Data Rotonda: Celebrazione di Momenti Indimenticabili

23 febbraio non è solo festa per gli uomini. Per me, Ginevra Tita, è anche il trentunesimo compleanno. Una data rotonda, un piccolo jubile.

A casa arriveranno parenti da tutti gli angoli dItalia: zia Lucia da Bologna, la cugina Marina da Bari con il suo brillante programmatore marito e due gemelli perfetti, zio Vittorio da Perugia, tuttofare che ha costruito la sua casa quasi da solo.

E cosa potrò offrire loro?

Né marito, né figli, né un lavoro ben pagato. Vivo ancora in un monolocale austriaco ereditato dalla nonna La mensola di vetro nella credenza, così familiare fin dallinfanzia, mi ricorda incessantemente le foto: il mondo è cambiato, ma tutte le mie amiche si sono già sposate. Anastasia ha due bambine, Daria ha un figlio che va allasilo, e la ribelle Caterina, che giurava di non volersi mai sposare, ora è felice con il suo Vadim.

Io, invece, mi accontento del mio lavoro nella biblioteca comunale G. Pascoli, dove conosco ogni volume, e di una vita tranquilla, prevedibile.

Quel giorno, anche il compleanno è stato altrui. Tutti intorno celebravano la Festa della Difesa della Patria, ma nella nostra famiglia le date importanti le si festeggia tutti insieme, quindi non cè scampo.

Non vorrei finire a fare la figura del ciarlatano, pensai guardando la neve fuori dalla finestra. Non voglio che zia Lucia sospiri pietosamente, né che Marina sorrida con quel suo tono di superiorità.

Essendo una ragazza timida al punto da tremare al pensiero di una chiacchierata civile con un uomo sconosciuto, ho subito scartato le uscite dal vivo. Rimaneva Internet. Un mese sui siti di incontri mi ha regalato tante risposte, ma ogni volta che nella chat compariva la parola serio o famiglia, la conversazione si gelava. Lultimo, con un ragazzo di nome Arturo, è finito ieri. Dopo il mio cauto Perché cercate relazioni? mi ha risposto Solo divertimento, chiacchiere leggere, vediamo, e unora dopo è sparito.

Il gelo di quellinverno era spietato, 30°C. Fuori ululava, dentro di me lo stesso. Io, avvolta nel copriletto di nonna, scorrerei senza meta i social.

Un bussare interruppe il silenzio.

Era quasi alle otto di sera. Non mi aspettavo nulla, indossavo il pigiama con le civette, e lidea di aprire la porta mi irritava.

Il bussare si fece insistente.

Che cosa è successo? borbottai avvicinandomi alla porta.

È arrivata una pizza? si sentì una voce giovane e un po rauca dal corridoio.

Che pizza? Non ho ordinato nulla! mi irrigidii.

Come non lavete ordinata? la voce mostrava confusione. Via Roma 29, cognome Titova?

Lindirizzo e il cognome erano esatti. Diedi unocchiata rapida al mio riflesso nello specchietto dingresso: capelli scompigliati, naso rosso per il tè, pigiama. Non può andare così, mi dissi. Indossai in fretta una tuta sportiva, inspirai a fondo e aprii.

Sul marciapiede cera un fattorino di circa trentacinque anni, coperto di neve, con due scatole fumanti e un thermos a tracolla. Il viso era screziato dal vento, ma gli occhi erano vivi, stanchi. La giacca era decisamente leggera per quel freddo.

Allora non è per voi? mi chiese, con una punta di irritazione. Scusi per il disturbo.

Mentre si girava per andarsene, mi pervase una strana compassione. Quel freddo lo stava congelando, e ora doveva tornare indietro a fare un reso, perdendo tempo e forse denaro.

Aspetti! uscii dal petto la parola. Vuole un tè, per scaldarsi?

Alzò le sopracciglia, sorpreso, poi sorrise un sorriso largo, quasi casalingo.

Non rifiuto. E prenda anche la pizza come scusa per il fastidio. Abbiamo una Margherita e una Quattro Stagioni. Scegli quello che preferisci.

Cinque minuti dopo eravamo già seduti nella mia piccola cucina. Il bollitore fischiava, tirai fuori un barattolo di marmellata di lamponi fatta in casa e delle caramelle al cioccolato avvolte in carta dorata per gli ospiti. Laria profumava di pane, formaggio e un caldo umido di presenza umana.

