Dammi, per favore, un motivo: la storia di Anastasia, del suo matrimonio spento e del lento risveglio di una famiglia italiana tra routine, silenzi e seconde possibilità

8 dicembre, venerdì

Buona giornata, Marco si è chinato e ha sfiorato la mia guancia con le labbra.

Ho annuito senza pensarci davvero. Sulla pelle è rimasta solo una sensazione di freddo e indifferenza, nessun calore, nessuna irritazione. Semplicemente, una guancia, un contatto. La porta si è chiusa, e la casa si è riempita di silenzio.

Sono rimasta nellingresso per qualche secondo, cercando di ascoltare me stessa. Quando è successo esattamente? Quando dentro di me si è spento tutto? Ricordo ancora due anni fa, quando piansi in bagno perché Marco si era dimenticato del nostro anniversario. Un anno fa, la rabbia mi faceva tremare perché ancora una volta non era passato a prendere Bianca allasilo. Solo sei mesi fa, provavo ancora a parlare, a spiegargli, a chiedergli di cambiare.

Ora non sento più nulla. Solo vuoto, pulito, come un campo che ha preso fuoco e su cui non cresce più niente.

Sono andata in cucina, mi sono versata un caffè e mi sono seduta al tavolo. Ventinove anni, sette dei quali trascorsi da sposata. E ora eccomi qui, sola in casa, con una tazza che si sta raffreddando davanti e pensieri amari: ho smesso di amare mio marito così silenziosamente che nemmeno riesco a ricordare quando è accaduto.

Marco continuava a vivere secondo i suoi ritmi. Diceva che avrebbe portato Bianca allasilo, ma non lo faceva. Prometteva di sistemare il rubinetto nel bagno, che perdeva ormai da tre mesi. Ogni settimana giurava che avremmo portato Bianca allo zoo ma il sabato aveva sempre qualche urgenza con gli amici, e la domenica vegetava sul divano davanti alla tv.

Bianca aveva smesso di chiedere quando il papà avrebbe giocato con lei. A cinque anni già aveva capito: la mamma cè sempre, il papà è una figura marginale che compare la sera e guarda la partita.

Non urlavo più, non piangevo nel cuscino, non facevo più progetti per sistemare la situazione. Avevo semplicemente tolto Marco dallequazione della mia vita.

Dovevo portare la macchina dal meccanico? Facevo da sola. Si rompeva la serratura del balcone? Chiamavo lartigiano. Bianca aveva bisogno di un costume da stella per la recita? Mi mettevo a cucirlo la notte, mentre Marco russava nella stanza accanto.

La famiglia era diventata una costruzione strana: due adulti che abitavano lo stesso tetto viaggiando su binari paralleli.

Una notte Marco si è avvicinato a me nel letto. Mi sono scostata, dicendo di avere mal di testa. Poi era la stanchezza. Poi qualche altro malessere inventato. Mattoncino dopo mattoncino, stavo costruendo un muro tra i nostri corpi, ed era sempre più alto.

Che si trovi unamante, pensavo ogni tanto, con freddezza. Così mi dà un motivo, uno di quelli che tutti in famiglia capirebbero. Uno che non bisogna spiegare.

Perché come si spiega a una madre che lasci un marito che non è cattivo, non beve, porta i soldi a casa? Certo, non aiuta, ma quale uomo lo fa veramente? Certo, non gioca con la figlia, ma si sa, gli uomini coi bambini non ci sanno fare.

Ho aperto un conto a mio nome alla banca e ho iniziato a versare lì parte dello stipendio. Ho preso labitudine di andare in palestra per me stessa, per sentirmi viva, per prepararmi a una nuova vita che intravedevo dopo linevitabile separazione.

La sera, quando Bianca si addormentava, mi mettevo le cuffie e ascoltavo podcast in inglese. Dialoghi, email di lavoro. La mia azienda lavorava con clienti esteri, e imparare bene la lingua poteva davvero aprirmi molte porte.

Due sere a settimana le dedicavo ai corsi di aggiornamento. Marco si lamentava: Devo tenere io Bianca? Ma tenere per lui voleva dire accendere i cartoni e passare il tempo con il telefono in mano.

