Ritorno dalla Trasferta: Mio Marito Non è Tornato Solo, Ma con un Bambino…
Oggi ho tolto dal forno la teglia con la torta di pesce e subito la cucina si è riempita di un profumo irresistibile. Tutto, come piace a mio marito Antonio. Sul fornello avevo già preparato il minestrone fresco, la torta sul piano, mancava solo da finire il bollitore per il tè. Quello lavrei messo su quando Antonio fosse entrato in casa.
Ho coperto la torta con un candido canovaccio di lino e mi sono avvicinato alla finestra. La nostra casa con giardino si trova a metà di una tranquilla via di Lucca, proprio di fronte alla fermata dellautobus da cui sarebbe sceso Antonio.
Erano tre mesi che non lo vedevo. Lui lavora su turni lunghi al Nord, tre mesi fuori, tre mesi a casa. Ogni volta lattesa mi sembrava interminabile! La casa poi, non è un appartamento: serve una mano maschile, cè sempre qualche lavoretto. La casa è mia da prima del matrimonio: quando ci siamo sposati cinque anni fa, Antonio aveva un appartamento in città, ma abbiamo preferito vendere quello e comprare la casa più grande in periferia. Quei soldi li aveva investiti in unattività, andata poi male. Così da tre anni, va in trasferta: certo, porta a casa bei soldi, ma per me, che ho solo ventotto anni, gestire tutto da sola per tre mesi pieni è durissimo. A volte quasi mi sembra di aver dimenticato di essere sposata.
Figli non ne abbiamo. Antonio dice sempre che non è il momento:
Cosa faresti tre mesi da sola con un bambino? Meglio prima mettere da parte qualcosina, poi lascerò la trasferta e troverò un lavoro fisso qua. Lì penseremo a un figlio.
Ma risparmiare davvero non siamo mai riusciti. E anche adesso, la casa ha bisogno di lavori: il tetto perde e ogni volta che piove appare una macchia umida sul soffitto. Ho già messo sotto una bacinella per raccogliere lacqua. Glielho già detto varie volte quando ci sentivamo al telefono; lui ha promesso che appena torna ci pensa lui. E so che costerà.
Antonio è un bravo marito pratico, affettuoso, sempre premuroso. Mi ama davvero, me lo dimostra telefonandomi ogni sera. Anchio lo amo. Il giorno del suo ritorno prendo ferie, cucino tutte le cose che gli piacciono, e lo aspetto dietro la finestra.
Laereo era atterrato in mattinata, ora il pullman stava per fermarsi e… eccolo! Il mio cuore ha saltato un battito. Ho visto Antonio con una valigia enorme. Ma questa volta non era solo. Stringeva tra le braccia un bimbo piccolo, forse un maschietto. Da dietro i vetri non riuscivo a capire letà. Antonio sembrava cupo e distratto, stavolta non mi salutava felice come sempre: daltronde aveva tutte e due le mani occupate.
Lentamente è arrivato davanti al cancello e io sono rimasto di sasso. Di chi era mai quel bimbo? Un collega forse? Ma perché lo portava qui? E chi poteva affidare un bambino così piccolo ad Antonio, che con i bambini non ci sa fare?
Antonio è entrato, ha lasciato la valigia per terra e con cura ha posato il bimbo che subito gli si è aggrappato alle gambe, fissandomi con occhi grandi e spaventati. Non sono corso ad abbracciare Antonio, come avrei fatto ogni altra volta. Sono rimasto fermo nellingresso, la voce tremante.
Allora, Bianca, niente bacio al marito dopo una lunga assenza? ha cercato di scherzare Antonio, ma era forzato. Lho abbracciato in modo rigido e mentre lo baciavo già morivo dalla voglia di chiedergli:
Antonio, ma chi è questo bambino? Che succede?
Antonio ha sospirato pesantemente, ha staccato delicatamente il bimbo dalle gambe e lo ha preso per mano:
Matteo, dai, ti faccio vedere la tua stanza. Togli le scarpe e vieni con me.
Li ho visti entrare in camera da letto e Antonio gli ha dato il modellino daereo che teneva sul comodino, quello a cui teneva più di ogni altra cosa, vietandomi persino di pulirlo. Ho capito subito che si trattava di qualcosa di molto serio.
Resta qui, noi grandi dobbiamo parlare gli ha detto con dolcezza mentre chiudeva la porta.
Bianca, mi prepari qualcosa? ha chiesto Antonio sedendosi a tavola col volto stanco e spento.
Gli ho riempito il piatto di minestrone, ho tagliato la torta di pesce. Lho guardato mangiare quasi in silenzio, in attesa della verità.
