Martina fu la prima a infilare la chiave nella serratura e rimase bloccata sulla soglia, come paralizzata. Dallappartamento filtravano i rumori della televisione accesa, voci indistinte che venivano dalla cucina, e un odore sconosciuto, pesante. Alle sue spalle, Andrea mancò poco a lasciar cadere la valigia per lo stupore.
Sssst, sussurrò la donna, allungando un braccio a bloccarlo. Cè qualcuno dentro.
Sul divano, il loro divano color panna, ciondolavano due sconosciuti. Un uomo vestito con una tuta da casa cambiava canale con il telecomando, accanto a lui una donna robusta lavorava a maglia. Sul tavolino ricolmo: tazze, piattini pieni di briciole, qualche blister di medicinali.
Scusate… chi siete? la voce di Martina era agitata, tremava.
Gli sconosciuti si girarono verso di lei senza apparente imbarazzo.
Ah, siete tornati, la donna non smise neppure di muovere i ferri. Siamo parenti di Lucia, ci ha lasciato le chiavi. Ha detto che i proprietari non cerano.
Andrea impallidì.
Che Lucia?
Vostra mamma, luomo finalmente si alzò in piedi. Siamo venuti da Bologna, per portare Matteo a fare degli accertamenti. Lucia ci ha ospitati qui, ci ha assicurato che non vi sarebbe dispiaciuto.
Martina entrò con passo incerto in cucina. Un ragazzino di circa quindici anni stava friggendosi delle salsicce sui fornelli; il frigorifero era pieno di prodotti che lei non riconosceva. Sul tavolo una montagna di piatti sporchi.
E tu chi sei? soffiò quasi senza voce.
Matteo, il ragazzo si voltò appena. Perché, non si può mangiare? La nonna Lucia mi ha detto che era tutto ok.
Martina tornò in corridoio, dove Andrea stava già prendendo il telefono dalla giacca.
Mamma, ma coshai combinato? la voce di lui era bassa, ma tagliente.
Dalla cornetta arrivò la voce squillante della suocera:
Andreino, siete arrivati? Comè andato il viaggio? Senti, ho dato le chiavi a Silvia, con Vittorio sono venuti a Milano per Matteo che doveva vedere i dottori. Ho pensato: tanto voi siete via, la casa è vuota, che male cè? Restano solo una settimana.
Mamma, ma ci hai chiesto il permesso?
E che dovevo chiedere? Non ceravate mica. Limportante è che sappiano che la gestione la curo io e che poi sistemano tutto.
Martina afferrò il telefono:
Lucia, ma siete impazzita? Avete fatto entrare degli estranei in casa nostra?
Ma quali estranei? È mia cugina! Sai che da piccole dormivamo nello stesso letto?
E che mi frega con chi dormivate da piccole? È comunque casa nostra!
Martinella, su, non innervosirti: sono famiglia. Non fanno casino, non rompono niente. Il bambino sta male, avevano bisogno. O tu sei così tirchia?
Andrea riprese il telefono:
Mamma, hai unora per venire qui e portarli via. Tutti quanti.
Andreino, ma devono stare almeno fino a giovedì! Matteo ha il day-hospital, visite. Avevano preso un hotel ma così ho fatto risparmiare degli euro!
Mamma, hai unora. Sennò chiamo i carabinieri.
Lui chiuse la telefonata. Martina si sedette su uno sgabello dellingresso e si coprì il viso con le mani. Le valigie erano ancora chiuse. Dalla sala giungeva la tv, dalla cucina il friccicare delle salsicce. Due ore prima si pregustavano il ritorno a casa dallaeroporto, e ora lei era unospite indesiderata sotto il suo stesso tetto.
Cominciamo a raccogliere la roba, la donna col lavoro a maglia apparve sulla soglia, con lo sguardo mortificato. Lucia pensava non vi dispiacesse. Avremmo chiamato noi, ma il numero non ce lavevamo. Lei ci ha detto: restate pure, non fanno storie.
