Destini di donne: La storia di Lucrezia, la guaritrice delle campagne – Tra magia, sacrificio e legami di famiglia nell’Italia rurale dell’Ottocento

Destino di donne. Livia

Oh, Livia, per lamor di Dio, ti supplico, prendi con te il mio Andreino si disperava Daria. Sento nel cuore che qualcosa di brutto potrebbe accadere. Meglio il dolore della lontananza che la morte del mio bambino.

Mi voltai lentamente verso Andreino, così fragile, seduto sulla panca vicino al camino mentre agitava le gambe sottili in modo fanciullesco. Il passato riaffiorava. Da ragazze, io e mia sorella vivevamo insieme, finché il tempo passò e Daria, la maggiore, sposò Nicodemo e si trasferì nel suo paese lontano, in provincia di Arezzo. Io invece rimasi con la mamma malata, che dopo qualche anno ci lasciò. Anche papà se ne era andato tempo prima, consumato dalla tisi, molto prima che Daria si sposasse. La mamma ci aveva cresciute bene, sempre con il cuore aperto e pronte ad aiutare chiunque. Daria, pur essendo più grande, era remissiva come argilla nelle mani di chi la modella. Per questo Nicodemo se ne innamorò. Avevano una famiglia felice, e lui adorava la moglie.

A me, invece, era meglio non pestarmi i piedi: severa e poco incline ai compromessi, eppure bisogna dirlo di una bellezza notevole. I migliori ragazzi dei paesi vicini venivano a chiedere la mia mano, ma a tutti rispondevo no senza mezzi termini.

Quando la mamma era ancora viva, spesso sospirava:

Oh, figlia mia, hai preso il carattere di tua bisnonna. Sta attenta a non ereditarne anche il destino! Rischi di finire da sola: chi ti vorrà accanto nella vecchiaia?

Sorridevo alle sue parole, rispettavo la vecchiaia ma dentro di me avevo un pensiero diverso.

La mia bisnonna non era una donna qualunque: mai sposata ma madre di una figlia, aveva comunque vissuto una vita felice. Praticava un po di erboristeria, curava i mali e le inquietudini con erbe e preghiere, senza mai vendersi alloscurità né invadere la vita altrui. In paese la temevano aveva un bel caratterino!

Nel carattere, e non solo, io le somigliavo molto. Sapevo utilizzare le erbe, qualche formula arcana, e quando chiamavo qualcuno in aiuto, nessuno sapeva chi fosse davvero. La gente parlava, ma io lasciavo correre. Camminavo orgogliosa per il paese, consapevole del mio valore. Non ho mai negato il mio aiuto a chi era in difficoltà, soprattutto ai bambini. E per quanto mi temessero, il rispetto non mancava mai.

Non ti capisco, Daria dissi guardando Andreino guarda: il ragazzo è in salute, e tu già lo piangi?

Ho paura, sorellina, rispose Daria non hai sentito cosa succede a San Giovanni, da noi?

No, non so nulla replicai.

I bambini muoiono come mosche. Si ammalano e, dopo giorni di febbre, li perdiamo.

Ma che sia davvero volontà di Dio? domandai sollevando un sopracciglio.

Eh, Livia mia, non so… Ma ormai da anni sembra essersi abbattuta una maledizione Non cè casa dove non si sia pianto per un piccolo. Daria si fece il segno della croce.

E nessuno ha provato a chiedermi aiuto?

Ma dai i bambini giocano, sembrano forti, poi si spengono piano piano. E da te non sono venuti anche perché sei lontana e in paese abbiamo la nostra guaritrice.

Da quando?

Già quando mi sono sposata cera.

E perché non me ne hai mai parlato?

Perché sembrava una persona normale: cura con le erbette, anche gli animali, ma coi bambini nulla sembra funzionare. Magari non ci hai mai chiesto ma ora eccomi qui. Allora? Lo prendi Andreino qualche tempo?

Ma certo che sì sorrisi guardando il piccolo. Lascia che questa meraviglia mi faccia compagnia qualche giorno.

Daria, baciando e benedicendo il figlio, se ne andò.

Su, dissi ad Andreino, vieni, ti faccio vedere il nido di coda rossa tra i ceppi nel cortile.

Andreino mi regala un sorriso largo e mi porge la mano.

***
Arrivano gli ospiti! annunciò Daria entrando a casa mia mesi dopo.

È la mamma! gridò Andreino, correndole incontro.

Era passato ormai mezzo anno. Lautunno aveva tinto il cielo di grigio. Daria veniva spesso a trovare il figlio, ogni volta con lacrime e abbracci infiniti.

Oh, amore mio lo stringeva al petto come mi sei mancato! Anche papà è in pensiero, mi chiede continuamente quando riportiamo a casa nostro figlio.

Io e Daria ci baciammo sulle guance.

Come va, amori miei? domandò guardando teneramente Andreino.

