, affondo i denti e sento la crosta croccante sciogliersi.
Meraviglioso, chi le ha fatte?
Caterina arrossisce:
Io, glielho detto…
E io continuo a mangiare, occhi chiusi in unestasi gastronomica.
Lei si asciuga la bocca col grembiule, poi si pulisce gli occhi.
Finalmente! Vede che le ho fatto cambiare idea? Sono cresciuta fra pentole e fornelli!
***
Per ringraziarla della cena, mi offro di accompagnare Caterina alla fermata dellautobus. Scopro che ha appena ventitré anni.
Molto giovane. Quasi come una figlia. Restiamo dieci minuti buoni ad aspettare la corriera che non passa.
Domani porto i biscotti fatti in casa, sorride, arrossendo. Li faccio io, a mano. Preferisce quelli alle carote o con la ricotta?
Qualsiasi va bene.
Glieli porto entrambi, allora.
E da quella sera, incredibilmente, attendo con ansia il giorno dopo.
Mi scordo quasi dei risultati dei miei esperimenti; e pure il sogno che faccio quella notte mi lascia il volto in fiamme: Caterina che si sbottona la camicia lentamente…
Mi sveglio sconvolto.
Mai guardato una donna in quarantanni, e ora… sono stregato.
Parte 2
Prima di conoscere i genitori di Caterina, sono comprensibilmente teso. Sul taxi che ci porta in provincia di Bergamo, sistemo i pochi capelli rimasti sopra il cranio nella speranza di nascondere la chierica più vistosa che mai.
Ieri sera Caterina, con la mia testa sulle sue gambe, ha eliminato con le pinzette ogni capello bianco.
Mi sono rasato, vestito di tutto punto con giacca e cravatta, profumato come per una festa.
Caterina, affettuosa, mi stringe la guancia con la sua, come una gatta che fa le fusa.
Piacerai alla mamma, vedrai. Lei è comprensiva. Il patrigno, poi, è un uomo buono, sempre daccordo con tutti.
Quanti anni ha tua madre?
Quarantacinque.
E io ne ho appena quarantuno… Sarà daccordo?
Ma certo, che problema cè? E se serve, dirò che aspetto un bambino da te.
Meglio evitare bugie fin da subito, dico preoccupato.
Arriviamo. Appena scendo dalla macchina il vento prova a portarsi via il mio cappello.
È inverno pieno. Mai vista tanta neve nemmeno nelle zone degli Appennini.
Mentre osservo la scena, Caterina paga lautista, salta fuori e si carica di tutte le borse, anche le mie.
Il loro è il classico casolare lombardo, tutto storto, con il tetto di tegole vecchie e una canna fumaria che termina con un vecchio vaso al posto del comignolo.
La porta scricchiola, dentro pavimenti di legno coperti da tappeti fatti a mano, pareti spesse e bianche di calce. Sembra irreale tutto quanto.
“Dio mio, ma si può vivere davvero così? Forse è solo una casa per gli ospiti, o una casetta da caccia.”
Ma Caterina sussurra di slacciarmi le scarpe, poi mi spinge nellunica piccola stanza riscaldata.
Al centro sta una donna in vestaglia pesante.
Buonasera, mamma. Questo è Arcangelo, il mio fidanzato. Te ne parlavo al telefono.
La signora mi misura dalla testa ai piedi con uno sguardo che sa di gelo.
Piacere, dico.
Ma già il tono fa tremare:
Quanti anni avete, voi due?
Mi irrigidisco.
Piacere, mi chiamo Arcangelo Cardone, lavoro con sua figlia…
Quanti anni avete?! quasi urla la signora.
Quarantuno.
E mia figlia ha ventitré! Ma scusate, potrebbe essere suo padre!
Senta, lo so che non sono giovane, ma voglio bene a Caterina. Ho un posto fisso, ho una casa in città e una casa in campagna…
Macchina non ne ha però!
No, sono un po miope e non potrei guidare, ma posso comprarla, se è così importante. O insegnare a Caterina a guidare…
Ma ci mancherebbe! sbotta la donna, ho capito tutto! Volete farle fare la domestica! La schiavitù è finita da un pezzo!
Ma che dice, guardi che… voglio sposare Caterina! E magari, se Dio vorrà, avere anche dei figli. Le assicuro che sono serio.
Dal retro sbuca il patrigno, trentenne, simpatico ed elegante, occhi scuri, capelli ricci che sembrano di un attore.
Piacere, tanto sentito parlare di lei, sorride.
Sembra perfetto, quasi più giovane e bello degli altri.
Andrea, non fare lamicone. Mia figlia non la darò mai a uno così vecchio!
Caterina si ribella:
Mamma, ma ti rendi conto di come lo tratti? Io vado via con lui!
Non uscire!
La discussione degenera.
Scivolo via dalla presa di Caterina e provo ad andarmene:
Scusami Caterina, ma non posso fare nulla contro tua mamma. Addio.
Allora è giusto che me ne vada anchio! grida Caterina Si può sapere perché permette agli amanti di entrare in casa mentre scaccia me?
