Destini di Donne. Marianna Quando è morta la nonna Anastasia, Marianna è sprofondata nella malinconia. Alla suocera non era mai andata a genio: troppo magra, poco lavoratrice, e chissà se una così fragile avrebbe mai dato eredi alla famiglia. Marianna sopportava tutto. Quando il dolore era insostenibile, correva dalla sua vecchietta. Nonna Nastasia era per Marianna la persona più cara al mondo: aveva preso il posto del papà scomparso, e della mamma, portata via dalla tisi dieci anni dopo. Dio solo sa cosa passò per la mente di Daniele quando vide Marianna orfana e sola. Bello, forte, la casa abbondante di ogni bene – eppure si era innamorato di una poverella senza radici che solo la madre, Avdotia, dietro le spalle chiamava “la sguattera”. Marianna si dava da fare: si muoveva come una trottola per la casa, lavorava senza fiatare. Ma mai era abbastanza. Finché c’era Daniele tutto filava, ma bastava che lui oltrepassasse la porta per le campagne vicine, che veniva voglia di scappare. “Abbi pazienza, Mariannina,” la consolava la vecchietta, “stringi i denti, passerà.” Ora neppure la nonnina c’era più. E anno dopo anno, l’odio della suocera crebbe. Non aveva mai perdonato al figlio di aver portato a casa una senza casato: per lui aveva già in mente una bella ereditiera, famiglia benestante e cognome importante… Ma Daniele aveva il carattere di un toro: quanto decideva, nessuno lo faceva cambiare idea. Era uomo, padrone! E un padrone vero si fece: da quando il padre morì, aveva preso in mano tutto e portato la fattoria all’apice. Rispettava la mamma, ma non si lasciava mettere i piedi in testa. Di Marianna si era innamorato follemente: bastò uno sguardo a quella ragazzina bionda, magrolina, dagli occhi azzurri e il nasino all’insù: tutto avrebbe dato per lei. E lei accettò, sapendo di avere con sé un uomo leale e innamorato. Sapeva della fama della suocera, del suo caratteraccio e dell’avarizia. Ma confidava nella forza di Daniele, e accettò la proposta. Si trasferì nella casa del marito e sopportava tutto, e se la suocera infieriva troppo, cercava rifugio sulla tomba della nonna, piangendo come un cucciolo. Sulle ginocchia della nonna, un po’ di pace tornava. Ora non c’era più nessuno a cui correre. Il tempo non curava il dolore: le mani care della nonna riaffioravano nei ricordi ogni volta che il dolore tornava a stringerle il cuore. Intanto in casa, la tensione raggiungeva il culmine. “Tre anni che vive a nostre spese,” ripeteva la suocera velenosa, “e ancora niente nipotini!” Per Marianna, questo era peggio dell’Inferno. Si diceva in paese che la moglie di Daniele fosse “guasta”, “Maledetta”, che mai gli avrebbe dato eredi. Daniele se ne infischiava, ma la maldicenza scava – “non si può mettere un fazzoletto sulla bocca della gente”, pensava. Appena a casa però, l’amore per Marianna cancellava ogni fatica. Forse Dio ascoltò le preghiere di Marianna – forse fu il miracolo dell’amore –, e lei finalmente rimase incinta. Ma la suocera si fece ancora più crudele. Un giorno la sorprese seduta un attimo sulla panca, e le sibilò: “Cosa credi, che solo perché sei incinta non devi far più niente? Qui non siamo mica signori, va’ a prendere l’acqua, devi preparare la casa per il ritorno di Daniele!” E Marianna, in silenzio, trascinava secchi pesanti mentre le anziane del paese scuotevano la testa: “Poveraccia, anche incinta la fa lavorare come una bestia” Nacque infine il bambino, ma non fu festa. Era debole, di una fragilità inquietante. Spesso diventava cianotico e smetteva di respirare. “Proprio come sua madre, un’inetta”, sibilava Avdotia guardando il neonato con disprezzo. Marianna piangeva: “È sangue del tuo sangue, mamma…” “Dubito che arriverà a ereditare qualcosa!” ribatteva la suocera perfida. Il dolore di queste parole era un tormento. La suocera ormai sperava che il bambino morisse, così finalmente Daniele avrebbe potuto sposare una sposa “vera”, sana, ricca, robusta… Daniele tornava, coccolava moglie e figlioletto e portava un po’ di pace nella casa. Quando fu il momento, battezzarono il piccolo: Venanzio. Ma niente migliorava, sembrava che il bambino si spegnesse ogni giorno un po’ di più. Poi Daniele, per lavoro, dovette andare via per settimane. E la suocera sfogò tutta la sua rabbia su Marianna, costringendola a lavorare di più mentre il piccolo peggiorava. La situazione in autunno era disperata. E la suocera, vedendola allo stremo, cominciò a sussurrarle che forse era il caso di lasciare Daniele, di togliere il disturbo, tanto il figlio sarebbe morto e un giorno lui avrebbe avuto una “vera” famiglia. Marianna si disperava, il pensiero divenne realtà nella sua testa confusa. Non reggendo oltre, una notte Marianna avvolse Venanzio e uscì di casa. Avdotia lasciò che accadesse senza muovere un dito: aveva già ricevuto notizia che il figlio era vivo, solo ricoverato in città a causa di un attacco di briganti. Ma perché dirlo a Marianna? Lasciasse pure la casa. Al mattino disseminò la voce che la poverina aveva perso la testa per il dolore e si era persa nella notte con il bambino morto… Le chiacchiere durarono poco: l’inverno e il gelo spinsero tutti in casa. Marianna camminava senza meta, col figlioletto malato in braccio. Sperava solo di trovare un po’ di pane e calore per il piccolo. Finalmente, una donna – Acquilina – la trovò e la portò a casa sua, salvandole la vita. Acquilina prese il bambino e lo portò dalla madre, la misteriosa nonna Aglaia: una guaritrice di cui tutti dicevano fosse una strega, fuggita nel bosco anni prima, stanca della cattiveria della gente. Aglaia curò Venanzio: “In gravidanza non si va ai cimiteri, Marianna! Hai portato a casa una presenza che succhiava la vita a tuo figlio…” Dopo qualche giorno, il bambino rifiorì, e la donna restituì il bambino alla madre. Nel frattempo, Daniele era tornato e aveva creduto alla versione della madre, piangendo moglie e figlio perduti. Gli anni passavano, nessuna consolazione. La madre si ammalò e morì, portando con sé il segreto. Daniele, disperato, pensò al suicidio. Ma proprio sulla soglia della morte, nel mezzo della palude, gli parve di vedere Marianna: la vera, in carne e ossa, non un fantasma. Lui le corse incontro, liberandosi dalla morsa della morte. Quando scoprì che anche il figlio era vivo – e sano! – Daniele impazzì di gioia. Rimasero con Acquilina, che ormai era più madre per loro di chiunque altro. Le loro vite cambiarono: lasciarono la vecchia casa e si trasferirono nel villaggio dove Marianna aveva trovato salvezza. La tomba della suocera si perse tra le erbacce, il ricordo svanì… Nessuno sa se la sua anima trovò pace dopo tanto male seminato, tanti destini spezzati per un po’ di egoismo e cattiveria…

