DESTINO SU UN LETTO DOSPEDALE
Signora, prenda pure, si occupi lei di lui! Io ho paura anche solo ad avvicinarmi, figurarsi se posso dargli da mangiare col cucchiaio disse la moglie di Paolo, gettando bruscamente una busta con della spesa sul suo letto. Lui era disteso, pallido e consumato dalla malattia.
La prego, cerchi di stare tranquilla! Suo marito si riprenderà. Ora serve solo tanta cura. E io aiuterò Paolo a rimettersi in piedi cercai di rassicurarla, come infermiera già ne avevo viste tante.
Paolo arrivò in reparto in condizioni gravi, ma restavano alte probabilità di sopravvivenza. Aveva grande voglia di vivere e questa vale metà della guarigione. Peccato che la moglie di Paolo, Silvia, non avesse alcuna fiducia nella medicina. Sembrava quasi pronta ad abbandonarlo in anticipo.
Anni e anni dopo, il figlio di Paolo e Silvia, Marco, si ammalò anchegli di tubercolosi in forma aperta. Silvia mise subito una croce su di lui, ma Marco invece riuscì a guarire.
Paolo, nonostante il responso pesante, continuava a scherzare e ridere; faceva di tutto per lasciare lospedale di pneumologia il prima possibile. Nel paesino fra le colline toscane dove viveva con la famiglia non cerano strutture specializzate; Silvia passava allospedale ben di rado. Mi faceva pena quel giovane uomo: trascurato, quasi abbandonato, con i vestiti logori.
Paolo, si arrabbieresti se ti portassi qualche vestito mio? Vedo che non hai neanche le pantofole, entri in giro ancora con le scarpe. Accetta qualche regalino da me? tentai di alleggerire, quasi scherzando.
Da te, Caterina, prenderei pure il veleno, se me lo dicessi tu. Ma, ti prego, non portarmi nulla. Aiutami solo a guarire, poi si vedrà rispose Paolo con un sorriso dolce, stringendomi la mano.
Con delicatezza liberai la mia mano e uscii dalla stanza.
Dentro di me il cuore batteva forte. Mi ritrovavo a domandarmi: è forse amore? No, non voglio distruggere una famiglia, non è giusto, non sarebbe mai una cosa buona nata dal dolore di altri Eppure al cuore non si comanda, non conosce divieti. E allora, via nella corrente
Mi trovavo ormai a passare sempre più tempo nella stanza di Paolo, tra conversazioni sempre più intime e lunghe notti di turno. Senza accorgercene, eravamo passati a darci del tu.
Paolo aveva un figlio di cinque anni.
Il mio Marco è il ritratto di sua madre, bellissima. Sai, Caterina, ho amato molto Silvia. Le ho steso la vita ai piedi. È passionale, intrigante, una tempesta a letto. Ma ama solo se stessa. Non cè verso, il suo egoismo corrode tutto, peggio dellacido. E tu vedi, ora, chi si prende cura di me sei tu, unestranea sospirò pesantemente.
Silvia abita lontano, magari fa fatica a viaggiare provai a giustificarla.
Ma dai, Caterina! Come dice il proverbio, la moglie ama il marito e gli compra posto in prigione. Se si tratta dei suoi amanti, Silvia correrebbe anche in capo al mondo. Ne sono certo la sua voce si fece brusca.
Buonanotte, Paolo. Non prendere decisioni avventate. Vedrai, tutto si sistemerà dissi abbassando la luce, e me ne andai.
Paolo soffriva, senza dubbio: costretto a letto, la moglie che intanto, chissà dovera e cosa faceva. Non sarà la fine del mondo, si direbbe, ma per una formica anche la rugiada è diluvio.
Una mattina di una settimana più tardi sentii un gran trambusto dalla stanza di Paolo. Corsi dentro.
Se ti vedo ancora qui ti giuro che non rispondo di me! Fuori! gridava contro Silvia, che scomparve spaventata nel corridoio.
Cosè successo? domandai, sorpresa.