Non essere maleducata! interviene Andrea.
Taci! la madre lo zittisce ancor più forte.
Il pandemonio è totale, io scivolo fuori, evitato per poco da uno sgabello lanciato nella mia direzione.
“Che Dio mi aiuti!”, penso, scappando fuori da quella follia.
Corro per la neve, giro il paese in cerca di un taxi o di una stazione.
Lo shock mi stringe il petto, sono sicuro che la pressione sia alle stelle.
Ma chi me lha fatto fare di venire fin qui?, sussurro tra me. Stavo così bene in laboratorio, tranquillo.
Tiro fuori il cellulare per telefonare, ma ovviamente qui non cè campo.
Stanco, lentamente torno alla casa, riconoscendo il vaso scheggiato sul comignolo.
Davanti allingresso, il silenzio è surreale.
Caterina esce dalla porta, con le borse in mano:
Arcangelo, sei ancora qui?
Sì, avevo bisogno daria… mento.
Visto che la mamma non mi vuole più, vengo via con te, dice lei.
Intanto, i miei piedi sono gelati e inizio a saltellare per scaldarmi. Lamore, in quel momento, sembra secondario.
Inizio a dubitare di tutto, della ragazza e della sua stramba famiglia.
La madre di Caterina si affaccia, imponente con la giacca di pelliccia e gli stivali.
Una vera matriarca.
Se non mi rispetti, strada facendo… ora lui si occuperà di te.
Caterina fa spallucce:
Meglio con lui che con voi, mamma! Ma almeno chiamateci un taxi?
Tornatevela a piedi!
Caterina cerca conforto in me:
Arcangelo, trova una soluzione…
Mi sento sfinito e mezzo congelato:
Non prende la linea qui, vai dai vicini a chiedere il taxi.
Per la prima volta in vita mia, ho paura davvero. Sento le gambe deboli, respiro a fatica e collasso.
Coshai?! urla Caterina, attirando ancor più attenzioni.
Mi gira la testa… Questa casa mi seppellirà!
***
Capisco poco, mi risveglio quando una signora in camice mi dà uniniezione.
Riprendo conoscenza su un divanetto traballante.
Non provi ad alzarsi, mi intima la dottoressa di paese. Riposi almeno mezzora.
Cosè successo?
Crisi ipertensiva. Ha la pressione alle stelle. Deve rilassarsi.
Mai stato così teso in vita mia…
Mi appare il viso della futura suocera:
E sarebbe pure malato! borbotta.
Mamma, lascia stare! interviene Caterina.
Mi aiuta a bere il tè con il cucchiaino.
La dottoressa si congeda; la imploro:
Può portarmi via con lei?
Dove? Vivo qui, lavoro qui.
Caterina mi guarda, occhi grandi:
Te ne vuoi andare? Non serve più. Ho chiarito con mamma. Ora è tutto a posto.
Ma io, la voglia di sposarmi, ormai lho persa.
Nemmeno incrocio lo sguardo di Caterina.
Loro si saranno pure messe daccordo, ma io ormai ho deciso: appena posso me ne scappo e giuro che non mi avvicinerò più a una donna nemmeno per sbaglio.
***
Il giorno dopo, chiusa la giornata in laboratorio, avverto la mia assistente:
Finito qui. Chiuda anche lei, sto chiudendo tutto e vado.
Maria, la laboriosa tirocinante di trentadue anni, si fa rossa dietro le lenti:
Ho portato una torta. Le va un tè?
No! esclamo. Qui si lavora, non si fanno merende!
Ma siamo fuori orario, professore, abbozza lei.
Vada a casa! la interrompo, seccato.
Lei raccoglie le sue cose, mortificata, e se ne va sibilando:
Che matto…
Sospiro e chiudo la porta a chiave.
Corro a casa. Arrivo che sono quasi le otto di sera.
Caterina mi apre la porta non appena sente le chiavi nella toppa.
Buonasera, professore.
Cosa cè per cena? chiedo, senza guardarla.
Zuppa danatra e ravioli di patate.
Ottimo. Ho molta fame. Segna tutto sul taccuino, così a fine mese ti rimborso i soldi della spesa e te li aggiungo allo stipendio.
Mi tolgo le scarpe, labito, mi lavo le mani e vado in cucina dove mi aspetta la cena.
Caterina si muove intorno a me, titubante:
Arcangelo, sei ancora arrabbiato con mia mamma? Ti ha già chiesto scusa. Aveva solo paura che un professore come te ti prendessi gioco di me…
Io mescolo la zuppa, ma qualcosa mi blocca lappetito.
Hai paura delle nostre liti? Ma dai, noi litighiamo e facciamo la pace continuamente… Ok, esageriamo a volte, ma non è nulla di grave…
Mi alzo, la prendo delicatamente per le spalle e la accompagno prima in corridoio, poi alla porta, mettendole in mano tutte le sue cose.
È tardi, vai pure a casa. Domani non venire, mangerò i ravioli rimasti. Dopodomani, sì.
Le chiudo la porta in faccia, la lascio a piangere e torno in cucina a finire la mia cena, da solo.