Destini di donne. Mariangela

Quando nonna Agnese se ne andò, un vuoto profondo avvolse il cuore di Mariangela. In casa del marito non era mai stata benvoluta: secondo la suocera, non era abbastanza prosperosa, lavorava poco e, per di più, chissà se da quella ragazza così smarrita mai sarebbero arrivati dei figli.

Mariangela sopportava tutto in silenzio. Nei momenti di tristezza fuggiva da nonna Agnese, che era per lei la persona più cara al mondo: aveva preso il posto del padre perduto e della madre, morta di malattia molti anni prima.

Quando Gianni la vide per la prima volta, solo Dio può sapere cosa pensò. Era un uomo vigoroso, aitante, la casa grande e ben fornita. Eppure si invaghì di lei, povera e senza radici. Una trovatella così la chiamava Teresa, la madre di Gianni, sussurrando alle spalle.

Mariangela faceva di tutto per compiacere la suocera. Correva da una stanza allaltra, aiutava senza mai lamentarsi e si piegava a qualsiasi lavoro. Ma niente, non riusciva a farsi accettare.

Quando Gianni era in casa, le cose erano più tollerabili. Ma appena lui partiva per i paesi vicini, Mariangela avrebbe volentieri lasciato tutto.

Resisti, Mariangela cara, le diceva ogni volta Nonna Agnese quando le andava a confidare i suoi dolori, col tempo tutto si aggiusterà.

Ora, però, la nonna non cera più, e ogni anno che passava la rabbia di Teresa cresceva. Non doveva andare così, pensava la suocera rancorosa, avevo già scelto una nuora degna per mio figlio Bella, ricca, di buona famiglia. Così saremmo stati ancora più fortunati. Ma Gianni aveva il carattere testardo del padre: quando decideva, nessuno poteva contraddirlo. Un vero uomo, un vero padrone di casa.