Andrea si era messo davanti alla finestra, in silenzio. Martina lo guardò: aveva la schiena tesa, la mascella serrata. Faceva sempre così, quando era furioso con la madre e non sapeva come darglielo a vedere.
E il nostro gatto? ricordò dun tratto Martina.
Che gatto?
Romeo. Rosso. Le chiavi gliele avevamo lasciate per lui.
Non lo so, Silvia alzò le spalle. Non lho visto.
Martina corse in camera. Lo trovò nascosto sotto il letto, raggomitolato nellangolo più buio, con gli occhi enormi, il pelo arruffato. Quando lei cercò di prenderlo, Romeo soffiò, tenendo le orecchie appiattite.
Romeo, amore, si sdraiò a terra. Sono io, sei a casa.
Il gatto la fissava con diffidenza. La stanza puzzava di estraneo, sulla sua mensola campeggiavano farmaci che non conosceva. Il letto era rifatto, ma in modo diverso. Sul pavimento cerano pantofole che non erano le sue.
Andrea si accovacciò accanto a lei:
Scusa.
Di cosa? Non lo sapevi nemmeno tu.
Per questa mia madre. Per comè fatta.
Lei pensa di avere ragione.
Si comporta così da sempre, le vene sul collo di Andrea si gonfiarono dira. Ti ricordi quanderavamo appena traslocati? Piombava qui senza avvertire. Pensavo di averglielo spiegato e invece niente.
Dal corridoio arrivò un brusio di voci. La suocera era arrivata. Martina si ricompose, si pettinò in fretta e andò incontro alla donna.
Lucia era lì, sulla porta, con laria offesa:
Andrea, sei impazzito?
Mamma, siediti, lui indicò la cucina.
Siediti? Silvia, Vittorio, raccogliete tutto che ci buttano fuori. Si va da me.
Mamma, siediti, ho detto.
Lucia notò per la prima volta lespressione di suo figlio e si zittì. Andarono tutti e tre in cucina, dove Matteo finiva la cena.
Mamma, Andrea le si sedette di fronte. Mi vuoi spiegare come ti è venuto in mente di far entrare in casa nostra qualcuno senza chiedere?
Non vedevi che aiutavo? Silvia chiamava in lacrime, diceva che Matteo stava male, che dovevano venire a Milano, che non sapevano dove stare. Ho pensato: la casa è libera…
Mamma, non è casa tua.
Come no? Ho le chiavi.
Solo per dare da mangiare al gatto, non per aprire un albergo.
Andrea, ma questa è famiglia! Silvia è mia sorella. Vittorio è una brava persona, lavora sodo. Matteo è malato, dovevano trovare aiuto. E tu li butti fuori?
Martina si versò un bicchiere dacqua. Le mani le tremavano.
Signora Lucia, non ci ha chiesto il permesso.
Che dovevo chiedere? Non ceravate neanche!
Proprio per questo, doveva avvisarci, Andrea alzò la voce. Abbiamo i cellulari, poteva chiamare o mandare un messaggio. Bastava chiedere. Ne avremmo parlato.
E cosa avreste risposto? Che era un no?
Magari sì. Magari li avremmo ospitati, ma solo qualche giorno, con delle condizioni. Ma lo avremmo saputo. Si chiama rispetto.
Lucia si alzò, risentita:
Sempre la stessa storia. Io provo ad aiutare e voi mi fate i processi. Silvia, prepara tutto che si va da me.
Mamma, hai un bilocale minuscolo. Dicevi che in quattro non ci si sta.
Ci si stringe. Meglio che stare dove non ci vogliono.
Martina posò il bicchiere:
Signora Lucia, basta. Sa benissimo che ha sbagliato, altrimenti ci avrebbe avvisati.
La suocera si irrigidì.
Lo sapeva che ci saremmo opposti, per questo non ha detto nulla e ci ha messi davanti al fatto compiuto. Pensava: tanto, arrivano e trovano la casa occupata, che fanno, li buttano fuori? Invece, sì.
Ho solo voluto aiutare.
No. Ha voluto fare a modo suo. Non è la stessa cosa.
