Cominciare da Zero: Un Viaggio Iniziato da Capo

Silenzio. Era così profondo che Romano allinizio non capì cosa lo avesse svegliato. Né la sveglia, né il frastuono della cucina, né il rumore dellacqua nella doccia. Niente. Solo il ronzio monotono del frigorifero contro il muro e il lontano rombo della città fuori dalla finestra.

Giaceva sul letto, ascoltando quel silenzio. Solo il giorno prima la casa era stata piena di vita: il cigolio del pavimento sotto i passi veloci di Ginevra, il fruscio delle pagine del libro che leggeva sulla poltrona, il fastidioso graffio dei suoi artigli di gatto sul divano. Ora il gatto era partito con lei. Il divano rimaneva vuoto, estraneo.

Il primo impulso fu afferrare il telefono e scrivere a qualcuno: Incontriamoci al bar, subito!. Versare a whisky il suo dolore, la sua amarezza, la sua rabbia. Raccontare a tutti quanto fosse stata No, si proibì persino di pensare a ciò. Un impulso più oscuro lo spingeva a cercare una compagnia qualsiasi per colmare quella terra di nessuno accanto a sé, una via facile alla distruzione, familiare e allettante.

Ma Romano si alzò, andò in cucina e mise sul fuoco lidrotermico. Mentre lacqua bolliva i suoi occhi si posarono sulla mensola dellentrata dove giaceva ancora il suo scialle di lana preferito. Lascia nella testa, ricordò un articolo letto una settimana prima, nel culmine della disperazione.

E allora, amico, è ora di estrarre lascia, si disse in silenzio.

Cominciò dal piccolo. Raccolse tutti gli oggetti che Ginevra non aveva portato via: lo scialle, il libro dimenticato, linchiostro secco, la tazza con i gattini. Li mise in una scatola di cartone. Non li lanciò, né li spezzò come suggeriva il risentimento, ma li imballò con cura e li portò in cantina. Un giorno li restituirà, senza sceneggiature né rimproveri. Poi lavò le lenzuola, lasciando evaporare il profumo del suo profumo. Cancellò le foto comuni dal cellulare e svuotò il cestino. Ogni gesto era come togliere una medicazione sporca da una ferita. Doloroso, ma necessario.

Il passo successivo fu il tempo. Ne aveva così tanto che le gravava come un peso sulle spalle. Tempo che prima andava a cena insieme, a cinema, a chiacchiere innocue. Ora doveva riempirlo, non con alcol né con autocommiserazione, ma con sé stesso.

Si iscrisse a una palestra. Le prime sessioni furono un inferno. Si sforzò fino al vomito, scaricando su tapis roulant tutta la rabbia, la delusione, il dolore. Gocce di sudore sul pavimento di gomma sembravano lacrime. Ma settimana dopo settimana il corpo si rafforzava e la mente si calmava.

Poi si iscrisse a un corso di lingua italiana, quel sogno che loro due avevano sempre rimandato. Andava da solo. Le strutture grammaticali complesse spingevano via i pensieri insistenti. Decise anche di fare un viaggio al mare, nella piccola località di Positano, dove Ginevra non aveva voluto andare. Seduto sul molo a guardare il tramonto, per la prima volta dopo mesi sentì una leggera malinconia luminosa e un barlume di libertà.

Ci furono giorni duri. Di notte gli tornavano i ricordi: la sua risata con la testa scoppiata allindietro, le discussioni su cose futili. Non li respinse. Li lasciò fluire, come consigliava larticolo, permettendo al dolore di salire e poi scendere, come le onde. A volte salì in macchina, guidò fuori città, salì su una collina deserta e urlò a squarciagola, finché la voce non si spezzò e dentro di lui regnò quel silenzio tanto desiderato.

Una volta, mentre smistava vecchie carte, trovò la foto del loro matrimonio. Si aspettava un’ondata di dolore o di rabbia. Invece guardò i due volti felici, ignari, e pensò: Sì, è stato così. È stato bello. È finito.

Non provò né rancore né desiderio di tornare indietro. Sentì solo una leggera nostalgia e la consapevolezza che quel capitolo della sua vita era chiuso.

Quella sera si ritrovò con gli amici. Ridevano, raccontavano notizie, tramavano progetti. Romano si accorse di non aver pensato a Ginevra per tutta la serata. Era lì, nel presente, intero, seppur con una cicatrice nellanima già guarita.