Mi chiamo Costante, si presentò, riscaldando le mani sulla tazza. Sono il proprietario di una piccola panetteriacaffè, Il Grano. Oggi il mio fattorino è al freddo, gli ordini sono tanti, così sono venuto a consegnare io. Non voglio deludere i clienti.

Parlava in modo semplice, senza fronzoli. Raccontò di un divorzio tre anni fa, senza figli, di un monolocale simile al mio ma in un quartiere diverso. Amava pescare destate e suonare la chitarra per sé. Cera nei suoi racconti una solidità terrena, una radicata concretezza.

Incitata dalla sua sincerità e dalla luce tenue della lampada da cucina, mi aprii più del solito. Parlai del prossimo compleanno, dei parenti, di quella sensazione di aver perso il treno della vita normale.

Costante ascoltava, annuendo, senza interrompere. Quando feci una pausa, sorseggiando timidamente il tè, lui improvvisamente chiese:

Dimmi, ti piacerebbe sposarmi?

Incredula, balbettai:

Cosa? È un ringraziamento per lospitalità?

No scosse la testa, il suo sguardo divenne serio. Mi sei piaciuta subito. Sei autentica. Qui, a distribuire marmellata, a preoccuparsi di un corriere gelato, hai gli occhi sinceri. La mia ex mi definiva poco promettente. Tu sembri la persona con cui potrei semplicemente vivere bene.

Mi descrisse la sua vita senza veli romantici:

Ho la panetteria, un reddito modesto ma stabile. Un fuoristrada per le battute di pesca e le consegne. Una vecchia ma robusta casa di campagna a Viterbo, con una sauna. Vorrei due figli, un maschio e una femmina, non subito. Se vuoi, potremmo vendere i nostri monolocali e prenderci qualcosa di più grande. Che ne dici? Vuoi accettare? È un salto, lo so, ma ti lascio il tempo per riflettere.

Rimasi immobile, il pensiero correva: È pazzo. È uno scherzo. È disperazione. È salvezza. Allimprovviso, non vedevo più Costante, ma la vita che descriveva: la sauna a Viterbo, lodore del pane appena sfornato, il riso dei bambini, qualcosa che quasi non osavo più desiderare.

Guardai le sue mani forti, segnate dal lavoro, con piccole cicatrici di impasto. Il suo volto era aperto, sereno. Capii che, se avessi detto No, luomo sarebbe potuto alzarsi e andarsene in quel momento.

Daccordo, accetto dissi piano ma con decisione. Dentro di me qualcosa si liberò, come una molla che si scioglie.

Costante rise, sollevato:

Perfetto! Allora, Elena Titova, prepara il passaporto. Domani, dopo il lavoro, ti vengo a prendere e andiamo al comune a fare la dichiarazione. Conosco una ragazza lì che può accelerare le pratiche. Magari riusciremo a farlo prima del tuo compleanno.

Scoprì che la pizza era per la vicina Nadia Titova, una cugina con lo stesso cognome, al piano di sopra. Il giorno dopo Costante le consegnò personalmente lordine, scusandosi, e le regalò una scatola di croissant freschi. Nadia, con un gesto di mano, esclamò: Ma Ginevra, che meraviglia!

Non avrei mai immaginato un compleanno così. Quel giorno rimarrà impresso per il caldo banchetto al Grano, dove lodore di cannella e pane appena sfornato avvolgeva tutti.

I parenti, vedendo Costante calmo e affidabile, accolsero lunione con sorpresa ma anche approvazione. Zia Lucia asciugò una lacrima di tenerezza, e Marina, osservando Costante aggiustare una ciocca di capelli a me, sussurrò: Sa, è come il mio capo: sempre puntuale, ma con un cuore di latte.

Io ascoltavo i brindisi a me dedicati, sorridevo e capivo che la vera protezione dalle tempeste della vita non era larmatura scintillante del successo, ma quel solido spalla maschile apparso dal nulla, pronto a sorreggermi. La mia avventura, iniziata da una disperata ricerca di compagnia, mi ha condotto non a una facciata, ma a una vera casa. Un vero inizio.

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