Per la prima volta Lucia sembrò persa.
Silvia piangeva. Matteo aveva dolori forti. Mi ha fatto pena.
E lo capiamo, Andrea parlava calmo ma risoluto. Ma non potevi prendere una decisione su qualcosa che non è tuo. Pensa… Immagina che io entri nella tua casa mentre tu sei via e ci porto dei miei amici, senza avvisare. Tu come reagiresti?
Mi arrabbierei.
Appunto.
Rimasero tutti in silenzio. Dalla sala i rumori della famiglia che raccoglieva le proprie cose, Silvia che piangeva sommessa, Vittorio che metteva via borse e bustoni. Matteo si appoggiava allo stipite della cucina guardando il pavimento.
Scusate, borbottò il ragazzino. Non pensavo di disturbare. La nonna mi aveva detto che andava tutto bene.
Martina lo osservò. Non era che un ragazzo normale, spaventato, dispiaciuto. Non era colpa sua se i grandi non sanno parlarsi.
Non devi preoccuparti. la voce di lei era pacata e stanca. Aiuta i tuoi genitori, dai.
Lucia tirò fuori un fazzoletto e si aggiustò gli occhi lucidi:
Giuro, pensavo facesse piacere. Mai mi è venuto in mente di chiedere. Per anni ho pensato a voi prima che a me. Credevo fosse naturale.
Non siamo più bambini, mamma. Abbiamo trentanni, una nostra vita.
Ho capito, Lucia si alzò piano. Dovete anche riprendervi le chiavi?
Sì, Martina annuì. Ci dispiace, ma la fiducia è andata.
Capisco.
I parenti di Silvia si raccolsero in silenzio, chiesero scusa più volte, impacciati. Lucia li accompagnò a casa sua, promettendo che si sarebbero arrangiati. Andrea chiuse la porta dingresso dietro di loro, lasciandosi scivolare con la schiena contro il legno.
Fecero il giro delle stanze in silenzio. I letti da rifare, il frigorifero da svuotare, le tracce dellinvasione sparpagliate ovunque: vestiti dimenticati, mobili fuori posto, stoviglie sporche. Romeo era ancora sotto il letto, non voleva venir fuori.
Credi abbia capito? chiese Martina, arieggiando la cucina.
Non lo so. Spero di sì.
Se non ha capito?
Allora saremo più duri. Non mi lascerò più trattare così.
Martina lo abbracciò stretta. In mezzo al disordine, nel loro stesso appartamento, restavano solo loro due.
Vuoi sapere la cosa che fa più male? si scostò Martina con gli occhi lucidi. Il gatto. Tutto questo casino, e lui che restava in casa da solo, spaventato e senza cibo.
Dici che lhanno almeno nutrito?
Non mi pare. La ciotola è vuota, lacqua sporca. Si sono pure dimenticati di lui.
Andrea si chinò davanti al letto:
Romeo, scusa, amico mio. Mai più lasceremo le chiavi alla nonna.
Il gatto allungò fuori il musetto, si decise ad uscire, si strofinò sulle gambe del padrone. Martina corse a prendergli del cibo, lui si tuffò sulla pappa come se non mangiasse da giorni.
Cominciarono a sistemare: via tutto il cibo degli ospiti sconosciuti, rifare i letti, piatti nel lavello. Romeo finalmente sazio si acciambellò sul davanzale, addormentandosi beato. Piano piano, la casa tornava a essere loro.
La sera li chiamò Lucia. Nel telefono la voce era più umile che mai:
Andrea, ci ho pensato. Avevi ragione. Scusa.
Grazie, mamma.
Martina ce lha con me?
Lui la guardò, lei fece sì con la testa:
Sì, ce lha. Ma col tempo passa.
Dopo la telefonata restarono tanto nella cucina, a bere tè in silenzio. Dietro i vetri, Milano si tingeva di crepuscolo. Lappartamento era tornato silenzioso, limpido, tutto loro. Le vacanze erano finite in maniera definitiva, troppo brusca.




