Dammi, per favore, un motivo
Buona giornata, disse Matteo piegandosi e sfiorando la guancia di Elisabetta con le labbra.
Lei annuì distrattamente. La pelle era rimasta fredda e asciutta nessun calore, nessuna stizza. Solo pelle, solo un contatto. La porta si chiuse e la casa si riempì di silenzio.
Rimase ferma nellingresso per una decina di secondi, ascoltando dentro di sé. Quando era successo? Quando si era spezzato qualcosa, spegnendosi per sempre? Ricordava ancora il pianto soffocato in bagno, due anni prima, quando Matteo si era scordato il loro anniversario. E la rabbia, un anno dopo, quando di nuovo aveva lasciato a lei il compito di prendere Bianca allasilo. Solo sei mesi fa, provava ancora a parlare, spiegare, chiedere.
Ora solo vuoto. Puro e liscio, come un campo già arato e lasciato a riposo.
Elisabetta raggiunse la cucina, si versò un caffè e si sedette al tavolo. Ventinove anni. Sette di matrimonio. E ora era lì, in quellappartamento silenzioso con una tazzina ormai fredda tra le mani, a pensare che aveva smesso di amare suo marito senza neppure accorgersene.
Matteo continuava la sua routine come sempre. Prometteva di andare a prendere la figlia non andava mai. Aveva detto che avrebbe riparato il rubinetto in bagno era tre mesi che gocciolava. Giurava che quel sabato sarebbero finalmente andati allo zoo e poi salta fuori che ha da fare con gli amici, o che la domenica deve riposarsi sul divano.
Bianca aveva smesso di chiedere quando il papà avrebbe giocato con lei. Aveva solo cinque anni, ma sapeva già: mamma è una certezza. Papà è quelluomo che ogni tanto passa la sera a guardare la TV.
Elisabetta non faceva più scenate. Non piangeva nel cuscino. Non cercava più di aggiustare quellequazione irrisolvibile. Semplicemente, aveva tolto Matteo dal conto della sua vita.
Doveva portare la macchina dal meccanico? Organizzava tutto da sola. Rotto il chiavistello della finestra sul balcone? Chiamava un fabbro. Per il costume di Biancaneve alla recita di Natale, Elisabetta cuciva la sera, mentre il marito russava dalla stanza accanto.
La loro era diventata una strana famiglia: due adulti che convivevano, portando avanti vite parallele sotto lo stesso tetto.
Una notte, Matteo le si avvicinò nel letto. Elisabetta si scostò con delicatezza, accampando prima un mal di testa, poi la stanchezza, poi piccoli disturbi inventati. Mattone dopo mattone, stava costruendo una barriera sempre più alta.
Che si trovi qualcuna, pensava con amarezza fredda. Mi dia almeno una ragione. Una ragione vera, chiara, che possano capire anche mamma e suocera. Una ragione che non richiede spiegazione.
Come si spiega a una madre che lasci il marito solo perché lui è… niente? Non la picchia, non beve, il suo stipendio lo porta a casa. Non aiuta in casa? Siamo in Italia, quasi nessuno lo fa. Non gioca con la bambina? Gli uomini e i figli, si sa, non sempre parlano la stessa lingua.
Elisabetta aprì un conto corrente a parte, iniziò a mettere da parte una parte dello stipendio. Si iscrisse in palestra non per Matteo, ma per sé stessa, per quella vita nuova che intravedeva allorizzonte, dopo il divorzio che sentiva ormai inevitabile.
La sera, quando Bianca si addormentava, infilava le cuffiette e ascoltava podcast in inglese. Conversazioni di lavoro, comunicazioni, lettere commerciali. Lazienda per cui lavorava aveva clienti stranieri; una lingua in più avrebbe potuto aprirle altre porte.
I corsi di aggiornamento occupavano due sere alla settimana. Matteo borbottava che doveva badare a Bianca, anche se badare voleva dire accendere i cartoni e tuffarsi nel telefonino.