Il cucchiaio batté una volta contro il piatto e poi, finalmente, lui esplose:
È mio figlio mi ha detto a bruciapelo Quel bambino è mio. Matteo è mio figlio.
Seduto di fronte a lui, sentii il sangue fermarsi nelle vene. Avrei voluto che mi dicesse che stava scherzando, che era uno dei suoi soliti scherzi senza senso. Ma Antonio era serio, il volto segnato dalla vergogna.
È successo, Bianca… Tre mesi sono lunghi. Mi sono lasciato andare con la cuoca, è stato solo un paio di volte, ma lei è rimasta incinta. Non me lha detto. Ha partorito e poi è morta. Lha aggredita un cinghiale mentre tornava a casa la sera dal lavoro. Al bambino non è rimasto nessuno e io sono il padre, cè anche scritto sui documenti. Non potevo fare altro che portarlo con me…
Mi scoppiava la testa. Riuscii appena a sussurrare:
E adesso?
Antonio strinse le spalle, si sistemò la barba:
Se vorrai cacciarmi via, lo capirò. Ma sappi che ho sempre amato solo te. Quello con la cuoca era stato solo un momento di debolezza, è successo e basta, ti giuro che non si ripeterà più se vorrai perdonarmi. Ma Matteo è mio figlio. O ci accoglierai entrambi, o me ne vado insieme a lui.
Ero congelato. Come potevo accettare il figlio del tradimento? Un promemoria vivente di tutto ciò che non avrei mai voluto succedesse fra noi.
Senza dire una parola sono uscito di casa e sono rimasto a vagare a lungo per le strade bagnate dal buio. Avevo perfino pensato di buttarmi nel Serchio ma ormai avevo già deciso: non potevo vivere senza Antonio. Dovevo farmene una ragione, il bambino era parte di lui. Accettare. Sarei tornato a casa.
Quella notte, rientrando con la luna ormai alta, ho trovato Antonio già addormentato nella nostra stanza. Sulla poltrona letto, in soggiorno, dormiva il piccolo Matteo. La sua faccia pallida, magrolina, si contraeva nel sonno. Ci aveva rimesso tanto, questo bambino: aveva da poco perso la madre. Ma io non riuscivo a provare tenerezza. Solo un fastidio cieco.
Matteo aveva due anni. Era così silenzioso, timido. Io cercavo di non essere cattivo con lui, ma lui sentiva comunque la mia freddezza. Non veniva mai vicino, preferiva restare con Antonio, che daltra parte faceva il minimo indispensabile: lo lavava, gli dava da mangiare, gli aveva comprato qualche giocattolo, più che altro per tenerlo buono. Non cera affetto. Solo la necessità.
Per una settimana non rivolsi parola a nessuno dei due. In casa mi muovevo come unombra, scivolando via dallo sguardo del bambino che non riuscivo nemmeno a guardare.
Intanto Antonio, appena capì che almeno non li avrei cacciati, tornò ad occuparsi delle riparazioni di casa. Il tetto, i muri da imbiancare, così riprendemmo a parlare. Allinizio rispondevo poche sillabe, poi, con il passare delle settimane, mi ammorbidii. Sì, avevo perdonato mio marito. Ma il bambino continuava a infastidirmi. Era un compito da affidare ad Antonio.
Dopo due mesi mi venne un pensiero inquietante: ora che Antonio sta per ripartire per la trasferta, che ne sarà di Matteo? Non può mica portarlo con sé! Gli chiesi che intenzioni avesse; sollevò le sopracciglia, sorpreso:
Bianca, come si fa? Lo porto in cantiere con me? Ho già trovato un posto allasilo, manca solo confermare le carte. Lo accompagni tu la mattina e lo riprendi la sera. Non devi mica amarlo, lo so che per te questo non è possibile. Dai solo unocchiata che non si faccia male.
Matteo, da dietro la porta, aveva sentito tutto. Mi guardò con quei suoi occhi chiari, e mi accorsi che capiva più di quanto pensassi. Nei giorni dopo la partenza di Antonio, Matteo diventò ancora più silenzioso. Al mattino si vestiva per andare allasilo senza chiedere nulla. Lo accompagnavo, lo riprendevo, in silenzio anche io.
Finché un giorno, di ritorno dallasilo, spinse via il piatto e disse a voce bassissima che non aveva fame e se ne andò diritto in camera. Passandoci davanti notai che non giocava, stava a letto con gli occhi chiusi. Solo allora notai che il volto era rosso fuoco, anomalo per il suo incarnato chiaro.
A malincuore, presi coraggio ed entrai. Quando sfiorai la sua fronte unondata di calore mi investì la mano: Matteo bruciava di febbre. Nel panico, lo scossi, lui era intontito. Sussurrò che aveva mal di testa e gola da due giorni, e che allasilo il giorno prima aveva anche vomitato.