Gianni gestiva tutto con fermezza da quando il padre era morto, e aveva pure aumentato i guadagni di famiglia. Rispettava la madre, certo, ma non permetteva a nessuno di comandare su di lui.

Di Mariangela era innamorato perdutamente: la sua delicatezza, il viso chiaro e gli occhi azzurri lo avevano incantato fin dal primo giorno. Voleva darle tutto quello che possedeva.

Ma non servivano ricchezze: lei gli aveva detto sì perché riconosceva la sua bontà. E lei stessa lamava con tutto il cuore.

Della suocera Teresa aveva sentito parlare, sapeva che era difficile e tirchia, ma vedendo che Gianni era deciso, aveva accettato la proposta di matrimonio.

Si trasferì nella casa del marito e sopportava tutte le cattiverie della suocera. Appena sentiva la disperazione salire, correva a piangere da Nonna Agnese: si sedeva a terra, poggiava la testa sulle sue ginocchia e piangeva, come un cucciolo ferito. Le mani della nonna le accarezzavano i capelli e le sussurravano preghiere alla Madonna.

Dopo un po, la tristezza svaniva e Mariangela si sentiva di nuovo in grado di vivere.

Poi nonna Agnese morì, e Mariangela rimase senza nessuno a cui correre. Se ne andò in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse.

Mariangela pianse tanto, sentendosi sola al mondo. E chi dice che il tempo guarisce ogni dolore mente: anche quando sembra passato, il ricordo della carezza buona e delle mani amate fa ancora male. E Mariangela piangeva di nuovo.

Intanto a casa di Gianni le cose diventavano sempre più difficili. Teresa tormentava la nuora, la accusava di essere mantenuta da tre anni, e intanto nessun nipotino arrivava.

Per Mariangela era la sofferenza peggiore: sapeva che la suocera insinuava che fosse sterile e che Gianni non avrebbe mai avuto figli. Gianni cercava di scacciare quelle voci, ma si sa, la gente in paese parlava: si diceva che la stirpe di Gianni sarebbe finita con lui.

Gianni diventava cupo, ma poi vedeva la sua amata e tutte le preoccupazioni svanivano. Lavrebbe portata in braccio per tutta la casa, se solo avesse potuto.

Forse fu una preghiera di Mariangela o un miracolo damore, fatto sta che finalmente rimase incinta.

Teresa si infuriò, mentre Gianni amava la moglie più di prima.

La suocera girava per la casa come un corvo nero: appena Mariangela si sedeva un momento, subito apriva la porta e scattava: Ti siedi lì come una pigra? Pensi forse che siccome hai la pancia, ora non devi più far nulla?! E Mariangela sussurrava, impaurita: Solo un attimo, mamma, mi muovo tutto il giorno. Ah sì?! – replicava feroce Teresa Non siamo mica signori qui, non abbiamo servi! Vai a prendere lacqua, taglia la legna, occupati delle bestie. E se sei debole, vattene via: a mio figlio una moglie malata non serve!

Mariangela non diceva nulla, prendeva la stanga, i secchi e andava al pozzo. Le vecchie vicine scuotevano la testa vedendola trascinare i secchi pesanti: Teresa è proprio impazzita, nemmeno incinta la lascia stare!

Alla fine Mariangela mise al mondo un bambino, ma non fu una gioia: il piccolo era debole, sembrava non avere la forza del padre e spesso diventava cianotico, smetteva di respirare e si faceva tutto freddo.

Come la madre, anche lui è uno straccio, commentava Teresa, guardando il nipote con disgusto.

Mamma, come può dire così? È vostro sangue, il nipote di Gianni, piangeva Mariangela.

Se solo potesse arrivare alleredità! ribatteva Teresa velenosa Presto dovremo preparare la bara!

Mariangela piangeva fortissimo, mentre Teresa godeva nel ferirla. Si ripeteva: se il neonato morisse davvero, Gianni avrebbe lasciato la poveraccia e avrebbe scelto una vera moglie, robusta e sana.

Gianni tornava dal lavoro e consolava la moglie, prendeva il figlio tra le braccia: ci stava tutto sulla sua grande mano. Il piccolo, sentendo la protezione del padre, sembrava risvegliarsi e fare un sorriso.

Anche se è fragile, crescerà – pensava Gianni – Mostreremo a tutti la nostra forza.

Arrivò il battesimo, lo chiamarono Benedetto. Ma il bambino non cresceva, restava debole.

