«Come sarebbe che non ti occuperai del figlio di mio figlio?!» – la suocera non si è trattenuta – Primo, non mi tiro certo indietro con Igor. Voglio ricordare che in questa casa, dopo il lavoro, faccio da brava moglie e madre la seconda giornata tra cucina, lavatrici e pulizie. Posso aiutare e dare qualche consiglio, ma non ho intenzione di prendermi completamente sulle spalle tutte le responsabilità genitoriali. – E allora? Non ci pensi proprio? Allora sei proprio una falsa! – Senti, Rita, chi accetta un lavoro quando non viene mai pagata? – come da copione, al nostro ritrovo di classe, la Svetlana di turno non ha perso il vizio del giudizio su tutto e tutti. Ma i tempi in cui Rita restava senza parole sono finiti da un pezzo. Adesso sa sempre cosa rispondere e non si è lasciata sfuggire l’occasione per mettere la pungente Svetlana al suo posto. – Se tu devi sempre preoccuparti di dove trovare i soldi, non vuol dire che tutti abbiano i tuoi stessi problemi, – ha scrollato le spalle Rita. – A me da mio padre sono rimasti due appartamenti a Milano. Uno era il loro prima del divorzio, l’altro è arrivato da parte dei nonni, prima a lui e poi a me. E l’affitto lì, si sa, non è certo quello di provincia – mi permette di vivere tranquillamente e togliermi qualche sfizio, quindi posso scegliere il lavoro che mi piace davvero. D’altronde, non hai forse cambiato anche tu lavoro da dottoressa a commessa per questo motivo? In teoria era un segreto. Rita aveva promesso di non dirlo a nessuno. Ma se davvero Svetlana voleva che questa informazione restasse nascosta, allora avrebbe dovuto pensarci prima di dare della “stupida” a Rita davanti a tutti. Cos’è, sperava davvero che tutto le venisse perdonato? Allora la “stupida” non è certo Rita. – Ah, commessa? Sul serio? – Ma avevi promesso di non dirlo! – stridette Svetlana offesa. Subito dopo, agguantata la borsa, scappò quasi in lacrime verso l’uscita del ristorante. – Ben le sta, – commentò Andrea dopo qualche secondo di silenzio. – Già. Era insopportabile, davvero. Ma chi l’ha invitata? – aggiunse Tania. – Sono stata io, – la vecchia rappresentante di classe, oggi organizzatrice della serata, Anna, quasi si scusò. – Sì, ricordo bene quanto fosse insopportabile a scuola, ma si spera che la gente cambi crescendo. Almeno alcuni. – Non sempre, – fece spallucce Rita. I presenti scoppiarono a ridere. Poi cominciarono a fare domande sul lavoro di Rita. Era normale curiosità (stavolta senza giudizi o battutine sulla sua scelta lavorativa o sulle sue capacità intellettive). In pochi hanno a che fare con quel mondo (e forse nessuno lo augurerebbe nemmeno al peggior nemico), così la professione è avvolta da miti e pregiudizi. Rita, durante la serata, li ha smontati uno a uno chiacchierando con gli ex compagni. – Ma perché curarli se tanto non serve? – domandò qualcuno dei vecchi amici. – E chi l’ha detto? Guarda, c’è un bambino che seguo, cinque anni. Durante il parto qualcosa è andato storto, c’è stata un’ipossia, e adesso ha un ritardo nello sviluppo linguistico. Ma il suo quadro clinico è ottimo: ha semplicemente iniziato a parlare tardi e ora i genitori lo portano da logopedisti e neurologi. Ma il bambino, probabilmente, andrà in una scuola normale, e non avrà grosse difficoltà nella vita. Se nessuno ci avesse lavorato sopra, le cose sarebbero andate molto diversamente. – Ho capito: non hai bisogno di correre dietro ai soldi e ti dedichi a qualcosa di importante, – concluse Valerio. La conversazione si spostò poi su vite e famiglie degli altri. Ad un certo punto, Rita sentì come se qualcuno la osservasse. Pensò fosse solo paranoia, ma poi la sensazione tornò di nuovo. Dando una rapida occhiata, vide che in realtà nessuno si era interessato a lei tra i presenti. Così tornò tranquilla dai suoi amici e si lasciò alle spalle la strana sensazione. Passò una settimana dall’incontro. Una mattina presto, Rita, mentre si preparava per andare al lavoro, si accorse che la sua auto era “bloccata” da un’altra. Chiamò il numero lasciato sul parabrezza, e le rispose un ragazzo molto gentile che si scusò mille volte e promise di scendere subito a spostare la macchina. – Mi scusi tanto, – disse il giovane, sorridendo. – Dovevo sbrigare delle cose e non c’era posto, solo lì potevo parcheggiare. Io sono Massimo. – Rita, – si presentò lei. C’era qualcosa in Massimo che le ispirava