– Come farò senza di te ora? Cosa devo fare? Perché dovrei continuare a vivere? – Le lacrime gli rig…

Come farò, adesso, senza di te? Cosa dovrei fare? Perché dovrei andare avanti? Le lacrime gli solcavano il viso, e dentro sentiva solo vuoto. Lì, dove prima batteva il cuore, ora cera solo un buco nero.

Valerio era innamorato di Irene fin dai tempi della scuola. Lei era minuta, fragile, con una pioggia di lentiggini ramate sul naso. Così laveva vista la prima volta, quando erano in prima media, e già allora era rimasto rapito da lei.

Irene era più giovane di lui di tre anni. Studiava sempre bene, la prima della classe, riservata e un po timida.

Anno dopo anno, Valerio sentiva di avvicinarsi sempre più a lei nel cuore. La osservava di nascosto durante la ricreazione mentre saltava la corda nel cortile della scuola con le amiche: leggera, come una farfalla al sole. Sognava che un giorno si sarebbero sposati.

Quando tornò dal militare, lo stesso giorno si presentò a casa di Irene con un mazzo di fiori e chiese la sua mano.

Il padre di Irene era un uomo severo, tutto dun pezzo. Parlarono a lungo, in una stanza a parte, e poi, con un sorriso appena accennato, le mise la mano della figlia nella sua.

Il matrimonio fu una festa grandiosa, piena di amici e parenti venuti anche da lontano. Tre giorni durò la celebrazione. Gli occhi di Irene brillavano di felicità e Valerio era fiero: sentiva che aveva sposato la donna più bella e buona del paese.

Solo due anni dopo, con laiuto dei genitori, Valerio finì di costruire la loro casa. Irene era al settimo cielo: tre mesi prima della nascita della loro prima figlia, riuscirono a trasferirsi nel loro nuovo nido. Erano una famiglia felice.

La bambina nacque sana e robusta. La chiamarono Alessandra, come la nonna materna. Ma per Irene il parto fu una dura prova.

Per un anno intero, Irene andò avanti pallida, esausta, come prosciugata. Valerio la portava dai medici, ma nessuno sapeva dire altro che: serve solo tempo, il corpo deve riprendersi.

Quando la piccola aveva appena un anno e mezzo, Irene scoprì di essere di nuovo incinta. I medici le consigliarono di non proseguire: era ancora troppo debilitata, e la gravidanza poteva essere pericolosa. Ma Irene era incrollabile.

Non abbandonerò mio figlio! esclamava Non ha colpa di nulla, vuole solo venire al mondo. Sia fatta la volontà di Dio.

Lultima parte della gravidanza fu un inferno; Irene dovette restare in ospedale. A casa, la bambina aspettava la madre e Valerio si struggeva dinquietudine.

Sentiva che qualcosa di brutto stava per accadere. E le sue paure, purtroppo, si avverarono. Irene non resistette al parto: il cuore le si fermò. Ma aveva dato alla luce due bellissime gemelle.

Valerio fu travolto dal dolore. Al cimitero fissava la terra nera della tomba con lo sguardo vuoto.

In quel momento, davanti agli occhi gli passarono tutti i giorni felici con Irene, il suo sorriso, il suo profumo. E nelle orecchie risuonava, come uneco assordante, la sua risata allegra. Valerio crollò sulle ginocchia, urlando come un animale ferito.

Come faccio senza di te, adesso? Perché vivere ancora? Le lacrime non smettevano di scendergli mentre sentiva solo buio dentro.

Dopo il funerale, affogava ogni notte nel vino, cercando di dimenticare, di non sentire la voce di lei, il ricordo della sua risata.

I genitori di Irene portarono le bambine con sé, pensando che Valerio non si sarebbe mai ripreso, che non avrebbe potuto essere il padre di cui avevano bisogno.

Quaranta giorni dopo la morte di Irene, stordito dal vino, Valerio si addormentò nel corridoio. In sogno vide Irene: entrava in casa, con un vestito bianco, i capelli ramati sciolti sulle spalle, splendenti nella luce dellalba.

Gli accarezzò la testa e, con la tenerezza di sempre, gli sussurrò:

Valerio, amore mio, ma cosa combini? Non ti vergogni? Strizzò i suoi occhi verdi e agitò il dito come per rimproverarlo.

