**Il Cagnolino**
Mamma e Gianluca vivevano da soli. Il padre, certo, c’era, ma di lui non gli importava nulla. A Gianluca non veniva neanche in mente di chiederlo. All’asilo i bambini pensano ai giochi, non a chi ha o non ha un papà.
Lucia non gli avrebbe mai detto che si era innamorata follemente di quello che sarebbe diventato suo padre, e che quando lui aveva scoperto della gravidanza, le aveva confessato di essere già sposato. “Problemi con mia moglie? Sì, ma non posso lasciarla. Suo padre è il mio capo. Se lo faccio, resto in mutande, e a te certo non servirei così.” Le aveva perfino suggerito di “liberarsi” del bambino prima che fosse troppo tardi. “Non aspettarti soldi per il mantenimento. E se insisti, ti pentirai…”
Lucia non aveva insistito, era sparita dalla sua vita, crescendo Gianluca da sola. Ed era bastato: Gianluca era un bambino dolce, e questo la ripagava.
Insegnava alle elementari, lui aveva cinque anni e andava all’asilo. Non gli serviva nient’altro.
Dopo Capodanno, a scuola arrivò un nuovo insegnante di ginnastica. Alto, atletico, sorridente. Le colleghe single, che erano la maggioranza, lo osservavano tutte con interesse, ridendo alle sue battute. Solo Lucia lo ignorava. Forse per questo lui la notò.
Un pomeriggio, mentre usciva da scuola, un fuoristrada si fermò davanti a lei. Ne scese il professore, aprendole lo sportello con un gesto teatrale.
“Prego,” sorrise, accennando al sedile.
“Grazie, ma abito vicino,” rispose lei, imbarazzata.
“È sempre meglio la macchina che i piedi, anche per pochi metri,” ribatté lui, con logica impeccabile.
Esitò un attimo, poi salì. Lui chiuse lo sportello, si sedette al volante e chiese l’indirizzo.
“Non lo so,” ammise Lucia, abbassando gli occhi. “So solo il numero dell’asilo.”
“Quale asilo?” Lui la guardò perplesso.
“Quello di mio figlio,” spiegò prontamente.
“Hai un figlio? Quanti anni?” Passò subito al “tu”.
“Gianluca. Cinque anni.” Afferrò la maniglia. “Meglio che vada a piedi.” Aprì la portiera.
“Aspetta. Andiamo.” Girò la chiave nel quadro.
Lucia richiuse lo sportello. Tanto, non sarebbe successo niente. Perché mai un uomo avrebbe voluto una donna con un bambino, quando intorno c’erano tante donne libere?
“Se non hai fretta…” sospirò.
“Nessuna fretta. Non mi aspetta nessuno. Né moglie, né figli,” disse subito, togliendole ogni dubbio.
“Come mai? Carattere impossibile? Le donne non resistono? O qualche delusione che ti ha fatto paura?” chiese Lucia.
“Accidenti, che spina. Non te lo sarei mai aspettato. Con quella faccia da angelo. Ho avuto tutto: amore, delusioni. Ma non sono mai arrivato al matrimonio. E non sempre per colpa mia. Il carattere… Be’, nessuno è perfetto, cara Lucia. E neanche tu sei ciò che sembri.”
“Ti penti già di avermi offerto un passaggio? Gira in questo cortile, per favore.”
La macchina si fermò davanti all’asilo.
“Aspetterò qui,” disse il professore.
Lei esitò.
“Non serve. Abitiamo vicinissimi. Non voglio che mio figlio faccia domande. Capisci, Lorenzo?” Lo fissò con lo sguardo severo che riservava agli scolari distratti. “Non aspettarci.” Chiuse lo sportello e si allontanò.
Lorenzo De Santis rimase in macchina a riflettere, poi accese il motore e se ne andò. Quando Lucia uscì dall’asilo con Gianluca, dieci minuti dopo, sospirò, sollevata e un po’ delusa. Era chiaro: una donna con un bambino non gli interessava. E va bene così. “Neanche a noi serve lui,” pensò.