simpatia: il modo di porsi, l’abbigliamento, persino il profumo. Accettò subito un invito a uscire con lui. Poi arrivò un altro, e dopo tre mesi non riusciva più a immaginare la sua vita senza Max. Anche la madre di Max e il figlio, Igor, nato dal primo matrimonio di lui, accolsero Rita come una di famiglia. Igor aveva dei bisogni particolari, ma grazie alle sue competenze professionali, Rita riuscì presto a entrare in sintonia con lui. Suggerì anche a Max alcune tecniche per migliorare il rapporto col figlio e favorire la socializzazione. Dopo un anno, si trasferirono tutti insieme. Rita affittò il suo monolocale tramite l’agenzia milanese che seguiva gli altri appartamenti, e si portò a casa di Max con Igor e i suoi bagagli. Fu allora che cominciarono i primi campanelli d’allarme. All’inizio erano richieste semplici – «aiuti Igor a prepararsi?», oppure «puoi stare con lui mezz’ora mentre vado a fare la spesa?». Finché era una cosa saltuario e senza altri impegni, ci poteva stare. Lei e Igor avevano un ottimo rapporto. Ma le richieste si fecero sempre più impegnative. Così Rita decise di parlarne con Max: Igor era soprattutto una sua responsabilità. Lei era pronta ad aiutare entro i limiti delle sue possibilità, ma non intendeva farsi carico di più di un quinto dei compiti per crescere Igor, anche perché lui non era suo figlio e al lavoro Rita aveva già abbastanza a che fare con bambini speciali. Sembra che Max avesse capito. Poi, però, pochi giorni prima del matrimonio, Max e sua madre cominciarono a parlare del programma di riabilitazione del figlio, raccontandolo a Rita come se, ovviamente, dovesse essere lei a occuparsene nel tempo libero. – Alt, fermi un attimo, – li riportò all’ordine Rita. – Max, avevamo un accordo: di tuo figlio ti occupi tu. Io mica ti chiedo di andare a pulire a casa di mia madre, farle il trasloco o risolverle i problemi, giusto? Ci penso io, nei limiti delle mie energie. – Ma che paragone è mai questo, – borbottò la futura suocera. – Una madre è una madre, una donna adulta vive per conto suo. Ma un bambino è un bambino. Pensi davvero che dopo il matrimonio continuerai a tirarti indietro con Igor e che per noi sarà tutto normale? – Innanzitutto, io non mi tiro indietro con Igor. Voglio solo ricordare che, in questa casa, dopo il lavoro, faccio la seconda giornata tra cucina, lavatrici e pulizie da brava moglie e madre. Ma occuparmi anche della riabilitazione di Igor no, perché è figlio di Max, e quindi tocca a lui in primo luogo. Posso aiutare, consigliare, ma non ho intenzione di assumermi tutte le responsabilità genitoriali. – Cioè che vuol dire, non hai intenzione? Allora sei proprio un’ipocrita! Con i tuoi amici parli del tuo lavoro in modo spettacolare, ma quando si tratta davvero di occuparsi del bambino, non si ottiene mai niente da te! – Ma di cosa state parlando? – chiese Rita, interdetta. Poi le si accese una lampadina. Si ricordò che la madre di Max lavorava saltuariamente come lavapiatti proprio nel ristorante del ritrovo di classe. Tutto calzava. – Ah, quindi avete architettato tutto solo per scaricarmi vostro figlio…? – Cosa credevi, che sarei stato davvero entusiasta di mettermi con una come te? – Max sbottò. – Se non fosse stato per Igor e per il tuo lavoro non ti avrei mai degnata di uno sguardo… – Ah sì? Allora vattene a cercare altrove! – Rita si toglie l’anello dal dito e lo lancia all’ex fidanzato. – Te ne pentirai! – minacciarono Max e sua madre. – Un uomo serio non vuole una donnicciola con un lavoro inutile e senza soldi. – Io ho due appartamenti a Milano, quindi i soldi non mi mancano, – ribatté Rita. E godendosi la faccia stravolta di Max e sua madre, andò a preparare le sue cose. Naturalmente arrivarono subito i tentativi di riappacificazione. Promesse che avrebbe fatto tutto lui, che non avrebbe più parlato così, le scuse, le dichiarazioni d’amore. Rita, senza essere stupida, non ci credette per niente. Ridacchiando, ribatté che Max si era lasciato scappare il suo “topolino” e che non sembrava essere lei quella a rimpiangere qualcosa. Con gli ex compagni di classe ne risero poi a lungo. E Rita spera ancora, un giorno, di trovare qualcuno che l’amerà non per i soldi o per quello che sa fare, ma per la persona che è davvero. Nel frattempo le basta il suo lavoro, gli amici e magari un gatto: almeno quello si educa, al contrario di certi uomini.