Un giorno Gianni dovette partire per lavoro lungo il fiume. Il viaggio sarà lungo, non torno presto. Fai crescere Benedetto tranquilla, non ascoltare nessuno…

Teresa capì che nessuno avrebbe protetto Mariangela per un po. Invece di lasciarla riposare con il neonato, la caricò di lavoro: acqua, legna, bestiame, mai un minuto di tregua. E di notte il piccolo piangeva e non dormiva, e al mattino cera ancora da fare.

Anche Benedetto sembrava indebolirsi di giorno in giorno.

Lautunno era ormai arrivato, pioggia e fango ovunque. Gianni non tornava e Teresa diventava sempre più crudele.

Fa bene Gianni a non tornare! Magari si trova una donna migliore, viva e bella laggiù!

Il pensiero si insinuò nel cuore già provato di Mariangela, che iniziò a domandarsi se fosse vero: forse Gianni non la voleva più.

Teresa non perse loccasione di versare gocce di dubbio nellanima della nuora: Non vedi che il bambino morirà? Tu ti logori di dolore e vuoi che anche mio figlio si disperi. Lascialo andare Mariangela, lascia libero mio figlio!

Dove andrei, mamma? Con un neonato? Linverno arriva, il bambino rischia di ammalarsi…

E che sarà mai? rispose la suocera fredda. Meglio che muoia ora, non ha mai davvero vissuto. Così tuo marito potrà rifarsi una vera famiglia e avere tanti veri figli.

Mariangela non credeva alle sue orecchie. Non era possibile che una madre dicesse certe cose. E come se Benedetto avesse sentito i pensieri della madre, si mise a piangere, diventò blu e si afflosciò.

Pensa bene Mariangela: non si costruisce la felicità sulle disgrazie altrui, sibilò Teresa, lasciandola sola con il suo dolore.

Passarono ancora due settimane. Una leggera neve coprì i campi. Mariangela era esausta e, anche se da quel punto in poi iniziò a ribellarsi qualche volta, la sua solitudine era pesante: non era più nella sua casa, non col suo sposo, e Gianni non dava notizie.

Non le venne mai in mente che potesse essere successo qualcosa a Gianni: la suocera aveva avvelenato ogni pensiero, e lei si sentiva solo colpevole del suo allontanamento.

Allontanati da qui, né vivi né muori, sussurrava tra sé Teresa. Alla fine la misura fu colma.

Con il cuore pesante, Mariangela raccolse poche cose in un fagotto, avvolse Benedetto in scialli di lana e lasciò la casa. Teresa la guardò andare via senza muoversi, quasi temendo di rovinare il desiderio improvviso della nuora. Sapeva già che il figlio era vivo: un mese prima era arrivata la notizia che, anche se vittima di un agguato di briganti sulla strada, Gianni era rimasto ferito ma vivo e stava guarendo in città. Non aveva detto nulla a Mariangela: meglio che pensasse quello che la suocera voleva.

La mattina dopo fece circolare tra i vicini che Mariangela aveva perso la testa per il dolore della morte del figlio, e se nera andata via nella notte, chi sa dove. Piangeva e raccontava, in pubblico, di aver fatto di tutto per fermarla ma che la nuora ormai non ragionava più.

Due giorni di pettegolezzi e poi la storia cadde nel dimenticatoio: era inverno, tutti restavano nelle case, la vita scorreva lenta.

Mariangela camminò a lungo accanto al bosco, temendo dincontrare gente cattiva, più per il figlio che per se stessa. Passò la notte allaperto, allalba avvistò i tetti di un piccolo borgo.

Non sperava di trovare ospitalità. Desiderava solo che qualcuno le desse pane e acqua, e di potersi fermare al caldo il tempo di nutrire il bambino.

Camminava timida tra le case, imbarazzata allidea di chiedere aiuto. Si sedette su una panca vicino al pozzo per riprendere fiato. Vide avvicinarsi una donna alta, robusta, con il viso arrossato dal freddo: la fissò con occhi duri, tanto che Mariangela si ridusse in sé.

La donna riempì i secchi e chiese: E tu di chi sei? Tutta cianotica, hai forse preso freddo?

Sono di nessuno, sussurrò Mariangela. Sto solo passando, devo andare al paese vicino. Mentì senza esitazione.

Da chi vai in quel paese? indagò la donna, occhi socchiusi.

Cè mio padre laggiù, continuò Mariangela a mentire.

In un tempo così, anche ai cani si dà un tetto, e te, con il bambino, ti hanno mandata via?