I weekend erano solo per me e Bianca: parchi, giardini pubblici, gelati al bar, cinema. Bianca ormai sapeva che quello era il nostro tempo speciale, solo lei e la mamma. Il papà era solo una figura sullo sfondo, come un mobile nella stanza.

Non se ne accorgerà nemmeno, mi ripetevo. Quando divorzieremo, per lei cambierà poco o niente.

Mi aggrappavo a quel pensiero come a un salvagente.
Poi, qualcosa è cambiato.

Allinizio non capivo cosa. Una sera, Marco si è offerto di mettere Bianca a letto. Poi, senza che io gli chiedessi nulla, si è proposto di andarla a prendere allasilo. Unaltra sera ha preparato la cena pasta al burro e formaggio, ma fatta da lui, senza che nessuno glielo ricordasse.

Lho osservato sospettosa. Che succede? Si sente in colpa? Avrà combinato qualcosa e vuole recuperare? Oppure aveva semplicemente perso la testa per una settimana?

Ma i giorni passavano, e Marco non tornava il solito indifferente. Si alzava la mattina per portare Bianca allasilo. Ha sistemato finalmente il rubinetto. Ha iscritto Bianca a nuoto, e di sabato la accompagnava lui di persona.

Papà, guarda come so andare sottacqua!, gridava Bianca, saltando in giro per casa.

Marco la prendeva in braccio e la sollevava fino al soffitto, e lei rideva forte, con gioia vera.

Li osservavo dalla cucina, e quasi non riconoscevo mio marito.

Domenica posso stare io con Bianca, hai un incontro con le amiche? mi ha chiesto una sera.

Ho annuito piano. In realtà non avevo incontri in programma: volevo solo stare da sola, leggere in pace in un bar. Ma come faceva a sapere delle mie amiche? Mi ascoltava davvero quando parlavo al telefono?

Le settimane si sono trasformate in un mese, poi in due. Marco non mollava. Non tornava più quello di prima, costantemente distante.

Ho prenotato un tavolo allOsteria Vecchia, venerdì sera. Mia mamma ha detto che sta volentieri con Bianca, mi ha comunicato una sera.

Ho alzato gli occhi dal portatile.

Per quale occasione?
Così, senza motivo. Voglio cenare con te.

Ho detto sì, per curiosità, cercando di capire che cosa avesse in mente.

Il ristorante era caldo, intimo, luci soffuse e musica dal vivo. Marco ha ordinato il mio vino preferito, e mi sono sorpresa a notare che si ricordasse quale fosse davvero.

Sei cambiato, gli ho detto, senza mezzi termini.

Marco ha fatto ruotare il bicchiere tra le dita.

Ero cieco. Un classico stupido, testardo.
Non è una novità.
Lo so. Il suo sorriso era storto, sincero. Pensavo che lavorare tanto fosse per il bene della famiglia. Credevo che vi servissero solo i soldi, una casa più grande, una macchina migliore. La verità è che scappavo. Da tutto: dalle responsabilità, dalla fatica, dalla vita vera.

Sono rimasta in silenzio, lasciandolo parlare.

Mi sono accorto che tu eri cambiata. Che non ti importava più di niente. E fa più paura del peggiore dei litigi. Prima urlavi, piangevi, chiedevi e sembrava tutto normale, quasi rassicurante. Poi basta. Come se io non esistessi più.

Ha posato il bicchiere.

Ho rischiato di perdervi. Te e Bianca. Solo allora ho capito quanto ho sbagliato.

Lho fissato a lungo, questuomo che finalmente, dopo anni, diceva le parole che speravo di sentire. Troppo tardi? O forse no?

Stavo per chiederti il divorzio, ho sussurrato. Aspettavo solo che mi dessi un pretesto.

Marco è impallidito.

Mamma mia, Lucia
Ho messo via dei soldi. Guardavo appartamenti da sola.
Non sapevo che fossimo così lontani
Avresti dovuto accorgertene, lho interrotto. È la tua famiglia. Dovevi vedere quello che succedeva.

Il silenzio cadeva tra noi, denso e pesante. Il cameriere, percependo la tensione, ha evitato di avvicinarsi al nostro tavolo.

Voglio provarci, ha detto alla fine Marco. Lavorare su di noi. Se mi darai una possibilità.
Una sola.
Una è già di più di quello che merito.