– Ma come sarebbe che non vuoi occuparti del figlio di mio figlio? non riuscì a trattenersi la suocera.

– Innanzitutto non giro certo il naso davanti a Riccardino. Vorrei solo ricordare che in questa casa sono proprio io, ogni sera dopo il lavoro, da brava moglie e madre, a farmi un secondo turno fra cucina, bucato e pulizie.
Posso dare una mano o qualche suggerimento, ma non intendo caricarmi sulle spalle tutte le responsabilità genitoriali.

– Che vuol dire che non intendi farlo? Allora è così che sei, ipocrita!

– Dai, smettila, Rita. Che senso ha lavorare se poi non ti pagano? come sempre, Simonetta durante la rimpatriata degli ex compagni non aveva perso l’abitudine di criticare tutto e tutti.

Ma ormai quei tempi in cui Rita non sapeva cosa rispondere erano finiti. Adesso aveva sempre la battuta pronta e quelloccasione non se la sarebbe fatta sfuggire per rimettere Simonetta al suo posto.

– Se ti capita di domandarti come sbarcare il lunario non significa che tutti abbiano i tuoi stessi problemi rispose con unalzata di spalle. Dal papà ho ereditato due appartamenti a Milano.

Uno era suo, ci vivevamo prima che lui e mamma divorziassero. Laltro era dei nonni, passato prima a papà e poi a me.

E gli affitti lì, capite bene, non sono certo da queste parti: mi basta per vivere e togliermi qualche sfizio, quindi posso permettermi di scegliere un lavoro che mi piaccia e non purché paghi.

Dopotutto è per questo che tu hai lasciato la medicina per fare la commessa?

Questa, in realtà, doveva restare una confidenza. Rita si era ripromessa di non farla trapelare.

Ma se davvero Simonetta voleva tener nascosto il fatto, avrebbe dovuto pensarci due volte prima di insultare Rita davanti a tutti.

Pensava davvero che le sarebbe passato tutto liscio? Se sì, la poco sveglia non era certo Rita.

– Commessa, sul serio?

– Ma avevi promesso di non dirlo a nessuno! strillò Simonetta ferita.

Allistante afferrò la sua borsa e si precipitò fuori dal ristorante, trattenendo a stento le lacrime.

– Se lè cercata, commentò Andrea dopo un attimo di silenzio.

– Appunto. Aveva proprio stufato. Ma chi lha invitata? domandò Tania.

– Ho invitato tutti io, si scusò Anna, lex capoclasse e ora organizzatrice delle serate. Sì, ricordo che Simonetta a scuola non era il massimo, ma le persone cambiano… almeno così si dice. Alcune.

– Ma non sempre, scrollò le spalle Rita.

