Dalla vacanza Giovanni non tornò mai
Ma il tuo non si fa sentire proprio, non telefona, non manda una lettera?
Niente, Vera, né al nono giorno, né il quarantesimo, neanche un segno, cercò di scherzarci su Ludovica, aggiustandosi il grembiule da lavoro sul fianco largo.
Ha preso la via lunga, sembra, o peggio ancora, la vicina annuiva con compassione. Aspetta e spera. Anche dalla polizia nessuna risposta?
Nessuno parla, Veruccia, muti come pesci nel mare nostro.
Eh che destino infame.
Ludovica sentiva il peso di quella conversazione. Cambiò la scopa di mano e riprese a spazzare le foglie cadute davanti casa. Era il lungo, umido autunno del 1988, a Parma. Appena libera, la strada veniva subito coperta da un altro tappeto di foglie dorate. Ludovica si voltava e tornava indietro, raccogliendo mucchi sempre nuovi.
Ormai erano passati tre anni dalla pensione di Ludovica Gulotta, e si godeva la meritata pace. Ma il mese scorso aveva trovato lavoro allASL come donna delle pulizie: i soldi cominciavano a scarseggiare, e un altro impiego non si trovava di certo in fretta.
Erano sempre stati una famiglia italiana come tante: né miseria, né lusso. Tutto nella media. Lavoravano, allevavano un figlio. Giovanni, suo marito, non era un bevitore accanito, solo a Natale e qualche festa. Al lavoro era stimato, ci metteva il cuore. Mai uno sguardo a unaltra. E lei, tutta la vita in ospedale come infermiera, lodata con tante menzioni.
Giovanni era partito con una comitiva per le terme sul Tirreno e non aveva più fatto ritorno. Allinizio Ludovica non sospettava nulla: Non chiama? Vorrà dire che si diverte. Ma quando non arrivò a casa nel giorno stabilito, cominciò le ricerche: telefonò a ospedali, ai carabinieri, pure agli obitori.
Al figlio, militare a Taranto, prima mandò un telegramma Papà è scomparso poi finalmente riuscì a parlargli. Indagando insieme, scoprirono che Giovanni era partito dallalbergo ma non aveva mai preso il treno. Scomparso. Di nuovo il giro delle telefonate: ospedali, obitori.
Ai colleghi di lui non importava: Noi il premio soggiorno glielo abbiamo dato, era un esempio per tutti. Del resto non ci occupiamo noi dei fatti di famiglia. Se non torna, lo lasciamo a casa. Cupi, chiusi.
Ludovica avrebbe voluto andare là a cercarlo, ma il figlio la dissuase:
Mamma, dove pensi di trovarlo? Tanto la prossima settimana ho libera, se mi danno il permesso, ci penso io. In divisa magari faccio più impressione.
Ludovica si rasserenò un poco, teneva la mente occupata con qualsiasi cosa pur di non pensare al peggio. Alla stazione dei carabinieri ci andava come fosse un secondo lavoro ormai, ma senza più angoscia, solo per routine. Anche il nuovo mestiere era nato per quello. Quando spazzava tra la gente, si sentiva forte come la sua scopa. Ma a casa, ogni sera, lasciava parlare le lacrime. Si rimproverava, biasimava il destino: dopo una vita di sacrifici, spettacoli di dolore del genere Era lincertezza che la logorava.
Giovanni ricomparve davanti a Ludovica con la stessa improvvisa invisibilità con cui era svanito.
Lì, davanti a casa, col suo completo blu scuro, lo stesso della partenza. Niente borsa, niente valigia. Solo lui, col bavero del giaccone tirato su, mani sprofondate nelle tasche, mentre osservava Ludovica sudata che spazzava il cortile.
Lei non si accorse subito, e non seppe mai quanto a lungo lui fosse rimasto lì in silenzio, finché il figlio non lo chiamò.
Giovanni, Pietro…, Ludovica lasciò cadere la scopa e corse.
Aprì le braccia, come rondine tornata al nido, e buttandosi di slancio al petto del marito lo strinse forte.
Solo dopo qualche istante Giovanni la ricambiò, goffamente.
Andiamo in casa, che avete finito il teatro, borbottò il figlio, insoddisfatto, e Ludovica colse la sua amarezza dal passo battuto.
Pietruccio, lasciami abbracciare anche te, dalla primavera che non ti vedo, rincorse il ragazzo.
Sì, sì, ciao mamma. Fa freddo, entriamo va.