Bene, mamma. Zia Livia mi ha regalato un micino, vuoi vederlo? gridò Andreino correndo subito fuori.

Tutto a posto, sorella le risposi. Dimmi, come mai sei qui?

Eh, è ora che Andreino torni a casa, è stato tanto con te che rischia di scambiarti per la mamma scherzò. E Nicodemo sta ormai perdendo la pazienza!

Vuoi riprenderlo con te? E in paese, ora, come si sta?

Che non si guasti tutto, direi bene. Da quando Andreino è con te, nessun bambino è morto.

Rientrò Andreino con il gattino tra le braccia.

Mamma, si chiama Tito. È il mio migliore amico!

Beh, di topi in stalla ce ne sono, avrà da divertirsi. Lo portiamo con noi. Prepara le tue cose, tesoro.

Mentre Andreino preparava la sua sacca, io e Daria chiacchieravamo. Continuava a chiedermi se mai mi sarei fatta una famiglia.

Ma piantala, Darina le rispondevo ridendo tempo al tempo, non devo mica correre! Adesso ho Andreino, per me basta e avanza. Andreino, non dimenticarti della zia: quando vuoi venire a trovarmi, sono sempre qui ad aspettarti!

Non lo dicevo, ma mi ero ormai affezionata a quel bambino vivace. Il silenzio che lasciava dietro di sé mi pesava.

Senti, Daria, tieni da conto il gattino, è per Andreino: non lasciarlo solo.

Ma figurati se maltratto una bestia! Sempre dato la ciotola di latte a qualsiasi creatura.

Dai, non offenderti, lo so Nella cesta cè Tito, portalo con voi. Il viaggio è lungo, arrivate prima che scenda il buio.

I saluti furono pieni di baci. Benedissi Andreino e lo affidai a Dio. La vita proseguì e linverno incalzò. Le giornate divennero corte, le sere lunghe e fredde. I cumuli di neve quasi sigillavano la porta ogni mattina. Tuttavia, il paese viveva lento, e per me non mancava mai il lavoro. Cera sempre qualcuno con un neonato malato, o una madre con mani stanche da guarire.

I giorni passarono e il sole iniziò a sciogliere la neve. I ruscelli cantarono, gli uccelli tornarono: era ormai primavera.

Un giorno lavoravo lorto, quando sentii un Miao. Mi voltai: cera Tito.

Come sei arrivato qui? È successo qualcosa ad Andreino? chiesi agitata.

Il gatto mi si strusciò sulle gambe. Non esitai un attimo: raccolsi le mie cose, affidai le galline a nonna Gina e mi incamminai verso San Giovanni.

Camminavo tra i boschi odorosi, con il cuore pesante e il passo sempre più veloce. Appena vidi le case, corsi verso la casa di Daria. Entrai ansimante.

Livia! urlò Daria correndo ad abbracciarmi Che disgrazia! Prendendomi la mano, mi trascinò nella stanza. Andreino era disteso, pallido come un lenzuolo. Respirava a fatica.

Tra i singhiozzi Daria mi raccontò che, dopo il Natale, il bambino aveva iniziato a star male. Prima sembrava solo stanchezza, poi cadde a letto.

Perché non mi hai chiamata subito? sbottai, toccando la fronte di Andreino.

Non ci riuscivo piangeva Daria era come se qualcuno ci bloccasse la strada. Ogni volta che provavo, succedeva qualcosa. Ho pensato fosse solo un malanno passeggero, aveva giocato nella neve Poi mi ammalai anchio; ce la siamo cavata con tisane e marmellata di more. Ma Andreino peggiorava. Quando ho deciso di venire da te, le bufere ci hanno bloccato tutto linverno.

Sono andata da Paolina, la nostra guaritrice, mi ha dato delle erbe e sussurrato formule su Andreino. Nulla è servito, peggiorava soltanto. Appena potevo, volevo venire da te, ma il tempo era sempre brutto. E ora che stavi quasi arrivando tu!

E il gatto Tito? ho chiesto.

Sparito. Da giorni non si vede più. Andreino lo chiama continuamente. Se mi aiuti tu, Livia, ti giuro che se muore vado dietro a lui!

Le lacrime le bagnavano il viso.

Non preoccuparti per il gatto le risposi decisa è lui che mi ha condotta qui. Si è dimostrato più furbo di te.

Ma come?

Così. Dici che eravate bloccati ogni volta che pensavi di chiamarmi?

Ogni volta. Più stavo lontana da casa e peggio stava Andreino. Mi affrettavo a tornare.

Andreino, ha mai preso dolci o cibo da qualcun altro, magari durante le feste?

Certo, ha fatto il giro delle case a Natale con gli amichetti. Soprattutto i dolci di Paolina ha mangiato volentieri.

La mia fronte si aggrottò.

