Correndo di ritorno da un viaggio di lavoro verso la suocera malata, Tiziana ha visto sul binario suo marito, che non avrebbe dovuto trovarsi in città…

Affrettandomi dal viaggio di lavoro verso la suocera malata, vidi Lorenzo, mio marito, sulla banchina della stazione e lui non doveva trovarsi in città.
Non riuscivo quasi più a chiudere occhio da due giorni di fila. Il viaggio di lavoro era stato lungo, le riunioni estenuanti e la mente continuava sempre a tornare a casa. La suocera era ricoverata nellospedale di Firenze dopo un ictus, i medici erano cauti con i loro pronostici, e Lorenzo, mio marito, telefonava ogni sera ripetendo:
Non ti preoccupare, sono qui. Tengo tutto sotto controllo.
Io gli credevo. In quindici anni di matrimonio Lorenzo non mi aveva mai delusa: affidabile, misurato, un po chiuso; era sempre stato così, e proprio questa sua solidità mi dava sicurezza.
Il treno si fermò alla stazione di Santa Maria Novella al mattino presto. Ledificio grigio, il profumo del caffè appena fatto, il freddo del metallo sotto le dita. Nella testa organizzavo già il percorso: taxi, ospedale, stanza della suocera. Camminavo in fretta, convinta che la stanchezza mi facesse vedere cose strane.
Sullaltro lato della banchina vidi Lorenzo.
Era girato di spalle indossava il suo giubbotto scuro, con la borsa da viaggio che portava spesso quando partiva. Il cuore mi diede un tuffo: era strano, avrebbe dovuto essere dallaltra parte della città, vicino a sua madre. Feci un passo avanti per chiamarlo.
Solo allora vidi che non era da solo.
Vicino a lui cera una donna giovane, troppo vicina. Lei gli teneva il braccio, gli parlava piano, e lui sorrideva. Non con quel sorriso gentile che si offre agli estranei, ma con qualcosa di dolce, affettuoso, familiare. Era quel sorriso con cui un tempo guardava me.
Intorno a me tutto si fermò. Il rumore della stazione sparì, la folla divenne sfocata. Rimase solo quella scena, come uno spettacolo mal recitato in cui trovai me stessa spettatrice per caso.
Non mi avvicinai né gridai né feci scenate. Rimasi semplicemente a osservare come Lorenzo abbracciava quella donna per salutarla, prendeva la sua piccola valigia e la baciava sulla tempia.
Poi Lorenzo si girò, i nostri sguardi si incrociarono.
Sbiancò allistante. Il sorriso svanì, il volto divenne estraneo e confuso. Fece un passo verso di me, aprì la bocca ma non uscì alcuna parola.
Mi avevi detto che eri con tua madre, dissi calma. Mi sorprese la mia stessa voce, così ferma.
Anna ti spiego tutto, balbettò.
Annuii.
Certo. Ma non qui.
Ci sedemmo nella sala dattesa vuota. Quella donna era rimasta sul marciapiede non la guardai nemmeno. Tutte le domande si fecero improvvisamente una sola: da quanto durava questa cosa?
Lorenzo parlò a lungo, a pezzi. Parlò di solitudine, di stanchezza, del fatto che è successo così. Davvero la madre era in ospedale, ma quella mattina era andata uninfermiera privata. Non voleva disturbarmi in un momento simile.
Ascoltavo in silenzio, senza lacrime né urla. Dentro di me, qualcosa si sistemava serenamente e in modo definitivo.
Sai, dissi quando smise di parlare, la cosa peggiore non è che tu abbia unaltra. La cosa peggiore è che hai scelto di mentire proprio quando io mi fidavo ciecamente di te.
Allungò la mano verso la mia, ma con dolcezza la scansai.
Unora dopo ero già in ospedale. La suocera dormiva. Rimasi accanto a lei e di colpo mi accorsi che non sentivo né rabbia né dolore, ma un insolito senso di sollievo. Era come se la vita mi avesse strappata da unillusione dun tratto, su una banchina, senza preavviso.
Un mese dopo me ne andai. Con calma, senza discussioni e senza spiegazioni. Lorenzo continuò a scrivermi, a chiamarmi, a chiedere di parlare. Io rispondevo raramente e in modo distante.
A volte il destino non grida e non avvisa. Ti mette solo al posto giusto nel momento giusto e ti mostra la verità. Da lì in poi, la scelta è solo tua.
Io la mia lavevo già fatta.

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