Te la racconto come se fossimo sedute a bere un caffè, perché certe storie fanno bene solo если их рассказывать по-дружески, с теплом.
Allora, immagina: Chiara tiene in mano un foglietto con l’elenco delle analisi e delle visite, quasi come se potesse con quel pezzo di carta tenere insieme tutto che sta crollando attorno. Nel corridoio del reparto chirurgia ci sono solo sedie di plastica, un televisore appeso al muro senza audio, e la scritta del telegiornale che scorre, lontanissima da quello che stanno vivendo loro. Si alza, perché una infermiera compare sulla porta.
I parenti di Giovanni Ferraro? Venite, per favore.
Chiara fa il primo passo e subito sente vicino Luca, che ancora indossa il giubbotto della notte, con le mani sempre nelle tasche, come se così il tremolio si nascondesse meglio.
Nella stanza il papà è sul letto alto, le ginocchia sporgenti sulla coperta, un po’ piegate, come faceva sempre quando cercava di trovare una posizione comoda. Sul comodino cè una bottiglia dacqua, i documenti e una maglietta piegata con cura. Il papà li guarda provando a sorridere, ma si vede che risparmia ogni briciola di energia.
Allora, fa a voce bassa, voi come state?
Chiara si siede sul bordo della sedia, per non sovrastarlo. Vorrebbe parlare veloce, sicura, ma la voce non le esce.
Siamo qui, va tutto bene, ora ti fanno lintervento e non finisce la frase.
Luca si piega in avanti, quasi a voler proteggere il padre con le spalle.
Papà, devi essere forte. Organizziamo tutto noi. Io vengo ogni volta che cè bisogno.
Quelle parole “quando cè bisogno” restano lì, sospese. Chiara sente che tutti e due aspettano di aggrapparcisi, ma più si parla, più cresce la paura. Il medico la sera prima aveva parlato chiaro, senza troppi dettagli, ma Chiara aveva sentito la paura in ogni pausa. Il timore li teneva insieme, come una colla difficile da togliere.
Luca, dice Chiara senza guardare il padre, basta litigare adesso, dai. Daccordo che succeda quel che succede, ci organizziamo. Tu resti. Io resto. Nessuno molla nessuno.
Luca annuisce, troppo in fretta.
Lo prometto. Ci sarò anchio. E se serve, penso io a tutto, okay? lui lo dice al papà ma guarda Chiara, come a definirlo quello come un patto grande.
Il padre li osserva, muove le dita sottili sul bordo della coperta.
Non servono promesse, sussurra. Basta che non vi scannate.
Chiara vorrebbe dirgli che sono adulti, che hanno capito tutto, ma prende e mette la sua mano sopra quella del papà. Ha quasi la sensazione che dicendo la frase giusta lintervento sarebbe più semplice.
Ce la faremo, promette lei. Faremo il necessario.
Quando portano via il padre sulla barella, restano solo loro, Chiara e Luca, in corridoio, e quella promessa diventa come un portafortuna. Se la ripetono nella testa per non crollare. Chiara scrive un messaggio al marito che si fa tardi e mette il telefono su silenzioso. Luca chiama il lavoro e dice che si prende un giorno di ferie, anche se Chiara sa che già il suo lavoro vacilla.
Loperazione dura più del previsto. Esce il chirurgo, stanco, toglie la mascherina, dice che hanno fatto il possibile, che le prossime ventiquattrore sono decisive. Nessun tutto bene, e Chiara si aggrappa a ogni stabile.
La prognosi è cauta, aggiunge. La ripresa sarà lenta. Bisogna seguire le medicine, assisterlo, curarlo bene.
Chiara annuisce come fosse interrogata, attenta a non perdere una parola. Luca chiede della riabilitazione, dei tempi, di quando si potrà tornare a casa. Il medico risponde che servirà pazienza, e anche dopo, a casa, sarà una battaglia.
I primi giorni dopo lintervento Chiara si organizza come unautoma: venire, informarsi, portare cose, tornare. Scopre gli orari delle visite, il nome delle due OSS, il numero di stanza della farmacia interna. Segna tutto sul telefono, ma copia le medicine e i dosaggi anche nel blocco per sicurezza, ché il telefono si scarica ma il blocco no.
Luca viene ogni due giorni, spesso di sera quando è già buio. Porta frutta, acqua, i traversi monouso che Chiara gli ha chiesto. Cerca di essere allegro, ma in camera si zittisce quasi subito, come se una frase di troppo rovinasse qualcosa.