Uno squillo potevi farlo, almeno. Avrei sistemato casa, preparato qualcosa
Mamma, non sono venuto per la crostata. Avevo fatto una promessa. Ed eccomi.
Ludovica guardava ora il marito, poi il figlio. Dopo tutto quello che aveva passato in quei mesi, le sembrava di vivere in un sogno. Vivo, sano. Le veniva solo da pensare a sfamarli, dissetarli e lasciarli riposare. Giovanni sedeva in silenzio.
Mamma, siedi anche tu.
Ma lei sbatacchiava piatti e tazze in cucina.
Mamma, ho trovato papà a casa di unaltra donna.
Ludovica si girò verso il figlio e poi scrutò il marito. Lui stava là, gambe accavallate, le mani intrecciate in grembo, il capo chino, come un ragazzino colto in fallo magro, spento, gli occhi bassi da chi vorrebbe essere invisibile.
Da chi, Giovanni? Che succede?
Ludovica aveva immaginato ogni possibile disgrazia: rapinato, senza soldi per il biglietto, malmenato, vagabondo.
Non è tornato a casa ma si è fermato dalla Zoppi Olga in una casetta sul mare. Non voleva più andarsene.
Ludovica lo fissava, sbattendo le ciglia.
Non volevi?
No, era così. Ho capito che stavo vivendo senza vivere davvero, Giovanni cominciò, alzando la voce. Non mi sentivo più soddisfatto. Fabbrica-casa, casa-fabbrica, orto la domenica. Libertà niente.
Libertà! Ludovica sinfuocò in viso.
E tu, ragazzo mio, questa libertà ce lhai portata qui? Avevi bisogno di umiliarmi? Se fosse stato in obitorio almeno sarebbe stato onesto. Io qui a consumarmi in attesa, come unillusa, occhi consumati dalle lacrime, mentre lui spassava con laltra, sul mare.
Vedi, Ludovica magari volevo ricominciare.
No, Giovanni, non era una nuova vita che volevi, ti sei semplicemente lasciato stregare dal sole della Riviera, hai buttato via tutto e ti sei nascosto da una donna qualsiasi. Un vero uomo sarebbe tornato, avrebbe chiesto il divorzio, e poi avrebbe ripreso la sua strada. Avresti dovuto essere onesto prima con noi, poi con te stesso. Non voglio vederti, vattene
Giovanni si alzò e, attraversando il corridoio, svoltò in stanza.
No, no, vai via così. Come se non fossi mai tornato! Non voglio, non ce la faccio! urlava Ludovica, ormai preda di una crisi.
Papà, vai, Pietro lo precedette nel corridoio.
Ludovica non rivide Giovanni che dopo due settimane.
Con gesti ormai meccanici spazzava il cortile, spostava lacqua rimasta dopo lultimo temporale. Lui se ne stava fermo, in fondo alla strada, in un palto vecchio e un berretto ridicolo.
Ludovica, chiamò lui piano, poi più forte.
Lei alzò lo sguardo: occhi vuoti, come chi sente fratturati ossa e cuore. Forse, pensò, in quel momento sarebbe capace di perdonare; ma non riusciva ad avvicinarsi. Fu lui ad avvicinarsi un poco.
Sono rimasto, sono tornato in fabbrica. Da caposquadra ancora niente, ma mi hanno preso come operaio. Posso tornare?
Lei lo guardò, appoggiata alla scopa:
Puoi. Ma occorre andare in Comune a firmare la separazione subito.
Non perdoni? Capisco.
E allora, se capisci, perché sei venuto?
Quando sono partito, Olga mi disse: Se te ne vai, non tornare mai più. E allora sono tornato da te, Ludovica.
Ah! Non ti vogliono né là, né qui, Giovanni. Uomini come te non servono a nessuna. E sei tornato perché Pietro ti ha costretto. Senza tuo figlio non torneresti mai da solo. Vai, vivi come vuoi, e lasciami lavorare in pace. Occupando qui il passaggio e Ludovica sfiorò i piedi di lui con la scopa, rabbiosa.
Poi si voltò e riprese a spazzare con furia. Dopo cinque minuti si voltò ancora: Giovanni non c’era più. Tirò un respiro di sollievo, come se un peso enorme le scivolasse dalle spalle. Aveva temuto di cedere ancora, di perdonare Eppure, chi nella vita ti ferisce alle spalle, spesso è proprio chi avresti difeso col cuore in petto.