I weekend Elisabetta li trascorreva con la figlia: passeggiate in parco, giochi allaperto, gelati in centro, pomeriggi al cinema per vedere i cartoni. Bianca aveva imparato che quello era il loro tempo tutto per loro due. Papà era nellangolo, come un mobile.
Neanche se ne accorgerà si diceva Elisabetta. Quando ci separeremo, per Bianca cambierà poco.
Era un pensiero che faceva comodo. Ci si aggrappava, un po come chi si regge ad un salvagente.
Poi qualcosa cambiò.
Elisabetta non seppe dire subito cosa. Semplicemente, una sera fu Matteo a dirsi pronto a mettere a letto Bianca. Poi si propose di andarla a prendere in asilo. Una sera cucinò la cena pasta al formaggio, nulla di straordinario, ma da solo, senza che nessuno glielo chiedesse.
Elisabetta lo guardava con sospetto. Cosera? Un rimorso improvviso? Un abbaglio passeggero? Un tentativo di rimediare a qualche colpa che ancora non sapeva?
Ma i giorni passavano e Matteo non tornava ai soliti automatismi. Si alzava presto al mattino per accompagnare Bianca allasilo. Sistemò finalmente il rubinetto. Iscrisse la bambina a nuoto e ogni sabato la portava lui in piscina.
Papà, papà, guarda, ora so tuffarmi! urlava Bianca per casa, imitando la rana.
Matteo la rincorreva, la sollevava in aria: la risata cristallina della bimba si spargeva in tutto lappartamento.
Elisabetta assisteva a tutto dalla cucina, senza riconoscere più luomo che aveva sposato.
Posso tenerla io domenica, disse una sera Matteo . Non stavi con le amiche?
Elisabetta annuì piano. Nessun appuntamento, davvero: avrebbe solo voluto perdersi qualche ora in un bar, un libro tra le mani. Ma lui come faceva a sapere delle amiche? La ascoltava quando parlava al telefono?
Le settimane si sommavano ai mesi; i mesi diventavano due. Matteo non mollava, non cedeva, non tornava allindifferenza di sempre.
Ho prenotato un tavolo per noi venerdì, annunciò un giorno . Quello nel ristorantino là in centro. Mamma se la sente di tenere Bianca.
Elisabetta alzò lo sguardo dal portatile.
E per quale motivo?
Semplicemente. Ho voglia di cenare con te.
Accettò. Per curiosità, si disse. Solo per vedere dove voleva arrivare.
Il ristorante era intimo, luci soffuse e musica dal vivo. Matteo ordinò il suo vino preferito e Elisabetta, sorpresa, scoprì che si ricordava perfettamente quale fosse.
Sei cambiato, ammise lei senza mezzi termini.
Matteo rigirava il calice tra le dita, lo guardava da sotto in su.
Ero cieco. Un idiota qualunque, classico, senza scusanti.
Niente di nuovo.
Lo so, accennò un sorriso amaro . Pensavo di sgobbare per la famiglia. Che vi servissero soldi, una casa più grande, una macchina nuova. Ma in realtà stavo solo scappando. Scappando da tutto quello che è davvero importante.
Elisabetta tacque, lasciandolo parlare.
Ho capito che tu eri cambiata. Che ormai non ti importava più. E… è stato più spaventoso di qualsiasi litigio. Urlavi, piangevi, reclamavi era una cosa. Ma quando ti sei spenta, come se non esistessi più quello mi ha veramente tolto il fiato.
Ripose il calice.
Ho rischiato di perdervi. Te e Bianca. Solo allora ho capito quanto avevo sbagliato.
Elisabetta lo guardò a lungo. Quelluomo che aveva di fronte le diceva finalmente tutto ciò che aveva sperato per anni. Troppo tardi? O forse no?
Ero pronta a separarmi, disse infine, quasi sussurrando . Stavo solo aspettando che mi dessi un motivo.
