Lidia, ciao! Preparati, hai unospite, ha detto mia sorella mentre faceva rotolare la valigia nellingresso con un calcio.
Era sabato, verso mezzogiorno, e io, Lidia, non stavo pensando a nulla di particolare. Quando il campanello ha suonato.
Due volte. Poi altre tre. Poi in maniera prolungata, insistente.
Fausto, dal divano senza staccare gli occhi dalla televisione, ha commentato assorto:
Qualcuno ha davvero fretta.
Dietro la porta, cera mia sorella minore, Nina. Due valigioni enormi, una borsa a tracolla e il sorriso soddisfatto di chi ha appena preso una grande decisione di vita.
Lidia, ciao! Oggi tocca a te accogliere unospite, ha detto mentre con una disinvoltura da facchino spingeva la valigia oltre la soglia. Pareva quasi che tutta la vita si fosse allenata a farlo.
Mi sono scansata distinto. Quarantanni di rapporti tra sorelle non sono uno scherzo; il corpo reagisce prima della testa.
Per quanto tempo? ho chiesto, scrutando la seconda valigia.
Nina si è tolta il giubbotto e lo ha appeso proprio allattaccapanni dove cera il mio cappotto e ha dato unocchiata in giro con aria da capocantiere.
Per sempre, Lidia. Mi trasferisco. Avete una casa grande, tre stanze, siete solo in due. Una stanza è di troppo. Allora ho deciso.
Lho fissata per qualche secondo. Ha deciso, punto.
In salotto, Fausto ha alzato delicatamente il volume della TV.
Nina, ma sei seria?
Più che seria, lei già si inoltrava nel corridoio, sbirciando nelle stanze. Ecco, questa va bene. È luminosa. Finestra sul cortile, silenziosa.
Era la camera degli ospiti. Quella dove stava il vecchio divano, la macchina da cucire e tre scatoloni di cose che continuavo a rimandare di sistemare.
Nina, lho raggiunta sulla soglia. Non ne avevamo neanche parlato.
Che dovevamo parlare? ha aggrottato le sopracciglia, sorpresa. Siamo sorelle, Lidia. Tra sorelle tutto si condivide. Mamma ci ha insegnato così.
Mi è venuto in mente che, forse, mamma in questo momento era meglio non nominarla.
Dallaltra stanza la TV borbottava previsioni del tempo per la settimana. Fausto sembrava deciso a memorizzarle nel dettaglio.
Intanto, Nina già stava aprendo la sua valigia.
Si sistemava con gusto, ordinata, con quellaria da padrona che si riprende ciò che le spettava di diritto.
Per prima cosa ha cambiato la posizione del letto: non voleva la testata sotto la finestra «Correnti daria, Lidia, non ce la faccio, mi blocca il collo». Poi ha spostato la macchina da cucire nellangolo. «A cosa serve qui? Tu cuci? No? Ecco». Guardavo la macchina che veniva trascinata e tacevo.
A sera, nellingresso, sono comparsi i suoi pantofole pelose col pon pon, quei modelli che si trovano solo nei mercatini dinverno. Accanto, le mie scarpe erano la sobrietà fatta a calzatura, in confronto.
A tavola, per cena, Fausto mangiava in silenzio fissando la minestra come se dovesse scoprire un segreto.
La minestra è buona, ha detto.
Una minestra come tante, ha ribattuto Nina, aggiungendo pratica: Fausto, avete un ventilatore? Nella mia stanza manca aria.
Fausto ha sollevato lo sguardo. Prima su Nina, poi su di me.
Lo cerchiamo, ha detto.
Io, mentalmente, ho sospirato così profondamente che mi è sembrato sentirlo fin nei piedi.
Al terzo giorno, Nina si è dedicata al frigorifero.
E ora arriva il bello non lha solo aperto e guardato: lo ha ispezionato come un investigatore.
Lidia, il kefir è scaduto.
Sì, mi è sfuggito di buttarlo.
E perché compri tre panetti di burro alla volta? Occupano tutto.
Nina, è il mio frigorifero.
E allora? Non sono mica una estranea.
Questo era il suo grande classico. La chiave universale. Me lo ripeteva cinque volte al giorno e ogni volta pensavo: E se dicessi la verità? Sì, Nina, su certe cose sei un po estranea. Ma tacevo.
Intanto, Nina aveva imparato tutto della casa.
Sapeva quando Fausto usciva per il corso di intaglio e quando rientrava. Sapeva a che ora guardavo la mia serie preferita, e proprio in quei minuti appariva con una tazza di tè e tante chiacchiere. Sulla vita, sui vicini che lei non aveva più, sul tempo, sui giovani doggi ormai persi, e sulla politica. Di quella, aveva scorte infinite.
Io ascoltavo, annuivo, buttando un occhio allo schermo dove la protagonista viveva la sua tragedia, e pensavo che quella reale nel mio salotto non era poi da meno.
Al mattino, lei si alzava per prima.
Avevo sempre pensato che mia sorella fosse un gufo, invece è unallodola. Unallodola con la sveglia incorporata. Alle sei già rumore di padelle in cucina, la sua voce squillante come allalba di una gita scout:
Fausto, vuoi luovo strapazzato? Lidia, a te lo preparo con o senza pomodoro? Ho trovato un po di formaggio stagionato in frigo, lho grattugiato, meglio non buttarlo!
