Come un’Uccellino Attratto dal Richiamo – La mia storia tra consigli della nonna, amori proibiti, un matrimonio da favola che si sgretola, e una seconda vita costruita con fatica e lealtà tutta italiana

COME UNA RONDINE CHE SEGUE IL SUO NIDO

Ragazze, ci si sposa una volta sola, e per sempre. Fino allultimo respiro bisogna stare con la persona che si ama. Altro che girare per il mondo come una trottola in cerca della propria metà, ché poi si resta come una mela rosicchiata. Luomo sposato? Un tabù assoluto. Nemmeno provateci a intrecciare una storia: tanto poi finite entrambe dritto in un burrone, e la felicità fa marcia indietro.

I miei genitori sono stati insieme per cinquantanni. I loro sono veri esempi. Ho sempre pensato che avrei trovato la mia anima gemella e lavrei custodita più gelosamente dei miei gioielli, così discutevo con le amiche quando ho compiuto ventanni. Tutta colpa della nonna Carmela, che certe frasi le piantava in testa come semi magici E io ci credevo, ciecamente.

Le amiche ridevano tutte insieme:
Non farci ridere, Giuliana! Vedrai quando ti prenderai una cotta per un uomo impegnato, poi ne riparliamo Arrivederci ai tuoi propositi!

Quello che non dicevo alle ragazze era che mia mamma, prima di sposarsi, aveva avuto mia sorella maggiore non si sa da chi. Un disastro, per un paese come il nostro. Cinque anni dopo sono nata io, stavolta però con tutti i crismi: mamma e papà erano ufficialmente marito e moglie. Papà era perdutamente innamorato, e hanno affrontato la vita mano nella mano, finché non hanno dovuto lasciare il paese. Da ragazzina decisi: niente figli fuori dal matrimonio, niente complicazioni amorose.

Ma si sa, il destino si diverte a scombinare i piani.

Con mia sorella Sofia non abbiamo mai avuto un gran rapporto. Lei è sempre convinta che ai miei i genitori vogliano più bene a me che a lei, e la gelosia non la molla mai. Abbiamo una specie di gara segreta: chi conquista più affetto? Una meraviglia di stupidaggine.

Ho conosciuto Enrico in un balera del posto. Lui, cadetto dellAccademia Militare; io, giovane infermiera col camice ancora stirato di fresco. Balli, risate, scintilla immediata. Dopo un mese ci siamo sposati. Felicità a fiotti! Io dietro a lui come una rondine dietro al nido.

Dopo la laurea in Accademia abbiamo lasciato la mia città natale, diretti in una piccola caserma che sembrava la fine del mondo. Facile indovinare: dopo poco iniziano i litigi, non ci capivamo più, discussioni su ogni cosa. Consigli da chiedere? Zero. Pianti? Nessuno con cui sfogarmi: la mamma era addirittura allestero.

Nasce la nostra piccola Tania. Erano gli anni Novanta Caos e crisi ovunque. Enrico lascia lesercito e si dà al vino. Allinizio lo compiangevo, tentando di rincuorarlo: Vedrai che passa, abbi pazienza. Enrico ascoltava con un orecchio solo:
Giuliana, lo so che hai ragione, ma non ce la faccio. Bevo, e tutto mi sembra rosa.

Poi ha iniziato a sparire di casa senza spiegazioni: un giorno, una settimana… Una volta è ricomparso dopo un mese intero, buttando sulla tavola una valigetta rigonfia di banconote.
E queste da dove vengono? chiedo sospettosa.
Che timporta, Giuliana? Prendili, goditela. Se serve, ne porto altri, rispondeva, gonfiandosi il petto.

Quella valigetta lho nascosta tra i maglioni pesanti. Col diavolo che ci toccavo un centesimo! Niente di quelle lire puzzolenti per me

Enrico poi è sparito di nuovo. È tornato dopo sei mesi, magro come uno spaventapasseri, viso grigio, occhi che facevano paura.
Giuliana, leva i tuoi anellini doro. Devo pagare una cosa grossa. Gente seria.
Niente da fare! Quella roba è un dono di mamma e papà, me la possono tagliare ma non la mollo!

Dai, Giuliana, aiutami una volta! si avvicinava minaccioso.

Avevo paura. Dalla cucina gli porto la famigerata valigia:
Prenditi i tuoi soldi. Io e Tania campiamo anche senza.

Apre il baule:
Non hai toccato nulla?
Neanche una moneta. Quei soldi non portano fortuna.

Non basta comunque sospira. Va be, ci penserò.