Paolo si voltò verso il muro, senza dire una parola. Lo vedevo tremare sotto le coperte, dovetti fargli una puntura calmante.
Passò un altro mese, Silvia non si fece più viva.
Paolo, vuoi che chiami tua moglie? chiesi a bassa voce.
Grazie, Caterina, non serve. Io e Silvia divorziamo dichiarò, con calma serena.
Solo per via della malattia? Ma tu stai migliorando! mi stupii.
Ti ricordi quando ho mandato via Silvia? È venuta solo per dirmi che sarebbe andata a vivere col suo amante. Che viva pure in casa nostra, mi ha detto, tanto tu sei in bilico e a me servono mani per aggiustare il tetto e Paolo si zittì.
È terribile! riuscii solo a sussurrare.
Poco dopo Silvia ricomparve con un uomo. Paolo non lo vide, ma io dalla finestra sì. Lui aspettava nervoso sulla panchina dellospedale, fumava; Silvia lo raggiunse dopo unora, gli diede un bacio e se ne andarono insieme, ridendo.
Paolo, ti dimettono gli annunciai più tardi.
Caterina, ti chiedo una cosa… Anzi, no sembrava titubante.
Paolo, so cosa vuoi chiedere. E ti dico già sì. Non sbaglio, vero? stavolta ebbi il coraggio di rischiare tutto.
Così Paolo si aprì:
Caterina, non ho più una casa. Posso stare da te? Con Silvia è tutto finito, ora lei si risposa
Paolo, io ho una figlia. Se sei disposto ad accoglierla nella nostra casa, potremo davvero costruire una famiglia confessai tutto.
Un figlio non è mai un ostacolo. Anzi, già la sento un po anche mia mi guardò negli occhi, scaldandomi fino a sciogliermi come neve al sole.
Negli anni sono passate molte estati e inverni.
Io e Paolo abbiamo avuto due figli insieme, ci siamo costruiti un nido accogliente. Marco, il figlio di Paolo, ci viene spesso a trovare con la sua famiglia. La mia bambina, nata da una storia di gioventù, oggi vive in Svizzera. A dire il vero, non sono mai stata sposata: è successo tutto per una cotta improvvisa e ingenua. Credevo in un amore eterno, in un futuro tutto rose e fiori; la musica, però, non è mai partita. Ma non mi sono mai pentita di nulla.
Quanto a Silvia, si è sposata più volte, e da una storia fugace con uno che era in trasferta ha avuto un altro figlio. Quel ragazzo ha sempre avuto gravi difficoltà emotive, e Silvia non si è mai presa realmente cura di lui, chiusa nel suo egoismo; dopo la sua morte il giovane è finito in una struttura.
Oggi io e Paolo siamo anziani, ma ci amiamo ancora più di quando eravamo giovani. Camminiamo insieme per la vita, grati per ogni sguardo, ogni giorno, ogni respiroA volte la sera guardiamo il tramonto dalla finestra della nostra vecchia casa, abbracciati sul divano, le mani intrecciate come la prima volta. I nipoti corrono scalzi nel prato, le loro risate riempiono laria di promesse. Paolo mi guarda e sorride, i suoi occhi ancora vividi, pieni di gratitudine e pace.
Non abbiamo avuto tutto, ma abbiamo avuto abbastanza: una casa piena di voci, il calore di una tavola condivisa, la dolcezza dei giorni semplici.
Mi piace pensare che il destino ci abbia messi uno accanto allaltra proprio allora, su quel letto dospedale, per indicarci che la felicità non è una linea retta, ma una strada che si trasforma, che offre rifugi proprio quando sembra che tutto sia perduto.
E mentre la sera scende, con la luce dorata che accarezza i volti, sento che anche le ferite più antiche, con il tempo, diventano fiori. Paolo mi stringe più forte e sussurra: Siamo sopravvissuti a tutto, amore mio, ed è stato bellissimo.
Io chiudo gli occhi, e lascio che il cuore, finalmente leggero, gli risponda: Sì, Paolo. È stato bellissimo.