Va’ a chiamare Paolina. Dille solo che ringrazi per le cure e che magari prova a sussurrare ancora qualcosa su Andreino. Ma non dirle che sono qui!

Daria obbedì e uscì. Presi dalla mia borsa due lunghe spille e mi nascosi in cucina. Quando Daria tornò con Paolina, la guaritrice entrò e quasi piagnucolando ripeté:

Oh Daria, vorrei davvero aiutarti, ma vedi? Non ce la faccio, forse è destino che Dio mi punisca.

Io, fuori dalla loro vista, incrociai le spille sopra la porta. Paolina cercò di andarsene ma si bloccò, incapace di uscire. Si scusò, tornò nella stanza, poi di nuovo cercò la porta. Niente. Disse che si sentiva debole e chiese dellacqua. Daria andò in cucina, io le sussurrai di portarla di nuovo nella camera. Quando uscirono dalle anticamere, tolsi le spille. Dopo poco, Paolina riuscì finalmente ad andarsene, fuggendo via come inseguita dai fantasmi.

Rientrata Daria, mi trovò accanto ad Andreino.

Strega maledetta mormorai voleva succhiare la vita ai nostri bambini. Ora ti sistemo io.

Nel silenzio della notte, intrecciai tre candele e le posi sul letto di Andreino. Iniziai le preghiere, lo coprii come una chioccia copre i suoi pulcini e gli donai la mia forza, finché la stanchezza mi annientò.

Quando mi svegliai era giorno: il profumo del pane invadeva la casa, Daria era già indaffarata.

Come sta Andreino? le chiesi.

Mi abbracciò, piangendo di gioia.

Grazie, Livia! Hai salvato mio figlio! Stamattina si è svegliato, ha chiesto colazione.

Entrai da lui: dormiva, la pelle con un po più di colore. Finalmente la vita tornava.

Starò qualche giorno qui dissi a Daria Devo pensare a come smascherare quella megera.

***
Seduta nella casa di Paolina, finsi di chiedere aiuto per una finta gelosia damore.

Non sopporto più che la mia rivale porti via il mio uomo inventai aiutami, te ne sarò debitrice. Pagherò in lire doro.

Va bene acconsentì Paolina dopo essersi assicurata del mio astio Ma in cambio darai questo pane ai bambini del tuo paese.

Perché?

Non domandare disse. Sarà il tuo odio a lavorare per te. Ti do del pane, ognuno consacrato a un morto che mi deve dei favori. Lascialo ai bambini, ci penseranno loro.

Presi il pane e tornai da Daria.

Ecco come la vostra guaritrice uccide i piccoli le dissi con pane consacrato ai morti.

Ma è pane. Si può dare pane ai bambini protestò Daria.

Non questo. Questo porta con sé la vita dei piccoli: la sua forza la succhiano loro.

Quella notte sbriciolai tutto il pane per le galline.

La mattina successiva Daria portò notizie dal pozzo:

Stamattina hanno visto Paolina diventare nera in viso, invecchiata di colpo. Quando Tonina ha cercato di avvicinarsi, lha scacciata con una voce da brividi.

Allora ho colpito nel segno risi. Adesso sono venuti i suoi padroni e lhanno consumata.

Daria si fece il segno della croce.

Ma è pur sempre un essere umano mormorò.

Eh, Daria, sospirai tu sei proprio come nostra madre, a compatire anche il diavolo se soffre.

Adesso dovevo completare lopera. Presi dal mio sacchetto un vecchio lucchetto arrugginito; recitai antiche formule mentre chiudevo dentro tutta la forza della strega.

Nel tardo pomeriggio mi avviai alla sua casa e bussai.

Paolina, sei in casa?

Silenzio.

Entrai. La trovai sdraiata, il volto stravolto dalla rabbia.

Sei stata tu, vipera! urlò.

Anche stavolta pensavi di farla franca?! risposi dura Ecco, ora la tua energia è bloccata. Prova solo a tornare ai vecchi giochi e sarai cenere! Vedrai se i tuoi demoni ti aiuteranno.

Uscendo, la sentivo urlare impotente.

***
Passarono due mesi. Andreino tornò in salute in fretta. Paolina morì, consunta dalle sue stesse magie. Da allora, rimasi lunica guaritrice tra i villaggi attorno. Aiutavo chi ne aveva bisogno, uomini e animali, ma mai mi piegai alloscurità.

Daria ancora sospirava:

Oh, Livia, se almeno lasciassi un po da parte il tuo orgoglio magari troveresti marito e avresti dei bambini.

Senza fermezza e orgoglio come mi difenderei dai demoni, Darina? E poi, la vita è questa, bisogna prendere ciò che viene. E baciavo sulla testa il mio caro Andreino.

Da allora il bambino veniva spesso da me e la casa non restava mai silenziosa. Lamore e la risata di un bambino riempiono tutto il tempo che la sorte ci concede.

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