Ho preso il termometro e chiamato subito il 118. La febbre era quasi a quaranta. Il piccolo era apatico, sveniva.
Matteo, ma perchè non hai detto nulla? balbettai inginocchiandomi. Hai paura di me, vero? Eppure, piccolo caro, che male mi hai fatto?
Allarrivo dellambulanza la dottoressa mi guardò severa:
Signora, il bambino va ricoverato subito, ha una brutta bronchite.
Ho preso Matteo tra le braccia e sono salito sullambulanza. Allospedale, quando mi chiesero chi fossi per lui, risposi quasi senza pensare:
Sono la moglie del padre, sto iniziando le pratiche per ladozione. Sarò sua mamma presto.
Nel cuore lavevo già deciso. E in quelle due settimane in ospedale accadde qualcosa che non so spiegare. Io, che fino a poco prima non riuscivo neppure a guardarlo, adesso non mi staccavo più dal suo letto. Gli misuravo la febbre ogni ora, davo lallarme per ogni linea di temperatura in più. Quando lui si aggrappava a me, sentivo dentro sciogliersi tutto il ghiaccio che avevo nel cuore.
Pochi mesi dopo, con tutte le carte pronte, Matteo mi chiamò mamma, nel più naturale dei modi. E io piansi tutta la notte. Era diventato davvero mio figlio, non solo per la legge, ma nel cuore.
Passò un anno e mezzo. Matteo era diventato un bambino allegro, spensierato, sempre attaccato a me. Antonio partiva spesso per lavoro, non ci vedevamo quasi più. Ed è stato allora che la disgrazia si abbatté su di noi: la notizia che il pullman degli operai era precipitato in una scarpata, corpi dispersi, tra i quali anche Antonio.
Fu un dolore tremendo, mi sembrava di impazzire. Mi salvò solo la presenza di Matteo, così bisognoso di me, della mia voce, del mio abbraccio. Era la mia àncora.
Dopo un anno Antonio fu dichiarato ufficialmente disperso, e di lì a due anni doveva essere considerato morto legalmente. A due settimane dalla scadenza delle pratiche, successe lincredibile: Antonio ricomparve.
Era una giornata di pioggia. Tornando da una passeggiata con Matteo nemmeno mi accorsi della porta accostata. Aiutai Matteo a togliersi le scarpe e lo mandai a cambiarsi. Andai in cucina a preparare il tè quando, seduto tranquillamente al tavolo a mangiare avanzi della torta di riso, trovai Antonio.
Non spaventarti, sono vivo, Bianca mi disse con un ghigno. Poi mi raccontò tutto: aveva rinunciato alla trasferta allultimo momento per scappare al mare con una vecchia amica, una donna facoltosa più grande di lui. Lì, appresa la disgrazia dellincidente, aveva deciso di approfittare: per tutti era morto, ma poteva iniziare una nuova vita con lei.
E allora perché sei tornato? borbottai, senza fiato.
Lei vuole adottare un bambino, lo vuole a tutti i costi. Vogliamo sposarci e crescere Matteo insieme.
Non ci vidi più, presi una forchetta e la lanciai sul tavolo. Ero pazzo di rabbia.
Non hai il diritto di portare via Matteo! È mio figlio, ormai, legalmente e nel cuore. Non decidi di adottare un bambino come se fosse un cucciolo! E se non dovesse piacervi più, che ne farete?
Antonio, intimidito, borbottò:
Ormai ho deciso. Lasciaglielo scegliere a lui.
Proprio allora, nella soglia, comparve Matteo. Corse tra le mie braccia piangendo:
Mamma, non lasciarmi! Voglio stare con te!
Lho stretto a me con tutta la forza che avevo:
Stai tranquillo, amore mio, nessuno ti porterà via da me!
Antonio, sconfitto, raccolse il resto della torta dalla tavola e uscì brontolando, insultandomi e dicendo che nessun altro mi avrebbe mai voluta, che accudivo solo un bambino daltri.
Lho guardato andar via. Ho sorriso amaramente e ho pensato che forse non avrei mai più avuto un marito, ma avevo con me mio figlio e nessun vuoto avrebbe potuto portarmelo via.
Oggi, guardando Matteo giocare in salotto mentre il profumo della torta si sparge per casa, capisco solo adesso quale sia il vero senso della famiglia: non chi ti mette al mondo, ma chi ti stringe forte anche quando non sei il suo sangue. La felicità, a volte, nasce dai rottami dellimprevisto.
E io, Bianca, ho imparato che si può costruire una vera casa solo dove il cuore si sente di appartenere davvero.