Si guardò nello specchio della vetrina di un caffè: slanciato, sereno, con uno sguardo limpido. Non si vedeva così da tempo, forse non più.

Lascia era stata estratta. La ferita si era cicatrizzata. Ora era pronto a proseguire, leggero, senza il peso del passato. La vita che aveva sempre sognato stava appena iniziando.

Allimprovviso un odore di putrefazione lo colpì al naso. Non capì subito cosa succedesse. La stanza sembrava fluttuare, lenta, come se emergesse da una nebbia. Era sdraiato sul divano, con abiti sparsi e macchie di origine sconosciuta.

Cercò di alzarsi, ma il mondo si inclinò. La testa gli rimbombava. Unondata gelida di terrore gli percorse il corpo.

Quella non era la casa luminosa dei suoi sogni, ma un baracchetto. Bottiglie vuote di birra e vodka, come soldati caduti, tappezzavano il pavimento. Sul tavolo, un posacenere colmo di mozziconi. Vestiti sporchi ovunque e sul televisore lo stop di un programma notturno.

Con difficoltà si alzò e si diresse verso il bagno, aggrappandosi alle pareti. Il bagno era illuminato da una luce accecante che gli bruciava gli occhi arrossati. Davanti allo specchio vide un uomo non rasato, con la faccia smembrata, gli occhi rossi di vergogna e vuoti di speranza. Era lui. Romano.

Tutta quella chiarezza, quella forza, quel senso di completezza che aveva provato nel sogno, svanì, lasciando solo un amaro post-sbornia e una nausea di anima ancora più profonda.

Era solo un sogno. Tutto quel percorso le scatole, la palestra, la lingua, il tramonto sul molo era una trappola della mente per fuggire da una realtà insopportabile. Una fuga che sembrava durare uneternità, ma che in realtà fu una notte.

Toccò il suo viso nello specchio. La pelle era lucida, la barba graffiava le dita. Non era luomo in forma e sicuro, ma quellessere smembrato che cercava di annegare il dolore nellalcol a basso costo e nellautoinganno.

Il silenzio nellappartamento tornò a essere assordante, ma ora non era più il silenzio di un nuovo inizio, ma il silenzio di un vicolo cieco, un ruggito di orologio che segnava il tempo sprecato.

Il sogno non era guarigione. Era uno specchio che gli mostrava il suo vero volto. Lo specchio era talmente sgradevole che sentì il desiderio di chiudere gli occhi e fuggire. Ma non cera più dove scappare.

Romano rimase immobile, guardandosi, sotto shock. Dal suo aspetto trasandato, dalla confusione intorno, al gusto disgustoso in bocca, allanima bruciata. Il sogno era vivido, reale il risveglio impietoso.

Raccattò la prima bottiglia vuota che trovò e la lanciò con forza nel cestino. Si infranse contro il bordo. Poi la seconda. Poi la terza. Non urlò, non pianse. Con un volto di pietra iniziò a combattere quel caos che aveva trasformato la sua vita.

Radunò tutti i rifiuti, riempì sacchi di bottiglie e frammenti. Aprì a tutta apertura la finestra, lasciando entrare laria fredda e pulita, libera dagli alcolici e dalla tristezza. Preparò un caffè forte, le mani tremanti.

Tornò allo specchio. Lo sguardo era ancora stanco, ma, in fondo, come un raggio di luce in una pozzanghera sporca, brillava una scintilla. Non di speranza, ma di una furia bianca, gelata, rivolta verso se stesso.

Prese il telefono, scorre i contatti e trovò il numero di un compagno di scuola, Alessio, che mesi prima gli aveva offerto aiuto psicologico. Prima laveva salvato, ma non aveva mai chiamato. Ora compose.

Alessio? la voce era graffiante come una porta arrugginita. Ho bisogno del tuo aiuto.

Mise giù il ricevitore e inspirò a fondo. Il cammino onirico era stato solo un miraggio, ma gli aveva indicato la direzione. Capì che per diventare luomo forte e limpido del sogno, doveva attraversare quel fuoco, non in sogno, ma nella vita reale.

Il suo primo passo non fu in palestra né ai corsi di lingua. Fu nella doccia. Lavare via il giorno di ieri, spazzare via quelluomo smembrato. E ricominciare, davvero, dallinizio. Domani.

E così, mentre lacqua scivolava, Romano imparò che il vero coraggio non è evitare la notte, ma accendere la luce dentro di sé ogni volta che il buio ritorna.

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