A quelle parole, Mariangela scoppiò in lacrime, coprendosi il viso con mani gelide. La donna si avvicinò, la prese per un braccio e disse decisa: Vieni con me.

Entrarono nella casa, calda, con il fuoco che scoppiettava nel camino e un profumo di erbe. Mariangela si abbandonò sulla panca, senza più forze. La donna la aiutò a togliersi il mantello, prese con dolcezza il bambino tra le braccia.

Mi chiamo Aquilina, disse, cominciando a scartare Benedetto dalle fasce. Oh povera me, comè piccolo! Battezzato almeno?

Sì, lo abbiamo battezzato, rispose Mariangela sottovoce. Lo abbiamo chiamato Benedetto, aggiunse svenendo.

Non sapeva quanto tempo fosse passata. Si svegliò stesa a letto, avvolta in una coperta. La casa era silenziosa. Si alzò di scatto preoccupata per il figlio, ma non trovò né lui, né Aquilina.

In preda al terrore, stava per uscire correndo quando la porta si aprì e Aquilina rientrò col vento gelido.

Ti sei svegliata? E dove vuoi andare così? chiese.

Dove avete portato mio figlio? chiese Mariangela tremando.

Tranquilla, sciocca, rise la donna. Tre giorni hai avuto febbre: non facevi che delirare. Dimmi piuttosto chi sei e come sei arrivata qui. Il bimbo lho portato da mia madre, nel bosco.

Perché? chiese Mariangela impallidendo.

Per la salute. Vieni, da seduta racconta tutto.

Sedute al tavolo, Mariangela sorseggiò una tisana alle erbe e aprì il cuore: raccontò lamore, la suocera ostile, il bambino malato e tutta la sua sofferenza.

Aquilina ascoltava in silenzio.

Le vie del Signore sono misteriose, disse infine. Non temere, Mariangela. Tuo figlio guarirà e la vita ti donerà ancora occasioni, ora che sei capitata da me. Ma la tua strada non è finita: conserva il bene nel cuore e troverai spazio tra le ombre.

Voglio vedere mio figlio, zia Aquilina, disse Mariangela sofferta.

Ti ci porto, ma non potrai riportarlo indietro ora. Capirai tutto.

Uscirono e si incamminarono nel bosco. Quel giorno al pozzo è stato un caso che ti abbia incontrata, raccontò Aquilina. Io e la mamma viviamo tutto lanno nella foresta. Io torno al paese solo a primavera, mia madre resta tra gli alberi. Quel giorno, però, era destino che venissi in paese.

Camminavano tra gli alberi finché raggiunsero una radura dove sorgeva una piccola casa. Dentro, una stanzetta semplice e calorosa.

Benvenuta, cara, disse una vecchina magrissima: era impossibile credere che fosse la madre di Aquilina.

Vieni a vedere il tuo bambino, dorme tranquillo, non svegliarlo.

Mariangela trovò Benedetto, tutto rosa, nella culla sospesa. Era più sano di come lo ricordava.

Che sia davvero meglio? rise la vecchia come leggendo nei suoi pensieri.

Mi chiamo nonna Agata. In paese mi chiamano strega. Per non turbarli vivo qui, lontano dagli occhi di tutti.

Mariangela spalancò gli occhi, ma Agata la rassicurò: Non temere: la vera strega era la tua suocera, eppure sicuramente andava sempre in chiesa.

La vecchia sembrava conoscere tutta la vita della ragazza.

Ci sono tante cose che la gente giudica senza sapere. Tu, per esempio: sai perché tuo figlio è malato?

Mariangela tacque.

E allora te lo dico. Ricordi quanto spesso pregavi la Madonna? Hai avuto ascolto, perché sei finita sulla mia strada. Sappi però che la malattia del figlio è anche colpa tua.

Ma come?! chiese sconvolta Mariangela.

Non si va mai al cimitero in gravidanza! E tu invece andavi ogni giorno sulla tomba della nonna, e ti sei portata dietro uno spirito. E quando hai partorito, quello si è attaccato al neonato, che da allora non respira bene.

Il terrore gelò Mariangela, che si lasciò cadere sulla panca tutta bianca.

Calmati, disse Agata. Si può risolvere tutto. Benedetto starà qualche giorno qui e gli leveremo la debolezza.

Poi la vecchia posò le mani sui capelli di Mariangela: si sentiva serena, come quando era tra le braccia della nonna.

Su, raccogliamoci, che è ora di tornare, disse Aquilina.

Da allora, la vita scorse tranquilla. Dopo una settimana, Agata restituì Benedetto alla madre: il bimbo era in salute, paffuto, allegro.