Quella notte, Enrico si ricordò dessere ancora mio marito: passione a valanga.
Io lo amavo, gli perdonavo tutto.
Il mattino dopo già faceva la valigia.
Starai via tanto? gli chiedo con gli occhi da cucciolo.
Non lo so, Giuliana. Aspettami, un bacio e via, la porta chiusa.

E io lo aspettavo. Un anno, due

Al lavoro, in ospedale, inizia a farmi la corte un medico. Domenico. Peccato solo che fosse sposato. Mi frenava non poco quella fede al dito. E poi, che facevo? Ero sposata anch’io, più o meno in teoria. Enrico, però, era sparito da oltre due anni. Silenzio da tomba: né cartoline, né panettoni per Natale.

Si avvicina il Capodanno. Atmosfera tra mandarini e panettoni, ovunque alberelli e canzoni allegre.
Squilla il campanello. Indovinate un po’? Enrico in carne ed ossa.

Lo abbraccio come una ragazzina e comincio a baciarlo:
Finalmente! Ma dove sei stato, Enrico?
Aspetta, Giuliana, niente baci. Ascolta Dobbiamo divorziare subito. Ho avuto un figlio. Non voglio che cresca senza il padre, sussurrava, imbarazzato.

Sono rimasta senza fiato. Tutto intorno ruotava come una giostra. Della mia vecchia passione era rimasto solo un tizzone. Ma insomma era destino. E gli dico niente, neanche una lacrima.
Va bene, Enrico. Dicono che non si può raccogliere lacqua versata. Non ti trattengo. Dopo le feste firmiamo tutto. Tutto sottosopra, come sempre.
Non vuoi vedere tua figlia? È da unamica a giocare. Se vuoi, la chiamo. Anche lei avrà un padre assente, volevo morderlo dove faceva più male.
Scusa, ho fretta. La saluterò unaltra volta, Enrico se ne andato.

Mai più visto. Tania, la sua bambina, se lè scordata come fosse una figurina persa. Da allora, ognuno per conto suo.

Domenico, il medico, ha colto subito il profumo di solitudine. E vi giuro, a quel punto della fede nuziale non me ne importava più nulla. Le regole ormai perse. Domenico sapeva come farti sentire Regina. Tre anni di amore proibito. Alla fine, mi chiede di sposarlo.
No, Domenico. Non possiamo schiacciare la felicità di tua moglie e tua figlia. Ognuno resta sul suo marciapiede. Parlavo con la voce che mi tremava.

Alla fine, riesco a chiudere quella pazzia, ma cambio pure ospedale, che a volte lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Poi il mio destino si chiama Vincenzo.
Conoscevo già suo figlio, Paolo: lui era rimasto col papà, la mamma di Vincenzo si era rifatta una famiglia e se lera dimenticato.
Ci siamo incontrati proprio in corsia, tra una flebo e laltra.

Vincenzo con le sue battute mi ha messo il cuore in subbuglio. Siamo finiti per innamorarci come ragazzini.
Paolo aveva sette anni, la mia Tania otto. Abbiamo formato una piccola tribù, e chissà che stella ce lo ha concesso: ci capivamo, ci aiutavamo, niente segreti.
Con Vincenzo mi è andata bene, mica come col primo marito. Lui è la mia luce, lo coccolo come oro in cassaforte.

Trentanni insieme mica uno scherzo.
Di recente, Enrico ha chiamato mia mamma:
Una donna come Giuliana non lho più trovataOgni tanto mi sorprendo a guardare Vincenzo mentre dorme. Ha qualche ruga in più, respira un po più forte, però il suo sorriso, anche nel sonno, mi fa sentire arrivo a casa dopo un viaggio interminabile. Tania e Paolo sono grandi, ognuno con i suoi guai e i suoi amori, ma quando ci ritroviamo tutti insieme la domenica, con il profumo del ragù che sale e la tovaglia macchiata di sugo, mi sembra ancora di essere al sicuro come nella cucina di mamma. Della nonna Carmela ricordo le mani piene di farina, e ripenso alle sue tante certezze: una vita dritta, il cuore unico e indivisibile.

Forse aveva ragione lei, forse invece avevano ragione le mie amiche. Ho sbagliato, ho inciampato, ho amato correndo il rischio di perdermi. Ma se guardo indietro, la felicità non è stata un unico grande amore, ma la somma di tutti i battiti del cuore; non un sentiero tracciato, ma mille traiettorie imprevedibili, come le rondini che ogni estate tornano, e trovano sempre un modo per costruire il nido, dovunque le porti il vento.

Così mi addormento accanto a Vincenzo, grata per tutto ciò che è stato. E penso che forse, alla fine, si resta fedeli solo a chi ci insegna la forza di ricominciare.

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