Risero tutti. Poi iniziarono a tempestare Rita di domande sul suo lavoro.

La loro curiosità era sincera (nessuna offesa per le sue scelte o intelligenza); era comprensibile, dopotutto pochi si trovano in quel campo e nessuno se lo augurerebbe nemmeno al peggior nemico.

Rita cominciò a sfatare uno dopo laltro tutti i falsi miti parlando con i vecchi amici.

– Ma che senso ha curarli se tanto non serve? chiese uno degli ex compagni.

– E chi lha detto che non serve? Per esempio, seguo un bimbo di cinque anni. Durante il parto qualcosa è andato storto, unipossia, e ora ha un ritardo cognitivo.

Il bello è che il suo quadro è più favorevole di quanto pensaste: ha cominciato a parlare verso i tre anni, e ora i suoi sono impegnati tra logopedista e neuropsichiatra infantile.

Ma ci sono ottime possibilità che il piccolo possa frequentare la scuola normale e crescere sereno, senza grandi handicap.

E se non se ne fossero occupati? Andava tutto molto peggio.

– Insomma, non dovendo rincorrere leuro, lavori in un campo socialmente utile, concluse Valerio.

Così la conversazione scivolò sulle vite e le famiglie degli altri ex compagni.

Rita però cominciò a sentirsi osservata, anche se archiviò quella sensazione come semplice paranoia. Poi capitò di nuovo: si sentì addosso uno sguardo e, quando si voltò, nessuno la stava fissando. In fondo, tra tutti quei clienti, nessuno poteva conoscerla davvero.

Così si godette la compagnia degli amici dellinfanzia, dimenticando quello strano senso di disagio.

Passò una settimana dallincontro tra ex compagni.

Una mattina presto, mentre scendeva in cortile per andare al lavoro, Rita vide che la sua auto era intrappolata dal parcheggio di un altro.

Chiamò il numero segnato sulla macchina: un giovane le rispose inondata di scuse e le promise che sarebbe sceso subito a spostarla.

– Mi perdoni, disse, arrivando trafelato ma sono venuto per affari e non cera davvero posto. Io sono Massimo.

– Rita, si presentò lei. In Massimo cera qualcosa di rassicurante.

Il modo in cui si muoveva, si vestiva, perfino il suo profumo la colpì tanto che accettò senza indugio un invito a cena.

Poi un altro, e dopo tre mesi, non riusciva più a immaginare la sua vita senza Massimo.

Anche la madre di lui e il figlio dal primo matrimonio accolsero Rita come una di famiglia.

Il bambino aveva delle difficoltà, ma Rita, grazie al suo lavoro, trovò subito la chiave per comunicare con Riccardo.

Suggerì anche a Massimo alcune tecniche per aiutare il figlio a inserirsi meglio.

Dopo un anno andarono a convivere. Più precisamente, fu Rita a trasferirsi nellappartamento di Massimo e Riccardo.

Il suo piccolo bilocale lo affittava abitualmente tramite la stessa agenzia che seguiva gli immobili ereditati a Milano. Lei, con la valigia in mano, andò a vivere con il futuro marito e suo figlio.

Fu allora che cominciarono i primi segnali preoccupanti.

All’inizio si trattava di piccole cose aiuta Riccardo a prepararsi, o sta con lui mezzoretta mentre vado a fare la spesa.

Fino a lì, Rita aiutava volentieri: aveva un buon rapporto con il bambino e non aveva altri impegni in quel momento.

Le richieste però divennero via via più pesanti.

Così un giorno Rita affrontò Massimo: il figlio era suo e toccava soprattutto a lui occuparsene.

Lei era sempre disponibile a dare una mano, ma non voleva caricarsi di più di una piccola parte della cura di Riccardo: aveva già a che fare ogni giorno con casi simili per lavoro.

Massimo sembrò capire, ma poco prima delle nozze lui e sua madre presero a discutere pubblicamente il programma di riabilitazione del bambino, come se dovesse occuparsene Rita, nei suoi ritagli di tempo.

– Alt, basta così, li fermò subito lei. Massimo, tra noi cera un accordo: tu ti occupi di tuo figlio.