Il papà non si lamenta mai, solo ogni tanto chiede di sistemargli il cuscino, o la bottiglia. Quando ha male chiude gli occhi, respira piano, come aveva imparato dopo linfarto nei corsi di riabilitazione. Chiara lo guarda e pensa che la dignità sia anchessa fatica dura.
Dopo due settimane lo spostano in una stanza meno controllata, e unaltra settimana dopo si parla di dimissioni. Chiara prova sollievo, e paura insieme. In ospedale era tutto scandito: punture, giri, analisi. A casa sarebbero solo loro a gestire tutto.
Il giorno delle dimissioni Chiara arriva con il marito in macchina, porta una stampella pieghevole prestata dalla vicina e un sacchetto con i vestiti puliti. Luca aveva promesso di arrivare per aiutare a salire al terzo piano senza ascensore. Non arriva.
Chiara rimane davanti al portone, tiene le chiavi e la cartellina dei documenti. Papà siede sulla panchina, stanco dal viaggio, cerca di nascondere quanto gli costa. Il marito di Chiara guarda lorologio, nervoso.
Si sta facendo tardi, dice lui.
Luca risponde solo dopo diversi squilli al cellulare.
Sono bloccato sulla Tangenziale, dice. Qui cè un incidente. Non faccio in tempo. Potete arrangiarvi?
Chiara sente una rabbia calda salire su dallo stomaco.
Arrangiarci? Luca, avevi promesso
Stasera passo, giuro. Adesso proprio non riesco.
Chiara non discute davanti al padre. Salgono in tre: il marito, un vicino che Chiara intercetta sulle scale e lei, mano sotto al braccio del padre. Lui fatica a respirare ma non si lamenta. Sulla soglia Chiara sistema il tappetino per non farlo inciampare, mette i medicinali sul comodino. Già pensa che dovrà togliere quello zerbino.
Quando Luca arriva la sera, con la faccia mortificata e una busta di arance, sembra che il disguido della mattina sia sparito.
Come va qui? domanda, come se nulla fosse.
Chiara tira fuori la lista: compresse al mattino, altre dopo pranzo, iniezioni a giorni alterni, pressione ogni tanto. Parla calma, che se cede ora la voce si rompe.
Posso solo i weekend, dice Luca, durante la settimana lo sai comè.
E Chiara lo sa. Ha il lavoro che potrebbero tagliargli da un momento allaltro. Ha una moglie, un bimbo piccolo, il mutuo, la solita paura di non farcela. Pure Chiara ha tutto questo, ma in salsa diversa: due figli alle medie, un marito che ormai sopporta appena la sua assenza, e una capoufficio insofferente.
Le prime settimane a casa scorrono fitte di cose da fare. Chiara si sveglia prima di tutti per dare le medicine al padre, prendergli la pressione, cucinare quella maledetta crema di riso senza sale. Poi sveglia i ragazzi, li spedisce a scuola, lascia al marito la lista della spesa e corre al lavoro. In pausa pranzo chiama il padre per sapere se ha mangiato, chiama la farmacia nel caso mancasse qualcosa. A volte il farmaco non cè, le propongono unalternativa, ma lei ha paura a cambiare.
Luca viene nei weekend, a volte per due ore. Porta via limmondizia, fa la spesa, resta col papà mentre Chiara cucina. Ma ogni volta uno sguardo allorologio.
Devo andare, dice. Ho delle cose da fare.
Chiara annuisce, ma dentro si stringe. Non vuole fare i conti di chi fa di più. Ma li fa comunque, anche controvoglia.
Una sera, col padre che dorme, Chiara lava i piatti in cucina, lacqua troppo calda brucia le dita. Il marito silenzioso a tavola, poi finalmente sbotta:
Non può andare avanti così, ti stai rovinando. I ragazzi non ti vedono mai.
Chiara spegne lacqua, già stanca.
E che soluzione cè? chiede.
Una badante. Almeno qualche ora al giorno. O Luca che dia una mano in settimana.
Lei già sente la voce di Luca dire “non abbiamo soldi”. O forse nemmeno lei lo sa: i soldi ci sono, ma ogni euro ha già un destino.
Il giorno dopo il papà chiede aiuto per andare in bagno. Si regge al muro, cammina piano. Chiara trema a sostenerlo. Quando lui si siede sullo sgabello, la guarda.
Sei stanca, sussurra.
Tutto bene, risponde lei.
