«Come la suocera trasforma il weekend in una tortura»

«Come la suocera trasforma il weekend in una tortura»
«Non siamo i vostri dipendenti!» Come la suocera trasforma ogni weekend in una fatica disumana

Se un anno fa mi avessero detto che i miei rari e agognati weekend si sarebbero trasformati in estenuanti sessioni di lavoro manuale, con muscoli che bruciano e lacrime agli occhi, non ci avrei creduto. Eppure, eccoci qui. La colpa? Mia suocera, lindomabile Grazia De Luca, che ha deciso: siccome io e mio marito Luca viviamo in un appartamento in città senza neanche un balcone, evidentemente siamo degli oziosi con tempo da sprecare. Perfetti, quindi, per essere sfruttati a piacimento.

Siamo sposati da poco più di un anno. Il nostro matrimonio è stato semplice: i soldi scarseggiavano e, nella nostra città, ogni euro conta. I miei genitori ci hanno aiutato regalandoci un piccolo bilocale in un palazzo antico. Non proprio in perfette condizioni, ovvio, quindi abbiamo iniziato a ristrutturare piano piano: un rubinetto qui, una tappezzeria lì, il pavimento della cucina. I fondi sono pochi, e il tempo ancora meno.

I genitori di Luca, però, vivono in campagna con una casa enorme, un orto, galline, anatre, una capretta e persino due mucche. Hanno scelto questa vitatutta loroin un paesino dove la terra è sacra. Rispettiamo la loro scelta, ma non è il nostro stile.

Grazia, però, la pensa diversamente. Quando ha scoperto che noi «viviamo al calduccio, senza preoccupazioni», ha iniziato a invitarci spesso. Allinizio eravamo solo «ospiti», ma presto ogni sabato e domenica si è trasformato in un «venite ad aiutare!». Niente relax, niente ripososolo lavoro. Appena varcavamo la porta, ci infilavano in mano una scopa, una vanga o un secchio. Sorriso stampato e via a zappare.

Allinizio pensavo: «Va bene, aiutiamo un po, facciamo vedere che ci teniamo». Luca provava anche a frenarla: «Abbiamo la ristrutturazione, poco tempo, lavori stressanti». Ma Grazia è più testarda di un mulo. «Voi in città vi credete dei principi! Qui tutto ricade su di me!». Se osavi parlare di stanchezza, ti ignorava. «Cosa avete da fare in quel buco di appartamento? Vi abbiamo cresciuto, ora è il momento di restituire!».

A dire il vero, volevo fare la brava nuora. Evitare litigi. Ma poi, durante una visita, mi ha sbattuto in mano un secchio dacqua e uno straccio: «Mentre io cucino la minestra, tu lavi tutto il pavimentofino al capanno e ritorno. E Luca deve sistemare il pollaio». Ho provato a rifiutare educatamente, spiegando che ero esausta. Ma mi ha trattata come unaiutante pagata che osava ribellarsi.

La domenica sera ero a pezzi. Lunedì ho dormito fino a tardi e il capo è rimasto scandalizzatoio, puntuale come un orologio svizzero, improvvisamente ko. Ho mentito, dicendo di non stare bene. Tutto questo dopo un «weekend di relax» dalla suocera. Zero gratitudine, solo rimproveri.

Il peggio? Avevamo ripetuto mille volte: «Abbiamo impegni, siamo stanchi, la casa è un cantiere!». Ma Grazia chiamava ogni giorno: «Quando venite? Lorto non si zappa da solo!». Se dicevamo di no, ribatteva: «Ma cosa state ristrutturando, un castello?».

La sua sfacciataggine mi ha sconvolto. Soprattutto quando ha detto chiaramente: «Contavo su di te. Sei una donna, devi imparare a mungere le mucche e coltivare lortoti farà bene». Ho tenuto la bocca chiusa, ma dentro ribollivo. Io non voglio vivere in campagna. Non ho mai sognato di spalare letame.

Luca mi ha sostenuto. Era stufo quanto me. Una volta amava tornare dai genitori, ora lo faceva solo per senso del dovere. Evitava le sue chiamate, perché erano solo lamentele. Io cercavo scuse per non andare.

Alla fine ho confessato tutto a mia madre, e lei mi ha capito. Mi ha detto: «Laiuto è volontario. Non potete diventare la forza lavoro gratuita di nessuno. Se cedete ora, peggiorerà».

Sono esausta. Tra lavoro, ristrutturazione e fatica in campagna, vorrei solo dormire. Un weekend con un libro o un film, non con una vanga in mano.

Luca parla di un ultimatum: o Grazia smette, o tagliamo i ponti. Sembra duro? Forse. Ma abbiamo una nostra vita, sogni, obiettivi. Non siamo degli operai a contratto.

E se qualcuno dice: «È normale», «Bisogna aiutare i genitori», io rispondo: aiutare significa essere chiesti, non comandati. Essere ringraziati, non manipolati. Avere una scelta, non ordini.

Forse linverno placherà lentusiasmo di Grazia. E iofinalmentepotrò respirare. E ricordarmi che il weekend serve per riposare, non per la servitù della gleba.

Alla fine ho imparato: il senso del dovere non deve diventare una condanna, e lamore non si estorce col lavoro. Alcuni confini vanno tracciatio saranno gli altri a farlo per te.

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