Così proprio feci, quella volta in cui, rovistando nella tasca dei pantaloni di mio marito, trovai due voucher per una crociera sul Mediterraneo. Su uno di quei biglietti cera scritto nitidamente il nome di unaltra donna.
Mi parve tutto come dietro un velo di nebbia, quando incontrai mio marito Lorenzo alla fermata dellautobus, in una notte che sembrava tinta d’acqua, tra lampioni che ballavano sopra al marciapiede. Avevo appena perso le chiavi mentre cercavo il portafoglio. Cera buio, nessuna stella in cielo, e brancolavo nelle tasche senza riuscire a trovarle. Lorenzo mi aiutò, le sue mani grandi e sicure, e alla fine le chiavi saltarono fuori, come pesciolini in uno stagno segreto. Gli dissi grazie, la mia voce risuonava come se arrivasse da dentro una conchiglia.
Per caso dovevamo prendere lo stesso autobus, quello azzurro che sembrava ondeggiare sulle strade di Roma come una gondola fuori posto.
Lorenzo mi accompagnò fino a casa. Cominciammo a vederci, ma ogni appuntamento sembrava stare immerso in una luce rarefatta e movimenti rallentati. Dopo sei mesi ci sposammo; Lorenzo disse che si era innamorato allistante, come risucchiato da un vortice. Per tre anni la nostra vita fu un sogno sospeso, zucchero filato che non si scioglie mai del tutto tra le dita. Poi Lorenzo cambiò lavoro, e presto iniziai a vedere in lui delle metamorfosi strane; ma non dissi nulla. Pensavo fosse solo un feeling passeggero, come la nebbia che a volte copre i Fori romani la mattina presto.
Fino a quando, in quel crepuscolo irreale, lui non annunciò un viaggio di lavoro di due settimane.
Subito dopo Lorenzo si chiuse in bagno per una doccia. Decisi di lavargli i pantaloni e tra le pieghe di un tessuto leggero trovai due biglietti per una crociera. Sul secondo biglietto un nome di donna italiana: Viola. Sentii il cuore rompersi, come una vecchia ceramica che cade a terra sul pavimento di cotto.
Ero furibonda, le emozioni mi danzavano addosso come maschere di carnevale a Venezia. Decisi di vendicarmi. In fondo lamavo davvero e avevo fiducia in lui, come si confida nei desideri sussurrati durante la notte di San Lorenzo. Non dissi nulla a Lorenzo. Chiamai un vecchio amico di liceo, Carlo, con cui mi ero sempre trovata in sintonia, e gli chiesi aiuto.
Io e Carlo uscimmo insieme e andammo proprio nello stesso ristorante sul lungomare di Napoli dove mio marito doveva ritrovarsi con la sua nuova fiamma. Fingemmo di essere innamorati: ridevamo a voce troppo alta, giochicchiavamo con i bicchieri di vino, come fanno solo quelli che sognano ad occhi aperti. Appena Lorenzo ci vide, si precipitò verso di noi e iniziò ad accusarmi di tradimento. Io, con voce calma e surreale, risposi:
Pensavi davvero di potermi tradire senza conseguenze? E invece ho trovato subito un sostituto, caro mio!
Vicino a noi, tra le ombre dei tavolini, cera anche Viola, la donna dellaltro biglietto. Aveva gli occhi sgranati come quelli delle madonne nelle chiese silenziose, non sapeva che Lorenzo fosse sposato. Lui aveva tradito non solo me, ma anche lei, nuotando tra bugie come pesci ciechi in acque nere. Tempo dopo firmammo le carte del divorzio. Non potevo perdonarlo, era come tentare di ricostruire una statua dopo che laveva sbriciolata il vento di scirocco.
Sei mesi dopo, in una primavera che profumava di gelsomino, sposai Carlo, e con lui la vita è come un cortile pieno di boccioli nuovi ogni giorno. Viola lasciò Lorenzo poco dopo, incapace di perdonare il suo silenzio, proprio come me. A volte, nei sogni, mi sembra ancora di sentire il mare e le voci confuse, come un coro in una notte dopera senza fine.





