Con la pensione, nonostante le spese fisse per bollette e la spesa al mercato, la signora Daria Ivan…

Dalla sua pensione, donna Daria Antonelli, a parte il pagamento delle bollette e la spesa di pasta e pane al mercato rionale, si concedeva un piccolo regalo: un sacchetto di chicchi di caffè, appena trattati dalla torrefazione di quartiere. Era un rituale: tagliava langolo della confezione, stringeva gli occhi e lasciava che laroma le invadesse la testa, escludendo ogni altro senso se non lolfatto. Allora accadeva qualcosa di magico. Sotto le palpebre danzavano sogni antichi, giovanili fantasie di spiagge lontane, suoni di onde marine, piogge monsoniche nelle foreste tropicali, misteriosi bisbigli fra i rami e lamenti selvatici di scimmie fra le liane…

Mai aveva visto quelle meraviglie, ma i racconti di suo padre, sempre in viaggio fra le spedizioni nel Sud America, le risuonavano in cuore. Quando tornava a casa, lui sorseggiava un caffè nero e raccontava le sue avventure nella selva amazzonica. Il profumo del caffè era rimasto per sempre il filo invisibile che la legava al ricordo di quel padre asciutto, segnato dal sole e temprato dai venti.

Daria aveva sempre saputo che i suoi non erano i genitori biologici. Da bambina, a inizio guerra, una donna laveva raccolta per strada: era rimasta sola, orfana a tre anni. Poi la solita trafila: scuola, liceo, il matrimonio, un figlio, e infine la solitudine. Venti anni prima, il figlio, convinto dalla moglie, si era trasferito in una luminosa città belga, prosperando con la sua famiglia a Bruxelles. In tutti quegli anni, aveva fatto visita solo una volta. Si sentivano. Lui le spediva ogni mese un bonifico in euro, ma lei non li toccava quasi mai: li metteva da parte su un conto separato. In ventanni, la somma era cresciuta parecchio. Sarebbe tornata a lui, un giorno. Avrebbe chiuso quel cerchio.

Negli ultimi tempi, però, Daria non riusciva a scacciare il pensiero di aver sì vissuto una vita buona, colma di cura e affetto, ma di qualcun altro. Senza la guerra, avrebbe avuto unaltra casa, altri genitori, un destino differente. Dei primi ricordi della sua famiglia vera, conservava ben poco. Ma nitida le riaffiorava limmagine di una bambina coetanea, sempre accanto a lei nei primi anni di vita: la chiamavano Mariella. Mariù, Dariù! echeggiava a volte nella mente. Amica? Sorella?

Persa tra queste fantasticherie, fu interrotta da un segnale acuto del telefono. Guardò lo schermo: la pensione era arrivata sulla Postepay! Che tempismo. Si poteva affrontare la passeggiata al supermercato, comprare il tanto sospirato caffè: lultimo lo aveva terminato la mattina stessa.

Procedendo piano sui sampietrini, schivando pozzanghere dautunno, raggiunse il piccolo alimentari. Sulla soglia, seduta, una gattina grigia tigrata scrutava il mondo con occhi prudenti, tremando leggermente. Uno slancio di pietà la colse: “Poverina, starai gelando e sicuramente affamata… Ti porterei a casa con me, ma a chi serviresti dopo di me? Ormai, non è questione di oggi o domani.” Tuttavia, mossa da tenerezza, comprò per lei una bustina di cibo.

Spremendo la gelatina nel piattino di plastica, la micia aspettava composta, lanciandole uno sguardo di innamorata riconoscenza. Allimprovviso, la porta d’ingresso si spalancò e una signora robusta, volto severo, piombò sulla scena: con un calcio mandò in aria il cibo, sparpagliando gelatina ovunque.

Quante volte ve lo devo dire? abbaiò. Basta dare da mangiare a quei randagi qui fuori!

Poi girò sui tacchi e se ne andò.

La gattina, inquieta, iniziò a raccogliere ciò che restava da terra, mentre Daria, col fiato corto per lindignazione, sentì salire tempestoso il preavviso di un attacco. Bisognava trovare una panchina: solo alla fermata dellautobus avrebbe potuto sedersi. Si sedette in fretta, frugando freneticamente nelle tasche in cerca delle pastiglie, invano.

Il dolore pulsava forte, stringendole la testa in una morsa, gli occhi vacillavano nel buio interno, dal petto saliva un gemito. Una mano lieve le sfiorò la spalla. Faticosamente sollevò lo sguardo: una ragazzina, dallo sguardo preoccupato, era lì accanto a lei:

Sta male signora? Come posso aiutarla?

Nel sacchetto… Daria mosse la mano debole. Cè del caffè, aprilo.

La ragazza scartò la confezione: Daria vi si accostò, inspirò a fondo una, due volte. Il dolore non passò, ma si fece sopportabile.

Grazie, piccolina mormorò Daria.

Mi chiamo Fiorella. Ma ringrazi la gatta! Era qui accanto e miagolava così forte…

Allora grazie anche a te, cara accarezzò la gatta, che con dignità si era accoccolata vicino a lei sulla panchina, ancora quella grigia a strisce.

Che cosa è successo? chiese premurosa la ragazza.

Un attacco di emicrania, tesoro. Mi sono agitata, succede…

Laccompagno a casa, da sola sarà dura…

… anche la mia bisnonna ne soffre spesso raccontava Fiorella, sedute nella cucina di Daria mentre sorseggiavano caffellatte con biscotti . In realtà è la mia trisavola, ma io la chiamo nonna. Sta in un paesino, con mia mamma, mia nonna e il nonno. Io invece studio qui, allistituto di sanità. Anche lei mi chiama piccolina. Sapesse come le somiglia! Per un attimo ho pensato E non ha mai provato a cercare i suoi parenti veri?

Fiorellina, come si fa? Non ricordo quasi nulla: né cognome, né paese dorigine. Solo una fuga, bombe, cavalli… Correvamo, correvo tanto da non capire più niente. Un orrore rimasto per sempre. Poi, quella donna mi trovò, fu la mia mamma, e suo marito poi il mio papà del cuore. Mi è rimasto solo il nome. La mia vera famiglia sarà morta sotto le bombe. E mamma, e Mariù…

Non si accorse che Fiorella, a quelle parole, aveva sgranato gli occhi azzurro cielo:

Signora Daria, ha per caso una voglia a forma di fogliolina sulla spalla destra?

Daria fece un sussulto, la gatta si rizzò:

Come lo sai?

Anche la mia nonna lha identica bisbigliò Fiorella. Si chiama Maria. Ogni volta che ricorda la sorellina, Daria, piange ancora. La perse durante levacuazione, sotto i bombardamenti; lei e i suoi tornarono indietro, la guerra la passarono chiusi in casa. Ma la Daria, nessuno lha più ritrovata, nemmeno dopo infinite ricerche…

Dal mattino successivo Daria Antonelli vagava nervosa da una finestra allaltra, in attesa di ospiti. La gatta non si staccava da lei, scrutandole in volto ogni tremolio.

Stai calma, Margherita mia, va tutto bene, la rincuorava . È solo il cuore che batte forte…

Finalmente il campanello suonò. Tremante, Daria aprì.

Due donne anziane si fissarono per qualche istante, in silenzio, con occhi colmi di speranza. Era come specchiarsi: stessa luce negli occhi cerulei, stessi riccioli dargento, stesse rughe amare agli angoli della bocca.

Alla fine, una sospirò, sorrise e fece un passo avanti:

Bentornata, Dariù!

E sulla soglia, asciugandosi le lacrime di gioia, cerano i loro cari.

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