Ma il giorno dopo, Lorenzo era di nuovo lì, davanti al cancello.
“So cosa hai pensato. Che sono scappato quando ho scoperto di tuo figlio. E invece no. Sali. Andiamo all’asilo?” chiese, come fosse la cosa più normale del mondo.
Lucia sorrise e annuì. Quando presentò Gianluca, il bambino lo fissò con lo stesso sguardo severo che lei gli aveva rivolto il giorno prima, poi guardò la madre.
“Lui è Lorenzo, un mio collega. Dai, sali,” disse lei, forzando un tono allegro per nascondere l’imbarazzo.
Gianluca non saltò di gioia, non corse verso l’auto. Salì sul sedile posteriore con aria seria, fissando il finestrino.
“Dove andiamo?” chiese Lorenzo, voltandosi verso di lui.
“Da qualche parte non troppo lontana. Senza seggiolino potremmo prendere una multa,” rispose Lucia al posto suo.
“Allora andiamo al centro commerciale. Fa ancora troppo freddo per passeggiare. Gianluca, che ne dici?” chiese Lorenzo, allegro.
Nessuna risposta. Gianluca continuava a fissare fuori, come se non ci fosse nulla di più interessante. Lorenzo sorrise e partì.
A scuola, quando Lucia entrava in sala professori, tutti tacevano con aria maliziosa. E quando entrava Lorenzo, le colleghe uscivano ridacchiando, scambiandosi occhiate d’intesa.
Lui non aveva fretta, aspettava. La prima sera che cenò da lei, se ne andò presto. La seconda, un po’ più tardi. La terza, restò fino al mattino. Lucia dormì male, svegliandosi a controllare l’orologio: temeva che Gianluca la sorprendesse nel letto con Lorenzo.
“Dai, è un ragazzino sveglio. Deve abituarsi,” le disse lui all’alba, stringendola a sé.
Ma lei si liberò e si alzò. Durante la settimana svegliare Gianluca era un’impresa, ma quel giorno, per sfiga, poteva essersi alzato presto. Quando il bambino entrò in cucina dopo essersi lavato, Lorenzo era già seduto a tavola.
“Buongiorno,” disse Gianluca, guardando la madre in attesa di spiegazioni.
“Ti sei lavato bene? Allora siediti.” Lucia sorrise prima a Lorenzo, poi a lui, avvicinandosi con la padella.
Servì prima Lorenzo, poi Gianluca, cosa che il bambino notò subito.
“Buon appetito,” disse versando il tè. “Quanti cucchiaini di zucchero vuoi?” chiese a Lorenzo.
“Due.” Lorenzo non lo staccava gli occhi da Gianluca. “Allora, giochiamo a chi finisce prima i pancake?”
“Perché?” chiese il bambino, serio.
“Così, per gioco.” Lorenzo si confuse. “Un vero uomo accetta le sfide e cerca di vincere. Dai, partiamo?” Addentò una fetta e bevve un sorso di tè rumorosamente.
Gianluca mangiò con lentezza, senza fretta di vincere. Lucia fu orgogliosa di quella sua indipendenza, ma capì che Lorenzo non gli piaceva.
“Tua mamma dice che presto è il tuo compleanno. Cosa vuoi? Un robot? Una macchinina telecomandata?” Lorenzo smise di mangiare in fretta, provando un altro approccio.
“Voglio un cucciolo,” rispose Gianluca.
“Uno elettronico? È roba da bebè,” disse Lorenzo, deluso.
“Uno vero.” Il bambino lo guardò con disprezzo.
“Ne abbiamo già parlato,” intervenne Lucia. “Un cane è una responsabilità. Devi portarlo a spalla, deve fare i bisogni, rosicchia i mobili… Quando sarai più grande…”
“Allora non voglio niente,”Gianluca strinse il cagnolino tra le braccia, e mentre un raggio di sole entrava dalla finestra, Lucia capì che la felicità a volte arriva a quattro zampe, senza bisogno di cercarla altrove.