Rimasero a vivere da Aquilina: Mariangela non era un peso, aiutava sempre in casa.

Zia Aquilina, perché nonna Agata vive nel bosco? In paese una brava guaritora sarebbe preziosa.

Molto tempo fa, raccontò Aquilina, mia madre aiutava tutti, senza mai chiedere nulla in cambio. Poi, però, quando accaddero delle disgrazie, la colpa venne data a lei. Si erano ammalati e morti alcuni bambini in paese; cera chi ricordava che Agata era passata dalle neomamme, e così la accusarono dinvidia. Con le torce vennero a bruciare la casa, ma mio padre riuscì a calmarli. Poi un dottore confermò: i bimbi erano semplicemente nati troppo deboli. Ma Agata non perdonò: accettò di restare in paese solo se le avessero costruito una casa nel bosco e nessuno la disturbasse. Da allora, se un bimbo si ammalava, lo lasciavano allingresso della casa nel bosco e aspettavano. Se usciva dopo tre giorni, era guarito.

E come cura i bambini? domandò Mariangela.

Meglio non sapere troppo, si dorme più tranquilli! Ma diavolerie, di certo, non ne usa.

Nel frattempo, a casa di Mariangela, le cose si facevano strane. Passò il tempo e Gianni tornò finalmente in paese: appena entrato, si guardò attorno, ma non trovò nessun segno della moglie e del figlio.

Teresa lo accolse in lacrime: Perdonami, figlio mio. Da quando te ne sei andato, il piccolo è morto, e Mariangela, fuori di testa, se lè portato via nella notte. Io lho inseguita, ho cercato dappertutto… Ma non lho più trovata, sparita per sempre.

Dopo la tragedia, Gianni cadde in una profonda malinconia, linverno passò come in sogno. Teresa provò a consolarlo, a portargli nuove pretendenti, ma lui reagì con rabbia, vietandole di parlare di donne.

Non sono riuscita a salvare nemmeno lei e il bambino, quindi guai a parlare ancora di famiglia!

Trascorsero i mesi, tutti uguali. Gianni si chiuse in se stesso, gli occhi sempre spenti, dalla mattina presto lavorava, la sera si rinchiudeva in camera. Passò un anno, quasi due. Teresa si accorse che le sue speranze erano svanite: il figlio era morto dentro. Lei, che aveva tanto voluto un futuro diverso, si sentiva schiacciata dalla colpa. Non trovava pace, perse il sonno, e alla fine si ammalò. Nessun dottore riuscì ad aiutarla: non cè erba che curi il tormento dellanima.

In estate, Teresa morì senza mai confessare a Gianni la verità di quella sera dautunno.

Gianni restò solo al mondo. Di giorno si teneva occupato, ma la notte i pensieri si affollavano come serpenti. Decise che, finiti i quaranta giorni di lutto per la madre avrebbe sistemato le cose in casa e poi si sarebbe tolto la vita…

***

Ebbene? risuonò la voce secca di nonna Agata. Cosa vuoi, adesso? Non avevi coscienza in vita, come pensi di averne da morta?!

La vecchia voltò verso langolo e vide una sagoma scura, una nuvola nera che piangeva e si lamentava.

Non ho voglia di parlarti. Hai rovinato tutto, adesso arrangiati! continuò la vecchia.

Non la vedrà mai, sussurrò la sagoma.

Lo so! Lei non è maga, è solo unanima ferita.

Non voglio per me, mormorò la sagoma.

Ovvio! Ormai è tardi per te Va, mostra.

La sagoma circondò Agata e le fecero vedere le visioni: Gianni pronto a gettarsi nella palude, dietro una folla di demoni che attendevano la rovina di unanima

***

Mariangela, disse un mattino Aquilina, che ne diresti di andare a raccogliere delle bacche? Mia madre ne farebbe una medicina per i bimbi.

Vado domani allalba, se resti con Benedetto, rispose allegra Mariangela.

Certamente, ribatté Aquilina, prendendo il bimbo in braccio. Il Signore non mi ha dato figli miei, ma tu mi sei come una figlia.

Hai ragione zia. Se non ti avessi incontrata quel giorno, chissà dove sarei ora. Sei stata come una madre

***

Arrivò il giorno dei quaranta, il rito fu fatto, tutto a dovere. Dopo la commemorazione, i paesani tornarono a casa. Gianni, rimasto solo, si avviò nel bosco, sconvolto dai ricordi: la sua Mariangela, il piccolo Benedetto, il padre troppo presto scomparso. Non ce la faccio più, pensava avvicinandosi alla palude.