Non ti chiedo di andare a pulire da mia madre, farle lavori in casa o risolverle i problemi, vero? A ognuno le proprie cose!

– Ma che paragone fai? sbottò la futura suocera. Una madre è una madre, una donna adulta che vive da sola è un conto. Un bambino è tutta unaltra cosa.

Oppure pensi che dopo il matrimonio continuerai a rifilare Riccardino e noi dovremmo accettarlo senza batter ciglio?

– Io non giro certo il naso davanti a lui. In questa casa, dopo il lavoro da brava donna di casa porto avanti la cucina, il bucato, le pulizie.

Ma cè un limite: la riabilitazione di Riccardo deve restare un compito di Massimo, perché è suo figlio. Io posso aiutare e consigliare, ma non mi faccio carico di tutto.

– Quindi proprio non vuoi occupartene? Bella coerenza, davvero! Tanto brava a raccontare dei tuoi successi lavorativi agli amici, ma quando cè da occuparsi concretamente di un bambino, sparisci!

– Ma di cosa state parlando? non capiva Rita.

Poi ricordò un dettaglio: la madre di Massimo faceva la lavapiatti in quel ristorante dove si era svolta la rimpatriata.

Tutto tornava.

Allora era tutto organizzato apposta per rifilarmi la responsabilità di vostro figlio?

– Pensavi davvero che fossi entusiasta di mettermi con una come te? sbottò Massimo. Se non fosse per Riccardo e il tuo lavoro, non ti avrei mai degnata di uno sguardo…

– E allora non guardarmi più, disse Rita, sfilandosi lanello e lanciandolo addosso allormai ex fidanzato.

– Te ne pentirai, minacciarono lui e sua madre. Un vero uomo non vuole una donna senza futuro né soldi.

– Ho due appartamenti a Milano, quindi i soldi non mi mancano, replicò Rita, colpendo nel segno.

Si lasciò scorrere addosso lo stupore sui loro volti e si mise a preparare le valigie.

Ovviamente partirono subito tentativi di riconciliazione, promesse che Massimo avrebbe badato lui a Riccardo, che non avrebbe parlato più così, che il lavoro lo aveva stressato, che lamava, che non avrebbe mai più fatto una cosa simile.

Ma Rita, non essendo ingenua, a queste promesse non credette. Ironizzò solo: Hai perso il topo, Massimo, e non mi pare che sia io quella che deve rimpiangere qualcosa.

Poi con gli ex compagni ci rise su.

E ancora oggi Rita nutre la speranza di incontrare qualcuno che la ami, non per i soldi o per le sue competenze, ma per la donna che è.

Nel frattempo, le bastano il suo lavoro, gli amici e, perché no, magari un gatto: almeno lui, a differenza di certi uomini, si lascia educare.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

