Appoggiai la tazza sul tavolo proprio quando sentii squillare il telefono. Numero sconosciuto, ma il modo di chiamarelunghi squilli ostinati, come se qualcuno fosse certo che dovessi rispondereera inconfondibile. Guardai il display e capii: era lui. Lorenzo. Il mio ex marito, che cinque anni prima era andato via da me per un’altra donna e lì aveva avuto un figlio.
Non risposi subito. Rimasi accanto alla finestra, guardando il cortile dove giocavano dei bambini, chiedendomi: perché? Perché ancora?
Il telefono smise di squillare. Poi ricominciò.
Sospirai e risposi.
Chiara, ciao la voce di Lorenzo era bassa, quasi imbarazzata. Devo parlarti. È urgente.
Di cosa? mi sedetti sul davanzale, stringendo il telefono all’orecchio, pronta a una delle sue solite richieste. Lorenzo era sempre stato bravo a chiedere, in modo che sembrasse impossibile dirgli di no.
Possiamo vederci? Non voglio spiegarti tutto al telefono, capisci
Non capisco risposi calma. Dimmelo adesso, oppure niente.
Si fece silenzio. Poi sospirò, un respiro affaticato, come se fumasse più del solito.
Marta è malata. Tumore al quarto stadio. I dottori dicono due mesi, forse tre.
Martala donna per cui mi aveva lasciata. Quella che gli aveva dato un figlio. Sentii un brivido, non di compassione, ma di premonizione: stava per chiedermi qualcosa di terribile.
Mi dispiace molto, risposi con tono neutro. Ma non capisco perché mi chiami.
Chiara… Ho bisogno di te. Non so a chi altro chiedere aiuto.
Rimasi in silenzio. Una cornacchia volò fuori dalla finestra, si posò su un ramo di pioppo e mi guardò, come a consigliarmi: non fidarti.
Chiara, ti prego, vediamoci. Ti spiego tutto. È importante. Riguarda Matteo, mio figlio.
Tuo figlio, pensai tra me e me. Non mio. Mai mio.
Daccordo, risposi seccamente. Domani. Al bar di Piazza Dante, alle tre.
Chiusi la chiamata e rimasi a lungo seduta sul davanzale, fissando il vuoto. Il tè si era raffreddato, i pomodori sul tagliere avevano perso freschezza. Sul frigorifero, una vecchia foto: io e Lorenzo in campagna, sorridenti, mano nella mano. Era da tempo che volevo buttarla, ma non trovavo il coraggio. Forse avevo paura di ammettere che quella donna nella foto non esisteva più.
Il giorno seguente arrivai in anticipo al bar. Ordinai un tè, mi sedetti vicino alla finestra ad aspettare. Lorenzo arrivò dieci minuti doposguardo stanco, invecchiato, i capelli ai lati quasi scomparsi. Si mise di fronte a me, annuì allunica cameriera e mi guardò come se chiedesse scusa prima ancora di parlare.
Grazie di essere venuta, sussurrò.
Dimmi tutto, risposi, stringendo la tazza per scaldarmi le mani. Non ho molto tempo.
Non so da dove iniziare
Dai dallinizio. Perché mi hai chiamata.
Lorenzo sospirò, si passò il viso tra le mani.
Marta non ce la fa più. È ufficiale. La chemio non fa effetto e per operarla è tardi. Non ha parenti: la madre è morta tre anni fa, il padre non lha mai conosciuto. Matteo resterà solo. Ha cinque anni.
Tacevo. Sentii qualcosa contrarsi dentro di me, ma non lasciai che niente trasparisse.
Vorrei chiederti esitò, guardava il tavolo. Puoi aiutarci? Economicamente. Servirebbero soldi per le cure, lassistenza. Te lo restituisco, lo giuro, ma ora non ho niente.
Quanto? domandai.
Centomila euro. Forse di più.
Appoggiai la tazza con calma. Una goccia di tè cadde sulla tovaglia, macchiandola.
Centomila euro, ripetei. Da dove credi che possa trovarli?
Potresti vendere la casa in via Dei Tigli. Hai sempre detto che non ti serve, che non ci vivi mai.
La casa di via Dei Tigli. Un bilocale vecchio, regalo dei miei genitori quando mi sposai. Poi lavevo data a Lorenzo, per il suo compleanno, pensando che sarebbe rimasto con me per sempre. Lui la affittava, ne ricavava un buon incasso. Ora mi chiedeva di venderla.