Tutto bene si dice quando il sorriso viene facile.
Chiara si gira, non vuole si vedano gli occhi lucidi. Si vergogna di essere esausta, come se deludesse il padre a cadere.
Passa un mese, la ripresa è più lenta del previsto. Il papà cammina ma si affatica subito, serve assistenza per la doccia, per ricordargli lacqua, le medicine. Prova a fare da solo, ma si confonde con le scatole.
Chiara chiede a Luca un favore: fermarsi con il padre un mercoledì sera, così lei può andare alla riunione dei genitori di uno dei figli. Lui accetta.
Ma mercoledì non arriva.
Scrive un messaggio: Non posso, il bimbo ha la febbre. Chiara lo legge e sente una corda spezzarsi dentro. Sa che non può arrabbiarsi davvero un bambino malato ma la rabbia trova lo stesso una via.
Alla riunione non va. Rimane in cucina, a guardare i compiti del figlio da firmare, pensando che la sua vita è diventata una somma di bisogni altrui, dove i suoi sono spariti.
Sabato Luca arriva come nulla fosse, racconta di come hanno passato una nottata dura col piccolo.
Capisco, dice Chiara. Veramente.
Luca la guarda dubbioso:
Però?
Lei prende il blocco delle medicine.
Ma tu hai promesso. In ospedale. Hai detto che ci saresti stato, che avresti preso la tua parte. Ti ricordi?
Le parole escono dure. Luca si tende.
Ma vengo già dice. Non è abbastanza?
Vieni quando puoi tu, replica Chiara. Io invece ho bisogno proprio quando non posso farcela più. Capisci la differenza?
Luca si fa paonazzo.
Tu pensi sia facile per me? Ho anchio una famiglia, un lavoro, non posso mollare tutto.
E io? scoppia Chiara. Io posso mollare figli, marito, lavoro? Non dormire la notte col papà a malato e al mattino sorridere in ufficio? Posso io, sì?
Il padre tossisce dalla camera. Chiara si zittisce, troppo tardi ormai. Luca si avvicina.
Sei stata tu, allora, a dire noi non molliamo, sussurra, e dentro cè come unaccusa che brucia. Sei tu quella forte. Poi vorresti che tutti fossero come te.
Chiara si vede da fuori, improvvisamente: sempre a prendersi tutto, perché teme di veder cedere tutto se non lo fa, ma poi si arrabbia se gli altri non reggono.
Non sono forte, dice. Semplicemente non conosco un altro modo.
Luca abbassa gli occhi.
Nemmeno io, sussurra. Quella volta in ospedale, ho detto che avrei preso tutto su di me perché credevo che, altrimenti, papà non ce la facesse
Chiara si siede. Le mani tremano.
Quelle promesse, dice, le abbiamo fatte dalla paura. Ora con quella paura ci battiamo addosso.
Silenzio. Dalla camera tossisce ancora il papà, così Chiara va da lui. Il padre è sdraiato, fissa il soffitto.
Litigate per colpa mia, dice senza voltarsi.
Non litighiamo, mente Chiara.
Lui la guarda diretto.
Sento tutto. Non voglio essere una scusa per farvi odiare tra voi.
Chiara gli si siede accanto.
Papà, non ci odiamo.
Allora fate un accordo vero. Non a parole. Che tutti possano reggere.
La settimana dopo, Chiara prende appuntamento nella ASL per il controllo del padre. Fa la prenotazione online, stampa tutto, prepara la cartella. Luca questa volta va con loro, perché lei ormai al mercoledì non ce la fa più da sola.
La dottoressa controlla le analisi, fa domande, parla con calma. Non promette miracoli, ma nemmeno spaventa.
Chi si occupa di lui? chiede.
Chiara e Luca si guardano in faccia.
Io, dice Chiara.
Aiuto anchio, aggiunge Luca.
La dottoressa annuisce.
Serve un piano. Non leroismo. Potete chiedere lassistenza domiciliare, eventualmente una badante anche solo per alcune ore. E ricordate: chi assiste deve riposare, altrimenti poi mi trovo due pazienti, non uno.
Quelle parole per Chiara sono quasi un permesso. Non una scusa, ma il via per non essere fatta di ferro.
Dopo la ASL vanno allufficio del Comune con la lista delle cose da richiedere. In fila, vicini, Chiara tiene la cartella sotto al braccio. Per la prima volta sente che stanno facendo qualcosa insieme, sul serio. Luca chiede quanto costa una badante per tre ore al giorno. Apre il suo telefono, fa i conti in euro.