four × five =

«Come sarebbe che non ti occuperai del figlio di mio figlio?!» – la suocera non si è trattenuta – Primo, non mi tiro certo indietro con Igor. Voglio ricordare che in questa casa, dopo il lavoro, faccio da brava moglie e madre la seconda giornata tra cucina, lavatrici e pulizie. Posso aiutare e dare qualche consiglio, ma non ho intenzione di prendermi completamente sulle spalle tutte le responsabilità genitoriali. – E allora? Non ci pensi proprio? Allora sei proprio una falsa! – Senti, Rita, chi accetta un lavoro quando non viene mai pagata? – come da copione, al nostro ritrovo di classe, la Svetlana di turno non ha perso il vizio del giudizio su tutto e tutti. Ma i tempi in cui Rita restava senza parole sono finiti da un pezzo. Adesso sa sempre cosa rispondere e non si è lasciata sfuggire l’occasione per mettere la pungente Svetlana al suo posto. – Se tu devi sempre preoccuparti di dove trovare i soldi, non vuol dire che tutti abbiano i tuoi stessi problemi, – ha scrollato le spalle Rita. – A me da mio padre sono rimasti due appartamenti a Milano. Uno era il loro prima del divorzio, l’altro è arrivato da parte dei nonni, prima a lui e poi a me. E l’affitto lì, si sa, non è certo quello di provincia – mi permette di vivere tranquillamente e togliermi qualche sfizio, quindi posso scegliere il lavoro che mi piace davvero. D’altronde, non hai forse cambiato anche tu lavoro da dottoressa a commessa per questo motivo? In teoria era un segreto. Rita aveva promesso di non dirlo a nessuno. Ma se davvero Svetlana voleva che questa informazione restasse nascosta, allora avrebbe dovuto pensarci prima di dare della “stupida” a Rita davanti a tutti. Cos’è, sperava davvero che tutto le venisse perdonato? Allora la “stupida” non è certo Rita. – Ah, commessa? Sul serio? – Ma avevi promesso di non dirlo! – stridette Svetlana offesa. Subito dopo, agguantata la borsa, scappò quasi in lacrime verso l’uscita del ristorante. – Ben le sta, – commentò Andrea dopo qualche secondo di silenzio. – Già. Era insopportabile, davvero. Ma chi l’ha invitata? – aggiunse Tania. – Sono stata io, – la vecchia rappresentante di classe, oggi organizzatrice della serata, Anna, quasi si scusò. – Sì, ricordo bene quanto fosse insopportabile a scuola, ma si spera che la gente cambi crescendo. Almeno alcuni. – Non sempre, – fece spallucce Rita. I presenti scoppiarono a ridere. Poi cominciarono a fare domande sul lavoro di Rita. Era normale curiosità (stavolta senza giudizi o battutine sulla sua scelta lavorativa o sulle sue capacità intellettive). In pochi hanno a che fare con quel mondo (e forse nessuno lo augurerebbe nemmeno al peggior nemico), così la professione è avvolta da miti e pregiudizi. Rita, durante la serata, li ha smontati uno a uno chiacchierando con gli ex compagni. – Ma perché curarli se tanto non serve? – domandò qualcuno dei vecchi amici. – E chi l’ha detto? Guarda, c’è un bambino che seguo, cinque anni. Durante il parto qualcosa è andato storto, c’è stata un’ipossia, e adesso ha un ritardo nello sviluppo linguistico. Ma il suo quadro clinico è ottimo: ha semplicemente iniziato a parlare tardi e ora i genitori lo portano da logopedisti e neurologi. Ma il bambino, probabilmente, andrà in una scuola normale, e non avrà grosse difficoltà nella vita. Se nessuno ci avesse lavorato sopra, le cose sarebbero andate molto diversamente. – Ho capito: non hai bisogno di correre dietro ai soldi e ti dedichi a qualcosa di importante, – concluse Valerio. La conversazione si spostò poi su vite e famiglie degli altri. Ad un certo punto, Rita sentì come se qualcuno la osservasse. Pensò fosse solo paranoia, ma poi la sensazione tornò di nuovo. Dando una rapida occhiata, vide che in realtà nessuno si era interessato a lei tra i presenti. Così tornò tranquilla dai suoi amici e si lasciò alle spalle la strana sensazione. Passò una settimana dall’incontro. Una mattina presto, Rita, mentre si preparava per andare al lavoro, si accorse che la sua auto era “bloccata” da un’altra. Chiamò il numero lasciato sul parabrezza, e le rispose un ragazzo molto gentile che si scusò mille volte e promise di scendere subito a spostare la macchina. – Mi scusi tanto, – disse il giovane, sorridendo. – Dovevo sbrigare delle cose e non c’era posto, solo lì potevo parcheggiare. Io sono Massimo. – Rita, – si presentò lei. C’era qualcosa in Massimo che le