Matteo impallidì.
Dio, Betty
Mettevo via dei soldi. Cercavo unaltra casa.
Non sapevo fosse così grave
Avresti dovuto. Lo interruppe Era la tua famiglia. Dovevi accorgerti, dovevi vedere.
Il silenzio fu fitto e denso, nessuno dei due parlava. Il cameriere sentendo la tensione evitò accuratamente il loro tavolo.
Voglio provarci a ricostruire disse infine Matteo . Se tu vuoi concedermi unoccasione.
Una soltanto.
Una sola è molto più di quanto meriti.
Rimasero lì fino a chiusura. Parlarono di tutto di Bianca, di soldi, delle faccende domestiche, di quello che ognuno chiedeva allaltro. Per la prima volta dopo tanto tempo, fu un vero dialogo, non un botta e risposta o scambio di lamentele.
La ricostruzione fu lunga. Elisabetta non tornò tra le braccia di Matteo la mattina dopo, ma imparò a osservarlo, a valutare ogni sua mossa, aspettando sempre una ricaduta. Ma Matteo resisteva.
Si prese la cucina nei weekend. Imparò a destreggiarsi nelle chat delle mamme dellasilo. Provava persino a fare le trecce a Bianca storte, goffe, ma ci provava.
Mamma, guarda! Papà mi ha fatto un drago! Bianca irrompeva in cucina, mostrando unorribile creatura fatta di scatole e carta colorata.
Elisabetta guardò quel povero drago zoppo, con unala più grande dellaltra e sorrise…
…Sei mesi passarono in fretta.
Era dicembre e per una volta andarono tutti insieme dai genitori di Elisabetta in Toscana. La vecchia casa odorava di legno e dolci, il giardino era sommerso di neve, il portico cigolava.
Elisabetta stava alla finestra con una tazza di tè in mano, guardando Matteo e Bianca che facevano un pupazzo di neve. Bianca comandava tutto il naso qui, gli occhi più in alto, la sciarpa storta! e Matteo obbediva, prendendola in braccio e lanciandola in aria. Le grida allegre di Bianca riecheggiavano fra i cipressi.
Mamma! Mamma, vieni anche tu! la chiamava la bambina.
Elisabetta si infilò il cappotto e uscì sul portico. La neve brillava sotto il sole pallido; il freddo le pizzicava le guance e da un lato arrivò una palla di neve.
È stato papà! Bianca indicò subito il padre.
Traditrice, sbuffò Matteo.
Elisabetta raccolse una manciata di neve e la lanciò contro il marito. Mancò il bersaglio. Tutti e tre presto si rotolavano tra i cumuli bianchi, dimentichi del pupazzo e del gelo.
La sera, quando Bianca si addormentò sul divano, Matteo la prese piano in braccio, la mise a letto, rimboccò le coperte, sistemò il cuscino e le tolse una ciocca dalla fronte.
Elisabetta si sedette vicino al camino, scaldata da una tazza fumante. Fuori nevicava ancora, soffice e luminoso, il mondo avvolto da una coperta bianca.
Matteo si sedette accanto.
A cosa pensi?
Che è una fortuna che non ci sia riuscita.
Non serviva chiedere altro. Lui aveva capito.
La felicità richiedeva cure quotidiane, pensava Elisabetta. Non eroismi, ma gesti piccoli e costanti: sapersi ascoltare, aiutarsi, notarsi, capirsi. Sapeva che sarebbero tornati i giorni difficili, i malintesi, le discussioni per sciocchezze.
Ma quella sera lì, suo marito e sua figlia erano vicino a lei. Veri, presenti, amati.
Bianca si svegliò e corse da loro, raggomitolandosi tra i genitori sul divano. Matteo le abbracciò entrambe, ed Elisabetta pensò che a volte ci sono cose che valgono davvero la pena di essere difese…