Mentre sprofondava nel fango, sentì una voce sottile di donna, che cantava vicino. Sembrava familiare. Unombra bianca si mosse tra gli alberi, il canto si avvicinava.

Mariangela vengo da te mormorò lui.

La figura si immobilizzò, poi gridò: Gianni?!

Davanti a lui, al di là del pantano, cera Mariangela, viva, incredula. Lui voleva parlare, ma resistette appena: È unillusione Vedo il tuo spirito, Mariangela.

Che dici, Gianni? Sono viva, vivo con nostro figlio!

Lui rimase attonito, poi, resosi conto che era tutto vero, gridò e cercò di uscire dal fango. Era difficile: il pantano lo tratteneva, ma Mariangela, urlando e ridendo, gli lanciava rami e lo aiutava con tutte le forze.

Alla fine, esausto e graffiato, ne uscì. Si abbracciarono, piangendo di felicità.

***

Quando Gianni scoprì che la moglie e il figlio erano vivi, rischiò di impazzire dalla gioia. Corse nella casa, abbracciò il bambino tra le braccia, pianse così tanto che Aquilina dovette dargli una tisana calmante.

Si raccontarono tutto, le lacrime e il dolore, e poi lamore li prese e non si lasciarono più.

Per dimenticare tutto il male, Gianni decise di lasciare la sua vecchia casa e trasferirsi con la moglie, il figlio e Aquilina nel piccolo paese, per ricominciare insieme sotto lo stesso tetto.

Da allora il tempo passò, la tomba si coprì derba. Nella memoria degli altri, non rimase traccia del dolore. Nessuno seppe mai se lanima tormentata della suocera aveva trovato pace, o se aveva portato via con sé solo la rovina seminata in quella casa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