ispirava simpatia: il modo di porsi, l’abbigliamento, persino il profumo. Accettò subito un invito a uscire con lui. Poi arrivò un altro, e dopo tre mesi non riusciva più a immaginare la sua vita senza Max. Anche la madre di Max e il figlio, Igor, nato dal primo matrimonio di lui, accolsero Rita come una di famiglia. Igor aveva dei bisogni particolari, ma grazie alle sue competenze professionali, Rita riuscì presto a entrare in sintonia con lui. Suggerì anche a Max alcune tecniche per migliorare il rapporto col figlio e favorire la socializzazione. Dopo un anno, si trasferirono tutti insieme. Rita affittò il suo monolocale tramite l’agenzia milanese che seguiva gli altri appartamenti, e si portò a casa di Max con Igor e i suoi bagagli. Fu allora che cominciarono i primi campanelli d’allarme. All’inizio erano richieste semplici – «aiuti Igor a prepararsi?», oppure «puoi stare con lui mezz’ora mentre vado a fare la spesa?». Finché era una cosa saltuario e senza altri impegni, ci poteva stare. Lei e Igor avevano un ottimo rapporto. Ma le richieste si fecero sempre più impegnative. Così Rita decise di parlarne con Max: Igor era soprattutto una sua responsabilità. Lei era pronta ad aiutare entro i limiti delle sue possibilità, ma non intendeva farsi carico di più di un quinto dei compiti per crescere Igor, anche perché lui non era suo figlio e al lavoro Rita aveva già abbastanza a che fare con bambini speciali. Sembra che Max avesse capito. Poi, però, pochi giorni prima del matrimonio, Max e sua madre cominciarono a parlare del programma di riabilitazione del figlio, raccontandolo a Rita come se, ovviamente, dovesse essere lei a occuparsene nel tempo libero. – Alt, fermi un attimo, – li riportò all’ordine Rita. – Max, avevamo un accordo: di tuo figlio ti occupi tu. Io mica ti chiedo di andare a pulire a casa di mia madre, farle il trasloco o risolverle i problemi, giusto? Ci penso io, nei limiti delle mie energie. – Ma che paragone è mai questo, – borbottò la futura suocera. – Una madre è una madre, una donna adulta vive per conto suo. Ma un bambino è un bambino. Pensi davvero che dopo il matrimonio continuerai a tirarti indietro con Igor e che per noi sarà tutto normale? – Innanzitutto, io non mi tiro indietro con Igor. Voglio solo ricordare che, in questa casa, dopo il lavoro, faccio la seconda giornata tra cucina, lavatrici e pulizie da brava moglie e madre. Ma occuparmi anche della riabilitazione di Igor no, perché è figlio di Max, e quindi tocca a lui in primo luogo. Posso aiutare, consigliare, ma non ho intenzione di assumermi tutte le responsabilità genitoriali. – Cioè che vuol dire, non hai intenzione? Allora sei proprio un’ipocrita! Con i tuoi amici parli del tuo lavoro in modo spettacolare, ma quando si tratta davvero di occuparsi del bambino, non si ottiene mai niente da te! – Ma di cosa state parlando? – chiese Rita, interdetta. Poi le si accese una lampadina. Si ricordò che la madre di Max lavorava saltuariamente come lavapiatti proprio nel ristorante del ritrovo di classe. Tutto calzava. – Ah, quindi avete architettato tutto solo per scaricarmi vostro figlio…? – Cosa credevi, che sarei stato davvero entusiasta di mettermi con una come te? – Max sbottò. – Se non fosse stato per Igor e per il tuo lavoro non ti avrei mai degnata di uno sguardo… – Ah sì? Allora vattene a cercare altrove! – Rita si toglie l’anello dal dito e lo lancia all’ex fidanzato. – Te ne pentirai! – minacciarono Max e sua madre. – Un uomo serio non vuole una donnicciola con un lavoro inutile e senza soldi. – Io ho due appartamenti a Milano, quindi i soldi non mi mancano, – ribatté Rita. E godendosi la faccia stravolta di Max e sua madre, andò a preparare le sue cose. Naturalmente arrivarono subito i tentativi di riappacificazione. Promesse che avrebbe fatto tutto lui, che non avrebbe più parlato così, le scuse, le dichiarazioni d’amore. Rita, senza essere stupida, non ci credette per niente. Ridacchiando, ribatté che Max si era lasciato scappare il suo “topolino” e che non sembrava essere lei quella a rimpiangere qualcosa. Con gli ex compagni di classe ne risero poi a lungo. E Rita spera ancora, un giorno, di trovare qualcuno che l’amerà non per i soldi o per quello che sa fare, ma per la persona che è davvero. Nel frattempo le basta il suo lavoro, gli amici e magari un gatto: almeno quello si educa, al contrario di certi uomini.