Le tue figlie sono qui che aspettano il loro papà, sentono la tua mancanza. Tu sei importante per loro come io lo ero per te. Se davvero mi hai amata, non abbandonarle, vuole loro bene come lo hai voluto a me.

Quando Valerio si svegliò, non sentiva più lodore del vino: la prima luce del mattino gli scaldava la guancia attraverso la finestra.

Appena il sole fu alto, Valerio si presentò a casa dei suoceri: ben rasato, vestiti puliti e stirati, il volto segnato da una nuova serietà, come se in una notte fosse invecchiato di cinquantanni.

Senza dire una parola, baciò la mano della suocera, abbracciò forte il suocero, prese le figlie e tornò a casa.

Da quel giorno vissero in quattro. Valerio imparò a essere padre e madre, a cucinare per le bambine, a lavare e rammendare.

Quando intrecciava le trecce era meglio di qualsiasi mamma. A scuola le bambine erano sempre ordinate, studiose e gentili.

E se qualcuno si azzardava a offenderle, Valerio volava in loro difesa come un falco.

I vicini gli chiedevano spesso:

Ma perché non ti risposi? Sei ancora giovane, bello, in salute Quante donne sbirciano te!

Valerio sorrideva e rispondeva:

Io sono già sposato.

Guardate che a casa mia di spose ce ne sono già tre; se ne porto unaltra rischio di non sopravvivere quattro donne tutte insieme!

Così, tra battute e sudore, notti insonni e un tozzo di pane da dividere, Valerio crebbe tre figlie stupende.

Quando erano ormai grandi, una vicina cominciò a far visita a Valerio, portando ogni tanto dei porcini secchi o un po di baccalà ammollato. E provava a corteggiarlo.

Valerio capì che non avrebbe mai desistito, ma non voleva ferirla. Un giorno la invitò a cena e le disse:

Quale delle mie figlie ti è più simpatica?

Lei rispose, piccata:

Le tue figlie non mi interessano! Tra poco finiranno la scuola e se ne andranno per la loro strada. O vuoi vivere solo per sempre? Io amo te, non loro!

Allora Valerio le diede una sua fotografia:

Tieni, così puoi volermi bene quanto vuoi a casa, finché vuoi.

La vicina se ne andò con la foto, depressa.

Le ragazze crebbero, si iscrissero alluniversità a Bologna, ma non dimenticarono mai il padre. Nei fine settimana tornavano sempre a casa ad aiutarlo nella vigna o nellorto.

Quando Valerio diede la mano delle sue figlie ai loro sposi, parlò con ciascuno come fece un tempo il padre di Irene. E a tutte e tre le sue principesse augurò solo felicità.

Le ragazze divennero donne; ognuna aveva la sua famiglia, i suoi figli, le sue preoccupazioni. Ma il padre non venne mai dimenticato.

Quando cera una festa o una domenica, tutta la famiglia arrivava nella vecchia casa in campagna. Valerio era amato da figlie, nipoti e anche dal piccolo pronipote.

Quando Valerio compì ottantuno anni, fece di nuovo un sogno.

Era in mezzo a un campo, giovane, forte, con le spalle larghe, i capelli neri che brillavano al sole. E su quel prato correva verso di lui la sua Irene.

Portava ancora il vestito bianco, era scalza e nei suoi capelli la luce del sole si spezzava in mille riflessi.

Valerio aprì le braccia, il cuore gli batteva forte, come dovesse uscirgli dal petto. Si strinsero forte, lei lo guardò negli occhi e con voce lieve disse:

Valerio mio, sei stato tanto bravo. Hai dato alle nostre figlie una vita felice. Io ti ho visto, pregavo per te tutti i giorni sussurrò, stringendogli la mano.

Andiamo. Ora saremo insieme, per sempre.

Si presero per mano e sincamminarono nellerba verde e folta.

A salutare Valerio venne tutta la famiglia. Le figlie lo piangevano, era dura lasciarlo andare, ma sapevano che finalmente aveva raggiunto la donna amata per tutta la vita.

Questa non è una storia di fantasia. È la vita vera di un grande uomo: un padre con la P maiuscola. È una storia che ho sentito raccontare da mia nonna.

In tutto il paese, chiunque lo conosceva. Così può succedere che un uomo scelga di dedicare la propria vita interamente ai figli, al posto di sé stesso. Che la terra gli sia lieve!

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