Sei serio? lo fissai negli occhi. Vuoi che venda la casa che ti regalai ormai anni fa?
Chiara, so che sembra assurdo, ma
No, risposi ferma. No, Lorenzo. È la mia casa. Un regalo non è un obbligo.
Lui impallidì.
Ma Marta sta morendo! Matteo resterà solo!
Matteo ha un padre, mi alzai di scatto, afferrando la borsa. Tu. Questa è tua responsabilità, non mia.
Chiara, aspetta
Non aspettai. Scesi in strada, stringendo il telefono. Le mani tremavano. Avrò fatto la cosa giusta? O sono solo unegoista senza cuore?
A casa chiamai Marina. Marina era la mia amica delluniversità, lunica a non avermi mai giudicata dopo il divorzio o detto che dovevo sopportare per la famiglia.
Ti ha chiesto di vendere casa? ripeté sbalordita. Chiara, ma è impazzito?
Guarda che Marta sta morendo. E il bambino è piccolo
E quindi? Non è affar tuo. Tu a lui non devi nulla. A nulla!
Però mi sento male, confessai. Mi sembra di dire no a chi sta morendo.
Hai tutto il diritto di dire no, anche se è difficile, disse Marina decisa. Ricordatelo, Chiara. Non devi salvare nessuno dalle sue scelte.
Mi sdraiai sul divano chiudendo gli occhi. Le parole di Lorenzo, il viso di quella donna che avevo incrociato una voltacasualmente, mentre spingeva il passeggino accanto a lui. Capelli chiari, un sorriso, lo sguardo felice. Aveva portato via mio maritolo pensavo allora. Ora sta morendo, dovrei aiutarla?
No. Non devo nulla.
Due giorni dopo, Lorenzo richiamò. Stavolta nessun appuntamento, solo la voce tesa e disperata al telefono.
Chiara, lo so che ce lhai con me. Ma pensa a Matteo. Lui non ha colpe.
Non sono arrabbiata, risposi. Solo, non voglio essere coinvolta.
Ho unultima richiesta, esitò. Se Marta dovesse morire potresti essere tu la tutrice di Matteo? Almeno finché non mi riorganizzo.
Allinizio non capii.
Scusa?
Sei una donna, hai cresciuto Irene. Matteo ha bisogno di una madre, da solo non ce la faccio
Lorenzo, lo interruppi, gelida. Davvero chiedi che diventi la madre del figlio che hai avuto mentre mi tradivi?
Chiara, so che suona
No, dissi. No, no e no. Dimenticati di me. Non farò parte della tua nuova vita.
Riagganciai e rimasi seduta a terra, appoggiata al muro. Il cuore batteva forte, la testa ronzava.
Come osi?
Quella sera tornò Irene, mia figlia di ventotto anni, bella, intelligente e indipendente. Lavorava in unagenzia di pubblicità, affittava casa al centro, aveva la sua vita. Ci vedevamo poco, ma sempre con affetto.
Mamma, papà mi ha chiamata disse appena varcò la porta. Mi ha parlato di Marta e Matteo.
Annuii, misi su il bollitore.
E tu cosa pensi, Irene?
Mi ha detto che ti sei rifiutata di aiutare. Che sei insensibile.
Mi girai verso di lei. Irene era nel corridoio, le braccia incrociate, e mi guardava sorpresa.
Insensibile? ripetei. Curiosa definizione.
Mamma, come puoi? È un bambino. Non è colpa sua.
Hai ragione. Lui non ha colpe. Ma questo non lo rende una mia responsabilità.
Ma potresti aiutare! Anche solo un po!
Irene, non venderò la casa. E nemmeno assumerò la tutela di un bambino che non è mio. Questa non è la mia storia. È quella di tuo padre.
Sei unegoista disse sottovoce, delusa.
Mi fece male. Ma non mi giustificai.
Può darsi, ammisi. Ma è un mio diritto.
Irene se ne andò dopo mezzora, lasciando il tè intatto. Rimasi sola, il silenzio in casa era quello di una chiesa vuota.
I giorni seguenti furono un incubo. Lorenzo continuava a chiamare, mandare messaggi: suppliche, minacce. Minacciava tribunali, diceva che avrebbe raccontato a tutti quanto fossi senza cuore, che Irene mi avrebbe odiata.
Non rispondevo. Leggevo e cancellavo.