Quella sera, convocano una specie di consiglio di famiglia in cucina. Il papà siede con il pigiama pesante. Il marito di Chiara versa il tè e si siede con loro, segno che vuole esserci.
Chiara tira fuori il taccuino.
Facciamo così, dice. Basta sempre e mai nelle frasi. Serve un planning. Soldi. E limiti chiari.
Luca annuisce.
Io posso esserci due sere a settimana: martedì e giovedì. Vengo dopo lavoro, tengo papà, faccio il necessario, e tu in quelle ore fai quello che vuoi.
Chiara sente una stanchezza buona che monta, come un sollievo.
Va bene, risponde. In quei giorni mi prendo il tempo per i ragazzi o per me. E nel weekend prendi tu un giorno per intero, dallalba a sera. Io stacco totalmente niente telefonate continue.
Luca abbozza un sorriso.
Affare fatto.
Il marito di Chiara interviene:
Per i soldi. Possiamo contribuire per la badante, almeno tre ore al giorno in settimana. Io ci sto, serve capire solo la cifra.
Luca si tira indietro un po, sincero.
Non riesco a coprire metà. Ma posso mettere una quota fissa al mese. E posso pensarci io a prendere le medicine fuori dal SSN.
Chiara prende nota. Vorrebbe dire: Dovresti fare di più, ma ricorda il suono di quella frase e si trattiene.
Allora va bene così: io gestisco tutto liter, le chiamate, le prenotazioni, le carte. Tu due sere, un weekend, le medicine extra e una quota della badante. Niente gare a chi si stanca di più. Solo che si tiene il programma.
Il papà tossisce e alza la mano.
E pure io una cosa voglio fare. Faccio gli esercizi come dice la fisiatra. Prendo da solo le medicine, se mi fate le scatoline giuste. E se sto male, ve lo dico subito, non allultimo.
Chiara lo guarda e vede più che il suo papà malato: cè anche un uomo che si riprende un po di sé. Vale tanto.
Il giorno dopo compra in farmacia un organizer di plastica per le pastiglie settimanali. Mette le medicine per mattina e sera, scrive a pennarello fuori lunedì, martedì. Lo lascia sul comodino, di fianco allacqua. Il padre solleva le linguette delle scatoline come testasse che sia tutto vero.
Martedì sera arriva Luca. Si toglie le scarpe, lava le mani, entra dal papà. Chiara gli mostra dove sono traverse, termometro, numeri del medico e della guardia medica. Lo dice senza tono accusatorio, solo come chi ti passa il cambio.
Io esco, dice e resta un secondo a sentire cosa succede. Dalla stanza: Luca chiede al papà del telegiornale, lui risponde, ironizza pure un po.
Chiara esce, vaga nel cortile sotto casa, passa vicino ai giochi dei bambini. Sente il corpo ancora rigido, come in attesa che la richiamino dentro. Ma nessuno la richiama.
Dopo unora rientra. Cè silenzio. Luca in cucina, tazza di tè davanti, il taccuino di Chiara aperto.
Tutto ok, dice lui. Papà dorme. Gli ho fatto il tè, metà lha bevuto. Le medicine le ha prese da solo, glielo ho solo ricordato.
Chiara annuisce.
Grazie.
Luca la guarda.
Senti, su quella promessa… Non voglio che stia sempre lì sopra di noi. Voglio che facciamo il possibile. E vorrei che tu non pensassi mai che io me ne infischio.
Chiara sente qualcosa sciogliersi dentro.
Nemmeno io voglio promesse, dice. Voglio chiarezza. E, magari, un po di vita, non solo sopravvivere.
Luca richiude con cura il taccuino.
Allora teniamoci a questo piano. E se cambia qualcosa, ce lo diciamo prima. Niente guerra.
Chiara lo accompagna alla porta, chiude bene. Poi va dal papà. Dorme, il volto sereno più sereno di quanto ricordasse dallospedale. Sul comodino lacqua, lorganizer ben chiuso.
Si siede accanto al letto e sistema la coperta. Non sente di aver vinto. Sente che, almeno, hanno trovato il modo di non distruggersi a vicenda, mentre aiutano papà.
Sul tavolo della cucina resta il foglio: martedì, giovedì, sabato. A fianco gli importi delle quote e il numero della badante consigliata dalla ASL. Non è un giuramento di tutto. È solo ciò che si può fare, e domani si riparte da qui.