12 + 18 =

Destini di Donne. Marianna Quando è morta la nonna Anastasia, Marianna è sprofondata nella malinconia. Alla suocera non era mai andata a genio: troppo magra, poco lavoratrice, e chissà se una così fragile avrebbe mai dato eredi alla famiglia. Marianna sopportava tutto. Quando il dolore era insostenibile, correva dalla sua vecchietta. Nonna Nastasia era per Marianna la persona più cara al mondo: aveva preso il posto del papà scomparso, e della mamma, portata via dalla tisi dieci anni dopo. Dio solo sa cosa passò per la mente di Daniele quando vide Marianna orfana e sola. Bello, forte, la casa abbondante di ogni bene – eppure si era innamorato di una poverella senza radici che solo la madre, Avdotia, dietro le spalle chiamava “la sguattera”. Marianna si dava da fare: si muoveva come una trottola per la casa, lavorava senza fiatare. Ma mai era abbastanza. Finché c’era Daniele tutto filava, ma bastava che lui oltrepassasse la porta per le campagne vicine, che veniva voglia di scappare. “Abbi pazienza, Mariannina,” la consolava la vecchietta, “stringi i denti, passerà.” Ora neppure la nonnina c’era più. E anno dopo anno, l’odio della suocera crebbe. Non aveva mai perdonato al figlio di aver portato a casa una senza casato: per lui aveva già in mente una bella ereditiera, famiglia benestante e cognome importante… Ma Daniele aveva il carattere di un toro: quanto decideva, nessuno lo faceva cambiare idea. Era uomo, padrone! E un padrone vero si fece: da quando il padre morì, aveva preso in mano tutto e portato la fattoria all’apice. Rispettava la mamma, ma non si lasciava mettere i piedi in testa. Di Marianna si era innamorato follemente: bastò uno sguardo a quella ragazzina bionda, magrolina, dagli occhi azzurri e il nasino all’insù: tutto avrebbe dato per lei. E lei accettò, sapendo di avere con sé un uomo leale e innamorato. Sapeva della fama della suocera, del suo caratteraccio e dell’avarizia. Ma confidava nella forza di Daniele, e accettò la proposta. Si trasferì nella casa del marito e sopportava tutto, e se la suocera infieriva troppo, cercava rifugio sulla tomba della nonna, piangendo come un cucciolo. Sulle ginocchia della nonna, un po’ di pace tornava. Ora non c’era più nessuno a cui correre. Il tempo non curava il dolore: le mani care della nonna riaffioravano nei ricordi ogni volta che il dolore tornava a stringerle il cuore. Intanto in casa, la tensione raggiungeva il culmine. “Tre anni che vive a nostre spese,” ripeteva la suocera velenosa, “e ancora niente nipotini!” Per Marianna, questo era peggio dell’Inferno. Si diceva in paese che la moglie di Daniele fosse “guasta”, “Maledetta”, che mai gli avrebbe dato eredi. Daniele se ne infischiava, ma la maldicenza scava – “non si può mettere un fazzoletto sulla bocca della gente”, pensava. Appena a casa però, l’amore per Marianna cancellava ogni fatica. Forse Dio ascoltò le preghiere di Marianna – forse fu il miracolo dell’amore –, e lei finalmente rimase incinta. Ma la suocera si fece ancora più crudele. Un giorno la sorprese seduta un attimo sulla panca, e le sibilò: “Cosa credi, che solo perché sei incinta non devi far più niente? Qui non siamo mica signori, va’ a prendere l’acqua, devi preparare la casa per il ritorno di Daniele!” E Marianna, in silenzio, trascinava secchi pesanti mentre le anziane del paese scuotevano la testa: “Poveraccia, anche incinta la fa lavorare come una bestia” Nacque infine il bambino, ma non fu festa. Era debole, di una fragilità inquietante. Spesso diventava cianotico e smetteva di respirare. “Proprio come sua madre, un’inetta”, sibilava Avdotia guardando il neonato con disprezzo. Marianna piangeva: “È sangue del tuo sangue, mamma…” “Dubito che arriverà a ereditare qualcosa!” ribatteva la suocera perfida. Il dolore di queste parole era un tormento. La suocera ormai sperava che il bambino morisse, così finalmente Daniele avrebbe potuto sposare una sposa “vera”, sana, ricca, robusta… Daniele tornava, coccolava moglie e figlioletto e portava un po’ di pace nella casa. Quando fu il momento, battezzarono il piccolo: Venanzio. Ma niente migliorava, sembrava che il bambino si spegnesse ogni giorno un po’ di più. Poi Daniele, per lavoro, dovette andare via per settimane. E la suocera sfogò tutta la sua rabbia su Marianna, costringendola a lavorare di più mentre il piccolo peggiorava. La situazione in autunno era disperata. E la suocera, vedendola allo stremo, cominciò a sussurrarle che forse era il caso di lasciare Daniele, di togliere il disturbo, tanto il figlio sarebbe morto e un giorno lui avrebbe avuto una “vera” famiglia. Marianna si disperava, il pensiero divenne realtà nella sua testa confusa. Non reggendo oltre, una notte Marianna avvolse Venanzio e uscì di casa. Avdotia lasciò che accadesse senza muovere un dito: aveva già ricevuto notizia che il figlio era vivo, solo ricoverato in città a causa di un attacco di briganti. Ma perché dirlo a Marianna? Lasciasse pure la casa. Al mattino disseminò la voce che la poverina aveva perso la testa per il dolore e si era persa nella notte con il bambino morto… Le chiacchiere durarono poco: l’inverno e il gelo spinsero tutti in casa. Marianna camminava senza meta, col figlioletto malato in braccio. Sperava solo di trovare un po’ di pane e calore per il piccolo. Finalmente, una donna – Acquilina – la trovò e la portò a casa sua, salvandole la vita. Acquilina prese il bambino e lo portò dalla madre, la misteriosa nonna Aglaia: una guaritrice di cui tutti dicevano fosse una strega, fuggita nel bosco anni prima, stanca della cattiveria della gente. Aglaia curò Venanzio: “In gravidanza non si va ai cimiteri, Marianna! Hai portato a casa una presenza che succhiava la vita a tuo figlio…” Dopo qualche giorno, il bambino rifiorì, e la donna restituì il bambino alla madre. Nel frattempo, Daniele era tornato e aveva creduto alla versione della madre, piangendo moglie e figlio perduti. Gli anni passavano, nessuna consolazione. La madre si ammalò e morì, portando con sé il segreto. Daniele, disperato, pensò al suicidio. Ma proprio sulla soglia della morte, nel mezzo della palude, gli parve di vedere Marianna: la vera, in carne e ossa, non un fantasma. Lui le corse incontro, liberandosi dalla morsa della morte. Quando scoprì che anche il figlio era vivo – e sano! – Daniele impazzì di gioia. Rimasero con Acquilina, che ormai era più madre per loro di chiunque altro. Le loro vite cambiarono: lasciarono la vecchia casa e si trasferirono nel villaggio dove Marianna aveva trovato salvezza. La tomba della suocera si perse tra le erbacce, il ricordo svanì… Nessuno sa se la sua anima trovò pace dopo tanto male seminato, tanti destini spezzati per un po’ di egoismo e cattiveria…