Poi, una sera, si presentò proprio Marta. Pallida, magrissima, un foulard in testa. Stava sulla soglia, con occhi spenti.
Posso entrare? chiese piano.
La feci sedere in cucina. A lungo fissò lacqua che le avevo versato.
Non vi chiedo di amare Matteo, disse poi. Vi chiedo solo dargli una possibilità. È piccolo. Gli servirà qualcuno, quando io non ci sarò più.
E suo padre? domandai.
Lorenzo da solo non ce la fa. È debole. Lo sapete.
Lo sapevo, sì. Lorenzo è sempre stato deboleaffascinante, simpatico, ma fragile. Sapeva solo chiedere.
Non posso, dissi. Mi dispiace, davvero ma non posso.
Marta annuì, si alzò e andò verso la porta. Sulla soglia si voltò.
Siete una donna forte, disse. Vi ho sempre invidiata. Lorenzo parlava sempre di voi Ma ora vedo che questa forza viene da un gran gelo.
La porta si chiuse. Rimasi immobile in mezzo al corridoio.
Da un gran gelo.
Quella notte non dormii. Fissavo il soffitto, pensavo a Matteo, a Lorenzo, a Marta. Davvero ero diventata fredda? Un tempo ero diversa: morbida, pronta a perdonare, a dare tutto me stessa agli altri.
Ma poi Lorenzo mi aveva tradita. Era uscito dalla mia vita. E avevo imparato che donarsi non serve, se poi vieni tradita comunque.
Ma è davvero giusto?
Mi alzai e mi avvicinai alla finestra. Fuori era buio, solo i lampioni accesi. Da qualche parte abbaiava un cane.
Ho il diritto di dire no, ricordai le parole di Marina. Anche se è doloroso. Anche se gli altri ci giudicano.
Non devo pagare per gli errori altrui. Non devo essere leroina del dramma di un altro.
Al mattino chiamai Lorenzo.
Vediamoci. Oggi. Stesso bar.
Arrivò con una speranza mesta negli occhi. Si sedette, incrociò le mani sul tavolo.
Chiara, sapevo che
Non dire nulla, lo interruppi. Ascoltami con attenzione. Non venderò la casa. Quel regalo era libertà, non un obbligo. Non sarò la madre di tuo figlio. Non è la mia storia, non è il mio dolore.
Ma
Hai scelto tu, continuai sicura. Hai inventato questa vita. Hai lasciato me, hai avuto un figlio con unaltra donna. Ora affronta le conseguenze. Io non devo salvarti dalle tue scelte.
Lorenzo impallidì.
Quindi vuoi che Matteo soffra?
Voglio che tu la smetta di usarlo per ricattarmi, dissi con calma. Hai parenti, amici. Marta ha amici. Cerca lì. Ma non coinvolgere me.
Sei crudele, sussurrò. Senza cuore.
Mi alzai, afferrai la borsa.
Forse risposi. Ma è la mia vita. E non ti permetterò mai più di entrarci.
Uscii dal bar e camminai per la città. I passi erano leggeri, la schiena dritta. Non mi voltai.
Passarono due settimane. Lorenzo non chiamò più. Irene pure stette in silenzio. Marina veniva ogni tanto da me, sorseggiava il tè e parlavamo di tutto, meno che di Matteo e Marta.
Ripresi in mano la mia vita. Andavo a lavoro, cucinavo, leggevo romanzi. La sera sedevo alla finestra, guardando i bambini giocare in cortile.
A volte pensavo a Matteo. Chissà comè? A chi somiglia? Ma i pensieri passavano, come nuvole leggere. Non mi aggrappavo più a loro.
Un giorno arrivò un messaggino di Irene: «Mamma, scusa. Ora capisco. Avevi ragione tu».
Sorrisi e risposi: «Grazie, cara. Ti voglio bene».
Mi accomodai alla finestra con una tazza di tè e guardai la mia casetta piccola ma luminosa. Il mio luogo. La mia casa. La mia vita.
Non sono diventata uneroina. Non ho salvato nessuno. Non mi sono sacrificata.
Ma ho salvato me stessa. E questa è stata la mia vittoria.
Silenziosa, senza applausi. Ma autentica.
Feci un sorso di tè e aprii il libro. Il sole filtrava dalla finestra e il mondo continuava a girare.
E finalmente non provai più senso di colpa, semplicemente per aver scelto di restare fedele a me stessa. In fondo, anche questa è una forma damore.