Fausto arrivava in cucina con la faccia di chi è stato svegliato e ancora non capisce bene perché. Si sedeva, mangiava, ringraziava educatamente.
E io, in vestaglia sulla porta, guardavo quella scena.
Lei serve la colazione a mio marito. Nella mia cucina.
Credo che quella mattina qualcosa, dentro di me, si sia spezzato silenziosamente.
Mi sono versata il caffè, mi sono seduta vicino alla finestra e ho chiamato mia figlia.
Alessia, hai tempo?
Certo, mamma, dimmi.
Vieni da me? Devo parlarti.
Alessia è arrivata domenica a pranzo, con una torta sotto braccio. Lha posata, mi ha abbracciata e a mezza voce: Allora, racconta.
Così ho raccontato tutto. Delle valigie. Dei pon pon alle pantofole. Della macchina da cucire relegata in un angolo. Del formaggio meglio grattugiarlo che buttarlo. Delle sue colazioni allalba.
Alessia ascoltava senza interrompere, solo ogni tanto sollevava le sopracciglia così in alto da sfiorare la frangia.
Mamma. Almeno paga qualcosa? Spesa, bollette?
Dice che pagherà la spesa.
Dice o paga?
Sono stata zitta.
Dice.
Alessia ha dato uno sguardo verso il corridoio, verso la camera degli ospiti dietro la porta chiusa.
In quel momento, Nina è comparsa dalla stanza. Vedendo Alessia, ha sorriso felice, con quellentusiasmo sincero di chi non ha niente da nascondere.
Alessia! Brava che sei venuta! Lidia, dovè lo zucchero? Quello nella zuccheriera è finito.
Nellarmadietto, ho detto.
Posso prenderlo?
Prendilo pure.
Lha preso, mescolato nel caffè, assaggiato, annuito.
Alessia la guardava con quellaria tranquilla di chi ha già deciso tutto da tempo.
Zia Nina, ma la casa tua quando lhai venduta?
Silenzio.
Breve, ma eloquente.
E tu come lo sai? Nina ha posato la tazzina.
Zia Maria me lha detto per telefono, per caso.
Nina mi ha lanciato uno sguardo. Io guardavo fuori.
E allora? ha detto, con quel tono familiare, un po offeso un po ostinato, di chi è stato colto in flagrante ma comunque ha ragione. I soldi li ho, aspetto solo che il mercato immobiliare migliori. Resto qui un po, metto via qualcosa e poi si vede.
Quanto sarebbe un po? ha chiesto Alessia.
Mah… un annetto, forse due. Vediamo.
Mi sono voltata dal davanzale.
Nina, ho detto piano. Hai preso i soldi della casa e ti sei trasferita da me per non spenderli. Ho capito bene?
Lidia, dai, non essere così.
Ho capito bene?
Siamo sorelle, ha detto lei. Era la sua chiave più sicura.
Ma su di me, stavolta, non ha funzionato.
Alessia con la famiglia verrà a stare qui, in quella stanza. Lho invitata. Si trasferiscono sabato prossimo.
Nina ha fissato Alessia. Lei beveva il tè con la calma di chi sa più di quanto dica.
Ma da quando… ha iniziato Nina.
Da ora, le ho detto.
Non era la verità. Alessia ha la sua casa e non deve trasferirsi. Ma la guardavo con una sicurezza che Nina, mi sa, non si aspettava.
Restò in silenzio qualche minuto. Poi si alzò. Riaggiustò la vestaglia.
Chiaro, disse. Secco. Senza aggiungere altro.
E tornò in camera sua.
Per due giorni si preparò con la stessa cura metodica di quando era arrivata. Prima rumorini di sacchetti, poi tintinnii di grucce, poi nuovamente qualche mobile mosso risistemava tutto comera. Io non entrai mai. Fausto nemmeno.
Mercoledì mattina, Nina uscì con entrambe le valigie. Le posò vicino alla porta.
Vado da Tamara. Mi invita da mesi.
Va bene, risposi.
Fatti sentire, eh.
Certo.
Prese le valigie.
Lidia, disse senza voltarsi. Sei cambiata.
Pensai un attimo.
Sì, risposi. Credo di sì.
La porta si chiuse.
Rimasi per qualche minuto nel corridoio. Guardai lattaccapanni, ormai vuoto dove prima cera il suo giubbotto. Il pavimento, finalmente libero dalle sue pantofole pelose. Lo spazio era tornato a respirare.
Entrai nella stanza degli ospiti. Aprii la finestra.
Poi spostai la macchina da cucire di nuovo accanto alla finestra, come aveva sempre fatto parte della casa.
La sera chiamò Alessia:
Allora, se nè andata?
È andata.
E tu come stai?
Ci pensai un momento.
Bene, dissi. Davvero bene.
Fuori si faceva buio, Fausto armeggiava in cucina con le stoviglie e quel rumore mi sembrò improvvisamente il più familiare e rassicurante del mondo.






