Da bambina ero curiosa di sapere chi fosse mio padre: sono cresciuta in un istituto e la sua assenza…

Da bambina ero sempre incuriosita dal mistero di chi fosse mio padre. Sono cresciuta in un collegio a Firenze dove la sua assenza divenne una sorta di normalità irreale, un dettaglio nebbioso sullo sfondo delle mie giornate fatte di voci attutite e brusii tra i corridoi pieni di echi. A quattordici anni ho conosciuto Vittorio, il padre dei miei figli, e in quella bolla di nuovo affetto non avvertii nessuna urgenza di cercare chi mi aveva generata. La vita semplicemente galleggiava avanti, come una gondola nei canali di Venezia senza rematore.

Poi ci siamo lasciati, ed è stato proprio allora, quasi per incanto, senza averlo mai davvero cercato, che le circostanze mi hanno guidata verso mio padre. Avevo aperto una piccola osteria a Siena e un giorno varcò la soglia un cliente dal volto familiare. Parlare con lui fu come tuffarsi in un sogno: le parole scorrevano leggere come vino novello, e con una naturalezza onirica gli confidai che non avevo mai incontrato mio padre. Fu lui ad aiutarmi a trovarlo. Lo scoprimmo in un paesino dellUmbria, dove aveva sempre vissuto, immerso in una tranquillità irreale.

Quando lo vidi per la prima volta, fu come essere colpita da una tempesta di gioia: il cuore che si scioglieva come gelato al sole di luglio. Cominciai subito a tessere nuovi progetti con lui: viaggi improvvisi, telefonate frequenti, tanti piccoli gesti premurosi. Gli compravo abiti eleganti a Napoli, mi prendevo cura di lui, lo portavo a visitare città misteriose, e pagavo sempre tutto io, con le mie monete da euro tintinnanti. Non importava se lui aveva soldi o meno. Lo vedevo trascurato, stanco, solo, e mi sembrava di dover colmare i secoli sospesi tra noi.

Lui mi confidava i suoi tormenti: era solo. Diceva di avere figli nel paese ma loro non gli lasciavano vedere donne, convinti che ogni donna accanto a lui volesse solo il suo denaro. Gli chiesi di presentarmi quella che diceva essere la sua amata, e lui acconsentì. Lincontrai in una sera surreale: era Rosa, una donna semplice, operosa come poche, che si prendeva cura di lui con mani gentili. Si vedeva dai suoi gesti che era sincera. Ma i figli di mio padre non la volevano affatto: la insultavano, chiamavano i carabinieri, la trattavano con una durezza feroce ogni volta che potevano.

Quando chiesi a Rosa il perché di tutto ciò, mi rivelò che mio padre possedeva case antiche, terreni odorosi di ulivi e un conto in banca niente male, e che i figli non volevano nessuno vicino a lui, per paura che qualcuno potesse portar via qualcosa.

Così iniziarono le chiacchiere e le ombre. Mormoravano che fossi comparsa solo per rubare tutto a mio padre, anche se non portavo il suo cognome. Ma lui insisté tanto che alla fine lo presi, anche se io non volevo altro che pace. Era il suo ultimo desiderio, diceva, così alla fine mi lasciai andare, come in un ballo emozionante sotto le stelle. Tutto però peggiorò: le critiche divennero acide, i conflitti esplosero come petardi.

Mi avvicinai ancora di più a Rosa. Proposi loro di sposarsi in segreto, e così fecero, nellombra di una chiesetta tra i cipressi. I figli di mio padre si infuriarono come mai prima: contro di lui e contro di me. Dissi loro che tutti meritavano un po di felicità e amore. Il loro matrimonio fu tutto un saliscendi, come una giostra impazzita, ma un giorno decisi di invitare entrambi a un viaggio. Di solito viaggiavo solo con lui, ma questa volta viaggiammo insieme come un trio sgangherato. Durante quellodissea, Rosa mi chiese quanto avrei contribuito alle spese; le risposi nulla: pagavo già tutto quando viaggiavo con lui.

Fu allora che mi rivelò la verità, come un sussurro che squarcia il velo del sogno: che mio padre non era povero, anzi. I suoi figli lo controllavano, non gli lasciavano spendere nulla per sé, nemmeno per una maglia nuova alla fiera di paese. Io pensavo vivesse ristretto perché abitava in una casa a metà, sgangherata, ma in realtà i soldi erano nelle mani degli altri.

Da quel momento lo esortai a godersi di più ciò che aveva guadagnato, ma lui si schermiva, diceva che i figli non glielo permettevano. Dopo il matrimonio, Rosa iniziò a chiedergli di contribuire per il cibo, per la casa, per ogni giorno. E ogni volta che lo faceva, lui si infuriava, come se un vento di tramontana entrasse nella loro stanza. Alla fine dava, ma sempre dopo una tempesta di urla. Rosa mi raccontava tutto, e io la trovavo ragionevole.

Un giorno, mentre eravamo insieme, lei gli chiese di comprare il pranzo per suo padre. Lui reagì male: le disse di pagare lei, di non sopportare più queste continue richieste, e scoppiò lennesima lite. Io presi le difese di Rosa. Gli chiesi se avrebbe voluto che mio marito negasse un pranzo al padre. Gli dissi che non era giusto comportarsi così con la donna che lo curava, cucinava per lui, lavava i suoi abiti, gli stava accanto come unombra fedele. Lui rispose che era stanco di continue domande di denaro per la casa.

Fu lì, in quel passaggio surreale di una giornata, che capii davvero quanto mi facesse male: mio padre era avaro con la donna che lo amava e si prendeva cura di lui, ma prodigo con i figli che non si curavano di lui e lo cercavano solo per denaro.

Alla fine, il rapporto tra lui e Rosa si è spezzato, come vetro sottile. Ora vive ancora da solo. Si dice che una figlia si prenda cura di lui, ma tutti sanno che è lui che mantiene lei, suo marito e i loro bambini. Gli altri figli gli telefonano solo per ordinargli di mandare soldi. La donna che è stata accanto a lui, a lei sempre ha negato.

Io non sono più la stessa persona. Lo amo, ma non come prima. Non lo invito più a viaggiare, quasi non ci parliamo. Se non lo chiamo io, lui non cerca mai me. Non so se potrò essere diversa di nuovo. È una tristezza che mi brucia dentro: avevo vissuto lillusione di trovarlo, ma ora, nei paesaggi rarefatti dei miei sogni, è come se fosse già scomparso.

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