Siamo rimasti fino alla chiusura. Abbiamo parlato davvero di Bianca, dei soldi, di chi fa che cosa in casa, di ciò che ci aspettiamo luno dallaltra. Era la prima vera conversazione dopo anni. Non uno scambio di accuse, non le solite frasi di circostanza.

Ci è voluto tempo. Non lho abbracciato il mattino dopo, tuttaltro. Lo osservavo, aspettavo, diffidente. Ma Marco non ha mollato.

Ha iniziato a cucinare lui nel fine settimana, partecipava ai gruppi dei genitori dellasilo, ha imparato a fare le trecce a Bianca storte, disordinate, ma le faceva lui.

Mamma, guarda, papà ha costruito un drago! Bianca è corsa in cucina, stringendo tra le mani una specie di drago fatto di cartone e carta colorata.

Ho guardato quella creatura storta, con unala più lunga dellaltra, e ho sorriso

Così sono passati sei mesi in un attimo.

Era dicembre, e siamo andati tutti insieme dai miei genitori, in campagna. La vecchia casa profumava di legno e crostate, il giardino era coperto di neve, il portico scricchiolava sotto i passi.

Mi sono seduta alla finestra con una tazza di tè e guardavo Marco e Bianca intenti a costruire un pupazzo di neve. Bianca dava ordini precisi: Il naso qui! Gli occhi più in alto! La sciarpa è storta! e Marco eseguiva tutto, mentre lei ridendo gli saltava in braccio.

Mamma! Mamma, vieni con noi! ha gridato Bianca.

Ho indossato la giacca e sono uscita sul portico. La neve brillava sotto il sole basso, il freddo pizzicava le guance, quando da destra è arrivata una palla di neve.

È stato papà! Bianca non ha perso tempo a denunciarlo.
Traditrice! ha sbuffato Marco, ridendo.

Ho raccolto la neve e glielho lanciata addosso. Ho mancato il bersaglio. Lui rideva, io pure e dopo poco eravamo tutti e tre che ci rotolavamo nel prato innevato. Il pupazzo dimenticato, il freddo svanito, la testa finalmente leggera.

La sera, mentre Bianca dormiva sul divano senza attendere la fine del cartone, Marco lha presa in braccio e lha portata a letto. Ho osservato come la copriva con attenzione, sistemando la coperta e accarezzandole la fronte.

Mi sono seduta vicino al caminetto, stringendo tra le mani la tazza calda. Fuori nevicava ancora, il mondo era morbido e ovattato in quella coperta bianca.

Marco si è seduto vicino a me.

A cosa pensi?
A quanto è stato importante non fare certe scelte troppo in fretta.

Non cera bisogno di aggiungere altro, aveva capito tutto.

Le relazioni sono fatte di impegno quotidiano. Non sono le grandi azioni eroiche a salvarle, ma i piccoli gesti di ogni giorno: ascoltare, aiutare, prestare attenzione, sostenere. So che ci saranno ancora momenti difficili, giorni pesanti, discussioni inutili.

Ma ora, in questo momento, ho accanto mio marito e mia figlia. Vivi, presenti, miei.

Bianca si è svegliata ed è corsa sul divano tra noi due. Marco ci ha strette nelle braccia, e ho pensato che sì, ci sono cose per cui vale la pena lottareMi abbraccia forte, schiacciata tra le nostre braccia. Sento il suo respiro caldo tra la lana del mio maglione.

Inseparabili, borbotta, con la voce assonnata. Marco sorride, e gli occhi mi si velano per un istante.

Resto così, tra loro due, ad ascoltare il crepitio del camino e la neve che cade silenziosa oltre il vetro. Per la prima volta dopo tanto tempo, penso che non devo più aspettare qualcosa né una crisi, né una svolta improvvisa. Il prezioso, ora, è qui: nei dettagli, negli occhi dei miei cari, nella quiete fragile del presente.

Una piccola mano stringe la mia, unaltra mi raccoglie una ciocca di capelli dietro lorecchio: gesti semplici e immensi, che da soli valgono ogni fatica.

Domani facciamo ancora il pupazzo, mamma? chiede Bianca, insieme e speranza racchiusa in una frase.

Annuisco. Domani, e anche dopodomani.

Marco mi guarda, e non serve altro. Sorrido, chiudo gli occhi. Riprendo fiato.

Siamo qui. Siamo insieme. Per davvero.

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